ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 18 dicembre 2012

Il tempo è galantuomo



Essere discepoli di Gesù significa non lasciarsi affascinare dalla logica mondana del potere (S.S. il Pontefice regnante, alla conclusione dei festeggiamenti dell’ultimo Concistoro).

Combattete, figlioli miei, combattete […] La procella cresce, miei carissimi figli, ma non deve per questo venir meno il nostro coraggio e la nostra fiducia in Dio. Per quanto veementi le acque della tempesta che vanno a percuotere lo scoglio, esse non fanno altro che rimondarlo e chiarificarlo sempre più; e infine quelle acque frangendosi passano, e lo scoglio rimane intatto e anche più puro che prima non era. Questa è la Chiesa di Gesù Cristo(il nostro beato Pio IX, l’amabile buon Pastore che ha proclamato il dogma dell’Immacolata).

Sabato 1° dicembre 2012
Vigilia di Avvento, nella Novena dell’Immacolata

1)Cominciamo da «Pietro AP», che, in una certa assonanza con il nostro articolo sull’importante iniziativa dell’Anno della fede, ci scrive:

Domenica scorsa stavo vedendo la trasmissione "A Sua Immagine" su rai uno e stavano commentando il recente Sinodo dei Vescovi. Parlavano della nuova evangelizzazione e di come attuarla. Si sono presentate le domande che alcuni vescovi avevano fatto all'assemblea come per esempio il problema dei divorziati e risposati e accesso ai sacramenti, il problema educativo dei giovani in rapporto alla Fede, e il ruolo dei laici all'interno della comunità ecclesiale e liturgica. Però queste domande, che sono sempre le stesse da decenni purtroppo, e le risposte avevano qualcosa di mondano cioè sia le domande e sia le risposte dei presenti alla trasmissione avevano proposizioni solamente umane e mai con lo sguardo rivolto al soprannaturale. Non si poneva l'accento che la vera causa di tutti questi problemi è purtroppo una grande crisi di Fede che ha colpito la Chiesa da decenni. Ad esempio sul problema dei divorziati e dei risposati, ci si poneva solo il problema della loro partecipazione alla vita ecclesiale e in qualche modo alla vita sacramentale. Però non ci si poneva il problema che divorziati e risposati vivono in una situazione di grave peccato che rischia loro la possibilità di salvezza eterna. Ecco la crisi di Fede [che arriva persino,ricordiamolo, ad una falsa nozione di fede, ndr]: ormai grossi parti della Chiesa hanno così tanto rivolto lo sguardo sui problemi intramondani che lo hanno distolto da quello che veramente conta: l'aldilà, la salvezza eterna delle anime [questo è l’effetto: perché, perdendosi – a vari gradi – il contenuto dottrinale della fede, non si crede più all’Inferno, non si crede più alla necessità della fede – che si dice “è un dono” (senza pensare che è stato fatto in nuce nel Santo Battesimo) per non dire apertamente “è un optional”, etc, ndr]. Il problema di come divorziati e risposati [nel senso di divorziati poi “risposati” o nel senso di mettere in un calderone, senza chiare distinzioni, separati, divorziati e basta e divorziati concubini, come oggi talvolta accade in certi discorsi di uomini di Chiesa?, ndr] possono vivere all'interno della comunità ecclesiale è solo consequenziale e successivo al vero problema che sta alla radice e cioè convivenze ed affetti che non sono secondo la Volontà di Dio. Si pensa che dire le parole di Verità sia mancanza di rispetto, queste realtà si devono invece vivere abbracciando la Croce e non scendendo a facili compromessi. Dire la Verità è Somma Carità perché di mezzo c'è la Vita Eterna. Così anche il problema educativo è solo mancanza di Fede e cioè occorre proporre il Vangelo in maniera integrale anche se questo significa andare contro la mentalità permissivistica dei nostri tempi. Oppure sulla liturgia che occorre un maggior ruolo dei laici, o istituzionalizzare il ruolo dei lettori [in barba anche a cose dette dall’allora card. Ratzinger e in ossequio – anzi di più, in applicazione – al sempre più spinto andazzo protestanteggiante, ndr] e dei catechisti [quando ancora, bene o male, c’è il Catechismo. Perché talvolta è stato persino detto apertamente – ma sui riconoscimenti si fa, al solito, un passo avanti e uno indietro – che esso è rimpiazzato da una nuova, anzi nuovissima catechesi, esperienziale, in contrapposizione alla trasmissione delle verità di fede, costituita appunto dal Catechismo. Vedere, ad esempio, la lettera dello scorso novembre a un parroco, qui pubblicata. Sono fatti. Sebbene avvengano tra il pilatesco “lavarsi le mani” della moltitudine e anche di alcuni che hanno avuto la grazia di vedere questi problemi; nell’incuranza della divina “Norimberga”, ndr]. Sì, tutti discorsi umani che però non vanno al cuore del problema di fondo e
cioé portare le persone a rivolgere lo sguardo a ciò che attende alle Cose Ultime, alle realtà soprannaturali, ad un solo Nome: Gesù Cristo. Solo alzando lo sguardo verso di Lui che ci illumina sulle Realtà Ultime, allora potremo vivere bene le realtà umane secondo la Sua Volontà e vivere già su questa terra un pò di quel Paradiso che è la Vera Vita. Questa è la Vera Evangelizzazione.

