ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 13 novembre 2012

Beati i puri di cuore..?

BEATIFICAZIONE DI PAOLO VI ? - Lettera ai Cardinali -
Avete taciuto abbastanza. E’ ora di finirla di stare zitti! Gridate con centomila lingue. Io vedo che a forza di silenzio il mondo è marcito. 
 Santa Caterina da Siena 

Eminenza Reverendissima,
ho letto sulla stampa che l’11 dicembre i Cardinali e i Vescovi, superato lo scoglio dei teo- logi, daranno il loro “sì” per la beatificazione di Paolo VI, nonostante non abbia mai avuto, da vivo, una qualunque fama di santità, e sia stato, per di più, il primo responsabile di tutti i guasti attuali della Chiesa, per non dire, addirittura, che il risultato, poi, del suo Pontificato è stato veramente catastrofico!
Mi sia, allora, concesso al cardinale Montini quello che venne riportato su “Avvenire” del 19 marzo 1999, a pagina 17, a gradi caratteri: “Ruini traccia il profilo del Papa (Paolo VI) che cambiò la Chiesa”.
Verissimo!.. Noi l’avevamo dimostrato con la nostra Trilogia montiniana”, mai trovata falsa, né inficiabile, dai miei oppositori, sempre limitati a scherni da piazza e insulti da trivio, senza mai denunciare in pubblico, il “come” e il “dove”, il “perché” le nostre argomentazioni e i nostri docu- menti sarebbero contrari al vero.
Certo, dire la Verità” non è affatto una offesa, neppure alla persona di Paolo VI, ormai entrato nella Storia, per cui tutto il suo vivere è oggetto di studio senza reticenze né mistificazioni, senza mettere l’aureola sulla sua testa, il che significherebbe metterla anche alla sua “rivoluzione” ope- rata dalla Massoneria, per mezzo di Lui, in nome del Vaticano II.

È doveroso, allora, riportare uno schema delle sue presunte virtù, necessarie per avere una beatifi- cazione. Il cardinale Ruini, nel suo discorso di chiusura del “Processo diocesano”, disse: «La sua Fede traluce dalla sua persona, brilla nelle sue parole. Nel 1967, vita dellAnno della Fede. Nel
1968, sul sagrato di San Pietro, proclama il “Credo” del popolo di Dio; una Fede basata sul
“Credo di Nicea”».
Ora, in quanto a quella sua presunta Fede, che il Cardinale disse addirittura “appassionata”, la smentisce lo stesso Paolo VI nel suo famoso discorso sulla auto-demolizione della Chiesa, in cui disse: «La Chiesa si trova in un’ora di inquisizione, di auto-critica. Si direbbe persino di auto- demolizione. Una Chiesa che, quasi quasi, vede colpire se stessa. Tutti si aspettano dal Papa gesti clamorosi e decisivi. Ma il Papa non ritiene di dover seguire altra linea che non sia quella della confidenza in Gesù Cristo, cui preme la sua Chiesa più che a qualunque altro. Sarà Lui a sedare la tempesta».
Ma questo suo dire suona come tradimento al suo dovere di Vicario di Cristo, il quale, per la dife- sa della Fede, si servì sempre dei suoi successori, iniziando subito con San Pietro, Suo primo Vicario in terra. Quindi, quel rifiuto deciso di Paolo VI di difendere Lui stesso la Fede, fu un aper- to rifiuto di fare quello che era, invece, il suo principale dovere. Quindi, la sua politica del “non intervento”, fu una abdicazione al suo dovere d’ufficio d’intervenire proprio in quella auto-distru- zione della Chiesa, che LUI stesso conduceva. Un rifiuto, allora, che costituisce un autentico “pec- cato di omissione”.
Come pensare, quindi, di voler portare sugli altari alla venerazione dei fedeli un Papa che così gra- vemente era venuto meno al suo principale dovere qual è, appunto, la difesa del “depositum fidei”?..
Paolo VI abdicò a quello, non assolvendo il suo compito di “Capo” della Chiesa cattolica per met- tersi al “servizio” dell’Umanità per conciliare tutte le credenze e tutti i culti in un’unica religione universale. Ma sognando di diventare il grande unificatore dei popoli, Egli sacrificava la Chiesa cattolica, la Tradizione, le Istituzioni, i fedeli stessi, per formare quel Movimento d’animazione spirituale della “Democrazia Universale” che deve asservire a tutte le Chiese al mondo.


