OBAMA E CON BENEDETTO XVI |
Benedetto XVI messaggio di congratulazioni ad Obama
L’atteggiamento della Santa Sede appare ben più cauto rispetto al novembre 2008. Allora, appena eletto Obama, «L’Osservatore Romano» titolò: «Una scelta che unisce». Il quotidiano vaticano, accusato dai prelati Usa di troppo entusiasmo, oggi invece sottolinea che «l’ondata di speranza in un cambiamento radicale montata quattro anni fa è ormai esaurita».
Nei sacri palazzi abita una pattuglia di prelati americani che speravano nella vittoria di Mitt Romney: il cardinale Raymond Burke, Prefetto della Segnatura, noto per le sue posizioni contrarie a Obama; l’assessore della Segreteria di Stato, Peter Brian Wells e il Prefetto della Casa Pontificia, James Harvey. Contrari anche due porporati curiali ormai pensionati, Bernard Law e James Stafford.
Con Obama il Vaticano ha molte consonanze sulla politica internazionale: la lotta alla povertà, il dialogo con l’islam, la ricerca di soluzioni diplomatiche per le crisi in Siria, in Iran e la questione palestinese, la gestione dell’immigrazione. Ma per Benedetto XVI e i suoi collaboratori in Segreteria di Stato rimane imprescindibile il richiamo ai valori «non negoziabili». Non a caso, ricevendolo nel luglio 2009, Ratzinger donò a Obama copia dell’istruzione «Dignitas personae», dedicata alla bioetica e alla dignità da riconoscere ad ogni essere umano fin dal concepimento.
La Chiesa americana, con l’appoggio papale, è scesa in campo massicciamente. Il cardinale di New York Timothy Dolan ha definito «sconsiderata» la decisione di rendere obbligatoria anche per le associazioni religiose l’assicurazione sanitaria per i dipendenti che comprende rimborsi per la contraccezione e l’aborto. Il cardinale di Chicago Francis George ha invitato il clero a «istruire» i fedeli alla vigilia del voto. Il vescovo Daniel Jenky ha chiesto ai preti di leggere dal pulpito una lettera anti-Obama mentre l’arcivescovo di Baltimora, William E. Lori, ha bollato la riforma sanitaria una «minaccia alla libertà religiosa».
Una battaglia che ha trovato sponde anche al di qua dell’Oceano, come quella della Fondazione «Giovanni Paolo II per il Magistero sociale» presieduta dal vescovo di San Marino Luigi Negri, che ha diffuso una nota augurandosi che il popolo americano «non abbia a pentirsi» della scelta.
ANDREA TORNIELLICITTA' DEL VATICANO
Il telegramma dalla Santa Sede e le parole del direttore della Sala Stampa Vaticana padre Federico Lombardi
Benedetto XVI ha inviato un messaggio di auguri a Obama per il nuovo mandato come presidente degli Stati Uniti. Il Papa assicura le sue preghiere per le «altissime responsabilità di fronte al Paese e alla comunità internazionale» e affinchè «gli ideali di libertà e giustizia» continuino a risplendere negli Usa.
Il messaggio, ha fatto sapere il direttore della sala stampa vaticana padre Federico Lombardi, è stato inviato attraverso la Nunziatura apostolica a Washington. Nel testo, il Papa fa i suoi auguri a Obama, rieletto presidente degli Usa, per il nuovo mandato, e assicura le sue preghiere a Dio perchè lo assista nella sue altissime responsabilità di fronte al Paese e alla comunità internazionale e affinchè gli ideali di libertà e giustizia che hanno guidato i fondatori degli Stati Uniti d’America continuino a risplendere nel cammino della nazione.
Il direttore della Sala stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha brevemente commentato con la stampa la rielezione del presidente degli Stati Uniti. «Come tutti sappiamo - ha detto - il compito del Presidente è di immensa responsabilità non solo per il suo grande Paese, ma per tutto il mondo, dato il ruolo degli Stati Uniti sulla scena mondiale».