Cordiali saluti.
Pietro AP


Postilla. Caro Pietro, grazie della tua testimonianza, che ci fa tornare in mente il titolo del nostro contributo generale all’inizio del Sinodo diocesano: Il primato dell’ortodossia e l’opzione soprannaturale.

Se il buongiorno si vede dal mattino, ecco l’efficacia di misure che magari potranno attirarci qualche grazia, ma che di certo prescindono dal fatto – davanti al quale non c’è ermeneutica che tenga – per cui le leve del potere ecclesiale sono capillarmente in mani sabotatrici (oggettivamente parlando, s’intende) di certe buone intenzioni pontificie. Rimandando alle nostre lettere di gennaio a quattro Cardinali e di febbraio all’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, ci chiediamo: chi ancora pensa (o almeno dice, o logicamente presuppone con la sua condotta) che si può venirne fuori senza misure di rottura – che interpellano anche ciascuno “in basso”, ricordate suor Lucia a padre Fuentes? -, non la capisce o non la vuole capire?

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2)A lavorare piuttosto per la prospettiva opposta (le cose si stanno sistemando con l’attuale via politico-diplomatica), una parte degli amici della Messa antica ha ritenuto di convogliare delle energie cattoliche tradizionali nella manifestazione a San Pietro del 3 novembre.

A parte l’aspetto secondario della “guerra dei numeri” dei partecipanti, che ci ricorda i cortei della CGIL (e che in ogni caso restano ben sotto i numeri dell’ultimo grande pellegrinaggio “tradizionalista” a Roma: quello organizzato nell’Anno Santo dalla FSSPX, con 5-6 mila partecipanti), nonché il momento infelice della convocazione ed altre modalità discutibili, non mancano gli elementi che contraddicono il soggiacente messaggio della “Nuova Era” (pur con difficoltà e lentamente) e che dovrebbero rendere pensosi. Accenniamo ad alcuni. Ovviamente senza misconoscere certi recenti buoni spunti (che più volte abbiamo anche messo a fuoco, nel tentativo di comprendere articolatamente una situazione complessa) ma nella consapevolezza, criticamente costruttiva, che con tante illusioni e pochi scossoni alle coscienze non si va da nessuna parte. E altresì nella consapevolezza, lucidamente consolante, che non abbiamo bisogno di vendere illusioni neppure per dire sursum corda, giacché a confortarci basta la fede con un pò di memoria: la Madonna a S. Caterina Labourè non ha detto che proprio nel momento in cui si crederà tutto perduto Lei mirabilmente interverrà?

