ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 3 gennaio 2012

IL MINISTRO DELL’ANONIMA VITA

 Andrea Riccardi di Sant’Egidio


dal mistero al ministero
una piccola inchiesta cattolica
  
L’anonima vita di un “Caro Leader”: Andrea Riccardi.
La comunità di Sant’Egidio, fra Riccardi e ricconi, pasti per i poveri offerti dalla Comunità ma pagati dal comune di Roma, abusi liturgici, svilimento della confessione sacramentale, colossali proprietà immobiliari e persino proprietà di bar, legami col mondo dell’alta moda e conseguenti lussuosi gala vippettari, partitini personali Todi Style a spese dell’elettorato cattolico e base di militanti di radical-sinistrorsi, matrimoni combinati, divorzi, convivenze extraconiugali, libertà sessuali e rifiuto di gravidanze manco fossero catari.
Ma che comunità “cristiana” è questa?

  di  Ester Maria Ledda
  Dico la verità: a me Andrea Riccardi suscita, qualificandosi come “cattolico”, una reazione a metà fra l’orticaria e una certa nausea. Sì, scusatemi: mi stomaca, politicamente e cattolicamente. Parole forti? Forse sì.

Del resto, il 18 dicembre 2011, a seguito del triste episodio di Firenze che ci teniamo a sottolineare come grave, il ministro Riccardi ha detto testuali parole: “Bisogna stare attenti alle parole perché possono essere pericolose. La predicazione del disprezzo ha una responsabilità di linguaggio. Occorre ritrovare un nuovo uso pubblico delle parole”.
E noi lo prendiamo in parola e più che ricorrere ad un “nuovo uso” del linguaggio, ci piace riabilitare quello di sempre, quello che ci ha resi cristiani, quel linguaggio che ha fatto grande l’Europa, prima dell’euro. Quel memorabile “il vostro parlare sia sì sì-no no: il di più viene dal maligno”, come ci raccomanda nostro Signore Gesù Cristo.
Le parole sono pericolose. La Bibbia ci dice che la parola stessa è una “lama a doppio taglio”: anche quando si travisano e quando si usano per una certa politica “corretta”. Anche quando si usano con ambiguità o per far passare gli italiani come razzisti ed intolleranti: auspicando che, dopo la visita del ministro Riccardi nel campo rom, lo stesso ci dia testimonianza di ciò che predica, portandosi a casa, magari per le feste di Natale, un bel gruppo di nomadi di questa etnia…
Spero che il neo ministro Riccardi non me ne voglia, ma che voglia piuttosto approfondire le motivazioni di tal sofferenza. Voglio di nuovo sottolineare che non ho nulla contro la sua persona: sono le sue idee politiche poco chiare, con la sua ideologia catto-progressista a provocarmi orticaria e voltastomaco. Questo merita un approfondimento.

IL MISTERO DELL’ANONIMA VITA. FRA RICCARDI E RICCONI
E’ strabiliante e al tempo stesso inquietante che di Andrea Riccardi in rete non si trovi nulla. Quando dico nulla non intendo la solita biografia o persino autobiografia condita di tante belle zollette di zucchero: no, intendo qualcosa che ci faccia comprendere come ha fatto a fare tanta fortuna, cominciando proprio da quando era studente negli anni difficili e della contestazione; come ha fatto a comprare nientemeno che un intero stabile dallo Stato, un fiume di soldi, intrecciati con le entrate e le uscite, di cui non v’è traccia di movimenti. Seppur il padre, a suo tempo, fosse un banchiere…
Una domanda è lecita: ma a noi che ce ne frega? Effettivamente nulla!
Non siamo incaricati dall’ufficio delle tasse, né dalle banche, per compiere indagini e accertamenti sui conti correnti. Siamo semplicemente fedeli che, trovandosi a disagio a doversi confrontare con certi che si definiscono “cattolici”, si chiedono come mai ci sia tanto mistero intorno a questo personaggio.
Non è una curiosità morbosa: non ci interessa sapere “la vita” di Riccardi. Ciò che ci interessa è capire quale politica cavalca Riccardi, perché di fatto questo non è chiaro. Come mai all’improvviso -reputandosi in diritto di farlo- chiedendo, nei preparativi di un governo tecnico, nientemeno che il ministero degli Esteri, che gli verrà negato, per lui, pur di farcelo entrare, verrà creato un ministero su misura anche se senza portafoglio. Del resto, seppur encomiabile la sua carità verso gli ultimi, non va dimenticato che dietro al Riccardi è tutta l’Urbe che paga. La sua beneficienza infatti è resa possibile dai soldi dei contribuenti: per chi non lo sapesse, il Comune di Roma rimborsa cinque euro a pasto per la mensa. Quindi sono i romani a pagare così abbondantemente ogni singolo piatto di pasta.
Per parlare e capire un pò il Riccardi di oggi, è necessario parlare del Riccardi di tanti anni fa e per farlo è necessario andare a pescare negli unici articoli “politicamente scorretti” – si direbbe oggi – di Sandro Magister (che ringraziamo). Il quale pare sia stato l’unico giornalista ad avere avuto il coraggio di scrivere sugli aspetti inquietanti dell’“anonima” vita del Riccardi. Il resto continua ad essere avvolto da un velo di mistero, così come misteriosa appare la sua politica, semmai ne avesse una. In tal caso ci voglia fare la grazia di aiutarci a comprenderla, questa “politica” spesso incrociata con il lusso, intrecciata di incontri importanti e a facoltosi tanto da far definire la sua Comunità “l’Onu di Trastevere”: un posto nel quale un Segretario di Stato americano, prima di andare dal Papa, ci si sofferma in amichevole visita e piacevole conversazione…
Nel 1996 e nel 1998 Sandro Magister inizia a “scoperchiare” le pentole della Comunità di sant’Egidio o, meglio, comincia a far uscire allo scoperto le mire faraoniche del Riccardi. In quell’articolo, “biografia non autorizzata”, Sant’Egidio story – Il grande bluff, il Magister mette subito in evidenza la ricca proprietà del Riccardi, che detiene in perfetto anonimato. Persino il possesso di un bar pubblico, è annoverato. Piazza sant’Egidio risulta essere, da circa trent’anni, una sorta di “cittadella” della Comunità che ne ha assunto il nome: anche i due palazzi antichi sono di proprietà della Comunità, ma come ciò sia avvenuto è pressoché impossibile capirlo.
L’unica cosa certa è che, ogni tanto, sfornano pasti caldi per i barboni e per Natale allestiscono la chiesa come un ristorante: per carità, sono gesti significativi ed encomiabili, ma cosa si cela dietro non è dato sapere. L’unica cosa che si sa -come abbiam detto- è che quei pasti li paga il comune. Loro ci mettono il locale. Ossia la chiesa.
Quanti sono i membri della comunità? E chi lo sa! Forse un esercito di migliaia, forse gruppi da venti o 50 unità che, sparsi nel mondo, si ricontano, giocando su numeri virtuali. Non è questo l’importante. Del resto, è parola del Riccardi: “Dobbiamo apparire più di quello che siamo. È il nostro miracolo. Il grande bluff”.
Di certo sembra che ci sia un beato nella sua famiglia, niente meno che: “Il maestro del futuro cardinale Ildefonso Schuster, un monaco di San Paolo fuori le Mura di nome Placido, elevato agli altari nel 1954 – come spiega il Magister -. Ed è già lui stesso un santo in terra, per i suoi fan”.
Il “carisma” del Riccardi è ambiguo, confuso ed inquieto. All’inizio di questa avventura, alcuni giovani, tutti provenienti da famiglie agiate e tutti ancora studenti liceali, decidono di trasferirsi nelle baracche periferiche di Roma. E’ il 1973. Constatando, però, la durezza della vita, ci ripensano e decidono che è sufficiente dedicarsi al doposcuola di bambini disagiati, che vivono nelle baracche, e non coabitarci.
Quasi magicamente, Riccardi riesce ad entrare in possesso dell’ex monastero di piazza sant’Egidio. Appena va via anche l’ultima monaca, il ministero degli Interni, proprietario dello stabile, glielo affitta per poche lire, provvedendo, a proprie spese (le nostre), ai restauri. Comincia l’avventura!

