ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 2 aprile 2012

ROMANO AMERIO - IOTA UNUM - LA CHIESA POSTCONCILIARE. PAOLO VI


Ringrazio l'amico Piero Mainardi per aver riportato, in forma sintetica, importanti passaggi del libro di Romano Amerio, Iota Unum, e di avermi concesso di riportarli nel mio blog.

1.1   Santità della Chiesa. Il principio della apologetica – 

E’ dogma di fede ed è nel simbolo che la Chiesa sia santa, ma ardua è la definizione teologica.
La Chiesa è oggettivamente santa perché è il corpo di cui il capo è l’uomo-Dio. E’ santa perché possiede l’eucaristia; E’ santa perché possiede in modo infallibile e indefettibile la verità rivelata. E in questo è da collocare il principio primo della apologetica cattolica. La Chiesa nel suo corso storico non può esibire una sequela di azioni conformi alla legge evangelica, ma può allegare un’ininterrotta predicazione della verità: la santità della Chiesa va cercata in questa e non in quella. Perciò gli uomini che appartengono alla Chiesa predicano sempre una dottrina superiore ai loro fatti. Anche la Verità dunque è un costitutivo della santità della Chiesa perpetuamente attaccata al verbo e perpetuamente contraddicente alla corruttela, compresa la propria.
La santità della Chiesa si rivela in maniera “soggettiva” nella santità dei suoi membri, che vivono in stato di grazia nel corpo di Cristo. In modo evidente ed eminente appare in coloro che vengono canonizzati.
Paolo VI concede ai denigratori che “la storia della Chiesa ha lunghe e molte pagine poco edificanti”, ma troppo debolmente discerne tra santità oggettiva della Chiesa e santità soggettiva dei suoi membri: “La Chiesa dovrebbe essere santa, buona, dovrebbe essere come l’ha pensata e ideata Cristo, e talora vediamo che non è degna di questo titolo”. Sembra che il Pontefice muti in una nota soggettiva una nota oggettiva. Dovrebbero i cristiani essere santi, e lo sono in quanto graziati, ma la Chiesa è santa. Non sono i cristiani che fanno santa la Chiesa, ma la Chiesa a fare santi i cristiani. La Chiesa non ha né macchia né ruga (Ef. 5,27)e d’altronde tutti i Padri riferiscono quella irreprensibilità assoluta non già allo stato peregrinale e storico di essa, ma alla finale purificazione escatologica.

1.2   La cattolicità nella Chiesa. Obiezione. La Chiesa come principio di divisione. Paolo VI – 


Il 24 dicembre 1965 Paolo Vi affermò: ”La Chiesa con il suo dogmatismo così esigente, così qualificante, impedisce la libera conversazione e la concordia fra gli uomini; essa è nel mondo un principio di divisione anziché di unione. Ora la divisione, la discordia, al contesa come sono compatibili con la sua cattolicità e santità?
Alla difficoltà il Papa risponde che il cattolicesimo è un principio di distinzione tra gli uomini, ma non di divisione. E la distinzione, dice il Papa, “è come quella che importano la lingua, la cultura, l’arte, la divisione”. E poi, correggendosi :”E’ vero che il cristianesimo può essere motivo di separazione e di contrasti derivanti da ciò che di bene conferisce all’umanità: la  luce splende nelle tenebre e diversifica così le zone dello spazio umano. Ma non è suo genio lottare contro gli uomini, ma se mai per gli uomini”. Ma questo motivo apologetico appare debole e rischioso. Pareggiare la varietà delle religione a quella delle lingue, delle culture e dei mestieri appare rischioso perché si abbassa la religione che è il supremo dei valori. E mentre non esiste un linguaggio vero, né un arte vera né un mestiere vero, cioè dogmatismo esigente e qualificante, all’ordine della carità anzi della libertà, al “rispetto di quanto c’è di vero e di onesto in ogni religione e in ogni umana opinione, nell’intento specialmente di promuovere la concordia civile e la collaborazione in ogni sorta di buone attività”. Ma in questo passo il principio di unione tra gli uomini non è più la religione ma la libertà e quindi risorge l’obiezione che il Pontefice credeva di aver sciolta. Occorre produrre l’unione in un principio veramente unitivo, oltrepassante le divisioni religiose, e per il Pontefice questo è la libertà.
Non si può dimenticare che nel testo sacro Cristo è annunciato come bersaglio di contraddizione (Mt 25,31-46) e che la vita del cristiano e quella della Chiesa sono descritte come una situazione di combattimento.