Innanzitutto, rimandiamo alla vignetta estiva della nostra Monica, presente in questa sede (Castigat ridendo mores), che è stata ripresa e pubblicata anche da un altro sito, e che parla più di tanti discorsi.

Poi su un sito molto popolare nell’ambiente della Messa tradizionale (e non è per caso che noi diciamo “della Messa tradizionale” piuttosto che “della Tradizione” tout court: non potendo peraltro mettere la mano sul fuoco che siano sempre sinonimi), un sito che nell’ambiente va per la maggiore, abbiamo letto le seguenti domande critiche, speriamo stimolanti (delle quali, per la verità…sapevamo qualcosa):

Abbiamo ricevuto da un Lettore questo interrogativo: “Come mai è stato tolto il contenuto di un articolo appena pubblicato sulla recentissima cerimonia a San Pietro? Eppure sollevava un’interessante questione: l’assenza dei Cardinali (quando nel Pontificale a S. Maria Maggiore del 24 maggio 2003, prima di Summorum Pontificum, i porporati c’erano: non soltanto il celebrante ma, se la memoria non m’inganna, cinque Cardinali). …?”

Da parte di un altro Lettore invece una riflessione che sarà oggetto di un interessante approfondimento futuro: “…se la verità conta qualcosa andrebbe rilanciata anche un’altra questione: se, come messo già nel “benvenuto”, bisogna riconoscere addirittura «pienamente»– “giro di vite”, come corrispettivo dei parziali allargamenti? – il valore e la santità del rito moderno, perché fare la “riforma della riforma”?

A un partecipante abbiamo chiesto (noi non c’eravamo, sicché prendiamo per buone – almeno a grandi linee – le risposte di chi c’era e con favore): il celebrante  (un noto esponente moderato-conservatore) nell’omelia ha parlato dei problemi nell’applicazione del Motu proprio? Noooooooo! Ha parlato della riforma della riforma? No. Ha parlato almeno contro gli abusi nella celebrazione secondo il rito moderno, contro la tendenza desacralizzante? No. Ha parlato della crisi dottrinale nella Chiesa? No. Ma almeno ha parlato della perdita della fede in generale? Il Pontefice regnante aveva appena fatto dei gravi riferimenti a questo riguardo… Ha parlato almeno dell’«apostasia silenziosa» di cui ha scritto S.S. Giovanni Paolo II, ripetendo almeno le recentissime affermazioni pontificie a riguardo? «Nemmeno. Tutto va ben Madama la Marchesa». Perché, chiediamo noi? Per non intralciare la concessione di belle chiese? Per bilanciare (con un pessimo affare) le opposizioni che tali politicanti e velleitarie mosse, appariscenti ma fumose, frequentemente scatenano? Perché si accetta un baratto tra certe concessioni liturgiche e l’ottica, la prospettiva, della buona battaglia? Dateci la Basilica (ben vistosa, per i sarnagiotti) che vi diamo in sacrificio la testimonianza della verità (meno vistosamente)?

A fronte di una tale perversione nell’uso della Messa tradizionale brilla la testimonianza di un nostro lettore, che a degli amici scrisse:

«preferisco il primato della Fede a quello della liturgia!».


«Ritengo con somma certezza e professo con sincerità che la Fede non è un cieco sentimento della religione che erompe dalla profondità della subcoscienza, sotto la pressione del cuore e l’influsso della volontà moralmente informata, ma un vero assenso dell’intelletto alla verità ricevuta dall’esterno mediante l’ascolto (Giuramento antimodernista)».


Che tristezza, quando si pensa che questi sono i ratzingerianiconservatori! Papa Ratzinger, che non ha una formazione tradizionale, quantomeno prende sul serio la drammaticità di certi problemi, la gravità anche delle attuali difficoltà del pontificato; al punto (è credibile) da vagliare l’ipotesi delle dimissioni (al fine – come abbiamo subito detto a Socci quando un anno fa pubblicò un esplosivo articolo a riguardo – di pilotare la transizione, verso un successore che abbia la forza e le mani libere di realizzare certi suoi spunti, certe sue indicazioni e mezze misure prese o tentate: come poi ha detto esplicitamente Il Foglio). Questi ratzingeriani conservatori, che avrebbero una formazione migliore, pensano soprattutto a farsi dare le belle chiese (a qualsiasi prezzo)… E anziché con la franchezza, vorrebbero servire il Papa con l’adulazione!

