ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 5 novembre 2011

Le galline del cortile

IL MONDO IN TECHNICOLOR DI MONS. PADOVANO... DOVE IL LATINO E' UNA LINGUA "STRANIERA"!


di Francesco Colafemmina

"Don Nicola, forse nella sua stanzetta a Roma, in Vaticano, non arriva luce... lei vede il mondo in grigio-nero (sic!), ma il mondo è a colori!  ...Venga qui a Monopoli a prendere un po' di sole, venga a fare un po' di elioterapia..."

Così ha esordito ieri sera l'elegante e raffinato vescovo della diocesi di Monopoli-Conversano, Monsignor Domenico Padovano, il suo commento/omelia al termine della presentazione del libro di don Nicola Bux "Come andare a messa e non perdere la fede". Ha poi proseguito manifestando tutta la sua contrarietà alle ricette di Sua Santità Benedetto XVI: "la diagnosi è corretta ma la terapia è sbagliata". Il libro di Bux, infatti, parte dalle riflessioni di Benedetto XVI sulla crisi del sacro quale autentica causa dell'anomia liturgica e quindi esemplifica una lunga serie di potenziali interventi per ripristinare il connubio fra liturgia e sacralità. Uno di questi interventi è costituito dalla rivalutazione della messa pre-conciliare, ma non è questo il centro della riflessione, non è l'esito ultimo della "terapia" di Benedetto XVI. E stupisce che un Vescovo pur di entrare in polemica con chi non ha la sua stessa visione della Chiesa "peace & love", sia disposto ad ignorare l'insegnamento liturgico di Benedetto XVI e a ridurre il tutto al conflitto fra conciliaristi amici del popolo indotto, e passatisti, "nostalgici" elitari col loro latinorum e soprattutto nemici del Concilio Vaticano II.
Monsignor Padovano in sintesi ha accusato don Bux di proporre la messa in latino come unica soluzione agli abusi liturgici. Un falso, visto che don Bux stesso ha ribadito che la forma straordinaria è una facoltà, è una possibilità, ma non è certo la forma ordinaria della celebrazione liturgica. Mons. Padovano ha d'altronde negato (ripetendo più volte "lo nego, lo nego") che l'interazione fra forma straordinaria e forma ordinaria sia stata proposta da Ratzinger al fine di ridare sacralità al rito nuovo e arrivare in un futuro ad un unico rito romano. 
Si è poi speso in una toccante filippica contro la lingua latina, giungendo ad affermare che "col mio papà ci parlo in italiano, anzi in dialetto"... Che il Monsignore stia pensando ad una proposta di traduzione dei libri liturgici in dialetto monopolitano o conversanese? Chiaramente da buon istrione Sua Eccellenza ha pensato di portare dalla sua parte il popolo, facendo leva su argomenti letteralmente demagogici come appunto quello della più agile comprensione della lingua italiana rispetto al latino "lingua straniera" (sic!). Sì, avete capito bene, il latino è "una lingua straniera"! Parola di Vescovo.
Ha poi ulteriormente confortato il pubblico affermando che nella sua diocesi "grazie a Dio non ci sono lefebvriani"... come a dire "da noi non c'è necessità di celebrare la messa di San Pio V"...
Povero Padovano, gli toccherebbe davvero conoscerli codesti lefebvriani che con grande cura pastorale ringrazia Dio di non avere in diocesi! Quanta ricchezza della fede scoprirebbe nelle comunità legate alla Fraternità San Pio X! E quanta carità che magari scarseggia proprio nelle diocesi più illuminate e conciliariste!

