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giovedì 11 febbraio 2021

Un rabbuffo mediatico

Papa Francesco, Biden e i cattolici “post-istituzionali”


(Roberto de Mattei) Quali saranno i riflessi dell’elezione di Joe Biden sulla vita della Chiesa?

Biden è il secondo presidente cattolico nella storia degli Stati Uniti dopo John Fitzgerald Kennedy, ma, come osserva Massimo Faggioli nel suo recente libro Joe Biden e il cattolicesimo negli Stati Uniti (Scholé, Brescia 2021), si trova di fonte a una situazione rovesciata. 

Kennedy aveva il problema di conciliare la sua fede religiosa con un paese in cui l’upper class era sempre stata protestante e i cattolici erano considerati un corpo esterno, tendenzialmente poco istruito, fedele più al Papa che alle libertà democratiche. Oggi invecei cattolici sono inseriti nell’establishment, dal Governo alla Corte suprema e il problema di Biden è quello di affrontare la divisione che esiste all’interno del mondo cattolico, polarizzato tra due schieramenti politici e religiosi. Questa polarizzazione si è accentuata dopo la sconfitta di Hillary Clinton nel 2016, quando papa Francesco è divenuto l’icona della sinistra internazionale e Donald Trump è stato obbligato a proporsi come una figura alternativa al suo pontificato.

Ora Trump è uscito di scena, l’arcivescovo Carlo Maria Viganò, che ha dato voce all’anti-bergoglianesimo americano è più debole, mentre si è rafforzata la posizione di papa Francesco, che nel nuovo presidente americano Biden non ha più un nemico, ma un alleato. Non stupiscono dunque le recenti dichiarazioni di Francesco, che potrebbero preludere a una condanna dei suoi oppositori interni, ma che suscitano anche molti interrogativi. Nell’udienza del 30 gennaio 2021, rivolgendosi ai membri dell’Ufficio catechetico della Conferenza episcopale italiana, papa Francesco ha affermato che il Concilio Vaticano II «è magistero della Chiesa. O tu stai con la Chiesa e pertanto segui il Concilio, e se tu non segui il Concilio o tu l’interpreti a modo tuo, come vuoi tu, tu non stai con la Chiesa». «Dobbiamo in questo punto essere esigenti, severi. Il Concilio non va negoziato». Sembra di capire da queste affermazioni che, secondo Papa Francesco, chi critica il Concilio Vaticano II si pone fuori della Chiesa. Però oggi le critiche al Concilio Vaticano II non vengono da una minoranza ostinata di tradizionalisti, ma da un’area crescente di cattolici, che hanno preso atto delle catastrofiche conseguenze del Vaticano II. Massimo Faggioli scrive nel suo libro che «dagli anni ‘80 e ‘90 negli Stati Uniti (e non solo) si è andato formando un cattolicesimo sempre più critico nei confronti del Concilio Vaticano II e delle sue aperture»; «una nuova generazione di cattolici sta riesaminando ciò che è accaduto nella Chiesa tra anni Cinquanta e Settanta, e sta reagendo contro la teologia che è stata prodotta dal Concilio Vaticano II» (p. 164). E’ questa area di pensiero l’obiettivo polemico di papa Francesco?

Per quanto riguarda poi i tradizionalisti, una lettera della Commissione Ecclesia Dei del 25 marzo 2017, firmata dal cardinale Gerhard Müller, ha comunicato la decisione di papa Francesco di concedere a tutti i sacerdoti della Fraternità San Pio X «le facoltà per confessare validamente i fedeli, in modo da assicurare la validità e la liceità del sacramento da loro amministrato» e di autorizzare i vescovi locali «perché possano concedere anche licenze per la celebrazione di matrimoni dei fedeli che seguono l’attività pastorale della Fraternità». Come conciliare questa benevolenza verso la posizione della Fraternità San Pio X, l’istituto religioso che con maggior fermezza rifiuta il Concilio Vaticano II, con le dichiarazioni secondo cui chi critica il Vaticano II si situa fuori della Chiesa? Che cosa significa, inoltre, «seguire il Vaticano II»? Osservarne alla lettera i documenti? Ma questi documenti sono ampiamente disattesi, a cominciare dalle indicazioni in materia liturgica della costituzione Sacrosanctum concilium. Altri documenti conciliari sono poco chiari e si prestano ad opposte interpretazioni. Condivide papa Francesco l’“ermeneutica della continuità di Benedetto XVI”, secondo la quale tali documenti vanno interpretati in coerenza con la Tradizione della Chiesa, oppure questi documenti vanno interpretati secondo lo “spirito del Concilio”, come vorrebbe la scuola di Bologna? In questo secondo caso va considerata al di fuori della Chiesa anche l’ermeneutica di Benedetto XVI?