Infine, è un paradosso (sebbene non ci abbia stupito, non essendo noi nati cinque anni fa) che a incoraggiare oggi una tale linea, con una presenza alla quale non erano in alcun modo tenuti, siano stati – questa volta come già altre analoghe a livello locale – anche alcuni che non soltanto non «riconoscono» pienamente, ma neppure riconoscono parzialmente; alcuni che in talune occasioni hanno detto cose più dure di quella che è la nostra posizione, della posizione espressa e portata avanti dal nostro gruppo (vero, abbé Tizio? Vero, professor Caio? Vero, calcolatore Sempronio?). Ma, come diceva il detto dei vecchi di una volta: La robba ‘mmanta la gobba

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3)Monsignor Fellay, dopo aver espulso il suo confratello mons. Williamson dalla Fraternità San Pio X il 24 ottobre, il 1° e l’11 novembre in due omelie ha accennato a tale dolorosa rottura (dopo quella avvenuta dieci anni prima con un altro Vescovo, quello degli storici “compagni di battaglia” di Campos: nel 2001 assolutamente non voleva subire rotture, e ha perso mons. Rangel direttamente e mons. Williamson di contraccolpo). E soprattutto ha spiegato il mancato accordo (per questa volta, almeno a quanto sembra; come, ricordate?, in tempi non sospetti avevamo dato per esito probabile della strada che ha voluto prendere). Spiegazioni piuttosto lunghe ma, purtroppo, anche disinvoltamente elusive. Sebbene, da prelato di notevole intelligenza ed equilibrio qual è, dica anche varie cose interessanti e notevoli (tra cui alcune in consonanza a cose che noi diciamo da tempo); e sebbene spezziamo volentieri una mezza lancia a suo favore: mandare avanti la barca, tenere insieme la baracca in situazioni del genere, non è facile... e il “pugno di ferro” talvolta è anche imposto dalla realtà. Soltanto mezza però, purtroppo: giacché, oggettivamente, certi problemi rimangono. Ci limitiamo qui a rilevare un paio di esempi; ci sarebbe materia per una lunga disamina delle affermazioni del prelato svizzero, ma qui ce ne asteniamo volentieri: sia perché sono rilievi che si possono riscontrare già nei nostri precedenti articoli in materia (prima delle cose nuove, anche di articoli nuovi, ci sarebbe da valorizzare maggiormente quelle già presenti); sia perché nelle Marche non è certo su questo fronte il problema (né di maggioranza né di minoranza: non hanno neanche un centro – neppure a regime misto – appoggiandosi a quello parrocchiale FI di Campocavallo). Tuttavia avevamo scritto, ricordate, che quando questa storia "infinita” fosse arrivata a un punto avremmo esposto una riflessione generale: è quanto tentiamo di fare, giacché forse ci siamo, con il giusto rispetto per il momento doloroso in cui si trovano.

Come nota mons. Williamson sulle «ragioni» della sua espulsione, «il problema di fondo […] si riassume in una sola parola: disubbidienza». Sta di fatto che tale disubbidienza si è così sviluppata con l’avanzamento dei contatti tra Roma ed Ecône (sebbene mons. Fellay e seguaci tentino, assai sgradevolmente e alle solite, di squalificare personalisticamente l’obiettante): giacché, di fatto, nel 2003 e nel 2009 questo Vescovo ha comunque ubbidito a ordini pesanti e sgradevoli del suo confratello Superiore generale. Ma poteva egli continuare a ubbidire a mons. Fellay? Si ricorda nessuno di quando, pochi anni-luce fa, mons. Fellay dichiarava:

«in ogni caso, è impossibile e inconcepibile passare alla terza tappa, e quindi prevedere degli accordi, prima che le discussioni siano riuscite a chiarire e correggere i principi della crisi» (Fideliter n.171, maggio-giugno 2006, pp.40-41)?