UNA COMUNITÀ CONFUSA E FELICE. E SESSUALMENTE ATTIVA
Riccardi, in vacanza in Belgio presso un monastero bizantino, s’innamora del rito e, rientrando a Roma, lui e gli altri cominciano a modificare la liturgia con qualche ritocco qua e là di stampo orientale e, poiché nessuno di loro è sposato, decidono di avviare una comunità di stampo monastico.
Idee molto confuse. Nel 1978 decidono di non praticare assolutamente l’astinenza e il celibato: anzi, le esperienze sessuali sono variegate (e a quanto pare molto sostanziose e numerose) e, per tanto, decidono di smetterla con la vita monastica. Cominciano a sposarsi e l’unica regola indiscussa che resta in vigore è l’obbedienza “all’abate Riccardi”, il quale, intanto, si è laureato in legge e, con un’altro tocco di inspiegabile magia, da autodidatta si dà allo studio della storia della Chiesa e in pochi mesi (si badi bene, non anni, ma in pochi mesi) guadagna una cattedra all’Università. Lo seguono, a ruota libera, i maschi della comunità.
Siamo nel 1978 e arriva Giovanni Paolo II: l’astuzia del Riccardi non ha eguali nella storia della Chiesa e l’ingenuità del giovane pontefice (aveva 58 anni appena eletto), affascinato molto da ciò che “fa chiasso”, farà il resto. Come nascerà questo idillio è bene leggerlo dalla penna di Sandro Magister:
“Quelli di Sant’Egidio studiano a puntino la mappa della prima uscita del nuovo papa, alla parrocchia romana della Garbatella. Sul tragitto c’è una scuola materna, con un’aula che dà proprio sulla strada. Per una settimana occupano quell’aula e insegnano ai bambini canti in polacco. Li tengono lì dentro a cantare anche la domenica, col papa che arriva. Finché il papa passa, sente, si ferma, entra, vuol sapere. L’idillio tra Giovanni Paolo II e Sant’Egidio sboccia così. L’innamoramento è l’estate dopo a Castelgandolfo, una sera di luglio, in giardino, con le lucciole. Cantano e ballano con lui. Fanno ‘serpentone’ tra le aiuole. Non si lasceranno più.”
L’approvazione “canonica” della Comunità sant’Egidio arriva così nel 1986, ma il Riccardi ci terrà sempre a mantenere una propria indipendenza dalla Chiesa. vuole il riconoscimento, certo, ma vuole anche essere libero di lavorare come ritiene opportuno e l’onnipotente “factotum”, segretario personale del Papa, don Stanislaw Dziwisz, sarà il loro “lasciapassare”, la loro garanzia. Riccardi è scaltro e non vuole solo le amicizie che contano, come i cardinali: non si accontenta, e così mira ai familiari di nomi importanti. La sua comunità è laica e, a dare man forte, saranno nipoti di cardinali: “don Matteo Zuppi Francesco Dante, nipoti di due porporati defunti: rispettivamente dei cardinali Carlo Confalonieri ed Enrico Dante“. La punta di diamante, però, a quanto si dice, sarebbe stato il cardinale Martini che fin dal 1975, allora rettore della Gregoriana, pare sia stato un membro effettivo della Comunità ed oggi membro onorario.

1998: SANT’EGIDIO COMBINA GUAI INTERNAZIONALI

Chiesa di Santa Maria in Trastevere. Pasti offerti agli indigenti da Sant’Egidio. Ma pagati dal comune di Roma
Una delle critiche più gravi espresse nei confronti della Comunità sant’Egidio e il suo modo di operare, arriva niente meno che dall’ex ambasciatore in Algeria tra il 1996 e il 1998,Franco de Courten. In un libro, egli riporta le stesse lamentele del vescovo di Algeri a riguardo del Riccardi e della sua opera. Leggiamo cosa dice a proposito il Magister:
“De Courten condivide in pieno le critiche dell’arcivescovo e le sostiene di fronte al governo italiano. In quegli anni, a capo del governo c’eraRomano Prodi, sorretto da una coalizione di centrosinistra con il PDS, erede del Partito comunista italiano, come maggiore partito. Ministro degli esteri era Lamberto Dini. Tra i sottosegretari spiccava Piero Fassino […] Dal diario dell’ambasciatore de Courten risulta che il ministero degli esteri italiano era molto sensibile all’azione di lobbying svolta da Sant’Egidio per guadagnarne l’appoggio. Le pressioni della Comunità si esercitavano anche sui dirigenti delle aziende petrolifere italiane. E le une e le altre pressioni ottennero il richiamo anticipato a Roma dell’ambasciatore, principale oppositore dell’azione della Comunità.
L’esonero dell’ambasciatore avviene nella primavera del 1998. Ma invece che una strada spianata, per Sant´Egidio cominciano i guai. Il ministro degli esteri Dini va in visita in Algeria e sconfessa – dopo averla tanto appoggiata – la “diplomazia parallela” della Comunità. Dal Vaticano piovono reprimende: non solo per le attività di politica internazionale ma anche per ragioni più strettamente religiose, di vita interna al gruppo. E in quella stessa primavera, su L´Espresso, esce la prima grande inchiesta controcorrente sulla Comunità, che provoca un terremoto dentro e fuori di essa. Il 1998 è insomma annus horribilis per Sant´Egidio. Al quale si aggiunge, oggi, la pubblicazione delle memorie dell’ambasciatore de Courten”.
Franco de Courten, “Diario d’Algeria”, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 2003, pp. 424, euro 16,00.
Il libro prodotto, invece, dalla Comunità di Sant´Egidio a difesa della propria azione, verrà valutato dall’arcivescovo di Algeri come un ulteriore “pericolo per la sicurezza della comunità cristiana in quel paese”. 