1.3   L’unità della Chiesa postconciliare – 

Paolo VI il 30 agosto 1973  piange su “la divisione, la disgregazione che purtroppo s’incontra ora in non pochi ceti della Chiesa” e dice che “la ricomposizione dell’unità spirituale e reale all’interno della Chiesa è oggi uno dei più gravi e più urgenti problemi della Chiesa”. La situazione di scisma è tanto più grave, perché quelli che si dividono pretendono di non essere divisi e quelli cui spetta di dichiarare che i divisi son divisi aspettano invece che gli scismatici si confessino tali.
Il 20 novembre 1976 il Papa ritorna sulla situazione “dei figli della Chiesa i quali, senza dichiarare una loro rottura canonica ufficiale della Chiesa i quali, senza dichiarare una loro rottura canonica ufficiale con la Chiesa, sono tuttavia in uno stato anormale nei suoi riguardi”. Queste asserzioni suonano soggettivistiche giacché si tratta di un fatto che spetta alla Chiesa stabilire, non bastando il sentimento soggettivo di essere unito alla Chiesa per far sussistere il fatto di unione.
Il Papa esprime il suo “grande dolore per il fenomeno che si diffonde come un’epidemia nelle sfere culturali delle nostre comunità ecclesiale”, usando una locuzione  elusiva e diminuente perché il fenomeno toccava in realtà la sfera gerarchica.
Il Papa derivava al disunione della Chiesa dal pluralismo: questo dovrebbe contenersi nell’àmbito delle modalità onde si formula la fede, ma trapassa invece nell’àmbito delle modalità onde si formula la fede. Nel medesimo discorso il Papa vede distintamente che è impossibile che una chiesa disunita faccia l’unione tra tutti i cristiani o fra tutti gli uomini.

1.4   La Chiesa disunita nella gerarchia – 

Mons. Gijsen, vescovo olandese, riferendosi al pluralismo nella Chiesa Olandese, riferisce la impossibilità del confronto quando questo significa voler aderire a una Chiesa altra e altri a un'altra. Sarebbe confronto tra Chiese e non dentro la Chiesa.
A chi gli domandava se le divergenze fossero così grandi tra i suoi confratelli nell’episcopato rispondeva che questi pretendono la Chiesa romana essere una Chiesa a pari con l’olandese.
Il significato di questa testimonianza sulle discordie intestine risalta se si rifletta come la solida concordia della Chiesa Romana sia sempre contrapposta alla pluralità del protestantesimo.
Al Sinodo di Wurtzburg del 1974 si propone la sacramentabilità dei divorziati bigami e la partecipazione degli eterodossi all’eucaristia che l’episcopato germanico sconfessa, ma riproposti identicamente all’episcopato elvetico, questo li accetta. Questo è l’effetto della collegialità che, deliberando a maggioranza esautora ciascun vescovo della minoranza.
Il Vescovo di Orleans difese i cappellani catecumenali che la conferenza episcopale francese aveva disapprovato.
Mons. Arceo, vescovo di Cuernavaca, venne sconfessato dalla Conferenza episcopale del Messico per aver sostenuto essere il marxismo una componente necessaria del cristianesimo. Mons. Simonis vescovo di Rotterdam appoggia le proposte di ordinare femmine e uomini uxorati, mente mons. G Gijsen, vescovo di Roermond, si separa effettualmente dal resto dell’episcopato olandese istituendo un seminario proprio e rifiutando la nuova pedagogia per la formazione del clero. Avendo dichiarato mons. Simonis che l’affermazione secondo cui la Chiesa cattolica è soltanto una parte della Chiesa è erronea, mons. Ernst, Vescovo di Breda, lo smentisce e mons. Groot afferma che la dottrina di Simonis è in contrasto “con l’insegnamento del Vaticano II”.
I vescovi italiani pronunciano l’incompatibilità col comunismo e col marxismo ateo, quelli francesi lasciano i cattolici seguire le opzioni politiche che desiderano e sopprimono i movimenti sociali specificamente cattolico perché “nessun  movimento può esprimere in se stesso la pienezza della testimonianza cristiana ed evangelica”. Dunque supponendo che tutte le forme di testimonianza siano specie equivalenti dello stesso genere.

1.5   La Chiesa, disunita circa l’“Humanae vitae” – 

L’occasione dell’enciclica diede luogo alla più generale e tracotante manifestazione del dissenso intestino alla Chiesa. Di essa pubblicarono documenti quasi tutte le Conferenze episcopali, ma con un giudizio di sindacato quasi come se fosse caduto il principio che Prima sedes a nemine iudicatur. Il dogma dell’infallibilità al Vaticano I fu contrastato, ma una volta definito tutti gli oppositori nel giro di pochi mesi (tranne Strossmayer che tardò fino al 1881) si allinearono, essendo assurdo che la Chiesa si trovi sottoposta a un perpetuo referendum.
Avendo invece il Vaticano II statuito il principio della collegialità e specie della corresponsabilità su tutto, l’enciclica di Paolo VI divenne un testo suscettivo di disparate letture. Paolo VI compì l’atto più importante del suo pontificato non solo per la materia in sé ma perché la sentenza papale cadde sopra l’intestino dissenso della Chiesa, mettendolo in luce.
Le obiezioni fatte all’enciclica riguardano sia il valore autoritativo della promulgazione, sia la dottrina. Il card. Dopfner, arcivescovo di Monaco, fautore dei contraccettivi dichiara: ”Adesso mi metterò in relazione con gli altri vescovi per vedere come sia possibile offrire aiuto ai fedeli”, sembrando che i fedeli vadano aiutati contro l’enciclica.
L’episcopato tedesco, in generale contrario ai contraccettivi, aderisce all’ insegnamento argomentando però sul carattere non infallibile del documento e concede ai fedeli di dissentire in teorica  e pratica rimandando ultimamente al lume privato della coscienza. Non significa rifiuto dell’autorità, ma degli atti concreti di quell’autorità. Il rifiuto dell’Enciclica continuò nel Sinodo svizzero, col Sinodo di Wurzburg e con la Dichiarazione di Konigstein. E non cessa ancora oggi [metà anni ‘80]. Il Katholikentag del 1982 ebbe un contrapposto parallelo e simultaneo di un Katholikentag di base che riuniva cattolici dissenzienti che rivendicava la promiscuità eucaristica, il sacerdozio delle donne, l’abolizione del celibato dei preti e celebrano una Messa diversa.
Stessa divisione anche nella Chiesa inglese dove si fece appello alla libertà di coscienza come regola regolante la moralità.
Nella Chiesa olandese l’opposizione fu netta e generale. Il card. Alfrink professava l’enciclica non infallibile, mentre “la coscienza era la norma più importante”. La stessa forza ultimativa della coscienza individuale è il motivo dominate dei vescovi canadesi.
Più manifesta ostilità all’enciclica venne dai vescovi francesi, perché si andava a insegnare che il dovere cede tutte le volte che incontri una difficoltà “umanamente” insopportabile: invece, nella realtà, è soltanto psicologico e soggettivo, mai oggettivo e morale, ed è l’errore che la religione ha sempre combattuto.
In Italia la resistenza fu più sorda ma non meno estesa. Su Famiglia cristiana (1976) un articolo di p. Haring difendeva la contraccezione affiancandosi alle posizioni dei vescovi francesi. Sebbene l’Osservatore Romano lo abbia confutato immediatamente il religioso continuò ad insegnare contro l’enciclica arrivando a definire immorale il metodo della continenza periodica raccomandata dal pontefice.

