ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 6 novembre 2013

MUNUS DOCENDI, ADDIO!


Quando scrivemmo dell’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller e del suo intervento sul tema “Divorzio e Comunione” (O. R. 23 ott. 2013), dicemmo, senza esitazione alcuna, che tutto il discorso del prelato velava un dinamismo sospetto, un retropensiero di stampo modernista che, nell’affermare la dottrina eterna della Chiesa, contemporaneamente  annunciava, in nome della misericordia, generosi ma corrosivi interventi “pastorali” che tracimavano nel teologico diluendo, così, il discorso di principio. Ora,finalmente, il cavallo di Troia appare in tutta la sua fosca prospettiva e nella prossima sua operatività. E’ noto che, nell’ottobre del 2014, si terrà un Sinodo straordinario in Vaticano che dibatterà su “Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione” e che, al di là di un titolo sufficientemente retorico – il “contesto” - dirà la sua sul problema delle coppie cattoliche divorziate/risposate  sulle quali, poi, si appunterà l’intervento della Gerarchia. Un problema, diciamolo, suscitato, creato e fatto subire da un’opinione di flusso globale e di emanazione onusiano/massonica  che, sotto il manto della cultura moderna riferita al concetto onnicomprensivo di “diritto individuale”, la Chiesa e il suo Magistero si troveranno a discutere pur sapendo, sulla scorta del Vangelo, che siffatto problema, sotto l’aspetto dogmatico, non si pone in quanto risolto e liquidato da Cristo stesso.
  
Ecco, allora, uscire senza clamori, ma con il senso di qualcosa di già avviato – le precisazioni di mons. Paglia, la deliberazione della diocesi di Friburgo -  recepito e ovvio, un “questionario” fatto di 28 domande, inviato all’episcopato universale, con cui papa Bergoglio intende – così scrivono i giornali – “sapere tutto dell’argomento”, cioè: divorziati/risposati e coppie omosessuali.  Le stesse cronache dicono che da questo catalogo di domande emerge l’impronta decisamente pastorale non mancando, però – e te pareva! -  “un forte accento sulla dottrina”.
Nel modo in cui le grandi centrali mediatiche  del pensiero dominante manovrano la dinamica degli “stati nascenti” e i flussi di opinione  collettiva imponendo, lentamente e per gradi, l’attenzione su temi inventati e, perciò iniqui e devastanti per le conseguenze  -  il reato d’opinione, l’omofobìa, la transfobìa, il matrimonio omosessuale, la liberalizzazione degli stupefacenti, il femminicidio, il reato di negazionismo - fino a farli accettare come costituenti della “civiltà”, così nello stesso modo la Gerarchia, vera spugna che passivamente li ha, a sua volta, assimilati per tema d’esser tacciata come retrograda (Si pensi all’accoglienza che la Chiesa ha riservato alla tragedia dello Shoah, fino a farne il “vero sacrificio” che obnubila quello di Cristo, consentendo che del Golgota sia lecito dubitare oltre che farne oggetto di spregio, ma della “soluzione finale” ebraica si rischia la galera se la si discute), la Gerarchìa, dicevamo, sta guidando l’opinione cattolica sulla necessità che di questioni  quali “divorzio/comunione” e “unioni omosessuali”, si debba parlare addirittura in un Sinodo , quasi che questi siano argomenti su cui si possa trovare un accomodamento non solo pastorale ma addirittura teologico. L’esposizione mediatica a cui si è scientemente sottoposto papa Bergoglio  ha, su questi filoni, determinato e convogliato un consenso anonimo, emotivo e sentimentale. Ravvivato il cuore ed  esaltato l’antropologico ma, per contro,  oscurata  e corrotta la ragione e cancellato il  trascendente.
    