L’UOMO CHE NON REPLICA MAI

La Santa Sede ha vietato a Riccardi di tenere le omelie durante la messa al posto del prete, nelle chiese occupate dalle sue comunità. Ma come vedete, Riccardi continua imperterrito a "predicare" la sua ideologia sociale
Le altre “questioni” religiose che non piacciono alla Santa Sede sono, riepilogando, queste:
-Riccardi non deve fare l’omelia al posto del sacerdote come invece fa;
-la Liturgia non può essere modificata secondo la propria creatività e, nella Comunità, c’è troppa creatività;
-i matrimoni si sfaldano e ci sono troppe convivenze e i figli in affido crescono senza un padre e una madre, ma nelle “comuni”, e questo proprio non piace!
Andrea Riccardi non è uomo da scomporsi facilmente: non replica mai; dove può reagisce accontentando la Santa Sede avanzando piccole correzioni; dove non vuole fa orecchie da mercante, proseguendo con le sue iniziative, lasciando alla Comunità i suoi modi di vivere e continuando a cercare, con i suoi modi ambigui e falsamente compiacenti, amicizie fra il clero.
Se i membri della Comunità sant’Egidio sono attivi tra i poveri delle città urbanizzate e nel dialogo tra le religioni e molti di loro sono sposati, c’è un inquietante situazione che è causa di vero imbarazzo: non hanno figli o, meglio, non ne hanno in numeri sostanziosi e, soprattutto, non vogliono averne. Mario Mazziti, sposato con Cristina Marazzi e senza figli, portavoce ufficiale della comunità, nel 1996 spiegava tale fenomeno con queste parole: “Di fronte a tanti uomini e bambini abbandonati, non esiste solo la paternità di sangue”. Insomma, per Riccardi, il matrimonio è “solo” un rimedio alla concupiscenza, il rito è celebrato senza solennità e i coniugi, una volta sposati, evitano di darlo a vedere, spiega Mazziti, per “evitare di offendere chi è solo”. Poi conclude: “i nostri figli sono i poveri”, che prendono -pochi per la verità- in affido soprattutto dal terzo mondo: insomma, più che alla famiglia, il Riccardi guarda e tiene alla “comune”. Fa riflettere il senso di questa “carità”: se diventa esclusiva all’interno di un matrimonio, sfida i fondamenti stessi della natura umana, della famiglia; questa “carità” che è legittima e santa se è un “di più”, e non una sostituzione della procreazione, ci fa perciò domandare se per caso la più alta forma di carità non sia quella di essere caritatevoli con le persone che ci sono più vicine anziché con le lontane; se carità che significa amore non significhi prima di tutto e inderogabilmente dare senso al matrimonio e al progetto divino procreando e amando quel che si è procreato. Se la carità non sia possibile disgiungerla dalla responsabilità, in prima persona, rifiutando di diventare genitori. Sposi che non fanno figli… ma si mettono la coscienza apposto “affittando” qualche piccolo africano per qualche settimana… e in nome del politicamente corretto. Sempre che il “piccolo africano” abbia davvero bisogno di queste attenzioni extra… e non stia magari meglio se lasciato in pace nella sua terra, senza estenuanti trasferte. Non sono sentenze, le nostre: sono domande che è doveroso porsi. Tant’è che non siamo sicuri della risposta. Però abbiamo occhi per vedere:Il vero problema delle aree metropolitane è proprio l’indifferenza, la solitudine affollata (e talora neppure affollata), lo sgretolamento dei rapporti famigliari, il venir meno della trasmissione dell’educazione. Altro che Africa… il terzo mondo è qui.

IL VATICANO VOLTA LE SPALLE A RICCARDI. PERSINO MARTINI. MA PRODI NO… E CHE TE PARE!

Sant’Egidio. Chiesa S.Maria in Trastevere. Babbo Natale. Augurando a tutti “buon natale”… non “santo natale”… casomai qualche islamico si offende
La gravità delle “stranezze” del Riccardi e della sua comunità è comprensibile leggendo attentamente il passo di Sandro Magister, nella sua inchiesta del 1998:
“La celebre comunità cattolica di Trastevere, quella raccontata dal dossier dell’Espresso del 9 aprile 1998, ha festeggiato i trent’anni di nascita con luccichìo di celebrazioni. Intanto, però, il Nobel per la pace è sfumato. Il ministro degli Esteri italiano, Lamberto Dini, li ha scaricati. Il cardinal segretario di Stato, Angelo Sodano, li ha ammoniti in pubblico. Il suo braccio destro in Vaticano, Giovanni Battista Re, li ha torchiati in privato. I cardinaloni amici di una volta girano alla larga. Persino il papa s’è raffreddato con loro.
Questa del papa proprio non se l’aspettavano. Lo stato maggiore di Sant’Egidio, in testa il fondatore e capo supremo Andrea Riccardi, aveva chiesto un incontro solenne con Giovanni Paolo II per la fine di maggio. Ma non solo il papa non ha concesso l’udienza. Gli ha negato anche il messaggio scritto di benedizione: quello che Riccardi contava di leggere dal pulpito nel momento clou della festa, nella basilica di Santa Maria in Trastevere. Se si pensa che cinque anni fa, in occasione del venticinquennale, papa Karol Wojtyla era andato di persona in visita a Sant’Egidio, sprizzando ammirazione, il voltafaccia è di quelli che bruciano.
In Santa Maria in Trastevere, la sera del 20 maggio è andato il cardinal Sodano, il numero uno della diplomazia vaticana. Ma non a consolarli. Nel suo discorso, di fronte a decine di ambasciatori, il segretario di Stato non ha degnato di una parola che è una la diplomazia free lance che ha reso celebre Sant’Egidio nel mondo. Altro che Onu di Trastevere. Sant’Egidio si dia alle «opere di carità» che, questa sì, è la sua vocazione «precipua», ha ammonito il cardinale. Sempre tenendo bassa la cresta. Perché Sant’Egidio non ha inventato niente. Già santa Francesca Romana nel secolo XIV, ha ricordato Sodano, «percorreva Trastevere col suo asinello carico di pane e legna per i più poveri». E prima ancora la diaconessa Olimpia, a Costantinopoli, «dava ogni giorno refezione a più di mille poveri del luogo». Idem san Bernardino da Siena, che «fondò la Compagnia dei Disciplinati per santificarsi nel servizio dei poveri. La Compagnia dei Disciplinati era una comunità di Sant’Egidio dei suoi tempi».
Nome a puntino, questo dei Disciplinati. Perché proprio la disciplina cattolica è il punto debole di Sant’Egidio, agli occhi delle autorità della Chiesa. Pochi giorni dopo il discorso raggelante del cardinal Sodano, Riccardi e i suoi sono stati chiamati a rapporto dall’uomo chiave della macchina di governo vaticana, il sostituto Giovanni Battista Re, capo della seconda sezione della segreteria di Stato. E Re ha detto loro nudo e crudo quello che Sodano non aveva detto in pubblico. Ha loro intimato di non far danno alla diplomazia pontificia e alla stessa Chiesa con iniziative diplomatiche parallele tipo quella fallita in Algeria. Li ha richiamati a rispettare le norme in campo liturgico: in particolare il divieto per i non preti di predicare durante la messa. Li ha richiamati a una vita più virtuosa, facendo capire d’essere al corrente di molte cose della comunità: i matrimoni combinati, i divorzi, la natalità zero, la rottura con le famiglie d’origine, tutte cose non in linea con gli ideali d’una vita cristiana”. Fin qui Magister, l’unico che ha osato parlar chiaro su questa Comunità e sul suo padrone, dei quali l’origine delle loro gigantesche fortune resta avvolta nel mistero più cupo e inquietante.
Chi pensasse che le cose siano cambiate rimarrebbe deluso.
Riccardi ha soltanto badato alle apparenze, ma, di fatto, ha completamente ignorato i fondamentali dei richiami: quando arriva un alto prelato per conto della Santa Sede, gli si fanno trovare le correzioni eseguite, ma generalmente si continua a procedere come sempre.
Insomma, alla fine degli anni ’90, la Comunità sant’Egidio e lo stesso Riccardi, come si è detto, cadono “in disgrazia”. Il Vaticano prende le distanze, il Papa si dice offeso e dispiaciuto dal loro comportamento e persino il cardinale Camillo Ruini, loro grande sostenitore, li abbandona. Idem si dice abbia fatto lo stesso cardinale Martini, che non vuole più il suo nome associato alla Comunità. Riccardi resta in compagnia di Romano Prodi, che politicamente non lo abbandona, e gode persino dell’amicizia e della difesa di Mario Capanna, noto sessantottino e fedele comunista con declinazione radical-chic. Anche il settimanale “Liberal” continua a dire un gran bene dei membri della comunità e don Paglia, non ancora vescovo, vi tiene una rubrica. Più tardi diventerà vescovo. Viene da chiedersi se certe amicizie aiutino la carriera. Non risponderemo di proposito a questa dolorosa domanda, ma i fatti, di ieri e di oggi, rispondono per noi.

