ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 15 ottobre 2012

Cinquant'anni di gelido inverno


Ci siamo. Il tempo delle commemorazioni, della retorica e del trionfalismo è arrivato. E non so se riuscirò a resistere fino a novembre 2013... Oggi, 11 ottobre 2012, si commemora il 50° anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II. Per l'occasione, così come per ricordare il ventennale della pubblicazione del Catechismo della Chiesa Cattolica, papa Benedetto XVI ha inaugurato l'Anno della Fede. Dio solo sa quanto ce n'è bisogno.

Peccato che, salvo interventi di natura soprannaturale, tutto si risolverà nel nulla più totale. A cosa hanno portato infatti gli Anni del Rosario e dell'Eucaristia? A cosa gli Anni paolino e sacerdotale? A niente. Sì, vi sono state qua e là belle parole, belle riflessioni, qualche spunto interessante. Ma di fatto non è cambiato nulla e la Chiesa sembra più di prima in procinto di sprofondare nell'abisso più nero. Ma, si sa, io dico queste cose perché sono pessimista...
Ad ogni modo, come darmi torto? Non sembra piuttosto ai nostri lettori che la mia analisi - da ragazzo di campagna, s'intende, senza tanta teologia e filosofia (che spesso possono far male anziché bene) - sia impietosamente realista? E allora mi chiedo: cosa festeggiamo in questo 11 ottobre? Ai tempi di Giovanni XXIII si poteva celebrare ancora la Maternità divina di Maria. Dopo l'assise conciliare, però, col nuovo calendario liturgico, tale festa è stata spostata, così come tante altre, sempre che non siano state del tutto soppresse. E quindi cosa dobbiamo ricordare? In genere si festeggiano gli eventi lieti, le vittorie, le conquiste, o le liberazioni. Gli episodi tristi, o quelli controversi, invece si ricordano, ma riflettendo, senza alcun trionfalismo. E come possiamo classificare il Vaticano II per la Chiesa? La risposta sembra ovvia.

La crisi in cui versa il Corpo Mistico di Cristo risale a ben prima degli anni Sessanta. Ma è col Concilio che i cancelli si sono aperti e i buoi sono scappati. Certo, stiamo parlando della Chiesa, sempre santa e guidata da Nostro Signore, per cui non è difficile riconoscere che qualcosa di buono c'è ancora e non è mai stato cancellato. Non è così impossibile vedere la luce, seppur fioca e riflessa, anche nel Concilio e nel post-Concilio. Si tratta comunque di eccezioni che confermano semplicemente la costituzione divina della Chiesa di Cristo. Non si può invece negare che, a distanza di 50 anni, il suo volto appaia quanto mai deturpato. Se è vera la frase evangelica "dai loro frutti li riconoscerete" (Mt 7,16), che dire del Concilio Vaticano II? Tutti lo citano, tutti lo esaltano, tutti lo venerano, tutti lo impugnano come spada, tutti lo tengono come punto di non ritorno, tutti lo dichiarano imprescindibile. Ma perché? Non voglio ora dilungarmi su disquisizioni ermeneutiche. Lascio il lavoro agli specialisti.  

Da uomo della strada, che ama Gesù, sua unica ragione di vita e la Chiesa da Lui fondata, sua unica Madre e Maestra, noto semplicemente un fatto: i Papi, i vescovi, i sacerdoti, i religiosi e pure i fedeli hanno lasciato che fosse distrutto quasi tutto. Possiamo vedere solo macerie. Nonostante non sia stata formalmente insegnata l'eresia, la si è lasciata galoppare per tutto l'orbe cattolico. La Chiesa si è autodemolita, ha abbracciato quasi mortalmente il mondo, cioè il diavolo. E i frutti si son visti, inutile elencarli. La catastrofe abbattutasi sul cattolicesimo è sotto gli occhi di tutti. La verità è stata messa da parte. Il peccato non è più stato condannato. La società ha voltato le spalle a Dio. Certo, la colpa non è tutta del Concilio. Ci sono tanti fattori. Ma di fronte a un mondo in rovina, la Chiesa avrebbe dovuto reagire come ai tempi del beato Pio IX e invece non l'ha fatto. Ha preferito cedere agli applausi, col risultato di perdere se stessa. E a nulla sono serviti i moniti di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, perché questi Pontefici non hanno avuto la forza né il coraggio di dire pane al pane e vino al vino. Non hanno voluto, potuto o saputo riconoscere che la causa di tutti i mali va proprio ricercata, se non nei documenti del Concilio (rispetto ai quali bisognerebbe comunque fare qualche distinguo), nel clima intellettuale che li ha generati, facendo da contorno all'evento conciliare e dispiegando i propri effetti negativi nei decenni successivi. Inutile raccontarci favole: dopo il Concilio la Chiesa è cambiata notevolmente ed in peggio. Quasi non si riconosce più. 
Questa situazione di sfacelo, poi, piace molto a vescovi progressisti (che hanno raggiunto il loro scopo), giornalisti à la page, opinionisti radical chic e intellettuali infedeli. Ebbene si, il mondo, con tutte le sue pompe, gode molto a sentir parlare di Concilio. Sentiremo per ogni dove e in ogni momento che questi 50 anni sono solo l'inizio della primavera. Chi non ci sta, chi, anziché sentire il tepore primaverile e il buon odore dei prati in fiore, sente il gelo di un lungo e glaciale inverno nelle ossa, verrà ecumenicamente e misericordiosamente messo a tacere e pubblicamente svillaneggiato.

Perché questo è stato ed è il post-Concilio: pur con tutti i distinguo e pur con tutte le precisazioni, assistiamo innegabilmente a una grave crisi della fede della Chiesa, quasi a un momentaneo prevalere del Male sul Bene. Si trattta, però, di una vittoria comunque temporanea, perché sappiamo bene che "portae inferi non praevalebunt". Maria, Mater Ecclesiae, ora pro nobis!

di Federico Catani

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