Paolo VI, così, non distinguendo più la Chiesa di Cristo, che è “una e non due o più”, fu il primo Papa che evocò le comunità religiose scismatiche ed eretiche, nel suo Discorso d’apertura della Terza Sessione, il 14 settembre 1964, dicendo:
«O Chiese lontane e così vicine a noi!.. O Chiese oggetto del nostro sincero pensiero! O Chiese della nostra incessante nostalgia! Chiese delle nostre lacrime!»... e annunciò, poi, a più ripre- se, il mutuo perdono per le reciproche colpe.
In seguito, la Sua incessante propaganda ecumenica, fu solo per condurre al riconoscimento delle altre comunità cristiane e non a vere comunità di salvezza.
Ne è una riprova, anche quella Sua visita al “Consiglio Ecumenico delle Chiese”, il 10 giugno
1969, dove fu ricevuto da ben 234 comunità religiose. Qui, Paolo VI ne assunse il linguaggio e partecipò addirittura a quello scisma generale con questa affermazione: «la fraternità cristiana... tra le Chiese che fanno parte del “Consiglio Ecumenico e la Chiesa cattolica»... ignorando che non ci può essere fratellanza tra la Chiesa cattolica e i “dissidenti”. Invece, fu Lui stesso a solle- vare la questione, dicendo: «La Chiesa cattolica deve diventare membro del “Consiglio Ecumenico”». E poi disse: «in tutta fraterna grandezza, Noi non riteniamo che la questione della partecipazione cattolica al “Consiglio Ecumenico” sia matura a tal punto che le si possa e si debba dare una risposta positiva. La questione rimane ancora sul campo delle ipotesi... gravi implicazio- ni... cammino lungo e difficile».
Ma fu un discorrere “pallone-sonda”, perché, sotto sotto, c’era già il Suo “si”; Lo provò con que- sto suo dire: «Lo spirito di un sano ecumenismo, che anima gli uni e gli altri... richiede, come prima condizione di ogni fruttuoso contatto tra differenti confessioni, che ciascuno professi lealmente la propria fede»; e qui, Paolo VI invitò a riconoscere i valori positivi cristiani evange- lici, che si trovano nelle altre confessioni e ad aprire ad ogni possibilità di collaborazione... come nel campo della carità e della ricerca della pace tra i popoli.
Alla domanda, infine, se ci sia salvezza nell’una o nell’altra di quelle 234 “chiese”, membri del “COE”, mentre la dottrina della Chiesa cattolica aveva sempre risposto negativamente, Paolo VI, al contrario, rispose affermativamente! Questa Sua “mens” la si vide, poi, sempre accogliendo ebrei, musulmani, bonzi, buddisti... e andando da loro durante i “viaggi apostolici”, per fare “dia- logo”.
Mai prima di Paolo VI, alcun Papa aveva declinato la Fede al plurale; Paolo VI, invece, diceva che le “fedi” si rendono omaggio vicendevolmente.
Durante il suo viaggio in Uganda, Paolo VI parlò del “Martiri ugandesi”; Egli andò, sì, a visitare questi “Martiri cattolici”, ma li confuse, indiscriminatamente, con i musulmani, con i protestanti; secondo Lui, essi erano morti in “spirito ecumenico”, tutti uniti oltre i conflitti dogmatici. Anche nel suo viaggio a Bombay (dove gli Induisti Gli regalarono un piccolo idolo, e i buddisti Gli offri- rono un Budda!), Paolo VI non mostrò alcun discernimento tra le religioni umane e quella cat- tolica.
E potrei continuare a lungo su questo tema della Fede. Basterà accennare, qui, a quel suo scanda- loso gesto che fece consegnando, con uno scritto di scuse, il “glorioso stendardo di Lepanto” ai Turchi, quasi a scusarsi ch’essi non furono lasciati liberi di occupare tutta l’Europa cattolica per consegnarla all’Islam.
In quanto al suo “Credo del popolo di Dio”, che il cardinale Ruini accostò al “Credo di Nicea”, e che ciò come il non plus ultra della “Fede” di Paolo VI, c’è da dire, invece, che il detto “Credo” recitato in pubblico sul sagrato di San Pietro, prima di formularlo, Paolo VI aveva premesso “due precisazioni”: la prima, che Lui voleva dare una “ferma testimonianza alla verità divina affidata alla Chiesa (e questo è lodevole!), ma con la seconda precisazione rimetteva tutto in discussione, perché escludeva, espressamente, che il suo “Credo” fosse “una definizione dogmatica”.