«Perciò tutti auguriamo al presidente Obama - ha detto ancora Lombardi - riconfermato oggi nelle sue funzioni dalle elezioni appena compiute, di rispondere alle attese che si rivolgono verso di lui dai suoi concittadini, perchè possa servire il diritto e la giustizia per il bene e la crescita di ogni persona, nel rispetto dei valori umani e spirituali essenziali, nella promozione della cultura della vita e della libertà religiosa - da sempre così preziosa nella tradizione
del popolo americano e nela sua cultura - perchè possa trovare le vie migliori per promuovere il benessere materiale e spirituale di tutti; perchè possa promuovere efficacemente lo sviluppo umano integrale, la giustizia e la pace nel mondo».
del popolo americano e nela sua cultura - perchè possa trovare le vie migliori per promuovere il benessere materiale e spirituale di tutti; perchè possa promuovere efficacemente lo sviluppo umano integrale, la giustizia e la pace nel mondo».
La Chiesa delusa. Aveva puntato sui valori di Mitt
Il messaggio di Benedetto XVi a Obama e la delusione di una parte delle gerarchie
Benedetto XVI ha inviato un messaggio a Obama, pregando Dio «perché lo assista nelle sue altissime responsabilità di fronte al Paese e alla comunità internazionale» e perché «gli ideali di libertà e giustizia» che hanno guidato i padri fondatori «continuino a risplendere nel cammino della nazione». Il portavoce padre Federico Lombardi ha aggiunto l’augurio che il presidente «possa servire il diritto e la giustizia» nel «rispetto dei valori umani e spirituali essenziali, nella promozione della cultura della vita e della libertà religiosa». Accenni non casuali, dato che negli ultimi mesi proprio su questi temi all’inquilino della Casa Bianca sono arrivate le critiche accese dalla nuova leadership dei vescovi Usa di nomina ratzingeriana.L’atteggiamento della Santa Sede appare ben più cauto rispetto al novembre 2008. Allora, appena eletto Obama, «L’Osservatore Romano» titolò: «Una scelta che unisce». Il quotidiano vaticano, accusato dai prelati Usa di troppo entusiasmo, oggi invece sottolinea che «l’ondata di speranza in un cambiamento radicale montata quattro anni fa è ormai esaurita».
Nei sacri palazzi abita una pattuglia di prelati americani che speravano nella vittoria di Mitt Romney: il cardinale Raymond Burke, Prefetto della Segnatura, noto per le sue posizioni contrarie a Obama; l’assessore della Segreteria di Stato, Peter Brian Wells e il Prefetto della Casa Pontificia, James Harvey. Contrari anche due porporati curiali ormai pensionati, Bernard Law e James Stafford.
Con Obama il Vaticano ha molte consonanze sulla politica internazionale: la lotta alla povertà, il dialogo con l’islam, la ricerca di soluzioni diplomatiche per le crisi in Siria, in Iran e la questione palestinese, la gestione dell’immigrazione. Ma per Benedetto XVI e i suoi collaboratori in Segreteria di Stato rimane imprescindibile il richiamo ai valori «non negoziabili». Non a caso, ricevendolo nel luglio 2009, Ratzinger donò a Obama copia dell’istruzione «Dignitas personae», dedicata alla bioetica e alla dignità da riconoscere ad ogni essere umano fin dal concepimento.
La Chiesa americana, con l’appoggio papale, è scesa in campo massicciamente. Il cardinale di New York Timothy Dolan ha definito «sconsiderata» la decisione di rendere obbligatoria anche per le associazioni religiose l’assicurazione sanitaria per i dipendenti che comprende rimborsi per la contraccezione e l’aborto. Il cardinale di Chicago Francis George ha invitato il clero a «istruire» i fedeli alla vigilia del voto. Il vescovo Daniel Jenky ha chiesto ai preti di leggere dal pulpito una lettera anti-Obama mentre l’arcivescovo di Baltimora, William E. Lori, ha bollato la riforma sanitaria una «minaccia alla libertà religiosa».
Una battaglia che ha trovato sponde anche al di qua dell’Oceano, come quella della Fondazione «Giovanni Paolo II per il Magistero sociale» presieduta dal vescovo di San Marino Luigi Negri, che ha diffuso una nota augurandosi che il popolo americano «non abbia a pentirsi» della scelta.