Chissà se Padovano avrà parlato al Papa, durante la sua visita ad limina,
della proposta di celebrare la messa in dialetto Monopolitano?
Dopo aver dato così stura alla sua contrarietà, dopo aver esercitato la sua arte oratoria, Padovano, ha cercato di recuperare consensi rievocando la "sonnolenza" delle liturgie in latino (forse dimentico della sonnolenza che egli stesso riesce a indurre nei fedeli durante le sue omelie), ma non riuscendoci, come una navigata maschera teatrale, è uscito di scena appena il pubblico ha applaudito una pacata risposta di don Bux, e si è sottratto alle numerose domande dei presenti, salutando con un cenno della mano inanellata...
Che tristezza! E, permettetemi di aggiungerlo, quanta ignoranza! Quanta grossolana rozzezza! Ieri ricordavo quando, da piccolo, la mia anziana zia mi portava in cattedrale, durante la festa patronale, mi additava il vescovo e mi chiedeva di baciargli l'anello. Io, bambino, avevo un po' paura di quest'uomo in talare che trasmetteva bontà e severa solennità, pur essendo minuto nel corpo... e mi vergognavo di baciargli l'anello... Quando però ne ricevetti una carezza, capii che in lui vi era il riflesso di Gesù... E' in questa bontà solenne, questa saggezza non decaduta in aneddotica seduzione delle masse, è nell'obbedienza al Pontefice, che si radica il ministero episcopale, e in questi tempi bui per la Chiesa, è vero, non sarà certo né il latino a salvarci né tantomeno l'illusoria conoscenza del rito vernacolare, ma quanto meno l'amore per Cristo e la sua Chiesa, amore che passa per l'obbedienza al Pontefice e al magistero della Chiesa.
Perciò, caro Monsignor Padovano, prima di fare altre brutte figure come quella di ieri sera, le converrebbe ripassare il pensiero di Joseph Ratzinger e comprendere quei messaggi che a lei in qualità di Vescovo il Papa ha inviato, invece di perdere tempo in inutili, stantii, vecchi, superati, programmi pastorali decennali, roba che neanche nella Russia sovietica...
"Al quesito se la Santa Sede «riammetterà l’antico rito ovunque e senza restrizioni», come lei desidera e ha udito mormorare, non si può rispondere semplicemente o fornire conferma senza qualche fatica. È ancora troppo grande l’avversione di molti cattolici, insinuata in essi per molti anni, contro la liturgia tradizionale che con sdegno chiamano «preconciliare». E si dovrebbe fare i conti con la considerevole resistenza da parte di molti vescovi contro una riammissione generale."
J. Ratzinger, Opera Omnia, Vol. XI, Teologia della Liturgia, "Ulteriori Prospettive - Il problema dei Riti romani nel Rito romano", pp.755-756:
"Personalmente, io sono stato fin dall'inizio per la libertà di continuare ad usare l'antico messale, per un motivo molto semplice; si cominciava già allora a parlare di una rottura con la Chiesa pre-conciliare e della formazione di modelli diversi di Chiese: una Chiesa pre-conciliare superata e una nuova Chiesa conciliare. Del resto, è questo ora lo slogan dei lefebvriani, affermare che vi sono due Chiese, con la grande rottura che è visibile, per loro, nell'esistenza di due messali, che sarebbero in disaccordo tra loro. A me sembra essenziale e fondamentale riconoscere che i due messali sono messali della Chiesa, e di quella Chiesa che rimane sempre la stessa. La prefazione del Messale di Paolo VI dice esplicitamente che è un messale della stessa ed identica Chiesa, che si inserisce nella sua continuità. E per sottolineare che non vi è alcuna rottura essenziale, che la continuità e l'identità della Chiesa esistono,  mi sembra indispensabile mantenere la possibilità di celebrare secondo L'antico messale come segno dell'identità permanente della Chiesa. E' questa per me la ragione fondamentale: quella che fino al '69 era la liturgia della Chiesa, la cosa più sacra per tutti noi, non può diventare dopo il '69 - con un positivismo incredibile - la cosa più inaccettabile. Se vogliamo essere credibili, per usare questo slogan della modernità, è assolutamente necessario riconoscere che quanto era fondamentale prima del '69, rimane tale anche dopo: è la stessa identica sacralità, la stessa identica liturgia. Osservando gli sviluppi dell'applicazione del nuovo messale, ho trovato ben presto una seconda ragione, di cui ha parlato anche il Prof. Spaemann: l'antico messale è il punto di riferimento, un criterio: un semaforo, ha detto lui. Mi sembra per tutti molto importante che con la sua presenza - segno dell'identità fondamentale dei due messali, anche se essi sono espressioni rituali differenti - questo messale della Chiesa dia un criterio di riferimento e diventi un rifugio per fedeli che, nella loro parrocchia, non trovano più una liturgia celebrata realmente secondo i testi autorizzati della Chiesa."
Lettera ai Vescovi di tutto il mondo sul motu proprio Summorum Pontificum (2007):
"Molte persone, che accettavano chiaramente il carattere vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò spesso a deformazioni della Liturgia al limite del sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto anch’io quel periodo con tutte le sue attese e confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede della Chiesa. (...) Del resto le due forme dell’uso del Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione “Ecclesia Dei” in contatto con i diversi enti dedicati all’ “usus antiquior” studierà le possibilità pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare con grande riverenza in conformità alle prescrizioni; ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la profondità teologica di questo Messale."

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