QUELLE CONFESSIONI AL “FRATELLO MAGGIORE”

Mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni, numero due di Sant’Egidio. Amico di tutti i potenti. Riccardi si è girato tutti i vescovi del Veneto e sta facendo alchimie pur di vedere il suo sodale patriarca di Venezia. Qualcuno dice che Riccardi, ormai nella sua incontenibile ambizione, si è convinto di poter fare dell’amico vescovo addirittura il prossimo papa: la più megalomane delle ambizioni… ma sarà una maldicenza! Tuttavia a Terni hanno battezzato il loro non troppo amato vescovo, come “mons. Vincenzo Piglia”, per dire che è taccagno assai
Nel 2003, per i 25 anni della Comunità di sant’Egidio, il clima di diffidenza non sembra essere mutato, ma il Riccardi è un uomo tenace, sa aspettare e, nel frattempo, non si scompone, continuando ad andare avanti con le sue idee. Neppure Sandro Magister, però, molla la presa e pubblica un articolo firmato da un ex appartenente alla comunità di sant’Egidio. Generalmente, certe “confessioni” non vengono mai prese sul serio quando a parlare è un “fuori-uscito” da una sètta o da un gruppo: questo atteggiamento è sbagliato, soprattutto se il “penitente” è una persona credibile, serena, e, nel suo racconto, non giudica le persone ma espone semplicemente dei fatti.
In questo caso, l’ex esponente del gruppo che ha deciso di parlare non è un semplice membro, ma è stato coinvolto ad alti livelli. Nella sua esposizione, affida il giudizio alla Chiesa, ad un tribunale della diocesi romana: un elemento, questo, che rende credibile ed affidabile la sua denuncia.
Il primo allarme che un buon battezzato deve prendere in considerazione è quando in una comunità si impongono “padri e madri spirituali” oppure, in altri casi, “catechisti” che interferiscono in modo forte con l’andamento della vita altrui. Ancor di più, se non sono neppure sacerdoti, e se, all’interno della comunità, ci si relaziona come in una sorta di “famiglie allargate”, le cosiddette “comuni”. Se vi imbattete in questo genere di situazioni, fuggite immediatamente: non sono questi, infatti, gli insegnamenti della Chiesa!
A questo poveretto gliene sono capitate di tutti i colori, come l’arcobaleno che sbandierano; ma la cosa peggiore che ha dovuto affrontare è stata la “comune” con questi “padri e madri” spirituali. Assolutamente privi di discernimento essi stessi, e talmente impregnati di assurdità al punto da non intravvedere che schiacciamento e che offesa alla dignità della persona, della creatura di Dio, si son trovati a praticare, nell’imporre le loro regole, nel guidare e giudicare chi gli si era affidato. Diffidate, anche se a questo genere di vita vi ci obbligano dei sacerdoti, fossero anche vescovi. Racconta, infatti, questo “pentito”:
In questa atmosfera di rispetto e venerazione per i capi, chi fa da padre spirituale diventa portatore di una autorità sacra e incontestabile, proiezione di quella del fondatore. [...] Don Vincenzo Paglia, l’assistente spirituale della comunità divenuto vescovo nel 2000, ha molto contribuito a rafforzare il ruolo del fratello maggiore. A chi si confessava da lui, prima dell’assoluzione raccomandava due cose; la prima era di formulare una preghiera pubblica durante la messa, la seconda di confidare le cose dette in confessione al fratello maggiore responsabile della sua vita. Ma di fatto, nella comunità, il colloquio con il fratello non si aggiunge alla confessione, semplicemente ne prende il posto. È noto che nella comunità di Sant’Egidio la confessione sacramentale è poco praticata…“.
Non dite mai le cose dette in confessione a nessuno della vostra comunità, neppure al catechista, neppure al genitore. Questo tipo di imposizioni accrescono i sensi di colpa e vi rendono schiavi della comunità, vi rendono ricattabili e vi fanno venire meno il desiderio della confessione. Inoltre è sacrilegio! La Confessione è un sacramento, non una seduta di psicanalisi. Nessun sacerdote, neppure un vescovo può imporvi o obbligarvi a rivelare a chi non è sacerdote (e, se sacerdote, deve essere per validi motivi) il contenuto della vostra confessione: solo in caso di reati gravi come l’omicidio o la partecipazione ad esso, il sacerdote può e deve incoraggiarvi a confessare il delitto o un’altra gravissima mancanza alle autorità competenti. Una volta pentiti dello sbaglio commesso, del peccato compiuto, ci si avvia per una vita di penitenza e di riparazione, ma senza sensi di colpa: piuttosto, liberati dalla colpa con l’assoluzione, ci si ritrova di nuovo sereni e pronti affrontare la giusta pena per riparare il male fatto.
Diffidate di quelle comunità che impongono la confessione dei vostri peccati nelle assemblee, pubblicamente, o anche “confidenzialmente” al vostro “catechista”. E’ falso che l’umiltà e l’obbedienza debbano passare per questo genere di umiliazioni: queste iniziative sono tutte di stampo settario e servono a tenervi schiavi delle vostre confessioni che, avendo fatto conoscere pubblicamente, vengono usate per ricattarvi e per tenervi sottomessi.
Nessun sacerdote può prestarsi a simili sacrilegi. Reagite e denunciate questi comportamenti. Abbiate il coraggio di uscire fuori da questi ingranaggi maledetti e perversi: questa non è la Chiesa, non è la sua dottrina.
Molti gruppi, nel post-Concilio, hanno sviluppato questi atteggiamenti che sono di stampo protestante/pentecostale e che di cattolico non hanno nulla. Serve loro per tenere schiacciati i membri della comunità, caricati “di pesi”, in modo tale tenerli sotto controllo, ed impegnarli esclusivamente nelle faccende della comunità.

L’”ASSISI” DA CUI IL PAPA PRENDE LE DISTANZE…

La Congiura degli Eguali
Il quadro che ne esce non ci sorprende più di tanto. E’ devastante sì, ma come qualsiasi aggregazione settaria. E chi ci ha seguito nell’inchiesta sulla falsa bandiera della pace, sulla Chiesa glocal di mons. Bruno Forte, sulle puntate dedicate alla devastante teologia di mons. Tonino Bello, chi ha letto qui nel sito l’articolo sull’arcano personaggio che è il laico Enzo Bianchi, chi ha seguito l’articolo sempre sul sito sul “casellario giudiziario dei catto-comunisti ” e quant’altro, comprenderà che la stessa Comunità sant’Egidio con il suo fondatore, con le rivelazioni del “penitente” che confessa non pochi retroscena, è parte integrante di quel modernismo che san Pio X seppe profeticamente denunciare e condannare. Dove la matrice è sempre la medesima: quella del pacifismo, della fede del fai da te, del sincretismo, di una politica che coinvolga i battezzati all’interno di giochi di potere che tengono ben lontana la dottrina sociale della Chiesa, la comune militanza nella sinistra ex comunista o ancora tale. Ancora, quella che, all’occorrenza, inventa una personale dottrina sociale, quella del catto-progressismo o, forse, oggi dovremo dire quella dell’Andrea Riccardi ministro. Non è un caso che per reclutare giovani il Riccardi abbia a suo tempo dato origine al “Paese dell’arcobaleno”, sul quale sventolava la classica bandiera omosessualista e che solo dopo il 2000 il Riccardone cambiò ponendola in verticale con la classica colomba al centro. Come ben sappiamo, però, il lupo perde (o cambia) il pelo ma non il vizio.
Per quante biografie si possano leggere, il fenomeno “Riccardi” tale resta: un fenomeno. Non sta a noi giudicare Riccardi come persona, noi ci basiamo solo sui fatti che di tal fenomeno ci dicono, più semplicemente, che egli è uno che “viaggia per conto suo”, non certo con la Chiesa: ha i suoi progetti da mandare avanti e ciò che vuole lo ottiene o con le buone o con le cattive. Come nel caso della sede della comunità che, nel 1973, egli “occupa” senza alcuna autorizzazione e che, inspiegabilmente, otterrà prima in affitto e poi come proprietà…
Pochi sanno che il primo incontro di Assisi fu voluto ed organizzato dal Riccardi. Da allora, è sempre stata la comunità igidina a condurre questi incontri. Tuttavia, con Benedetto XVI, la “musica” è cambiata: per sei anni il Papa non ha accolto l’invito del Riccardi, e l’Assisi del 2011, annunciato dal pontefice, per la prima volta nella sua storia, è stato organizzato completamente dalla Santa Sede, togliendo al Riccardi questo monopolio che aveva assunto risvolti sincretisti.

