ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 5 novembre 2011

Temporum signa nefasta


Diario Vaticano / La cattolica Irlanda toglie la tripla A al papa
Dublino porta via da Roma il suo ambasciatore e declassa il suo legame diplomatico con la Santa Sede. Ma nel frattempo altri Stati hanno deciso invece di potenziarlo. E tra questi c'è il Regno Unito

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CITTÀ DEL VATICANO, 5 novembre 2011 – La decisione dell’Irlanda di cancellare la propria ambasciata presso la Santa Sede, oltre a quelle in Iran e Timor Est, ha il sapore del paradosso storico.

Una nazione che ha sempre puntato moltissimo sulla propria identità cattolica e sullo storico legame con la Santa Sede – anche in opposizione alla protestante corona inglese che per secoli l’ha dominata non senza vessazioni – si trova oggi ad avere un legame diplomatico con il Vaticano di rango inferiore rispetto a quello intrattenuto dal Regno Unito, che solo nel 1982 ha stabilito pieni rapporti con la sede di Pietro.

E così mentre lo scorso 10 settembre il nuovo ambasciatore inglese Nigel Marcus Baker, già consigliere privato del principe Carlo, consegnava le lettere credenziali nelle mani di Benedetto XVI definendo "eccellenti" i rapporti tra Buckingham Palace e il papato, la splendida Villa Spada sul Gianicolo (nella foto), acquistata nel 1946 dal governo irlandese per essere la residenza ufficiale a Roma del proprio ambasciatore presso il papa, dovrà cambiare la propria storica destinazione d’uso. 

Nel sito web dell’ormai ex ambasciata irlandese presso la Santa Sede si legge ancora una frase che suonava bene con la patria di San Patrizio, ma che oggi ha un sapore involontariamente ironico. Si legge cioè che Villa Spada "si erge come un simbolo della lunga e fruttuosa relazione con la Santa Sede". 

Sta di fatto che la "lunga" relazione con la sede di Pietro è ritenuta oggi dalle autorità irlandesi meno "fruttuosa" che in passato.

Il portavoce vaticano padre Federico Lombardi  ha minimizzato la portata dell’evento, ricordando che le relazioni diplomatiche permangono intatte.

Più amaro è stato il commento dell'arcivescovo di Armagh, cardinale Seán Baptist Brady, il quale ha sottolineato come nel 1929, quando nacque la Repubblica d’Irlanda, le sue prime quattro rappresentanze diplomatiche all’estero furono quelle presso Washington, Londra, la Lega delle Nazioni e… la Santa Sede.

Attualmente sono 179 i paesi con cui la Santa Sede ha pieni rapporti diplomatici. Mancano all’appello, oltre al Kosovo che ha uno statuto internazionale ancora controverso, solo quindici stati: Afghanistan, Arabia Saudita, Bhutan, Brunei, Cina Popolare, Comore, Corea del Nord, Laos, Maldive, Mauritania, Myanmar, Oman, Somalia, Tuvalu e Vietnam. Con quest’ultimo sono in corso trattative formali. Mentre con il neonato Sud Sudan la Santa Sede ha già manifestato l’intenzione di regolarizzare quanto prima i rapporti.

In base alle indicazioni fornite dall’Annuario Pontificio del 2011 sono 78 i paesi che hanno un proprio ambasciatore residente a Roma. Senza l’Irlanda saranno 77. È da notare che quasi tutti i paesi a maggioranza cattolica ci tengono ad avere un proprio rappresentante che abiti nella città del papa. Compresi Stati certamente meno ricchi dell’Irlanda, come Haiti o Timor Est. Hanno rappresentanti residenti a Roma anche paesi con meno cattolici e meno risorse dell’Irlanda, come la Macedonia e la Bosnia-Erzegovina, l’Albania e la Georgia.

I paesi che hanno un ambasciatore non residente a Roma possono essere rappresentati presso la Santa Sede da diplomatici accreditati e residenti in qualsiasi altro paese, eccetto l’Italia. La Santa Sede, infatti, da sempre non accetta di accreditare un ambasciatore che sia già accreditato presso lo Stato italiano. Senza eccezioni.

Il diplomatico inglese Ivor Roberts ha raccontato lo scorso anno sul settimanale cattolico di Londra "The Tablet" che alcuni anni fa, tra il 2004 e il 2005, anche alcuni esponenti del governo britannico "si baloccavano con l’idea di chiudere" la loro ambasciata presso la Santa Sede e di far risiedere il loro ambasciatore nello stesso edificio del collega accreditato presso lo Stato italiano.

Il motivo? Il medesimo accampato oggi pubblicamente da Dublino: difficoltà di bilancio e necessità di tagliare le spese.

Nel Regno Unito, però, quei calcoli vennero vanificati da una forte reazione contraria del primo ministro, che all'epoca era Tony Blair. 

Ma è difficile pensare che l'Irlanda possa ritornare sui propri passi, visto il modo aggressivo con cui lo scorso 20 luglio il premier Enda Kenny ha trattato il Vaticano e il papa nel suo discorso in parlamento dopo la pubblicazione del Report sugli abusi sessuali del clero nella diocesi di Cloyne.

Il vaticanista americano John Allen legge in questo episodio irlandese uno dei segni del declino della influenza internazionale della Santa Sede, declino teorizzato nel libro di Massimo Franco "C’era una volta il Vaticano".

Sta di fatto che con Benedetto XVI – un papa che pure non sembra avere in cima alle sue priorità la diplomazia pontificia – la Santa Sede ha allacciato pieni rapporti diplomatici con cinque nuovi stati: col Montenegro nel 2006; con gli Emirati Arabi Uniti nel 2007, dopo la lezione di Ratisbona; con il Botswana nel 2008; con la Russia nel 2009; con la Malaysia quest’anno.

Senza contare che, sempre con Joseph Ratzinger papa, quattro nuovi paesi hanno deciso di stabilire la residenza a Roma dei loro ambasciatori presso il Vaticano. E sono l’Australia, il Camerun, Timor Est e il Benin: il paese africano, quest'ultimo,  che il papa si recherà a visitare tra pochi giorni.

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