1.6   Lo scisma olandese – 

Misero in questione l’autorità del Papa quando questa non sia esercitata collegialmente. Al Concilio pastorale olandese, grande assemblea rappresentativa di tutti i ceti della Chiesa, presente l’episcopato. Questa assemblea, alla maggioranza di nove su dieci, votò per l’abolizione del celibato dei presbiteri, per la conservazione dei preti spretati negli offici pastorali, per le ordinazioni femminili, per la partecipazione deliberativi dei vescovi ai decreti del Pontefice e dei laici a quelli dei vescovi.
La risposta all’episcopato olandese di Paolo VI dà il tono di tutto il pontificato. L’occhio vede il guasto e l’errore, ma la mano né con medicina, né con cauterio, né con coltello si accosta al male per combatterlo e sanarlo. Dopo aver denunciato lucidamente gli errori il Papa conclude così: ”La nostra responsabilità di Pastore della Chiesa universale Ci obbliga a domandarvi in tutta franchezza: che pensate che possiamo fare per rinforzare la vostra autorità, per permettervi di superare le difficoltà presenti nella Chiesa in Olanda?” Paolo VI offre ai vescovi olandesi il suo servizio per aiutarli a rafforzare la loro autorità, mentre in effetti non la loro, ma la propria veniva disconosciuta: per aiutarli, dice a superare le difficoltà della Chiesa d’Olanda, mentre si tratta di difficoltà della Chiesa universale.
Nella risposta il card. Alfrink, riferendosi ai principali punti biasimati dal Pontefice, ancora dichiarava al “Corriere della Sera” che la questione doveva essere risolta non da  una autorità centrale ma “secondo il principio della collegialità, cioè dal collegio episcopale del mondo intero, di cui è capo il Papa. Dimenticando però che il collegio è consultivo e che la sua autorità, pur limitata, viene dal Papa. Dichiarando poi che lo scisma poteva avvenire solo in materia di fede cadeva in errore giacché scisma è la separazione dalla disciplina e il rifiuto dell’autorità. San Tommaso ne tratta come di un peccato contro la carità, mentre l’eresia è contro la fede.