VALORI…NEGOZIABILI

Sandro Magister. L’unico giornalista cattolico che ha avuto il coraggio di tentare di scoperchiare il vaso di Pandora della Sant’Egidio
Le idee del Riccardi sono, a prima vista, ragionevoli, aperte, dottrinali. A prima vista. In verità, però, sono sempre avvolte da un alone di ambiguità che non conduce mai ad una risposta inequivocabile. Un esempio è dato da una intervista su Magazine del marzo 2009. Ne trascrivo un passo:
Lei è favorevole alle unioni di fatto?
“Viviamo in un mondo sfasciato. Se non si tiene in piedi la famiglia…”.
- E che cosa c’entra questo con le unioni di fatto?
“Sono per i diritti. Ma non si può mettere tutto sullo stesso piano: meno famiglia significa più fragilità sociale”.
La risposta è impeccabile a riguardo della famiglia, ma Riccardi non risponde alla domanda. Anzi, c’è una risposta ambigua: “sono per i diritti, ma…”. Come a dire: non sono contrario alle coppie di fatto, l’importante è valorizzare la famiglia, l’importante è che non siano poste sullo stesso piano…
Idem sull’aborto. Riccardi è contrario senza alcun dubbio, ma solo nella teoria perché, nella pratica, c’è sempre quel “ma” attraverso il quale giungere a giustificare la scelta di un aborto e trasformando la scelta di abortire in una sorta di disgrazia, un incidente. Meglio dunque l’uso dei contraccettivi, che sono il male minore, dimenticando però che per un cattolico il male minore non deve esistere e può solo essere tollerato quando viene imposto, ma nella vita del cattolico non può essere accettato.

SULL’ICI RICCARDI SI DOMANDA SE LA CHIESA NON SIA IN “MALAFEDE”. FACESSE CHIAREZZA SULLA SUA COMUNITÀ PIUTTOSTO…

Sempre a tentare di cooptare con tutti i trucchi cortigiani (rocamboleschi talora) i papi. Papa Benedetto li tiene a una distanza di sicurezza. Soprattutto a ottobre ha strappato finalmente dalle mani tendenti al sincretistico di Riccardi il famigerato incontro di Assisi. Che Riccardi le precedenti volte aveva trasformato nella mecca del pacifismo ideologico e nel santuario della militanza cattocomunista, comunista e politicamente corretta e cioè liberal. Persino Bertinotti da allora ha cominciato a marciare su Assisi. Ma è marcito quasi subito...
E così Andrea Riccardi è diventato ministro di un governo non “politico” ma “tecnico” (ossia della sinistra che non osa dire il suo nome). Qual è la politica del Riccardi? A cosa mira? Quale il suo contributo?
Intervistato da Lucia Annunziata su RaiTre, in questo triste dicembre 2011 di tasse imposte dal governo senza mandato popolare di Monti, il neoministro Riccardi ha affermato che le attività commerciali della Chiesa dovrebbero pagare l’Ici-Imu usando queste parole: “Credo che le attività di culto, culturali, della Chiesa siano una ricchezza per il Paese e quindi l’Ici-Imu non va pagata”, e ancora: “per quelle che possono essere le attività commerciali gestite dalla Chiesa, dai religiosi, dalle associazioni cattoliche vigilino i Comuni o chi è preposto a questo per vedere se l’imposta viene pagata e intervenga”. Senza “fare una grande battaglia”, ha precisato il Riccardi, “si valuti caso per caso e si intervenga: se c’è stata mala fede si prendano le misure necessarie”.
Malafede” nella Chiesa o nelle intenzioni del Riccardi? Abbiamo iniziato l’articolo concentrandoci sul senso delle parole e sui fatti. Non si fa dunque male se pensiamo che in malafede possa essere il Riccardi e che, da questa situazione, si vorrà forse prendere (notare il condizionale, prego!) una rivincita, una sorta di vendetta per il trattamento severo ricevuto dalla Santa Sede?
Alle solite il bue che dà del cornuto all’asino. Infatti, la prima associazione cattolica che dovrebbe rendere limpidezza delle sue spese (ed entrate) ai contribuenti ed allo Stato è proprio la Comunità di sant’Egidio… Poi i sindacati. Ma anche i partiti politici, e le ambasciate, i consolati. E poi i cinema, i teatri, le camere di commercio. Le altre “chiese”, quella Valdese, quella evangelica, la luterana, l’ebraica e persino l’Assemblea di Dio… Tutte queste organizzazioni, associazioni, chiese sono esenti dall’ICI, ma nessuno lo dice. Intanto, in un servizio su Il Fatto Quotidiano del 7 dicembre, si mettono in evidenza i contatti della Comunità e del Riccardi con il mondo della moda, della politica e degli affari. Si parla di Agenda Sant’Egidio, “joint venture di Bulgari con la comunità religiosa”, al cui gran galà vengono invitati vip, ricchi, prelati e politici, nonché il banchiere Luigi Abete (Bnl),Aurelio De LaurentiisFrancesco Bellavista CaltagironeMaite BulgariFranca e Paola Fendi
Non ci addentreremo nei meandri torbidi delle tasse e dell’ICI, non spetta a noi farlo e il quotidiano dei vescovi Avvenire ha già offerto al pubblico un ricco dossier che spiega tutti i dettagli della situazione. Ci preme sottolineare, però, come anche il sito La Bussola Quotidiana abbia “bacchettato” il neo ministro per le sue parole ambigue che gettano confusione sulla Chiesa anziché rendere chiarezza della situazione. Lo spiega bene Riccardo Cascioli da La Bussola del 9 dicembre con queste parole:
“Ci mancava anche il ministro Riccardi ad aggiungere un po’ di confusione sul tema Ici e Chiesa. E’ vero, le sue parole pronunciate durante un’intervista in un programma tv della Rai sono state volutamente forzate: non ha detto la Chiesa paghi l’Ici, come hanno titolato alcuni giornali online; ha detto che gli edifici ecclesiastici adibiti ad attività commerciali già pagano l’Ici, e che se ci sono abusi tocca ai Comuni vigilare. Ma non c’è dubbio che le parole di Riccardi restano ambigue e fonte di ulteriore confusione, in un momento in cui è stato rilanciato il tormentone dell’Ici per attaccare la Chiesa”.
Insomma, esenti dall’Ici sono anche tutti quegli edifici pubblici destinati a compiti istituzionali posseduti dallo Stato, da enti territoriali come Regioni, Comuni, consorzi tra enti pubblici, comunità montane, unità sanitarie locali. E ancora le università e gli enti di ricerca, le aziende pubbliche di servizi alla persona (ex Ipab). E siamo solo nella sfera pubblica. C’è, però, anche quella privata. Nella quale dobbiamo annoverare fondazioni, comitati dediti ad attività socialmente utili, organizzazioni di volontariato, organizzazioni non governative, associazioni di promozione sociale, sportive dilettantistiche e le fondazioni risultanti dalla trasformazione di enti autonomi lirici e delle istituzioni concertistiche assimilate. Ultima perla: a non pagare l’Ici sono anche i separati e i divorziati che abitano nella ex casa coniugale e che, ovviamente, non risultano assegnatari dell’abitazione. Insomma, si fa prima a chiedere chi paga l’ICI piuttosto che chi ha il privilegio dell’esenzione, igidini e Riccardi compresi…