ANDREA TORNIELLICITTA' DEL VATICANO
Washington e Gomorra: o pan-omosessualisti o Stati (p)Uniti. Cattolici, turatevi il naso e pregate per Romney
WASHINGTON & GOMORRA
QUEGLI STATI (P)UNITI…
…SE NON SI PIEGANO ALLA DITTATURA DELL’AGENDA PAN-OMOSESSUALISTA
La necessità per il cattolico fedele di turarsi il naso…
…e sostenere (col voto e la preghiera) il male minore:
MITT ROMNEY
IN BREVE
Basta venire qui a New York City, la capitale mondiale della tirannia pan-omosessualista, per constatare quanto opporvisi potrebbe presto iniziare a costare ben più che una disapprovazione solo dialettica. Nei mesi scorsi, ha destato molte polemiche a livello nazionale la posizione presa contro le “nozze” gay da Dan Cathy, cristiano battista presidente della catena fast-food “Chick-Fil-A”. Un uragano di riprovazione ha attraversato tutto il paese, dagli inviti degli attivisti omosessuali a far chiudere i negozi della catena presenti nelle università a quello del sindaco di Chicago ed ex capo dello staff di Obama Rahm Emanuel, il quale si è detto d’accordo con la proposta di impedire alla compagnia di aprire altri punti vendita nella sua città, i cui valori non sono quelli <<bigotti ed omofobici>> di “Chick-Fil-A”. Le stesse curiose idee di libertà d’opinione e d’impresa (evidentemente valide solo quando si è d’accordo col pensiero unico radicale, si capisce) espresse da Christine Quinn, presidente del Consiglio Comunale di NYC, in una lettera ufficiale al rettore della New York University dove si legge: <<La incoraggio ad interrompere il rapporto con l’esercizio Chick-Fil-A presente nel vostro campus. Tale attività commerciale andrebbe rimpiazzata con un’altra la cui dirigenza non denigra una parte della nostra popolazione>>.
Dovendo dunque decidere esclusivamente sulla base dei valori positivi espressi dalle fazioni politiche, il cattolico fedele si ritroverebbe, ahimé, senza alternative. Scenario ancor più grigio a volersi soffermare sulla fede dello stesso Romney, appartenente alla “Chiesa” mormone delle cui follie non solo teologiche non è il momento di disquisire. Cosa fare, allora nella cabina elettorale? Una cosa molto semplice: scegliere il male minore, cioè Romney.
di Luca Dombré
(Nota dell’autore: buona parte dei link a notizie e video allegati nel testo sono in lingua inglese. Chi avesse difficoltà a tradurli, può contattare la redazione per ricevere spiegazioni e specificazioni sui contenuti).
Siamo ormai a poche ore dall’esito finale delle presidenziali americane e, come sempre da copione del feuilleton elettorale, i dibattiti tra i candidati e i loro vice, i sondaggi e le analisi degli esperti hanno saturato per settimane il discorso pubblico e mediatico. Il tema dominante è stato sempre lo stesso, la parola magica che per l’uomo del Ventunesimo secolo decide e conclude ogni dimensione della vita: l’economia. La prima disputa televisiva tra Barack Obama e lo sfidante repubblicano Mitt Romney è stata esemplare della monotematicità dei principi che guidano i programmi e le scelte dei politici di ogni livello e latitudine: bilanci, debiti, efficienza, entrate, deficit, (dis)occupazione, prestiti, profitti, stabilità, tagli, tasse, ecc. ecc.. Tutte declinazioni del suddetto termine fatato, il cui significato è in realtà univoco, e cioè che ogni cosa è riducibile a punto percentuale e che a questo l’essere umano deve rendere servizio, e non certo il contrario. Ogni questione non prettamente economica, si tratti di ambiente, etica, diritto di famiglia, sanità o qualunque altra, finisce comunque con l’essere subordinata al solenne principio utilitarista della “quadratura dei conti”, essendo il saldo tra entrate ed uscite il solo criterio di salvezza o condanna di individui, popoli e nazioni.
DIO O MAMMONA?
Data l’introduzione, va subito specificato che l’intento di questo
articolo è offrire un’istantanea della gara elettorale da un punto di
vista squisitamente cattolico e non tanto discutere dei programmi dei
candidati. Intendo, cioè, ragionare su alcune questioni: cosa è in gioco
in questo voto per i fedeli americani che seguono per davvero la
dottrina sociale della Chiesa? E cosa ci dicono queste elezioni della
situazione morale degli States e, più nello specifico, del cattolicesimo
locale?
