ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 6 ottobre 2013

Ma Dante è cattolico?

Per il catto-clericale parrebbe di no. Poco importa che la Divina Commedia sia da sempre ritenuta una rappresentazione sublime della teologia tomistica.
Dante ha osato criticare il Papa. Peggio, l’ha piazzato all’Inferno. E questo basta per farne un proto-protestante. O un proto-tradizionalista, fate voi.

Assurdo, ovviamente. Ma non per il catto-clericale.Per lui essere cattolici significa spegnere il cervello, soffocare qualunque critica, per quanto motivata, e pendere dalle labbra del Papa, sempre e comunque, qualunque cosa dica.

Ebbene - Dante docet - questo non è cattolicesimo. È clericalismo.

Lo scrittore Rino Cammilleri ha osservato: "Mi sono spesso chiesto perché il Medio Evo, cosí religioso, fosse anche cosí anticlericale. Piú vivo e piú mi rispondo". Non sorprende che la nostra epoca, cosí secolarizzata, sia anche cosí clericale. Come non sorprende che la Chiesa post-Conciliare, ossessionata dalla modernità, sia malata di clericalismo, inteso come una difesa pedissequa e a priori di qualunque affermazione o comportamento del clero, anche quando fanno a pugni con la dottrina cattolica di sempre.

L’atteggiamento del catto-clericale appare ancor piú paradossale, e ipocrita, se si tiene presente che uno degli slogan degli aficionados del Concilio Vaticano II è: “Piú potere ai laici”. Potere evidentemente di distribuire particole a Messa - magari in bicchieri di plastica - ma non di muovere critiche al Papa. Soprattutto se si chiama Francesco.

Non intendo qui analizzare le molte, troppe, affermazioni discutibili, per non dire altro, dell’attuale Pontefice. Altri piú competenti del sottoscritto, come Pietro De Marco (Vedi Qui) o Don Guy Pagès (Vedi Qui), l’hanno fatto.

Quello che mi preme sottolineare è che, da cattolici, la critica argomentata non è solo legittima, ma è doverosa e necessaria. Perché il Papa può sbagliare, e il suo errore può avere conseguenze catastrofiche sulla Chiesa intera. Farlo presente non è arroganza, è amore per la Chiesa, di cui noi siamo membra.

Se Paolo VI proscrive il Messale di san Pio V, impedendo ai sacerdoti di celebrare l’antico rito e ai fedeli di parteciparvi, mentre Benedetto XVI lo liberalizza, affermando solennemente che quel rito non è mai stato abolito, per il principio di non contraddizione non possono aver ragione entrambi i papi.

Infatti Paolo VI compí - possiamo dirlo oggi senza tema di smentita - un grave e per certi versi irreparabile errore. Chi allora criticò con dovizia di causa la decisione del Pontefice - come Cristina Campo, Mons. Lefebvre, Tito Casini, i cardinali Ottaviani e Bacci, e molti altri - aveva il diritto e il dovere di muovere quelle critiche.

E se Papa Francesco decidesse a sua volta di proibire la celebrazione della Messa antica - nonostante le ripetute rassicurazioni che giungono da piú parti, non mi stupirei affatto se lo facesse - da cattolici sarà giusto e doveroso opporsi.

Come è giusto e doveroso far notare a Papa Francesco che frasi come «Ciascuno ha una sua idea del Bene e del Male e deve scegliere di seguire il Bene e combattere il Male come lui li concepisce. Basterebbe questo per migliorare il mondo» stanno bene sul diario di un adolescente in crisi esistenziale, non sulla bocca di un Pontefice della Chiesa cattolica.

Che Dante, patrono non canonizzato dei cattolici non clericali, preghi per noi.
di Giorgio Roversi


Pubblicato sul sito Bregwin


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