1.7   La desistenza dell’autorità. Una confidenza di Paolo VI – 

L’autorità di qualunque specie sia la società è funzione necessaria della società, la quale è sempre una moltitudine di voleri liberi da unire. Riduzione che non è ad unum di tutto ma, ma coordinamento di tutte le libertà in un’unione intenzionale. Essa deve volgere le libertà degli uomini associati al fine sociale, prescrivendo i mezzi, cioè l’ordine per conseguirlo. Perciò l’atto dell’autorità è duplice: puramente razionale in quanto scopre e promulga la regola dell’operare sociale; pratico in quanto comanda un tale ordine, disponendo le parti dell’organismo sociale verso tale ordine. Questo secondo atto dell’autorità è il governare.
Il carattere peculiare del pontificato di Paolo VI è la propensione a spostare l’officio dal governo alla monizione, a restringere il campo della legge precettiva e ad allargare quello della legge direttiva, la quale formula una legge ma non annette obbligazione ad eseguirla. In questo modo il governo della Chiesa risulta dimidiato e per dirla biblicamente rimane abbreviata la mano di Dio (Is. 59,1). La breviatio manus può dipendere da più ragioni: cognizione imperfetta dei mali, mancanza di forza morale, calcolo di prudenza perché stima l’intervento di rimedio come aggravio del male.
Ma allo snervamento dell’autorità Montini era inclinato da una sua disposizione d’indole, confessata al Sacro Collegio nel discorso del 22 giugno ’72:”forse il Signore mi ha chiamato a questo servizio non già perché io vi abbia una qualche attitudine, o perché governi o salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa e sia chiaro che  Egli, e non altri, la guida e la salva”. Ma appare difficile pensare, sia in linea teologica che storica, che Pietro, deputato a condurre la nave della Chiesa appaia ritroso a questo servizio e si rifugi nel desiderio di patire per la Chiesa. L’officio papale prescrive infatti un servizio di operazione e di governo che però è estraneo all’indole di Papa Montini.
Tra le parti integranti del supremo officio furono sempre annoverati gli atti di governo, cioè di potestà iussiva (imperativa) e obbligante senza i quali l’insegnamento delle verità di fede rimane pura enunciazione teoretica e di scuola. Per mantenere la verità occorrono due cose. Primo: RIMUOVERE L’ERRORE  in sede dottrinale, il che si fa confutando gli argomenti dell’errore. Secondo: RIMUOVERE L’ERRANTE, cioè deporlo dall’officio, il che si fa per atto autoritativo della Chiesa. Se questo servizio vien meno non sembra potersi dire che tutti i mezzi siano stati adoperati per mantenere la dottrina della Chiesa.
Questa breviatio manus ha certamente origine dal discorso inaugurale del Concilio che annunciò la rinuncia al metodo della condanna dell’errore e fu praticato da Paolo VI per tutto il suo pontificato. Come dottore si attenne a tutte le formule tradizionali, ma come pastore non impedì che corressero le formule eterodosse, pensando che da sé stesse si sistemerebbero in formule ortodosse. Gli errori da lui furono denunciati e la fede cattolica mantenuta, ma la disformazione dogmatica non fu condannata negli erranti e la situazione scismatica della Chiesa venne dissimulata e tollerata.
All’incompiutezza del reggimento papale cominciò a portar riparo soltanto Giovanni Paolo II, sia condannando nominatim e rimuovendo i maestri di errore, sia ristabilendo i principii cattolici nella Chiesa d’Olanda, mediante il Sinodo straordinario dei vescovi olandesi convocati a Roma.
Lo stile di Paolo VI è quello di addolorarsi, denunciare, rivendicare, accusare, ma nell’atto stesso di rivendicare  e accusare l’autorità la immedesima in un monitorio, come se nella causa egli non fosse una parte anziché un giudice.
Il più generale effetto di questa desistenza dell’autorità è la generale disistima e inosservanza, giacché  il suddito non può avere dell’autorità una nozione superiore a quella che l’autorità ha di sé medesima. E paradossalmente questa universale contestazione che rende la Chiesa attuale così diversa dalla Chiesa storica e preconciliare, anziché fenomeno patologico e anomalo sembra essere il proprio della religione autentica e sinonimo di vitalità ecclesiale. Non c’è documento papale sul quale gli episcopati nazionali non prendano posizione  e dietro di essi, ma indipendentemente da essi e reciprocamente contraddicendosi, teologi e laici. Così si ha una molteplicità di documenti manifestanti una varietà che non è quella dell’ordine, giacché in essi l’autorità, moltiplicandosi, si annulla. 

1.8   Un parallelo storico. Paolo VI  e Pio IX – 

Rosmini nel 1848 scrisse a Pio IX: ” Un principe che non impedisce l’anarchia e neppure fa alcuno sforzo per impedirla che lascia fare tutto ciò che dichiara di non volere e che indirettamente asseconda ciò che si fa contro le sue espresse dichiarazioni, non sembra che soddisfi ai doveri annessi al principato”. Ciò in relazione alla politica estera di Pio IX che per l’alto riguardo al suo officio di pastore universale, rifuggiva a quelle alleanze di guerra che il suo ufficio di principe prescriveva. Come il sacerdozio cattolico sembrava impedire nel Papa la perfezione del principato civile così a Paolo VI l’esercizio dell’autorità non ben compatire col ministero pastorale. Ma la differenza è che in Pio IX la parte rinunziata era estrinseca, mentre per Paolo VI la parte rinunziata è intrinseca al reggimento spirituale e rinunziandovi dissesta l’intimo organismo della Chiesa fondata sul principio di dipendenza e non su quello di libertà. Pio IX, mancando nel temporale, temeva di abusare dello spirituale nelle cose politiche; Paolo VI completamente spogliato o quasi di potere temporale, si rimetteva giustamente tutto allo spirituale, ma questo lo dimidiava per timore di usarlo in maniera  non spirituale. Emblematico l’episodio del teologo di Tubinga Erbert Haag che negò la dottrina cattolica del diavolo in Abschied vom Teufel per il quale fu iniziato a Roma un procedimento contro di lui che fu subito abbandonato e la sola risposta fu un documento della Congregazione per la dottrina della fede che riaffermava la dottrina tradizionale. Lo Haag continuò a dogmatizzare contro i principi cattolici. Il giorno dell’Immacolata nella Chiesa maggiore di Lucerna negò formalmente i dogmi dell’Immacolata Concezione e del peccato originale. Sembra che l’autorità episcopale creda potersi comprimere l’errore senza inibire l’errante che lo va spargendo.

1.9   Governo e autorità – 

La desistenza dell’autorità non comporta in Paolo VI la desistenza dai principi dogmatici. Il 18 giugno 1970 Paolo VI parlò sul primato petrino e pur collocandolo sotto la categoria  dichiara però: “Il fatto che Gesù Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse governata in spirito di servizio non vuol dire che la Chiesa non debba avere potestà di governo gerarchico: la chiavi conferite  a Pietro dicono qualche cosa”. Il papa ricorda che il  potere degli Apostoli non è altro che il potere stesso di Cristo a loro trasmesso, e  non tace che esso è potestà in virga, e anche punitivo, e anche di consegnare a satana. E’ chiaro quindi che la desistenza dell’autorità che si accompagna in Paolo VI all’affermazione dell’autorità senza Breviatio manus è lo stile di Paolo VI ma non della Chiesa.
Quando il papa ricorda il titolo di servus servorum Dei assunto da san Gregorio Magno, si ha badare che tale formula non porta un genitivo oggettivo, quasi colui che serve i servi di Dio, ma un genitivo ebraico, in senso assoluto, come in saecula saeculorum: la formula designa che il Papa è il più servo dei servi di Dio, è il servo di Dio per eccellenza, non di quelli che son servi di Dio.   