Dicevamo: qualunque fondamento etico e morale alla base dei programmi
politici delle democrazie contemporanee risulta secondario rispetto al
primato del calcolo finanziario, e tale assioma è certamente applicabile
anche alla sfida presidenziale statunitense. Può,
allora, un cattolico americano, nella scelta fra Obama e Romney, contare
su criteri diversi da quelli economici? Oppure deve piegarsi a tale
visione totalitaria in cui i bilanci rappresentano una dimensione
autosufficiente e così votare solo in base alla fattibilità delle
promesse finanziarie dei candidati? Deve credere anche lui che basterà
davvero risollevare l’economia e l’America tornerà a funzionare? Le
parole pronunciate negli anni successivi alla Grande Depressione da un
grande americano, il Venerabile Arcivescovo di New York Fulton J.Sheen,
suonano inquietantemente attuali e ci fanno capire cosa, in realtà, non
funzioni in questo paese (e nell’Occidente un tempo cristiano):
<<I profeti contemporanei affermano che l’economia ha fallito. No!
Non è l’economia ad aver fallito; è l’uomo che ha fallito, l’uomo che
ha dimenticato Dio. Perciò nessun tipo di riadattamento economico o politico può
salvare la nostra civiltà; possiamo essere salvati solo da una
rigenerazione interiore dell’uomo, solo attraverso una purificazione dei
nostri cuori ed anime, poiché solamente cercando per primo il Regno di
Dio e la Sua Giustizia quelle altre cose ci verranno donate in
aggiunta>>.
Il cuore della faccenda sta, dunque, qui: nella sostituzione che la
plurisecolare metamorfosi delle ideologie positiviste ha attuato,
mettendo al centro dell’universo l’uomo coi suoi insaziabili desideri in
luogo di Dio e del Suo progetto per il creato. Rimodulando in tal modo
la visuale rispetto ai valori assoluti e non solo contingenti come
quelli economici, nella cabina elettorale il cattolico americano si
dovrà allora chiedere la domanda fondamentale: che tipo di società nel
suo complesso i candidati vogliono costruire? Ed è qui che si apre lo
scenario decisivo, composto a mio avviso di due prospettive: la prima è
che Obama o Romney non è una scelta tra bene o male, ma contro il
maggiore di due mali; la seconda è che un altro mandato obamiano
rappresenterebbe un passo gigantesco nella direzione opposta alla
rigenerazione di cui parlava l’Arcivescovo Sheen.
ROMNEY NON E’ IL BENE, MA UN MALE MINORE
Riguardo al primo punto, la constatazione sarebbe tutto sommato
ovvia, se non fosse che l’immaginario dell’europeo medio (influenzato
dal conformismo mediatico dominante) recepisce solitamente il Grand Old
Party repubblicano come il partito degli affaristi e lobbisti famelici,
fanatici religiosi e guerrafondai invasati, mentre quello democratico
richiama aneliti di egualitarismo patinato, pacifismo da salotto e
laicità politicamente correttissima. Non essendo stringente stabilire in
questa sede la fallacia di tale manicheismo, è tuttavia importante
notare che – mantenendo sempre tutto sotto l’ottica dell’insegnamento
della Chiesa- entrambi i partiti si equivalgono nell’assenza dalla loro
piattaforma di principi di qualunque verità non negoziabile. Molti
immagineranno di trovare nel liberal-conservatorismo di base dei
repubblicani dei valori “di destra” condivisi da tutti i suoi affiliati,
ma non è così. Almeno non di questi tempi. Il partito repubblicano, che
qualcuno si aspetterebbe essere in qualche modo il referente politico
dei valori della Dottrina morale e sociale del cattolicesimo (conto che
il lettore comprenda questa rude semplificazione cum grano salis), in
realtà non si richiama in ogni suo componente ad alcuna verità assoluta,
specie in fatto di aborto, contraccezione o sacramento matrimoniale,
tematiche . Per capirci con un esempio: l’attuale sindaco di New York
City Michael Bloomberg, che in questi giorni ha dato il suo endorsement
ad Obama in quanto, a sua detta, paladino di diritti di donne,
omosessuali e condottiero credibile contro il riscaldamento globale,
potrebbe correre per la nomination repubblicana nel 2016. E tanti sono,
sebbene una frazione minoritaria, i repubblicani pro-choice (qui un gruppo).