Nella sua dichiarazione del 30 gennaio, papa Francesco ha detto che l’opposizione al Vaticano II gli fa pensare a «un gruppo di vescovi che, dopo il Vaticano I, sono andati via, un gruppo di laici, dei gruppi, per continuare la “vera dottrina” che non era quella del Vaticano I: “Noi siamo i cattolici veri”. Oggi ordinano donne. L’atteggiamento più severo, per custodire la fede senza il magistero della Chiesa, ti porta alla rovina. Per favore, nessuna concessione a coloro che cercano di presentare una catechesi che non sia concorde al magistero della Chiesa».

Il riferimento storico di papa Francesco è ai cosiddetti “vetero-cattolici”, che nel 1870 rifiutarono il dogma del primato pontificio, furono scomunicati e uscirono dalla Chiesa. Però alcuni teologi ultra-progressisti, come Andrea Grillo, non hanno apprezzato le critiche di papa Francesco a quei cattolici dissidenti. Grillo oppone la loro disobbedienza all’“obbedienza” del cancelliere tedesco Otto von Bismarck, che accettò strumentalmente la posizione del Vaticano I, per meglio controllare i vescovi tedeschi. La posizione di Bismarck, secondo Grillo, «segnalava una possibile deriva: la riduzione al papa di tutta la autorità nella Chiesa. Cosa che, quasi un secolo dopo, il Vaticano II ha provveduto a rielaborare con grande cura». «Ecco allora il punto. La obbedienza al Vaticano II – è la acquisizione, strutturale, della sua “indole pastorale”. Ossia di una differenza tra “sostanza della tradizione” e “formulazione del suo rivestimento”. La grande stagione inaugurata dal Concilio Vaticano II – della quale siamo soltanto all’inizio – passa attraverso un profondo ripensamento delle “forme istituzionali” in rapporto alla “sostanza della tradizione”». «Così potremmo scoprire che alcuni degli elementi che hanno portato alcuni, 150 anni fa, a “non accettare” il Vaticano I, oggi, alla luce del Vaticano II, possono essere diventati patrimonio comune».

Il “ripensamento delle forme istituzionali” che Grillo auspica, è lo stesso che Faggioli critica nel suo libro, denunciando la strategia perdente di quelli che definisce i cattolici “post-istituzionali”. Sia Grillo che Faggioli appartengono alle schiere della sinistra cattolica, ma Faggioli rifiuta “l’opzione post-istituzionale” del progressismo americano e si augura che Biden possa riportare il cattolicesimo liberal nell’alveo istituzionale per arginare l’avanzata dei conservatori. Il “post-istituzionalismo”, però, è un vicolo cieco non solo per i progressisti, ma anche per i conservatori e i tradizionalisti. Finché i critici del Concilio Vaticano II rispettano, nella forma e nella sostanza, la gerarchia della Chiesa, la loro condanna non può andare al di là di un rabbuffo mediatico. Per una censura canonica mancano i presupposti logici, prima ancora di quelli giuridici. Diverso sarebbe il caso di chi volesse assumere una posizione extra-istituzionale, incitando a una rivolta aperta contro le gerarchie ecclesiastiche. Non sarebbe difficile, in questo caso, trovare gli appigli per una condanna che, pur essendo canonicamente limitata all’atto di disobbedienza, sul piano mediatico sarebbe pretestuosamente estesa a tutti gli oppositori del Concilio Vaticano II. La ragione per rispettare la dimensione istituzionale della Chiesa non è politica, ma soprannaturale. E’ legittimo, in certe occasioni, correggere filialmente gli uomini di Chiesa, compreso il Papa, ma nel Corpo Mistico di Cristo l’anima non si può separare dal corpo, l’elemento spirituale non si può separare da quello giuridico, l’invisibile dal visibile. E’ questo il mistero profondo, ma vivificante della Chiesa cattolica. 

https://www.corrispondenzaromana.it/papa-francesco-biden-e-i-cattolici-post-istituzionali/

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