Eucarestia messa sacerdote
Messa Tridentina

Forse è solo una domanda: “perché” partecipare alla Messa Tradizionale dovrebbe portare a maturare anche riflessioni dottrinali che investono quasi un intero secolo?

In realtà, è una domanda profonda, che dovrebbe assillare chiunque, qualsiasi sia la sua personale reazione al recente Motu Proprio sulla Messa tradizionale.

Naturalmente la questione si potrebbe approfondire in molteplici modi. Ne ho individuato per sintesi due: il primo è quello più autorevole, che potremmo definire “storico-canonico”, rappresentato da intellettuali del calibro di Roberto de Mattei (qui) e dal card. Muller (qui).

Il secondo è quello “pastorale”, che si divide (come prevedibile) in due fronti opposti: chi aveva già tempo prima preparato le disposizioni di divieto assoluto per la Messa Tradizionale e chi ha annunciato resistenza e perseveranza. Certamente appartiene al primo gruppo il Vescovo Declan Lang, a cui sono bastate poche ore per annunciare la fine di ogni autorizzazione a riguardo (qui). Di diverso avviso l’arcivescovo Cordileone (qui).

 

Io vorrei invece porre l’attenzione non tanto al documento in sé, ma alla Messa in quanto tale. Al Sacrificio della Messa. Quello è il baricentro. Quello è l’unica cosa che conta e che rende la Messa… Messa. Il Sacrificio della Croce e la sua rinnovazione sull’Altare è il cuore della fede, dell’unica ed eterna tradizione, di ogni Concilio. Perché così stabilito da Cristo.

 

Se la lex orandi è in continuità con la lex credendi, quanto nella liturgia – specie nelle sue più moderne evoluzioni o riforme – ci aiuta e ci educa a credere nella presenza reale di Nostro Signore e nella rinnovazione del Sacrificio?

Non si tratta solo di una questione liturgica, bensì dottrinale: il Sacrificio della Croce – che è la Misericordia di Dio – ha senso alla luce del peccato, della giustizia, del Giudizio. Ha senso alla luce che solo Cristo e la Sua Chiesa sono Verità, Salvezza e Redenzione. Ha senso perché è il Battesimo a renderci fratelli in Cristo. Ha senso alla luce del fatto che l’uomo non è un essere divino, che l’uomo non è un essere che è chiamato a prendere coscienza di sé stesso e della sua energia spirituale, ma è l’erede colpevole di Adamo, ferito dal peccato e bisognoso di redenzione. Ha senso perché rende ragione dell’ordine sacerdotale, istituito proprio per celebrare il Sacrificio. Ha senso perché rende ragione del dovere missionario di “esorcismo ed evangelizzazione” che la Chiesa, sacramentalmente, opera nel mondo. Ha senso alla luce del fatto che, sempre nel mondo, opera spiritualmente e materialmente il diavolo, principe di questo mondo, il quale più di ogni cosa odia – ovviamente – il Sacrificio della Croce e ogni cattolico Altare.

 

Prendo spunto anche dalle riflessioni del prof. Lugaresi (qui). Personalmente, avevo già scritto quanto sia pastorale, per non pochi fedeli, assistere alla Messa “credendo di andare a cena” e “senza neppure conoscere l’Ospite” (qui). Ovvero, sottolineavo quanto sia incredibilmente difficile trovare nel fedele comune – oggi – la coscienza che la Messa NON sia l’adunata festosa degli amici che si radunano in preghiera, ma che sia la riattualizzazione del Sacrificio della Croce. Il fedele comune ascolta tutto nella sua lingua, canta, batte le mani e legge le Scritture, fa la Comunione, si scambia abbracci di pace (Covid permettendo), ma spesso ignora che il momento della Consacrazione lo “trasporta” al di là dello spazio e del tempo, nel momento esatto in cui Cristo sulla Croce muore, alla presenza solamente della Madre e di Giovanni.