Dovendo dunque decidere esclusivamente sulla base dei valori positivi
espressi dalle fazioni politiche, il cattolico fedele si ritroverebbe,
ahimé, senza alternative. Scenario ancor più grigio a volersi soffermare
sulla fede dello stesso Romney, appartenente alla “Chiesa” mormone
delle cui follie non solo teologiche non è il momento di disquisire.
Cosa fare, allora nella cabina elettorale? Una cosa molto semplice:
scegliere il male minore, cioè Romney. Ora, alcuni più esperti di me in
teologia morale saranno liberi di impartire lezioni, a me che ne sono
ignorante, per convincermi dell’errore insito nell’optare per un male
per quanto inferiore ad un altro. Non prima, però, di aver letto
interamente il mio articolo e dimostrarmi come il male maggiore (Obama)
non necessiti di essere fermato ad ogni costo. In tal caso, sarò lieto
di riconoscere il mio sbaglio. Ma veniamo, così, al secondo punto.
LA SCELTA, IN REALTA’, E’ FERMARE IL MALE MAGGIORE!
Se la valenza finale delle presidenziali dipendesse limitatamente
dell’esito elettorale, il dubbio tra i due mali sarebbe certo difficile
da sciogliere. Ma tale scenario sussiste naturalmente solo in linea
teorica, poiché le percentuali di voto rappresentano l’inizio di un
contesto più ampio ed esteso nel futuro, vale a dire quello delle
politiche che il vincitore metterà in atto col suo esecutivo, specie,
per quel che ci riguarda, su temi capitali e bollentissimi negli USA
come aborto, contraccezione, politiche di educazione sessuale e “nuovi
diritti” promossi dalla potentissima lobby LGBT (sigla che sta per
“lesbian, gay, bisexual and transgender”).
Ebbene, in base a queste questioni su cui l’insegnamento della Chiesa
non lascia spazio ad interpretazioni o possibilismi, le prospettive sono
chiarissime.
Romney (che per candidato vicepresidente ha scelto il cattolico Paul
Ryan, il cui record legislativo su aborto e “matrimonio” omosessuale si è
finora distinto per la particolare aderenza ai prinicipi che dovrebbero
ispirare un politico cattolico) promette
che in fatto di valori la sua amministrazione si impegnerà, tra le
altre cose, ad interrompere gli ingenti finanziamenti federali a Planned
Parenthood (la più influente organizzazione abortista americana che in
Obama ha il suo sponsor principale) e a proteggere il matrimonio
tradizionale tra uomo e donna. Tuttavia, è bene chiarire che nessuno si
illude che una presidenza Romney trasformerebbe gli Stati Uniti in
chissà quale modello di virtù cristiane applicate alla politica. Dal
nostro punto di vista, l’aspetto più positivo di una vittoria del
governatore del Massachussetts starebbe soprattutto in quel che
riuscirebbe ad evitare. Vale a dire,
gli inquietanti scenari che si aprirebbero con una rielezione di Obama, e
parlando dei quali arriviamo al cuore della riflessione.
IL REDENTORE DA COPERTINA
Uscendo, infatti, dalla perniciosa ritrattistica para-religiosa che dipinge l’attuale presidente come un’icona, un salvatore della nazione unto per portare pace, tolleranza e prosperità, si può e si deve avere la lucidità di comprendere in quale cornice culturale si sviluppi tale santificazione. Lo sfondo è il momento di massimo vigore della dottrina radical-progressista nel mondo occidentale, un arrembaggio veemente che punta a rovesciare i fondamenti stessi della società attraverso l’imposizione coatta di numerosi componenti: una cultura abortista, contraccettiva e sterilizzatoria che, al contrario delle intenzioni dichiarate, diffonde irresponsabilità e malattie; l’ideologia di genere e tutto quel che ne consegue in termini di recriminazioni interminabili di “nuovi diritti”, fra tutti quello del “matrimonio” omosessuale; non ultima, anzi sintesi suprema delle precedenti, la persecuzione culturale, linguistica e giudiziaria di chiunque si opponga alle intimazioni di questa disgustosa, fasulla “civiltà dell’amore”. Di tutto questo, Obama è il referente politico perfetto, il distillato finale ed imbottigliato col fiocco dell’ebollizione cominciata con la rivoluzione sessuale degli anni ’60 con una rovente fiammata e poi proseguita in una costante e paziente brasatura, il santino venerato per quel che ci si illude rappresenti e non ciò che effettivamente incarna. E, a questo punto, è necessario offrire esempi precisi a sostegno.