E un atto pesantemente ufficiale e solenne quale la Dichiarazione del Capitolo dell’estate 2006 dice, in maniera appena più sobria, la stessa cosa. Noi siamo stati sempre e dichiaratamente in disaccordo con tale principio, che abbiamo anche sottoposto ad articolata critica (l’accordo canonico è desiderabile; giustamente non è un assoluto, e per dire se è fedelmente e prudentemente fattibile bisogna vedere le condizioni poste, ma non può legittimamente essere escluso di principio); ma la Dichiarazione capitolare in tal senso è stata approvata «all’unanimità»! (Dove l’abbiamo già vista una scena del genere? Sembra di stare nella Chiesa conciliare… Quanto detestiamo l’attitudine, diciamo il fenomeno, di quelli che sostanzialmente la pensano come noi ma invece di stare - con consequenzialità - qui in cappellania sono sostanzialmente scomparsi nella silenziosa palude degli integrati in grosse case d’altri, in case che in cuor loro ed in privato non condividono!). Quindi, nel 2006 nella San Pio X tutti – almeno i capi – erano d’accordo con tale (erroneo) principio: mons. Fellay e mons. Williamson erano ufficialmente d’accordo su questa linea. E noi no. Ora, mons. Fellay stesso in qualche modo riconosce di aver tentato un accordo sostanzialmente soltanto canonico; di essere stato aperto – non in ogni caso, certo – a tale possibilità. Ebbene, a parte che allora non avrebbe dovuto pretendere come conditio sine qua non l’accordo dottrinale preventivo con quella scaletta e tempistica (per i motivi storico-realistici che abbiamo già esposto): dunque mons. Fellay è stato disponibile a qualcosa che lui stesso aveva ufficialmente dichiarato impossibile e inconcepibile! Come poteva mons. Williamson continuare a ubbidirgli? Uno che vuol fare cose impossibili e inconcepibili (anche se poi queste non gli vanno in porto) o è uno fuori di testa, o è un traditore, o è uno rimasto intrappolato: come gli si può ubbidire? Non a torto mons. Williamson ne ha chiesto, subito prima di venire espulso, le dimissioni (suggerite anche da noi, già a dicembre dello scorso anno: cfr. in questa sede Eccellenza, si dimetta!).

Eppure mons. Fellay, in tali omelie e in altre occasioni, non ha realmente fatto chiarezza (almeno a quanto ne sappiamo e almeno finora, ovvero alla venticinquesima ora). Ha parlato delle contraddizioni di Roma, e di per sé ovviamente ha anche ragione; si è fatto fotografare con la mitria di mons. Lefebvre alle consacrazioni, e di per sé ovviamente è la classica bella mitria delle occasioni solenni: ma ha sostanzialmente eluso i tasti più scomodi. Ha implicitamente riconosciuto l’insuccesso dei colloqui dottrinali, ma non è andato oltre.

Ha parlato con forza e dolore, anche pregevolmente, della sofferenza interna alla Fraternità (la confusione, la sfiducia, una prova «forse la più grande che noi abbiamo mai avuto»): ma non ha egli stesso delle importanti responsabilità a riguardo? Come qualcuno di noi aveva detto e scritto, anche direttamente a lui, anni fa: quando in continuo, e anche già di principio, egli parla contro quello che loro chiamano l’accordo pratico e noi chiamiamo l’accordo sostanzialmente canonico o l’accordo tout court – anche se (storia vecchia, dichiarata già con S.S. Giovanni Paolo II) lo vuole il Papa e Roma ci corre dietro completamente di sua iniziativa – e poi viene fuori che egli ha dato disponibilità proprio a questo, non ha favorito lui stesso un tale stato di sofferenza? L’avrà detto magari per tattica; e va detto anche che Roma, con la sua lunga condotta verso la FSSPX (come disse amareggiato il card. Siri), ha indegnamente e irresponsabilmente incentivato proprio tale comportamento; ma così facendo, non ha lui stesso gettato benzina sul fuoco? Non dovrebbe dunque, invece di dare la colpa tutta a Roma (col suo «doppio linguaggio», che l’ha ingannato) e al capro espiatorio Williamson (che dice in modo più coerente quanto anch’egli ha detto in passato), assumersi le proprie responsabilità? Ha cambiato idea e si è convinto che – come diceva qualcuno di noi venendone malvisto e qualche seminarista di cuore romano-accordista che punirono con l’invio in Argentina – quel principio era sbagliato? Che lo spieghi, lo motivi seriamente…