RICCARDONE DA… TODI
Ci sembra che l’interesse del Riccardi sull’uso delle parole, come abbiamo riportato all’inizio, si indirizzi esclusivamente verso l’ambito politico, quando soprattutto si tratta di interessi della sua politica. Più disinteressato all’ambiguità del linguaggio appare, invece, quando certe questioni riguardano quella legittimità della Chiesa a cui presta minore attenzione. Ancora, però, rimane qualcosa di incompreso: a che gioco sta giocando Riccardi? Dove vuole arrivare? Qual è la sua politica?
Riguardo tali domande, ci sembrano illuminanti le recenti risposte che involontariamente ci vengono fornite dal Corriere della Sera del 14.12.201:
Che dire? E’ in atto la formazione di un nuovo fronte politico che intende radunare i cattolici sotto una nuova dottrina sociale, quella di Andrea Riccardi con i sindacati più moderati [plurale retorico, per la verità: il sindacato in questione non c'entra, si tratta di un sindacalista e cioé del segretario della Cisl Bonanni, per altro appartenente al Cammino Neocatecumenale. Ndr] con CasiniCesa eFioroni (Udc e Pd). Stiamo parlando di un nuovo soggetto politico, una sorta di Federazione, il cuiregista è, naturalmente, Andrea Riccardi, che, in quest’orgia politica, è sostenuto anche dalla bellaBindi.
Inutile dire che ci appare l’ennesima truffa all’italiana maniera, l’ennesimo tentativo dei catto-progressisti di diffondere un pensiero politico-sociale che nulla ha che vedere con la Dottrina Sociale della Chiesa, ma, al contrario, tendente proprio a muovere ostilità alla Chiesa nel campo sociale. A dirlo non siamo noi, ma proprio il cardinale Angelo Bagnasco che, già nel famoso incontro ottobrino a Todi, mise nero su bianco che la Chiesa “non ha alcuna intenzione di farsi imprigionare dentro i confini di una nuova politica per altro poco chiara e lontana dalla sua Dottrina Sociale…”.
Casini, dal canto suo, l’ha spiegata meglio: intende fare dell’Udc una piattaforma che riunisca i cattolici-moderati degli altri partiti. Nella lista campeggiano PisanuFittoFrattini, ma anche esponenti laici che fanno parte dell’attuale governo, come Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università del Sacro Cuore (di lui, però, gli artefici della manovra parlano poco: per loro è un “corpo estraneo, ma necessario”).
“Iniziativa per l’Italia” è stata così varata il 13 dicembre presso un Istituto religioso di cui si ignora il nome, con una riunione degli esponenti fino a qui citati e, naturalmente, il predicatore è stato Riccardi che gode della stima e della fiducia del presidente Napolitano, ma, a quanto pare, non gode della fiducia dell’attuale presidente della Cei e dell’attuale gotha della Santa Sede.
Riguardo alla CEI c’è, però, un equivoco di fondo: il quotidiano “Avvenire” – di proprietà della Conferenza Episcopale Italiana (quindi letto da tutti come espressione della linea dei vescovi, e così non è, e men che meno lo è dei cattolici, e della dottrina persino), in realtà, diretto da Marco Tarquinio con un’autonomia di cui va fiero – sembra invece dar credito e sostegno all’operazione di Todi e ai suoi sviluppi. A tal proposito, appare davvero incomprensibile come sia possibile che il Presidente dei vescovi italiani sia contrario allo sviluppo di Todi e al coinvolgimento della Chiesa e dei cattolici in queste squallidissime manovre partitiche-contenitore, mentre contemporaneamente, dalle pagine del suo giornale si lascino passare articoli favorevoli alla politica, ancora indecifrabile, di Riccardi e company.

LA NUOVA DOTTRINA SECONDO IL PREDICATORE: RICCARDONE DA TODI

Sensibilissimo alle prebende, ai riconoscimenti sociali e agli applausi mondani: una vita a coccolare il mondo dei "buoni sentimenti"... che secondo l'impagabile Longanesi favoriscono sempre "le peggiori cose"...
Commenta Casini: “In questa legislatura abbiamo già fatto molto, ma è ora di completare il lavoro”. Per il quale in teoria c’è ancora un anno e mezzo, fino alle elezioni del 2013. E se invece si andasse a votare prima, nella prossima primavera? “Come Terzo Polo – rispondono dall’ Udc – siamo già al 18 per cento. Se poi parte il nuovo soggetto politico…”. Il “nuovo” – ormai lo capiamo – sta per Riccardi!
“…abbiamo già fatto molto”: perdonatemi, Casini o ci è o ci fa. In cosa consiste questo “aver fatto molto”? Francamente ci sfugge, a meno che con questa frase sibillina non si intenda la demolizione del governo legittimamente eletto dai cittadini, per permettere alla loro idea di farsi strada. Personalmente, non vedo altro attività svolta da Casini e company.
Insomma, Casini fa da garante politico di questa nuova dottrina sociale e Riccardi, da dietro le quinte (ma neppure tanto) fa il predicatore della nuova dottrina.
Ma il 17 ottobre a Todi, nella sua conferenza di prima mattina – sottolinea Sandro Magister nel suo recente articolo – il cardinale Angelo Bagnasco ha messo subito in chiaro quello che il “Corriere della Sera”, grande sponsor laico di quel conciliabolo tra cattolici con a capo Riccardi, non avrebbe proprio voluto sentirsi dire.
Va bene discutere e operare politicamente, ha concesso il cardinale, “sulle vie migliori per assicurare giustizia sociale, lavoro, casa e salute, rete accogliente e solidale, pace: valori, questi e altri, che vanno a descrivere ciò che è chiamata etica sociale”. Ma la posta in gioco decisiva non è questa, perché ha immediatamente aggiunto:
La giusta preoccupazione verso questi temi non deve far perdere di vista la posta in gioco che è forse meno evidente, ma che sta alla base di ogni altra sfida: una specie di metamorfosi antropologica. Sono in gioco, infatti, le sorgenti stesse dell’uomo: l’inizio e la fine della vita umana, il suo grembo naturale che è l’uomo e la donna nel matrimonio, la libertà religiosa ed educativa che è condizione indispensabile per porsi davanti al tempo e al destino. Proprio perché sono ’sorgenti’ dell’uomo, questi principi sono chiamati ‘non negoziabili’. Quando una società s’incammina verso la negazione della vita, infatti, ‘finisce per non trovare più le motivazioni e le energie necessarie per adoperarsi a servizio del vero bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono’ (Benedetto XVI, Caritas in veritate, n. 28). Senza un reale rispetto di questi valori primi, che costituiscono l’etica della vita, è illusorio pensare ad un’etica sociale che vorrebbe promuovere l’uomo ma in realtà lo abbandona nei momenti di maggiore fragilità“…
Qui potrete leggere integralmente il testo:
A quanto sembra, la Comunità sant’Egidio, Andrea Riccardi e la sua politica, costituiscono uno di quei rischi per i quali risuona l’allarme lanciato dalla Chiesa contro chiunque usi ed userà la politica per consentire l’infiltrazione, a nome del mondo cattolico, di una dottrina che non le è affatto propria, ma che, al contrario, combatte continuamente contro quei valori che per la Chiesa non sono negoziabili e che alcuni, come il Riccardi, invece, vorrebbero svendere. Pur di guadagnarci qualcosa di personale. 