1.10  Ancora desistenza dell’autorità. L’affare del catechismo francese – 

Tale desistenza dell’autorità fu proseguita anche da Giovanni XXIII. Il card. Ratzinger in un discorso tenuto a Lione nel gennaio 1983 riprovò l’inspirazione non corretta del catechismo francese. Sembrò un monito e un raddrizzamento. Ma la desistenza dell’autorità già manifestata nel caso del catechismo olandese e nella tenue condanna di Hans Kung alla cui eterodossia non fu posto alcun limite, fece al cardinal Ratzinger ritrattare quasi subito la critica e diede modo ai vescovi di pubblicare la ritrattazione. La ritrattazione del Card. Ratzinger mostra a qual punto la forza dell’autorità romana si ritiri davanti all’autodeterminazione episcopale. Benché il nuovo codice di diritto canonico al can. 775 stabilisca che le Conferenze episcopali non possano promulgare catechismi per il loro territorio senza previa approvazione della Santa Sede, i vescovi francesi promulgarono senza approvazione e anzi proibirono l’uso di ogni altro testo tra cui il Catechismo tridentino e di Pio X. Ratzinger che nel suo discorso aveva parlato di “miserie della nuova catechesi” e di “disgregazione”,  sembra così lodare quella “miseria” e quella “disgregazione”. La breviatio manus consiste nel ridurre l’autorità alla sola monizione e consiste nel ridurre tutto a manifestazione puramente vocale e che la voce della Chiesa sia divenuta pura Eco riflettente le variazioni del mondo.
Per questo la ritrattazione del card. Ratzinger arguisce un abito della Chiesa postconciliare e manifesta i fenomeni maggiori che la travagliano: scadimento dell’autorità papale, emancipazione degli episcopati, disunione della Chiesa, declino della vis logica e dell’attaccamento alle verità dogmatiche.
Il Card. Oddi in visita negli USA (1983) ammise la disgregazione della fede: molti catechisti oggi selezionano nel depositum fidei alcuni articoli da credere mentre tralasciano tutti gli altri. Dogmi come la divinità di Cristo, la verginità di Maria, il peccato originale, la presenza reale nell’eucaristia, l’assolutezza dell’imperativo morale, l’inferno, il primato di Pietro vengono rifiutati da pulpiti e cattedre, da teologi e da vescovi. Domandatogli la ragione per la quale non vengono rimossi i seminatori di errori, come il padre Curran che impugna l’Humanae vitae e insegna la liceità della sodomia. Oddi rispose che anche i vescovi sono uomini della fibra di Adamo e che egli non crede che essi vogliano veramente ergersi contro le verità di fede. E dichiarò: ”La Chiesa non infligge più pene. Essa spera di poter persuadere gli erranti”. E sostiene che la Chiesa abbia scelto questa condotta: ”forse perché non ha la cognizione esatta delle diverse situazioni di errore, forse perché pensa inopportuno procedere con misure energiche, forse anche perché non  vuole eccitare uno scandalo anco più grande alla disobbedienza. La  Chiesa  ritiene che sia meglio tollerare certi errori nella speranza che, superate certe difficoltà, il prevaricatore abiuri l’errore e torni alla Chiesa”.
Qui è confessata la breviatio manus. Si è convinti che l’errore contenga in sé il medesimo principio di emendamento: basta lasciarlo devolverlo perché si risani. L’idea della carità si fa coincidere con quella della tolleranza, si fa prevalere la via dell’indulgenza su quella della severità, si trascura il bene della comunità ecclesiale per rispetto all’abusata libertà del singolo, si perdono il sensus logicus e la virtù di fortezza propri della Chiesa. La Chiesa ha da preservare e difendere la verità con tutti i mezzi di una società perfetta.

1.11 Carattere di Paolo VI – Autoritratto. Card Gut – 

Ad alcuni sembra che Papa Montini fosse un indole perplessa per soverchia ampiezza di vedute, come pensa Jean Guitton. Altri invece sostengono un ampio disegno perfettamente fermo nella mente del Papa. Mirando a un’accomodazione della Chiesa allo spirito del secolo allo scopo di prendere la direzione dell’intera umanità in un ordine puramente umanitario, Paolo Vi procederebbe cautamente ora volgendosi da un lato ora all’opposto, non coatto ma volente, e sempre nella direzione del fine prefissato. Secondo altri sussiste nella mente del papa tale disegno, ma il procedere per contrapposti sarebbe dovuto alle spinte delle circostanze.
Il card. Gut prefetto della Congregazione per il culto divino circa gli arbitrii sulla liturgia scrisse “Molti preti fanno ciò che a loro piace. Si sono imposti. Le iniziative prese senza autorizzazione non si riesce a farle arretrare. Nella sua grande bontà e saggezza il santo Padre allora cede, spesso contro la sua volontà”. Vien da osservare che cedere davanti a chi viola la legge non è né bontà né saggezza se cedendo almeno non si protesti.
La facoltà di prendere la Comunione sulla mano, contro la quale si erano pronunciati i due terzi dell’episcopato fu concessa prima ai soli francesi, che l’avevano introdotta per abuso, e fu poi preteso che fosse estesa a tutta la Chiesa. Che l’abuso diventi criterio per abrogare la legge non sembra ammissibile. Eppure è ciò che accadde circa il modulo di riforma della Messa, proposto ai Padri del Concilio e da essi rigettato, il quale sotto influssi potenti, fu poi adottato e promulgato come rito universale.