LE NAZIONI (P)UNITE…SE NON SI PIEGANO ALL’AGENDA PAN-OMOSESSUALISTA
Un caso tra i più eclatanti dell’avanzata di questo mammuth
ideologico sono le Nazioni Unite, con le loro istituzioni interne e i
rappresentanti dei vari governi che lavorano a spron battuto per imporre
l’agenda pan-omosessualista alla totalità dei paesi membri. I motivi di
ciò sono elementari: formalizzare come “universali” i “nuovi diritti”
fornirebbe il tronco giuridico di base da cui ramificherebbero nuove
legislazioni nazionali costrette ad accettare gli innovativi principi.
Fra questi, i cosiddetti reproductive rights forniscono un esempio
illuminante. In primo luogo, perché sono forse l’argomento che ha visto i
governi occidentali, guidati dall’amministrazione obamiana (qui il video
di un inquietante discorso programmatico di Hillary Clinton nel 2011),
maggiormente impegnati nell’intimare ai paesi più deboli di uniformarsi
alle politiche di controllo delle nascite, educazione sessuale e
prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse (STD). Scrivo
“intimare” perché veri e propri ricatti vengono compiuti verso quei
governi che si oppongono all’imposizione occidentale di costumi e
pratiche sessuali confliggenti con i propri valori culturali e sociali
(un rivelatorio documentario
testimonia questo imperialismo culturale con i disastrosi esiti delle
sue politiche di lotta all’AIDS e i comportamenti che ne propagano il
contagio). <<Se volete continuare a ricevere aiuti, dovete votare a
favore dei nostri provvedimenti>>: in sintesi, questa è la logica
mafiosa con cui le agenzie governative euro-americane si fanno veicolo
dell’universalizzazione della sessuomane cultura di morte e sterilità
che si spaccia per paladina dei diritti umani. A differenza, va
ricordato, dei tempi in cui la presidenza dell’orripilante mostro George
W. Bush conduceva politiche contro il contagio in Africa che hanno
riscosso enorme apprezzamento in quel continente e attuava negli USA la legge contro la raccapricciante pratica dell’aborto a nascita parziale.
La seconda peculiarità dei reproductive rights concerne un connotato
ricorrente nella propaganda radical e, allo stesso tempo, comune a tutti
i sistemi politico-culturali di stampo totalitario: l’utilizzo subdolo
del linguaggio. Come i “Comitati di salute pubblica” nella Francia
giacobina o l’”Arbeit macht frei” nazista, i “diritti riproduttivi” sono
un eufemismo ingannevole per indicare l’opposto di quel che appaiono
comunicare; nel caso in questione non, come si penserebbe, una cornice
giuridica di tutela di madre e nascituro, bensì una codificazione
indicante la promozione di aborto e controllo delle nascite. Un
aggettivo che denota l’atto positivo della gestazione e nascita di un
bambino (il vero protagonista della “riproduzione”) viene manipolato per
adulterare e rendere accettabile il significato antitetico ad esso. Di
questa nauseante disonestà intellettuale ci sarebbero altri esempi, ma
mi pare che questo sia sufficientemente eloquente.
PROVE GENERALI DI PERSECUZIONE?
In realtà, i sofismi linguistici sono solo il segnale di una situazione che si rivela ancor più allarmante esaminando la prepotenza quotidiana con cui il moloch radical-progressista impone il proprio credo dittatoriale. Proposte di legge, sentenze processuali, iniziative a livello educativo ed istituzionale, tutte volte a rafforzare l’agenda politica ultra-liberal e zittire il dissenso, si susseguono ovunque tanto copiose che non se ne tiene più il conto. Un caso sorprendente di tale persistenza è il Canada, paese dove l’immaginazione fatica a tenere il passo delle follie progressiste. Esemplari, tanto per dirne una, sono le recenti dichiarazioni di Laurel Broten, ministro agli “Affari femminili” dell’Ontario, la quale ha affermato che le scuole cattoliche che ricevono fondi pubblici <<non dovrebbero insegnare che l’aborto è sbagliato poiché le leggi anti-bullismo dello Stato proibiscono la misoginia>> (numerosi altri esempi di pazzia dal Canada all’Australia sono reperibili su Lifesitenews.com, sito in inglese che fa un lodevole lavoro di informazione sulle tematiche di vita e famiglia).
