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venerdì 15 giugno 2012

Il "chi è" dei vescovi dimissionati

Diario Vaticano /

Cioè costretti dal papa a lasciare la loro carica per atti immorali, o per colpe amministrative, o per altre gravi violazioni. Si contano a decine. I loro nomi sono spariti dall'Annuario Pontificio. Eccoli

di ***




CITTÀ DEL VATICANO, 15 giugno 2012 –  Tra gli anziani curiali si ricorda la battuta di un cardinale che amava ripetere: "Tra gli apostoli uno su dodici tradì, e oggi tra i successori degli apostoli la media non è certo migliore".

Oggi, senza contare le altre denominazioni cristiane, i vescovi cattolici eredi degli apostoli sono circa 5200 e quindi, applicando a loro questa proporzione “evangelica”, gli emuli di Giuda Iscariota nella Chiesa di Roma dovrebbero essere più di 400. Una cifra forse troppo ottimistica agli occhi dei lefebvriani o, da opposta prospettiva, della galassia ecclesiale progressista, ma certamente molto più alta del numero dei presuli che in vari modi sono stati puniti, negli ultimi anni, dall’unico che ha questa potestà, cioè il papa.


Al riguardo non esistono statistiche complete, anche perché aldilà dei casi più eclatanti, normalmente accade che il vescovo invitato a lasciare la guida di una diocesi per motivi dottrinali, morali, di malgoverno ecclesiastico o amministrativo, viene convinto a rassegnare le dimissioni al papa prima del compimento dell’età pensionabile di 75 anni in base al noto comma 2 del canone 401 del codice di diritto canonico che recita: "Il vescovo diocesano che per infermità o altra grave causa risultasse meno idoneo all'adempimento del suo ufficio, è vivamente invitato a presentare la rinuncia all'ufficio". E il papa accoglie le sue dimissioni molto rapidamente.

Normalmente questo comma 2 del canone 401 riguarda ecclesiastici colpiti appunto da "infermità" fisica o psichica, ma non mancano i casi di "altra grave causa".

Così, recentemente, il 7 giugno si sono registrate le dimissioni anticipate del vescovo ausiliare di Canberra in Australia, Patrick Percival Power, 70 anni, noto per le sue posizioni progressiste.

Mentre il 4 gennaio sono state annunciate quelle dell’ausiliare di Los Angeles, Gabino Zavala, 61 anni, perché padre di due figli. Non si sa se il prossimo anno il nome di quest’ultimo rimarrà ancora sull’Annuario Pontificio.

In passato infatti i nomi dei vescovi che hanno abbandonato l’incarico per sposarsi sono stati più o meno prontamente espunti dal librone rosso che riporta ogni anno tutto l’organigramma della Chiesa cattolica.

Senza rivangare i casi dell’argentino Jeronimo Podestà e dell’americano James Patrick Shannon, che riguardano il pontificato di Paolo VI, si possono ricordare alcuni casi relativamente più recenti, come quelli del vescovo irlandese di Galway, Eamon Casey, dimessosi a 65 anni nel 1992 e sparito dall’Annuario del 1997; del vescovo svizzero di Basilea, Hansjoerg Vogel, dimessosi a 44 anni nel 1995 e sparito dall’Annuario del 1997; del vescovo scozzese di Argill, Roderick Wright, dimessosi a 56 anni nel 1996 e sparito sempre nel 1997; del vescovo canadese di Gaspé, Raymond Dumais, dimessosi a 51 anni nel 2001 e sparito dall’Annuario del 2003. 

Dall’Annuario Pontificio di quest’anno è inoltre sparito il nome del vescovo di Pointe-Noire in Congo, Jean-Claude Makaya Loembe, che il papa ha "sollevato" dall’incarico il 31 marzo 2011.

Nel caso infatti che un vescovo, seppur sollecitato, non accetti di presentare le dimissioni, è il papa stesso che lo “solleva” dall’incarico. Il che succede piuttosto di rado. Ma succede.

Lo scorso 19 maggio, ad esempio, è stato "sollevato" il vescovo italiano di Trapani, Francesco Micciché, 69 anni, per problemi amministrativi.

Mentre il 2 maggio 2011, per motivi dottrinali, era stato “sollevato” il vescovo australiano di Toowoomba, William M. Morris.

Nel 1995, invece, il vescovo francese di Evreux, Jacques Gaillot, 60 anni, sempre per motivi dottrinali non venne "sollevato" ma trasferito d’ufficio alla sede titolare di Partenia. 

Morris e Gaillot sono stati rimossi perché sfrenatamente progressisti. Ma non mancano esempi sull’altro fronte.

Nel 2003, ad esempio, venne accolta la rinuncia del vescovo thailandese di Ratchaburi, John Bosco Manat Chuabsamai, 67 anni, dopo che si era avvicinato forse troppo al mondo lefebvriano.