1.12 Sic et non nella Chiesa postconciliare – 

La desistenza dell’autorità porta come effetto l’incertezza.
L’incertezza della norma, nascente dalla esitazione dell’autorità, è lampante nella riforma liturgica promossa tumultuariamente con ritrattazione di divieti, con allargamenti successivi di facoltà e con maniere di procedere ad experimentum. Ne è venuta, oltre che per il principio di creatività del celebrante, la più variegata pluralità di celebrazione: mentre il rito ufficiale non ammetteva che quattro canoni, si vide il Canone immillarsi e uscire libri su libri che propongono canoni nuovi, elaborati da commissioni liturgiche diocesane e anche da privati, talora con l’approvazione della Santa Sede.
Il caso più evidente di frammentazione del rito cattolico per effetto della desistenza dell’autorità è la quasi totale scomparsa delle rubriche precettive e il proliferare di formule raccomandative e desiderative, nonché la moltiplicazione delle possibilità alternative.


1.12  Ancora la desistenza dell’autorità. La riforma del S. Offizio – 

Avvenne col Motu proprio integrae servandae (7 dicembre 1964) e la successiva notifica Post litteras apostolicas (4 giugno 1965). La notificazione esprime nel modo più esplicito la desistenza dell’autorità che non intende più obbligare mediante una legge, ma rimette all’obbligazione che lega la coscienza alla legge morale:”L’Indice dei libri proibiti rimane moralmente impegnativo, ma non più forza di legge ecclesiastica con annesse censure”. Il supposto di tale disobbligazione è che nel popolo cristiano sussista quella maturità intellettuale e religiosa per cui l’uomo è lume a se stesso. Inoltre si legge che la Chiesa ripone “la più ferma speranza nella sollecitudine vigile degli ordinari”, che si è vista essere un modus irrealis.
Tutto lo spirito della riforma cela il principio dello spirito privato che si trova immediate di fronte alla legge, senza mediazione d’autorità, a cui si riconosce a priori quella maturità che nella disciplina antica stava nella attività legislatrice della Chiesa. Ed è palese la transizione fatta dall’ordine precettivo e proibitivo all’ordine puramente direttivo ed esortativo che riprende l’errore, ma non riprende l’errante, supponendo che l’errore generi da sé medesimo la correzione.
La Chiesa ha il dovere d’insegnare integra e pura la dottrina e quello di preservare dall’errore i membri del consorzio ecclesiale. Ma tale secondo dovere fu fatto coincidere col primo: basta che la Chiesa insegni e il cristiano si preserverà da se stesso dall’errore, essendo capace di dirigersi con la sua retta ragione.
Nell’Istituzione originaria di Paolo III nel 1542 il fine della Congregazione era di “combattere le eresie e conseguentemente reprimere i delitti contro la fede”. Per Paolo VI invece “sembra meglio che la difesa della fede avvenga attraverso l’impegno di promuovere la dottrina, per cui mentre si correggono errori e gli erranti vengono richiamati dolcemente a miglior consiglio, gli annunciatori del Vangelo ricevono nuove forze” Come nel discorso inaugurale, il metodo dell’amore si appoggia sopra un duplice supposto: a) che l’errore, purché si lasci devolvere, riesce da sé stesso alla verità; 2) che l’uomo per costituzione naturale o per punto di civiltà in cui si trova sia in tale stato di maturità che “i fedeli seguano più pienamente e con più amore il cammino della Chiesa … se viene dimostrata la natura della fede e la natura dei costumi”.

1.13 Critica della riforma del S. Uffizio – 

Il qui pro quo giuridico e psicologico che giace al fondo della riforma è che si tratta di un Index librorum prohibitorum e non di un Index autorem prohibitorum. È forse sbagliato condannare un libro senza ascoltare le spiegazioni dell’autore? Sì, se il senso di uno scritto si dovesse desumere dalle intenzioni dello scrittore e non dallo scritto medesimo. Il libro è una cosa in sé che porta inerente, anzi che è il proprio significato. E’ il contrassegno dello scrivere male il dire quel che non si vuole. Le chiose che l’autore fa al libro, una volta uscito, non mutano la natura del libro. Un libro a chi lo interroghi risponde sempre nello stesso modo, con quel che le parole esprimono, prese nel loro significato. L’intenzione dell’autore non può fare che le parole scritte, se esprimono l’errore, non esprimano l’errore. La certezza del senso delle parole è il fondamento di ogni comunicazione tra uomini.