La liturgia è allora riflesso stesso di questa – cattolica – fede, di questo – cattolico – rito di “espiazione”. L’azione che viene compiuta sull’Altare non è semplicemente un simbolo, un ricordo, un memoriale fraterno. E neppure un rendimento di grazie, nel senso umano. È un atto sacrificale: un atto che prevede concretamente il rinnovo di quell’unico atto di sacrificio che Cristo compie tra il giovedì e il venerdì santo. Padre Pio spiegava con estrema chiarezza, quella dei semplici, che assistere alla Messa significa porsi come Maria e Giovanni ai piedi della Croce.

Allora questo dovrebbe pastoralmente preoccuparci: oltre alla trasformazione di radice luterana del sacrificio eucaristico in una festa mondana e profana, i cristiani, a causa della sostituzione del culto a Dio con la religione dell’Uomo – che molto spesso pastoralmente si respira -, rischiano di diventare «gnostici anonimi» (altro che cristiani anonimi!), caduti in una forma di ignoranza di cui probabilmente non hanno neppure colpa, perché sono stati dis-educati così.

 

A questo si aggiunge un’ulteriore riflessione: il tremendo “perché” a cui accennavo all’inizio. Perché, qualcuno, partecipando alla Messa Tradizionale, dovrebbe porre in risalto non solo la questione liturgica ma interamente quella dottrinale, secondo “un certo spirito”, il cui evento ha ormai qualche decennio di storia? Perché non si limita a considerazioni liturgiche sulla realtà del Sacrificio, ma – quasi in coerenza con queste – inizia ad andare oltre e a sollevare perplessità su altre – moderne e moderniste – aperture pastorali, dialoghi col mondo, valutazioni teologiche e antropologiche, che persino “precedono” esortazioni ecologiste, processioni con idoli pagani come la pachamama o indicazioni di fratellanza universale indipendentemente dal peccato di Adamo, dalla redenzione di Cristo, dai sacramenti e dalla Chiesa?

 

Le risposte sono due: o chi partecipa alla Messa Tradizionale viene indotto – in una sorta di gulag coatto – ad aderire ad una ideologia reazionaria e nostalgica fine a se stessa; oppure il rito antico testimonia – in sé – una fede che oggi pare apostatata, contraddetta, annacquata per lo più. Se la risposta esatta è la prima, è comprensibile chiudere e vietate tutto. Se invece possiamo prendere in considerazione e onestà intellettuale la seconda risposta, allora dobbiamo procedere in un pluridecennale esame di coscienza, davanti a Dio e al depositum fidei.

Farlo non significa affatto maturare un senso retrogrado della realtà, una nostalgia di un piccolo e bigotto mondo antico, una preferenza per i privilegi nobiliari, una fede vissuta come dottrina monolitica a cui l’analfabeta qualsiasi deve aderire senza ragione e relazione personale con Dio, un insieme di dogmi intesi come “appannaggio di corte”, una visione più che opinabile della donna o del laico in genere, ecc.

Farlo non esclude l’apprezzare gli importanti approfondimenti teologici e antropologici – propri degli ultimi decenni – ad esempio nel campo della morale (intesa non come “casistica di divieti” ma come “santa elevazione nelle virtù”), nella valorizzazione del laico, nel campo della famiglia e del rapporto sponsale e unitivo tra marito e moglie, nella teologia del corpo, nella corretta valorizzazione delle Scritture.

Al tempo stesso, farlo, esige però anche valutare se alcuni passaggi dottrinali di “alcuni pluridecennali documenti” siano davvero in continuità e non in aperta contraddizione con la fede cattolica di sempre, persino oltre evidenti abusi di prassi o di interpretazione.

Solo Maria conosce interamente la risposta. Solo Maria, a Fatima, ha indicato i piani di Dio e le prove che la Provvidenza permette. Solo a Maria – e ai suoi – è riservato il trionfo.

di Pierluigi Pavone

 https://www.sabinopaciolla.com/non-abbiate-paura-aprite-le-porte-al-santo-sacrificio-della-messa-e-alla-conseguente-dottrina/