Difatti, disse:
«Noi ci accingiamo a fare una professione di Fede, a pronunciare un “Credo” che, senza essere una definizione dogmatica, e pur con qualche sviluppo richiesto dalle condizioni spirituali del nostro tempo».
Ora, questo suo dire, toglieva al nostro “Credo” cattolico, la firma di infallibilità, di essere, cioè, delle Verità rivelate”, di fede divina e di fede cattolica, attestate nella Sacra Scrittura e nella Tradizione.
In San Pietro si legge: «Inde oritur unitas sacerdotii», ossia il Papa deve essere il vincolo della “Carità”, e, quindi, dell’unione. Invece, Paolo VI onorava e preferiva “Coloro che sono lonta- ni” più di quelli vicini nella Fede, mostrando, per questo, spesse volte, una fredda amicizia, ammi- rava il linguaggio, i riti religiosi e le tradizioni degli “altri”, mentre perseguitava gli appartenenti all’antica tradizione cattolica. Le porte di casa sua erano sempre aperte per i teologi avventurieri, per gli agitatori, per quelli che spargevano scandali ed eresie, non dissimulando mai, invece, la sua animosità verso i tradizionalisti e integristi che difendevano quello che Lui voleva distruggere. Non li scomunicò perché non avevano motivi canonici, ma prendeva, però, precauzioni per non avere personalmente contatti diretti. Il che è più che una scomunica, perché è “annullamento”, è “soppressione dialettica” dell’avversario che, come il sottoscritto, non si è mai piegato alle fol- lie, ai capricci, alle storture, alle stravaganze di molto clero progressista, ubbidiente alla don Abbondio nel portare a termine, come disse il cardinale Garrone, la disfatta dell’altro partito”. Di tanti fatti della sua falsa “Carità”, potete leggerne non pochi nei miei tre libri su Paolo VI, riguardo a quel suo settarismo che aveva tutto il sapore dello scisma. Si, perché lo scisma, essen- do la separazione dalla Chiesa cattolica di una porzione di fedeli, il diritto di definirlo un “peccato-delitto” contro la Carità, che è amore, guidato dalla Fede e dalla Speranza; e che implica, necessariamente, l’odio contro il Regno di Dio, la Chiesa, per indebolirla e per strapparle le anime, mediante, appunto, scissioni ed eresie!
Per questo, Paolo VI non avrebbe mai potuto lanciare quel Suo grido:
«CHARITAS CHRISTI URGET NOS!».
Dopo quello che ho scritto su Paolo VI sono obbligato a mettere in evidenza il profondo mistero della “mens” di Paolo VI modernista attraverso “fatti” e “detti”, perché questi costituiscono la ragione della mia reazione spirituale che tanto mi fa soffrire.
Si degni, Eminenza, di prendere in considerazione il mio lavoro, espressione del mio rispetto e della mia preghiera.
Sac. Luigi Villa
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