1.14 Variazione della Curia romana. Difetto di acribia – 

La foga di innovazione investì l’intera Curia. Furono variati nomi e funzioni. Le variazioni dei nomi non sono senza significato: la Congregazione de Propaganda fide divenne per l’evangelizzazione dei popoli, la parola propaganda insinuando l’idea di un’espansione del cattolicesimo in popoli infedeli laddove il concetto di evangelizzazione è più generico. Un opinione consolidata ritiene che la Curia abbia svolto un’azione frenante il rinnovamento conciliare. E’ vero il contrario. I moti stessi di disobbedienza alle norme romane ebbero la loro forza dalla successiva ratificazione della Curia che li eresse in legge gli abusi.
Tra le variazioni che più spiccano è da notare la degradazione della latinità curiale. Il latino dei Padri del Vaticano II fu sovente deplorato come miserando dai Padri che pure approvavano il contenuto dei documenti. La Gaudium et spes fu redatta prima in francese, violando il canone dello stile curiale che tiene per autentico il testo latino e generando incertezze nell’ermeneutica. E medesime incertezze si ravvisano nell’ordine grammaticale e anche in termini di cultura difettosa o almeno di diligenza e di esattezza che vanno a ledere l’autorità stessa dell’istituzione papale.

1.15 La desistenza della Chiesa nei rapporti con gli Stati – 

Si manifesta come una forma di condiscendenza con cui la Chiesa procede al generale processo di distensione internazionale. Alludiamo al caso Mindszenty dalla sede primaziale d’Ungheria, alla volontaria umiliazione della legazione pontificia durante le celebrazioni del 1971 per l’insediamento ortodosso, quando il card. Willebrands e tutta l’ambasceria papale ascoltarono senza motto o atto di rimostranza le accuse mosse alla Chiesa romana. E alludiamo alla dimostrazione di simpatia di Paolo VI verso la Chiesa cattolica scismatica cinese e più in  generale l’atteggiamento desistente della Chiesa verso lo Stato moderno.
La revisione del concordato italiano del ’29 esprime la variazione della Chiesa nella sua filosofia e nella sua teologia. I nuovi Patti restringono in 14 articoli i 40 del recente concordato. Questo assottigliamento arguisce che molte materie miste sono abbandonate alla potestà civile. Si considera come non più in vigore l’articolo secondo cui la religione cattolica come sola religione dello Stato italiano, dispositivo che implica l’abbandono del principio cattolico secondo cui dell’uomo oltrepassa l’ambito individuale e investe la comunità civile. Il riconoscimento di Dio è un dovere non solo individuale, ma sociale. Anche se si vuol respingere l’antico dettato come non consentaneo all’indole dei tempi restava la sua assunzione almeno in linea storica, cioè prescindendo dal valore ultrastorico della religione e parte integrante e informante della vita storica della nazione italiana. Si poteva  considerare, attraverso una maggiore finezza dell’azione diplomatica, che quel principio non già si considera “non più in vigore” bensì che la Santa Sede prende atto che lo “Stato italiano dichiara di non considerarlo più in vigore”. La variazione è evidente: la Chiesa oggi chiama laicità ci che ieri chiamava laicismo.
La seconda variazione concerne il regime matrimoniale. Col Concordato del ’29 l’Italia riconosceva gli effetti civili al matrimonio canonico obbligatoriamente trascritto nell’anagrafe civile. Coll’introduzione del divorzio il regime fu unilateralmente variato: al coniuge di una persona divorziata lo Stato ritira lo status di coniuge che la Chiesa le riserva in perpetuo. L’art. 8 del codice dell’84 riconosce gli effetti civili al matrimonio canonico ma dà allo Stato la facoltà di negarlo quando le condizioni del diritto canonico non rispondono in casu alle norme del diritto civile.
La terza variazione tocca il regime scolastico. In luogo dell’obbligo sancito da Concordato del ’29 di seguire l’insegnamento della religione cattolica l’art. 9 del nuovo stabilisce che la Repubblica “riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principii del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. E’ riconosciuto a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di tale insegnamento” diritto che spetta a studenti e genitori. La religione cattolica non fa più parte dell’assiologia (dell’universo dei valori) della società italiana e non obbliga più. Non tanto la religione cattolica in quanto cattolica che lo Stato riconosce, bensì la religione cattolica in quanto forma storicamente rilevante della religiosità.
Neppure su un punto vitale della politica scolastica i negoziatori vaticano abbandonarono la linea della condiscendenza e della rinunzia. La richiesta di sovvenzioni dello Stato alle scuole private o alle famiglie che si avvalgono delle scuole non statali non fu difesa né divenne un punto cardinale della trattativa.
“Relazioni internazionali”, ricordando la dottrina di Pio XI circa la superiorità obiettiva dei fini della Chiesa, commentò la revisione del Concordato come una manifestazione esplicita  di ”quanto profondamente la Chiesa cattolica sia cambiata in questi anni”.
Mentre per l’ “Osservatore Romano” il nuovo Concordato era “solido e radicato frutto dei Patti del 1929” e si afferma che “restano intatti i principi della religione cattolica”. Che si faccia questa affermazione è ovvio, cioè, naturalmente, restano intatti a prescindere dal Concordato, ma non restano intatti nella legge, nel costume, nella vita sociale dello Stato che pratica e professa il contrario.
Lo stesso Papa affermò:” La revisione del Concordato è segno di rinnovata concordia tra Stato e Chiesa in Italia”. Ma il divorzio non discorda dall’indissolubilità? L’aborto non contravviene al divieto di uccidere intimato dalla morale naturale? L’indifferentismo della scuola pubblica non stride contro il dovere cattolico di istruirsi nella propria religione? In realtà nell’assiologia della repubblica italiana hanno luogo l’alfabetizzazione, la cultura fisica, la sanità, il lavoro, la sicurezza sociale, le arti e le lettere, ma quel valore che giusta la dottrina cattolica è il valore originario e tutti li consuma ne è escluso.