Egli afferma che così non può accettare, e che per ben tre volte lo ha risposto a Roma ma questa invece diceva che egli non aveva ancora risposto (che bella chiarezza!), però lui non poteva smentire pubblicamente né spiegare perché doveva verificare se i segnali giusti fossero quelli ufficiali o quelli ufficiosi. Anche questo non regge: in ogni caso, adesso la verifica sui messaggi romani contraddittori mons. Fellay l’ha conclusa, non dice questo? Eppure il 27 ottobre è stata pubblicata una dichiarazione (peraltro non firmata) della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, che dipinge una “partita ancora aperta”:

«La Pontificia Commissione “Ecclesia Dei” coglie l’occasione per annunciare che, nella sua più recente comunicazione (6 settembre 2012) la Fraternità sacerdotale di San Pio X ha indicato di aver bisogno per parte sua di ulteriore tempo di riflessione e di studio, per preparare la propria risposta alle ultime iniziative della Santa Sede».

Se le cose stanno come mons. Fellay racconta ai suoi fedeli, perché a segnali verificati egli ha chiesto altro tempo per rispondere ufficialmente a Roma? Per continuare la confusione? E se il 6 settembre mons. Fellay non ha chiesto questo, perché egli – che nell’omelia dei Santi accenna a tale comunicato – non dice chiaramente che ciò è falso, che il 6 settembre egli non ha mandato un bel nulla? Se il 6 settembre egli ha scritto qualcosa ma comunque non quanto riferisce l’interlocutore, perché non ha già tolto terreno all’oggettivo doppio messaggio che ne emerge con la pubblicazione di tale suo recentissimo testo? Perché, mentre con semplicismo demagogico ostentano di parlare pubblicamente senza alcun compromesso, non hanno regolato secondo trasparenza e onestà intellettuale la questione della doppia versione della lettera con cui mons. Fellay ha ottenuto la revoca del decreto di scomunica?

Ci fermiamo qui. Su organi, tra loro indipendenti, attivamente di area “terza posizione” (tra il Sistema filomodernista, con i suoi asserviti allineati – quella che nella FSSPX chiamano la destra conciliare - e la Fraternità San Pio X esposta a tendenze da Petite Eglise), come Disputationes Theologicaee www.cattolicitradizionalistimarche.org, sono state poste a monsignor Fellay, in una serie di articoli, delle obiezioni. Queste articolate obiezioni, queste ragionate domande e questa distinta posizione (da fonti di per sé non certo malevole, quantunque con tanti difetti personali) sono state diffusamente snobbate. Nel clima da “compromesso storico” per cui la Pontificia Commissione Ecclesia Dei ha quantomeno invitato a ritirare proprio un articolo di critica alla linea (ondivaga, tatticista e troppo comodamente autoritaria) dell’attuale Superiore della Fraternità San Pio X! Noi abbiamo anche coniato il neologismo area doppia, intendendo la “quarta posizione” (per così dire): quella che troppo disinvoltamente e comodamente vuole, come se nulla fosse, la botte piena e la moglie ubriaca; non la prima, non la seconda, non la terza (ovvero la prima la seconda) ma sia la prima sia la seconda, forzatamente conciliate pro domo sua. Ora che quel compromesso storico, così recente, sembra già mostrare la corda, ora che i trionfi della furbizia hanno dato un (altro) saggio di non dare neppure i risultati che troppi pragmaticamente vorrebbero, ora forse quelle considerazioni, certi punti di quella posizione, escono incoraggiati e più facilmente può trovare maggior ascolto qualche “guastafeste”, qualche scomoda “coscienza critica”. Forse. Sperando che non avvenga quanto (anche pensando a qualche caso locale) abbiamo recentemente commentato con un amico e lettore:

«Al fondo, il motivo sostanziale è uno […] è una illusione. Che, come tutte le bugie, non ha le gambe lunghe. Mi pare che il comun denominatore con […] sia: la realtà, anche servendosi dei progressisti, dà sonore legnate ai maneggi di area doppia, ma pertinacemente il lupo perde il pelo ma non il vizio. Magari si trova il solito capro espiatorio, ma anche questo per non cambiare davvero: salvo le costrizioni dirette della realtà, si ostinano a non andare ai veri meccanismi».

Nell’omelia dell’11 novembre il prelato franco-svizzero ha affermato, con un senso di sconcerto per il «colpo» subito, che le cose con Roma sono bloccate, anzi arretrate di una quarantina d’anni (cosa avevamo scritto? I lettori attenti pensiamo lo ricorderanno bene); e che questo stato di sofferenza, di quella Fraternità San Pio X che ostentava di andare a Roma soltanto nella mira di convertirla, «è un grande mistero»: un mistero che «nel piano di Dio è necessario e che noi comprendiamo così male […] noi non comprendiamo più». Da parte nostra, memori del terribile rimprovero di Nostro Signore Gesù Cristo ai farisei che dicevano troppo di non essere in grado di giudicare, tentiamo di porre sommessamente qualche domanda: certamente non sappiamo tutto, ma qualche lezione non può e non deve essere tirata? Come per l’uscita dalla crisi nella Chiesa: mons. Fellay dice che «non sappiamo come» la crisi terminerà. Ma non  ne sappiamo proprio nulla? Come notava la rivista sì sì no nonell’estate dell’Anno Santo, già nella parte pubblicata del Terzo Segreto di Fatima il Cielo, che sa tutto, non ci ha comunicato niente a riguardo?

Ci permettiamo dunque di dire (ovviamente a grandi linee): non si può comprenderne una provvidenziale sconfessione della realtà della «scaletta» circa le relazioni con Roma, nel 2001 da mons. Fellay ufficialmente dichiarata e da noi apertamente criticata? Non si può comprenderne un provvidenziale richiamo a quella «umiltà» alla quale il confratello mons. Williamson, subito prima dell’espulsione, l’aveva richiamato? Mons. Williamson che il card. Castrillon Hoyos disse un giorno a uno di noi essere, paradossalmente, il meno orgogliosamente pretenzioso dei Vescovi della FSSPX. Non si può comprenderne, più ampiamente, un provvidenziale richiamo alle “ali moderate” (ratzingeriani in un campo e l’attuale “area Fellay” nell’altro), sotto i colpi e i condizionamenti delle rispettive “ali radicali”, a un salutare e profondo cambiamento di attitudine? Non si può comprenderne una sconfessione della Provvidenza alla prospettiva dei tanti suoi recentissimi "amici" tra gli "integrati" tout court, i loro opposti che con tanta faciloneria hanno tifato per l’accordo (particolarmente incentivati in tal senso da quella trionfalistica scaletta, e dalla mancanza di piena conoscenza degli esterni neofiti) per continuare a non essere loro (per carità compromettersi! Finchè talvolta non diventano degli arrabbiati e passano da un estremo all'altro) a cooperare a togliere le castagne dal fuoco? Non si può comprenderne una sonora sconfessione della Provvidenza a tali aspettative e scorciatoie, giacché quando le scorciatoie vanno giù è facilitata la crescita della prospettiva concorrente: la «via regale della Santa Croce»? Buon anno e buona metanoia.

Circolo “Cattolici per la Tradizione”

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