Tornando poi entro i confini statunitensi, basta venire qui a New York City, la capitale mondiale della tirannia pan-omosessualista, per constatare quanto opporvisi potrebbe presto iniziare a costare ben più che una disapprovazione solo dialettica. Nei mesi scorsi, ha destato molte polemiche a livello nazionale la posizione presa contro le “nozze” gay da Dan Cathy, cristiano battista presidente della catena fast-food “Chick-Fil-A”. Un uragano di riprovazione ha attraversato tutto il paese, dagli inviti degli attivisti omosessuali a far chiudere i negozi della catena presenti nelle università a quello del sindaco di Chicago ed ex capo dello staff di Obama Rahm Emanuel, il quale si è detto d’accordo con la proposta di impedire alla compagnia di aprire altri punti vendita nella sua città, i cui valori non sono quelli <<bigotti ed omofobici>> di “Chick-Fil-A”. Le stesse curiose idee di libertà d’opinione e d’impresa (evidentemente valide solo quando si è d’accordo col pensiero unico radicale, si capisce) espresse da Christine Quinn, presidente del Consiglio Comunale di NYC, in una lettera ufficiale al rettore della New York University dove si legge: <<La incoraggio ad interrompere il rapporto con l’esercizio Chick-Fil-A presente nel vostro campus. Tale attività commerciale andrebbe rimpiazzata con un’altra la cui dirigenza non denigra una parte della nostra popolazione>>.
LA CHIESA CATTOLICA E’ MIA E ME LA GESTISCO IO!
Con la Quinn arriviamo al fondo del barile nella cui melma, dal
post-Concilio in poi, è stata purtroppo risucchiata la Chiesa Cattolica
statunitense, spesso laboratorio all’avanguardia delle più dissennate
bestialità dottrinali ed ecclesiali. Il pedigree
della speaker del municipio newyorkese è infatti una cartina di
tornasole dello stato spesso rovinoso in cui versa il cattolicesimo
locale: battezzata cattolica, è lesbica dichiarata ed è stata in prima
fila nella battaglia che ha portato, pochi mesi fa, alla legalizzazione
del “matrimonio” omosessuale, di cui ha prontamente approfittatto per
prendere in “moglie” un’altra donna. Su questa inconciliabilità tra
pratica di vita ed osservanza della Dottrina cattolica, ha espresso il
suo parere in una recente intervista radiofonica, in cui le si chiedeva se non vedesse la necessità di lasciare la Chiesa come ovvia conseguenza:
<<E’ un loro [della Chiesa, nda] problema, non il mio. (…) Intendo
cosa vedono in certe questioni politiche e loro capiscono che non siamo
d’accordo a riguardo. (…) La fede è ciò che sei. E’ dentro di te. E’
come tu vedi il mondo. E’ ciò che ti ispira e ti conforta. (…) Perché
dovrei abbandonare la Chiesa? E’ la mia Chiesa. Sono loro quelli che
hanno la prospettiva sbagliata. Non me ne andrò, perché se lo facessi, è
come dargliela vinta. Vado in qualunque chiesa voglio, quando lo
voglio. E’ la mia Chiesa. Nessuno me l’ha mai chiesto e nessuno lo farà
mai>>.
Quel che sicuramente ci chiediamo noi è, invece, cosa farà il Cardinale
di New York Timothy Dolan quando, come sembra pressoché certo, la Quinn
succederà a Bloomberg alla carica di sindaco? Le vieterà pubblicamente
di ricevere l’Eucaristia come logico risultato del suo pubblico ed
ostinatamente rivendicato stato di peccato mortale? Certamente. Non avrà
scelta. Nel frattempo, però, la nostra sarà salita agli altari del
potere per unirsi ad una serie infinita di altri politici democratici
nella suo stesso stato di disgrazia rispetto alla Comunione con Santa
Romana Chiesa. Della quale sfruttano il nome per proseguire nella
pluridecennale disseminazione di errore e confusione (basti il
repellente spot elettorale
del Vicepresidente Joe Biden a testimonianza dell’infimo livello di
strumentalizzazione raggiunto) tra un elettorato cattolico che,
nonostante l’antitesi della piattaforma ideologica del partito dagli
insegnamenti della Chiesa, continua in gran parte a votare democratico,
come da tradizione storica.