1.16  La Chiesa di Paolo VI. I discorsi di settembre 1974 – 

La disposizione di Paolo VI di dissimulare le difficoltà non poté continuare nella sua mente. Ciò avvenne coi due discorsi del 11 e 18 settembre ’74. Il dato emergente è da Occidente  e da Oriente: “la massiccia avanzata del secolarismo scristianizzatore” Dopo aver riconosciuto l’inimicizia teorica  e pratica del mondo moderno con la religione in genere e con la cattolica in particolare, il Papa abbandonandosi a un moto di spirituale tristezza confessa che non solo la religione sembra non avere prospera esistenza in un tale mondo ma che “a chi osserva le cose superficialmente, la Chiesa sembra impensabile ai nostri giorni e sembra destinata a spegnersi e a lasciarsi sostituire da una più facile e sperimentabile concezione razionale  e scientifica del mondo, senza dogmi, senza gerarchie, senza limiti al possibile godimento dell’esistenza, senza la Croce di Cristo”. La Chiesa prosegue rimane una grande istituzione ma “essa è ora, per certi riguardi, in gravi sofferenze, in radicali opposizioni, in corrosive contraddizioni”. Il Papa mette in dubbio se il mondo ha ancora bisogno della Chiesa per apprendere i valori di carità, di rispetto dei diritti, di solidarietà, dal momento che “tutto questo, e apre assai meglio, lo fa il mondo” e che al riuscita del mondo in questi valori sembra giustificare l’abbandono delle osservanze religiose da parte di intere popolazioni, l’irreligiosità del laicismo, l’emancipazione della legge morale, la defezione dei preti.
Importante il riconoscimento del vacillare della Chiesa dovuto a forze interne: ”Grande parte di essi mali non assale la Chiesa dal di fuori, ma l’indebolisce, la snerva da di dentro”. La novità non consiste del sorgere dei mali dal ceto clericale, sempre in passato i mali ebbero origine di lì, ma dal fenomeno dell’ “autodemolizione”.


1.17 Irrealismo intermittente di Paolo VI – 

Il superamento della tristezza in Paolo VI avviene in due maniere. Quella legittima, necessaria e tradizionale consiste nell’introdurre l’interpretazione filosofica e teologica propria del cattolicesimo riguardando i fatti sotto quel lume. Quella illegittima è fondata sulla gran legge psicologica del gravissimus mentis error, per cui lo spirito ripugna a riconoscere quel che pur conosce, perché gli è spiacente. Lo sente nel contatto col reale ma non lo dice né agli altri né a se.
Nonostante la gravità della situazione denunciata il Papa vede anche un qualcosa di positivo anzi “meravigliosi segni di vitalità, di spiritualità, di santità” li vede ma indistintamente e li annuncia, trasportato com’è dalla sua immaginatività ideativa. Persino nell’eresia stessa della Presenza reale, trapassata vigorosamente nella Mysterium fidei il Papa trova ragioni di relativo plauso, giacché gli appare “il desiderio lodevole di scrutare così gran mistero ed esplorarne le inesauribili ricchezze”.
Ma anche  in altre allocuzioni la propensione fa che Paolo VI prenda il figurato del suo pensiero per il consistente dei fatti. Per una sorta di generale sineddoche qualche parcella, anche minuta e irrilevante, è affetta da un valore esponenziale illusorio e viene riportata a una scala maggiore divenendo indizio di fatti generali.
Il 23 giugno 1975 il Papa esaltò “la grandissima consonanza di tutta la Chiesa col suo supremo pastore e con i propri vescovi” proprio mentre tutti gli episcopati del mondo giudicano le encicliche papali e hanno dottrine particolari. Tre settimane dopo però ingiungeva: ”Basta con il dissenso interno alla Chiesa, basta con una disgregratrice interpretazione del pluralismo, basta con l’autolesione dei cattolici alla loro indispensabile coesione”.
Similmente il dire che “il Concilio ha fatto comprendere la dimensione verticale della vita” suppone che la Chiesa preconciliare si volgesse al mondo piuttosto che al vertice contraddicendo l’intento precipuo professato dal Concilio di correggere semmai l’indirizzo del cattolicesimo attemperandolo all’orizzonte della storia.
Dice ancora il Papa:”i frutti della riforma liturgica appaiono oggi nel loro splendore a poche settimane avanti la cattedrale di Reims, consenziente il vescovo, subiva una profanazione tale che ne venne richiesta la riconsacrazione e in Francia si moltiplicavano le liturgie arbitrarie nel disprezzo delle norme romane e la Missa cum pueris eccitava vive rimostranze.
Ancora dichiarava che “gli insegnamenti del Concilio sono entrati nella vita quotidiana e son divenuti sostanza corroborante del pensiero e della vita cristiana”
Se per vita cristiana il Papa intende quei ristretti circoli in cui si è ritratta l’asserto regge, ma se la diagnosi papale riguarda il mondo intero allora troppo si oppongono a quelle parole il degrado del costume, la violenza civile, la costituzionalizzazione dell’ateismo (fenomeno novissimo nell’umanità), divorzio, aborto, eutanasia e il cinico disprezzo del diritto delle nazioni.
Pubblicato da Daniele Sottosanti 

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