Mentre nel marzo 2009 il papa ha "dispensato" monsignor Gerhard Wagner dall’accettare l’incarico di vescovo ausiliare di Linz al quale era stato nominato a fine gennaio. In Austria, Wagner era stato sottoposto a un martellante fuoco di fila da parte progressista, per le sue posizioni tradizionaliste.

Altri vescovi che sono stati cancellati dall’Annuario Pontificio sono poi quelli che sono stati ridotti allo stato laicale. D’autorità come nel caso del celebre Emmanuel Milingo nel 2009, o su richiesta dell’interessato, come è avvenuto nel 2008 con il presidente eletto del Paraguay ed ex vescovo di San Pedro, Fernando Lugo.

Prevedibilmente sparirà dall’Annuario anche il nome del vescovo canadese emerito di Antigonish, Raymond Lahey, dimesso dallo stato clericale un mese fa dopo una condanna civile per possesso di materiale pedopornografico.

Indubbiamente la gran parte dei "gravi motivi" che portano alle dimissioni anticipate dei vescovi riguardano questioni morali.

L’elenco è piuttosto lungo. Oltre ai casi segnalati si ricordano quelli degli arcivescovi statunitensi di Atlanta nel 1990 e di Santa Fe nel 1993, dell’arcivescovo di La Serena in Cile nel 1997, di due vescovi di Palm Beach negli USA nel 1998 e nel 2002, del vescovo di Santa Rosa negli USA nel 1999, dell’arcivescovo polacco di Poznan nel 2002, dell’arcivescovo di Milwaukee negli USA nel 2002, di quello di Lexington sempre negli USA nel 2002, dell’arcivescovo argentino di Santa Fe nel 2002, del vescovo filippino di Novaliches nel 2003, del vescovo argentino di Santiago del Estero nel 2005, del vescovo di Zamora in Messico nel 2006, dell’ordinario militare ungherese nel 2007, dei vescovi centroafricani di Bangui e Bossangoa nel 2009, del vescovo brasiliano di Minas nel 2009, del vescovo olandese di Ngong in Kenya nel 2009, del vescovo irlandese di Benin City in Nigeria nel 2010.

Una particolare copertura mediatica hanno avuto poi i casi del vescovo belga di Bruges nel 2010 e del vescovo prelato, di nazionalità tedesca, di Trondheim in Norvegia nel 2009. Il cardinale di Vienna Hans Hermann Groer, accusato di molestie, rinunciò all’incarico dopo aver compiuto i 75 anni e senza mai ammettere la colpa.

Diverso è il caso dei vescovi che si sono dovuti dimettere in anticipo non per aver compiuto atti gravemente immorali ma con l’accusa di aver coperto le responsabilità dei propri sacerdoti.

Il più eclatante è il caso del cardinale di Boston Bernard Francis Law, dimessosi nel dicembre 2002 a 71 anni. Ma ci sono anche i casi dei vescovi irlandesi di Ferns nel 2002, di Limerick nel 2009, e di un ausiliare di Dublino nel 2010, nonché dell’ordinario di Maitland-Newcastle in Australia nel 2011.

Ma tra i "gravi motivi" che possono portare alle dimissioni di un vescovo non ci sono solo questioni di morale sessuale. Ci può essere l’omesso soccorso in un incidente (il vescovo di Phoenix negli Stati Uniti nel 2003), l’ubriachezza (il vescovo polacco di Elblag nel 2003), l’adozione di una ragazza (il vescovo indiano di Cochin nel 2009), il collaborazionismo con un regime dittatoriale (l’arcivescovo di Varsavia nel 2007), l’incapacità gestionale (il vescovo di Koudougou in Burkina Faso nel 2011).

Particolari infine sono i casi dei vescovi lefebvriani e cinesi.

Ai primi è stata tolta la scomunica ma verranno reinseriti nell’Annuario Pontificio solo se e quando entreranno in piena comunione con Roma.

I secondi sono al momento totalmente assenti nell’Annuario Pontificio, anche se riconosciuti dalla Santa Sede per vie traverse. I loro nomi potranno essere inseriti solo quando sarà possibile per la Santa Sede rapportarsi con loro secondo le regole valide per tutta la Chiesa.

Resta invece scritto nell’Annuario Pontificio il nome del vescovo di Pyongyang in Corea del Nord. Si tratta di Francis Hong Yong-ho, che oggi avrebbe circa 106 anni. E che in realtà è morto da decenni, vittima del regime comunista.

La Santa Sede ovviamente lo sa, ma imperterrita continua a inserire il suo nome nell’Annuario, dandolo come “disperso”.

__________http://www.chiesa.espressonline.it/dettaglio.jsp?id=1350268

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