TROPPO VECCHIO PER LA POLITICA”. MA POI SI FIONDA SULLA FARNESINA…
Sempre da questa intervista del 2009 sopra citata, è importante notare come già da allora il Riccardi mostrasse interesse perché la sua comunità igidina diventasse un polo politico. Ascoltiamo le sue risposte:
- Lei crede nel progetto di terzo polo centrista e cattolico a cui lavora Pierferdinando Casini?
“Guardi, io non sono mai stato un fanatico del bipolarismo, anche perché non credo all’effetto salvifico delle strutture e dei sistemi politici. Il bipolarismo, poi, è un sistema che drammatizza i problemi, non solo quelli etici. La seconda repubblica, bambina mai nata, ci ha regalato una classe dirigente modesta”.
- La sta prendendo da lontano.
“C’è un problema serio di cultura politica, che oggi è immiserita. E mi sembra che i cattolici siano spesso a disagio nei due poli”.
- E quindi?
“Quindi il progetto di una polarità terza, laico-cattolica, non è impensabile. Anche se un amico ex segretario…”.
- Chi sarebbe?
“Veltroni. Be’, lui mi ha detto che con questa terza polarità si tornerebbe alla politica dei due forni…”.
- Che cosa gli ha risposto?
“Che il terzo polo aiuterebbe a moderare il calore di entrambi i forni. Bisogna ricominciare da un linguaggio politico della mediazione. Non solo. La classe politica, invece di correre dietro agli umori della gente, deve guidare i cittadini, scommettere sulle proprie idee e magari perdere”.
- Mi fa un esempio?
“La sicurezza: se il centrosinistra dice le stesse cose del centrodestra, è ovvio che i cittadini si affidino al modello originale e non alla copia”.
- Il suo amico Veltroni le propose di fare politica nel Pd. Lei rifiutò.
“Sono abbastanza vecchio per decidere di non cominciare nuove avventure”.
- Non è che rifiutò per non vincolare Sant’Egidio a una parte politica?
“Certo. Ma rifiutare la militanza partitica sin da ragazzo è stata la scelta che mi ha cambiato la vita”.
Dal 2009, anno di questa intervista, cosa ha fatto cambiare idea a Riccardi? Oppure le sue risposte erano, come al solito, ambigue ed esprimevano esattamente il contrario di ciò che pensava? Se nel 2009 si sentiva abbastanza vecchio per non cominciare una nuova avventura e se, come si dice, nessuno lo ha tirato dentro per i capelli, come mai Riccardi pretendeva persino di avere il ministero degli Esteri e come mai oggi vuole dirigere, anzi la dirige, la nuova Federazione dei sedicenti cattolici in politica? E come mai alla fine ha trasformato la sua Comunità in un centro di potere e di politica sociale?
E’ fondamentale sottolineare che un governo non si forma dal giorno alla notte e che se di colpo di mano o di Stato o di golpe si vuole parlare, questo si è andato formalizzando nell’incontro ottobrino di Todi. Monti era già stato contattato in primavera e, sempre nello stesso periodo, Riccardi già contrattava per la sua nomina. Che secondo le sue ambizioni megalomani dovevano portarlo, al più blasonato dei ministeri.
Lo stile che ci sovviene è quello tipico dei carbonari di mazziniana memoria. Forse siamo ancora ottenebrati dai festeggiamenti del 150° anniversario di una unità d’Italia mai terminata e, per questo motivo, pensiamo che così è avvenuto, ma i fatti reali non si allontanano dai pensieri: incontri “segreti”, mutuo soccorso, la vecchia DC dall’inconfondibile stile ha deciso a Todi la formazione definitiva del nuovo governo. E da Todi il Riccardi parte alla sua riscossa. Ma Riccardi è una persona “umile”, non è perciò da solo al comando. Questa “nuova” formazione politica di stampo cattolica e comunista (fate voi la somma e sottrazione), ha tre teste: il centro-sinistra del fido bancario; quei prelati e quella sponda di Chiesa allergica naturaliter all’obbedienza al Papa ed alla Dottrina Sociale della Chiesa; e il già citato “terzo polo” capitanato da Casini.

SE C’È DA OBBEDIRE, OBBEDIAMO. MA…
Se siete riusciti ad arrivare fino qui, in una lettura non frettolosa ma meditata, comprenderete bene che l’identikit stesso del Riccardi è inesorabilmente intrecciato alla sua Comunità, alla sua ideologia, alla sua idea di comunità globale, alla sua idea di famiglia. E che parte della sua fortuna gli è data da un carattere apparentemente mite ma che non permette a nessuno di bloccare i suoi progetti.
L’arma vincente che possiede è la pazienza, il non replicare mai alle accuse, tollerare chi non la pensa come lui ma al tempo stesso avanzare con le sue idee. Il sistema che ci appare più consono allo stile del Riccardi è fare “terra bruciata” attorno a chi gli è contrario semplicemente ignorandolo, tagliandolo fuori da quel “dialogo” che egli farebbe con tutti, persino con satana in persona, pur di portare avanti la sua idea. Che poi spesso ad altro non si riduce che a potere aggiunto a potere, poltrona a poltrona.
Il fatto che non usi la violenza è una realtà che si riflette a suo favore, ma ci sono altri modi per commettere razzie e lasciare dietro di sé scie di “cadaveri” quando, nel tempo della globalizzazione, delle comunicazioni sociali, di internet e di quant’altro, il Riccardi taglia i fili di coloro, e fra coloro, che egli ritiene incompatibili ai suoi progetti.
Oggi è ministro di un governo verso il quale, come cristiani, abbiamo il dovere di “obbedienza” (ma ci si potrebbe sempre appellare a sant’Agostino, che invita a ribellarsi a quella tassazione che diventa strozzinaggio, come in questo caso), come insegna san Paolo: “Ricorda loro di essere sottomessi ai magistrati e alle autorità, di obbedire, di essere pronti per ogni opera buona”(Tt 3, 1).
Se lo Stato e i magistrati sono posti per la salute dei cittadini, l’obbedienza non è relegata soltanto al fatto che se faccio il bravo non finisco in prigione, ma è molto più profonda: vuol dire il riconoscimento di certe regole che, se rispettate, andranno a vantaggio poi di tutta la comunità, perché, da questa obbedienza, deriveranno solo buoni frutti. Non sottovalutiamo, dunque, i frutti della virtù dell’obbedienza, ma naturalmente se uno Stato mi obbligasse o costringesse ad accettare, per esempio, l’aborto come atto lecito o a fare altro che è contrario alla Legge di Dio (accettare le coppie di fatto e quant’altro), allora occorre opporsi come facevano i cristiani i quali venivano perseguitati perché si rifiutavano di negare la Legge di Dio a vantaggio di altre leggi umane a Lui contrarie.

