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mercoledì 7 dicembre 2011

Meno ricatti?

 Spagna, l’Opus Dei deve cancellare i nomi dei suoi ex aderenti

Lo ha stabilito la Corte Suprema: vanno rimossi i dati anagrafici delle persone che non fanno più parte della Prelatura “I diritti costituzionali dei singoli prima di tutto”
di
 Giacomo Galeazzi
Tratto da Vatican Insider il 6 dicembre 2011
E’ obbligatorio cancellare i nomi degli ex. La corte suprema spagnola ha intimato all’Opus Dei di rimuovere i dati anagrafici dei membri usciti dalla Prelatura personale della Chiesa cattolica.
La leggenda nera della potenza economica e politica della più importante organizzazione cattolica del mondo, dei suoi metodi di reclutamento, dell’influenza occulta ha ispirato il Codice Da Vinci di Dan Brown e alimenta gli attacchi, anche da parte di ambienti ecclesiali, alla «massoneria bianca». Dunque, non c’è segretezza degli archivi che tenga, malgrado un ultratrentennale accordo tra Madrid e il Vaticano.

A sollevare il caso fino ad arrivare al pronunciamento dei supremi giudici di Spagna è stata un’ex «numeraria» che aveva richiesto (senza ottenerla) la cancellazione dei dati personali. L’Opus Dei si era opposta alla richiesta in base all’accordo tra Spagna e Santa Sede che dal 1979 garantisce l’inviolabilità dei suoi archivi. La corte suprema spagnola, però, ha stabilito che i diritti costituzionali degli ex aderenti prevalgono sull’intesa tra Spagna e Santa Sede. La costituzione spagnola, infatti, garantisce «il fondamentale diritto a salvaguardare i dati personali» e a disporre liberamente del loro controllo. In realtà il contenuto degli statuti dell’Opus Dei esclude ogni forma di segreto. L’Opera non propone nessuna strada determinata, né di tipo economico, né politico, né culturale. Ogni fedele ha piena libertà di pensare e di agire. A tutti è richiesto di vivere una vita pienamente cristiana. «L’Opus Dei -sintetizzò il fondatore - si potrebbe paragonare a un club sportivo o a un ente a scopo benefico. Non ha nulla a che fare con le attività politiche o economiche esercitate dai suoi iscritti».
La sua causa canonica cominciò nel 1981 in un clima di diffidenza. Undici anni dopo 300 mila persone festeggiarono in piazza San Pietro la beatificazione del fondatore dell’Opus Dei. Una «rivoluzione copernicana» che aveva reso positivo l’atteggiamento dell’opinione pubblica verso l’Opera. Secondo i seguaci di san Josemaría, a essere cambiato è il clima culturale, con la fine delle ideologie e delle contrapposizioni in chiave politica. Tramontate le categorie di progressista e conservatore, si sono diradati i «distinguo» e se da beato Escrivá faceva discutere, da santo ha zittito tutti i suoi critici. Rivincita, «sdoganamento», pieno riconoscimento, insomma. Come per Padre Pio, altro modello di santità indicato da Giovanni Paolo II all’uomo del terzo millennio.
L’Opus Dei, dunque, non è nuovo alle polemiche. «Siamo ecumenici, ma non abbiamo imparato l’ecumenismo da Vostra Santità», osò dire un giorno Josemaría Escrivá de Balaguer a Giovanni XXIII che sorrise sapendo che fin dal 1950 l’Opus Dei aveva ottenuto da Pio XII il permesso di accogliere i non cristiani come «cooperatori associati». Tra gli 86mila appartenenti all’Opera abbondano i nomi «eccellenti» (Ettore Bernabei, Paola Binetti, Joaquín Navarro-Valls, decine di cardinali e vescovi). Anche Marcello Dell’Utri, braccio destro di Silvio Berlusconi, era accanto a sant’Escrivá quando il 21 novembre del 1965 fu inaugurato il centro sportivo dell’Opera, che lui aveva fondato salendo appositamente da Palermo a Roma. «Poi Dell’Utri si trasferì a Milano e la sua partecipazione si è fatta sporadica...», rievoca il portavoce Giuseppe Corigliano. L’ex ct della nazionale Giovanni Trapattoni (attuale commissario tecnico della nazionale della cattolicissima Irlanda), cooperatore, festeggia i suoi compleanni in un centro dell’«Obra» a Firenze, mentre il banchiere e neo-ministro dello Sviluppo Economico e delle Infrastrutture, Corrado Passera partecipa in Kenya ai campi estivi di lavoro per la formazione dei giovani. «L’Opus è come una pompa di benzina: vengono persone in cerca di senso e, dopo il rifornimento, non chiediamo cosa se ne fanno della benzina», assicurano gli «opusdeini» ricordando che Escrivá rispondeva «e cosa mi importa, ciò che conta è che sia santo!» a chi gli parlava di un suo figlio spirituale divenuto ministro o capitano d’azienda.
Anche la segretezza da «massoneria cattolica» viene bollata come una falsità. «Siamo poco conosciuti perché nuovi e ogni novità alimenta falsi miti: anche i francescani all’origine erano visti come misteriosi e pericolosi persino dal padre di San Francesco», precisano. Pure l’uso del cilicio (assieme al rosario, alla devozione alla Madonna e agli angeli custodi) è stato additato come prova del carattere «settario». Opus Dei, appunto, significa «Opera di Dio» e promuove fra i fedeli cristiani di ogni condizione una vita coerente con la fede, portando il Vangelo in qualunque ambiente della società e cercando la santità. Alcuni membri, i «numerari», scelgono il celibato appunto per dedicarsi con maggiore libertà al lavoro apostolico.
«L’estensione, il numero e la qualità dei membri dell’Opus Dei - scrisse Papa Luciani - ha fatto pensare a chi sa quali mire di potere, a quale ferrea obbedienza di gregari. E’ vero il contrario. C’è solo il desiderio di fare dei santi, ma in letizia, in spirito di servizio e di grande libertà». Scelte libere, come ricordava Giovanni Paolo I. L’Opus Dei aiuta i suoi fedeli a fare responsabilmente scelte libere, anche in politica. E se qualcuno raggiunge una carica importante, «è affare suo, non della Prelatura».

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