L’OSCENA RIMOZIONE DEL PECCATO E DELL’OLTRE
E
in questo scenario di oscenità appena accennate ma eloquentissime, il
clero americano che fa? In fondo, i politici non fanno che esercitare il
loro mestiere, antico quanto il mondo, di spregiudicato uso dei mezzi a
disposizione per raggiungere e consolidare il potere. Se la maggioranza
del gregge dei battezzati sostiene convintamente i candidati di un
partito in palese contrasto con tutti i pilastri della Dottrina morale e
sociale della Chiesa, sarà per colpa di qualche seducente comizio? E’
chiaro che no, che il problema è ben più profondo e risiede in
un’apostasia dottrinale e teologica catastrofica che ha ridotto ad un
manipolo minoritario quei fedeli autentici un tempo larga maggioranza
dei battezzati. Lo stomachevole uso della Croce nel suddetto spot
democratico non è altro che la logica conseguenza di decenni di follia
ecclesiastica declinata nelle ricette più velenose. In esse, un
ingrediente ricorrente (come rivela la terminologia usata da Biden) è la
concezione marxisteggiante della social justice, una sorta di Teologia
della Liberazione in salsa nordamericana tutta concentrata sulla
retorica della redenzione sociale, dunque materiale, con tanti saluti al
vero motivo dell’elevazione della Croce sul Golgota: la liberazione dai
peccati dello spirito che ci allontanano dalla Comunione col Padre, ora
e per l’eternità. Eppure, molti, troppi consacrati hanno abbandonato
questa elementare verità su cui poggia tutta la Fede cattolica per
lasciarsi andare tra le braccia di ogni ingannevole concetto di amore,
libertà, giustizia, solidarietà propalato dal mondo e dalle sue mode che
inculcano all’uomo che “IO” è la sorgente della vita e “DIO” il masso
che la ottura, che il “QUI E ADESSO” di bisogni e desideri materiali è
la sola alternativa credibile alla fandonia di un “OLTRE” alienante ed
oppressivo.
Proprio di costoro sembrava parlare, come sempre profetico, il Venerabile Sheen nel descrivere le tentazioni di Satana a Cristo:
<<La prima tentazione di Nostro Signore fu di diventare una sorta
di riformatore sociale (…) Lo spirito maligno stava dicendo, “Comincia
col primato dell’economia! Dimentica il peccato!”. Lo dice ancora oggi
con parole differenti, “(…) Il Dittatore da il pane; Dio no, perché non
vi è Dio, non vi è anima; esiste solo il corpo, il piacere, il sesso,
l’animale, e quando moriamo, quella è la fine.” (…) Nostro Signore non
negava che gli uomini devono essere nutriti o che la giustizia sociale
non va predicata; stava però affermando che queste cose non vengono per
prime. Stava effettivamente dicendo a Satana, “Mi tenti nel creare una
religione che allevii il bisogno. Vuoi che sia un panettiere, invece che
un Salvatore; un riformatore sociale, invece che un Redentore. Mi tenti
per allontanarmi dalla mia Croce, per suggerire che sono un banale
condottiero di popolo che ne riempie gli stomaci invece delle anime.
Vorresti che iniziassi dalla sicurezza, invece che terminare con essa;
vorresti che portassi ricchezza esteriore invece che santità interiore.
Tu e i tuoi seguaci materialisti dite, ‘L’uomo vive di solo pane’, ma io
vi dico, ‘Non di solo pane’. Vi deve essere pane, ma ricorda che anche
il pane riceve la sua capacità di nutrire l’umanità da Me. Il pane senza
di Me può danneggiare l’uomo; e non vi è reale sicurezza al di fuori
della Parola di Dio. Se donassi il solo pane, l’uomo non sarebbe dunque
che un animale, e allora anche i cani potrebbero sedersi al mio
banchetto. Coloro che credono in Me devono attenersi a questa fede,
anche quando affamati e deboli; persino quando imprigionati e seviziati
(…) Vattene, Satana! Io non sono un semplice operatore sociale che non è
mai stato affamato, ma Colui che dice, ‘Rigetto qualunque piano che
promette di rendere gli uomini più ricchi senza renderli più
santi!’>>.
EPPURE (LO SPIRITO SANTO) SOFFIA ANCORA
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