BAGNASCO: MAI DISTOGLIERE GLI OCCHI DA CRISTO

Il presidente dei vescovi italiani Angelo Bagnasco. Che ha gelato tutti a Todi.
Vogliamo concludere questo articolo con un passo tratto dalla relazione che il cardinale Bagnasco ha rilasciato proprio nell’incontro a Todi, dove si dava il via (suo malgrado) al nuovo conciliabolo dei catto-progressisti, l’ennesimo, e dove il Riccardi ha trovato la sua nuova e personale pentecoste, non quella santa, ma quella piuttosto burrascosa che solitamente sbatte sulla barca di Pietro con il pretesto non di affondarla (egli è pacifista) quanto di “dirigerla”: lo stesso ossimoro che si usa oggi per le guerre, che ormai si chiamano “missioni di pace”, ma che sono guerre doppiamente criminali e doppiamente sanguoinose, oltre che illecite. Ma dicevamo di Bagnasco. Perdonate la lunghezza del passo, ma sono argomenti delicati. Così, dunque, ammonisce il cardinale con parole che vogliamo fare nostre:
Che dei cristiani si incontrino per ragionare insieme sulla società portando nel cuore la realtà della gente e i criteri della Dottrina sociale della Chiesa, è qualcosa di cui tutti dovrebbero semplicemente rallegrarsi.
E’ un segno di vivace consapevolezza, e di responsabile partecipazione alla vita della “città”. E’ espressione di quell’intelligenza d’amore che nasce da Cristo Gesù: Egli continua a donarci la luce della sua Parola e la forza corroborante dell’ Eucaristia, cuore del discepolato e sorgente perenne della Chiesa. L’intreccio vitale di Parola, Sacramenti e vita, è infatti ciò che sostanzia la presenza del cristiano nel mondo e il suo servizio agli uomini. In forza della fede e della sequela Christi, il discepolo rivive la situazione di Pietro sul lago di Galilea, chiamato a rispondere all’invito del Maestro ad andare verso di Lui camminando sulle acque.
E’ noto lo sviluppo della vicenda: egli scende dalla barca dove si trovava al sicuro e si avventura sulle onde. Ma poi, avvolto dalla notte, dal vento impetuoso, dalla burrasca crescente, comincia ad affondare.
Che cosa è successo nello spazio di pochi secondi? Che Pietro ha distratto lo sguardo dal volto di Gesù, si è attardato a guardare le forze avverse della natura, e le ha commisurate con la sua piccolezza. Allora ha avuto paura ma, più profondamente, si è indebolita la fiducia nel Signore.
L’eco della vicenda di Pietro illumina la situazione di ogni cristiano: egli è chiamato ad attraversare il mare del tempo, a camminare sulle acque fidandosi di Cristo senza mai distogliere gli occhi da Lui. Qualora si vedesse affondare, sarebbe il segno della sua “distrazione” dal Volto Santo, del suo essere catturato dalle forze del mondo.
E quando siamo presi dal mondo diventiamo “del “ mondo, anziché essere “nel” mondo ma non “del” mondo, e così diventiamo incapaci di servire gli uomini. Non è dunque l’immedesimarsi al mondo che permette di servirlo meglio, ma il vivere nella verità di Dio anche quando questa sembraimpossibile, quando è irrisa o non è compresa come il comando di camminare sul mare.
E questa verità è da annunciare con amore, senza paura di essere emarginati. E’ la sapienza della croce che ha ispirato e sostenuto, nelle diverse epoche, la presenza dei cattolici nelle istituzioni pubbliche e nel tessuto sociale del Paese; che ha contribuito in modo determinante a costruire l’anima dell’Italia prima ancora che l’Italia politica. E che dopo l’unificazione, a fronte di situazioni difficili e gravi, è stata presenza decisiva per la ricostruzione del Paese, per l’elaborazione di un nuovo ordine costituzionale, per la promozione della libertà e lo sviluppo della società italiana. E neppure è mancato e non manca il convinto apporto per l’apertura verso un’Europa unita, e per la salvaguardia della pace nel mondo. Questa storia è nota a tutti e sarebbe ingiusto dimenticarla o sminuirla (…)
Qualora si sbiadisse questo primato, i cristiani sarebbero omologati alla cultura dominante e a interessi particolari: in una parola, sarebbero sopraffatti dalle onde dove stava per affondare l’apostolo Pietro. L’esperienza insegna da sempre che, in ogni campo, non sono l’organizzazione efficiente o il coagulo di interessi materiali o ideologici che reggono gli urti della storia e degli egoismi di singoli o di parti, ma la consonanza delle anime e dei cuori, la verità e la forza degli ideali: “Considera sommo crimine – diceva il poeta latino Giovenale – preferire la propria sopravvivenza all’onore, e perdere per la vita le ragioni del vivere”. E ciò vale non solo per il singolo individuo, ma anche per un Paese, una civiltà, una cultura(…)
Il patrimonio di dottrina e di sapienza che costituisce la terra solida e la bussola per il cammino, forma il corpus della Dottrina sociale della Chiesa: esso, alimentato nella comunione ecclesiale, è un tesoro provvidenziale, insuperabile e necessario per i cattolici che vogliono servire la città degli uomini nei suoi diversi ambiti, ed è disponibile a tutti. Per questo non possono arretrare di fronte alle sfide. Siamo grati al Santo Padre Benedetto XVI che, nella visita alla Diocesi di Lamezia Terme, ancora una volta ha ricordato quanto è opportuna “la Scuola di Dottrina Sociale della Chiesa, sia per la qualità articolata della proposta, sia per la sua capillare divulgazione. Auspico – aggiungeva – che da tali iniziative scaturisca una nuova generazione di uomini e donne capaci di promuovere non tanto interessi di parte, ma il bene comune” (Lamezia Terme, Omelia 9-10.2011). La Dottrina Sociale della Chiesa non è un insieme di argomenti slegati e chiusi, ma un corpo organico con un centro vitale e dinamico che è la natura umana con i suoi dinamismi e le sue leggi. Solo riconoscendo nei fatti e senza sconti questo dato universale e irrinunciabile – questo “patrimonio valoriale genetico” che crea unità culturale – è possibile guardare in modo coerente e costruttivo ai vari areopaghi del mondo(…)
I fedeli laici sanno che è loro dovere lavorare per il giusto ordine sociale, anzi è un debito di servizio che hanno verso il mondo in forza dell’antropologia illuminata dalla fede e dalla ragione. E’ questo il motivo per cui non possono tacere”.
Ripetiamo quanto già all’inizio avevamo citato. Quel passo di Matteo (5, 37): “Sia il vostro parlare: Sì, sì; o no, no: quel che vi è di più proviene dal maligno”.

POST-SCRIPTUM
Mentre lo staff di PapalePapale si dava da fare per sistemare il mio articolo, ecco che puntualmente Sandro Magister ci è venuto nuovamente incontro segnalando una notizia dell’ultima ora:
In sostanza, la Santa Sede, questo 29 dicembre 2011, ha dato l’autorizzazione alla rivista Civiltà Cattolica, di pubblicare un articolo sulla Comunità di sant’Egidio che di fatto riprende tutto ciò che sostanzialmente abbiamo detto noi ma…. completamente ripulito dalle denunce fatte dallo stesso Magister e non solo da lui.
Come spiegare questo ennesimo atteggiamento da politicamente correttissimo?
Ci spiace dirlo, ma ci sembra tanto una manipolazione dell’informazione tanto più che tale articolo non è nuovo, ma riporta, ben ritagliati, gli articoli precedenti da noi citati. Un’autentico rigurgito di gesuitismo nell’accezione non migliore. Ma ad ogni modo, non vogliamo giudicare le intenzioni, ma riportiamo i fatti. Giudicate voi.

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