Intanto è da chiedersi perché mai il papa “voglia sapere tutto” sulla tematica/problematica riferita al divorzio/Comunione visto che, da decenni, sotto gli occhi di tutti  e delle stesse Conferenze episcopali, si assiste alla trasgressione del monito di Cristo e della Tradizione, visto che tutti sanno quanto la permissività, non di rado una cosciente catechesi,  di vescovi e di parroci abbia indotto coppie irregolari, e pubblici peccatori impenitenti, alla recezione dell’Eucaristìa.
Ma ci si è dimenticati del cardinal Bagnasco, primipilo e garante CEI, che senza tremito  di vergogna amministrò l’Eucaristìa a tale Nichi Vendola, omosessuale militante e praticante ripetendosi, durante l’osceno comizio delle esequie del prete Andrea Gallo, col comunicare anche  tale Vladimir Lussuria, esponente del transessualismo mondiale? Si chiudono gli occhi su queste empietà con cui il Corpo, il Sangue, l’Anima e la Divinità  di Cristo vengono vilipesi a disprezzati ma si aprono le porte dell’Inquisizione per i Frati dell’Immacolata che celebrano il mistero divino nel vero rito, quello antico! 
Questo voler sapere  tutto sul tema sembra farci intendere che papa Bergoglio cada dalle classiche nuvole o che, venendo dalla fine del mondo, sia ignaro di ciò che avviene nelle chiese e nelle parrocchie. Eppure sappiamo quanto attento sia alle “miserie umane” e ai disagi materiali.
Non è stato egli stesso a definire la disoccupazione giovanile il più grave problema del momento?
Non si è forse definito, in quel di Cagliari, un “impiegato” della Chiesa?
Non s’è sentito, per enfasi di solidarietà penitenziale, peggiore di un pluriomicida carcerato?
Non sa che anche in Argentina  si imbastiscono incontri spurii e innaturali tra confessioni diverse e opposte?
Non ricorda che egli stesso, davanti a centinaia di persone adunate in un teatro per uno dei tanti incontri ecumenici, s’è fatto “cresimare” da scismatici e apostati?
Che egli stesso ha avuto parole di ammirazione per una donna abortista, divorziata e risposata?
Non s’avvede che il rito della santa Messa è, oramai, diventato campo di esperimenti folcloristici e pagani?
Non ha saputo che il cardinale Christoph Schonborn è stato premiato, il 23 ottobre scorso, presso la sede arcivescovile di Vienna, da Viktor Wagner, rappresentante della sezione  austriaca del B’nai B’erith, a cui lo stesso prelato ha concesso la disponibilità a presenziare un dibattito sulla circoncisione?
No, questo non preoccupa il papa. 
Ma questo voler sapere tutto della galassia divorzio/omosessualità, peraltro universalmente  nota, nasconde – noi temiamo -  una logica e sottile avvertenza secondo cui, davanti allo  stato catastrofico nel quale versano la Fede e il sacramento del Matrimonio, sarà giocoforza venire incontro ai peccatori, fermo restando, secondo la direttiva roncalliana, che di costoro si condannerà soltanto il peccato in sé e che, pertanto, essi verranno sanati ed ammessi alla Comunione.
Se così fosse – come sospettiamo che sarà il prossimo ottobre 2014 – assisteremmo al capovolgimento del monito di Cristo con la cassazione  dell’inviolabilità e dell’indissolubilità matrimoniale a favore di una sanatoria adottata per “causa di forza superiore”: la misericordia, cioè, con l’appendice di un’evidente assistenza dello Spirito Santo.
   
Che cosa verrà chiesto ai vescovi e ai fedeli? Ecco alcune delle 28 domande:
- quanto l’insegnamento della Chiesa sulla famiglia sia oggi compreso;
- quali difficoltà ci siano a metterlo in pratica e quale il ruolo della coscienza personale;
- come vivano, i cristiani divorziati e risposati, la loro irregolarità;
- se ne siano consapevoli;
- se si sentano emarginati vivendo con sofferenza l’esclusione dai Sacramenti;
- come venga annunciata, a questi fedeli, la misericordia di Dio;
- se sia possibile snellire le pratiche rotali di nullità (percorso già indicato dall’emerito papa Ratzinger)
- quale sia l’attenzione da porre sui matrimonii omosessuali;
-  quale sia la pastorale più adatta a questa problematica, specie se vi sono bambini;
- cosa si possa fare per la trasmissione della fede;
- che cosa si possa dire sulla contraccezione.
   
Il questionario si apre descrivendo “le problematiche inedite” (?), e cioè: coppie di fatto, unioni tra persone di diversa religione, forme di femminismo e fenomeno della “maternità surrogata”. Il papa si chiede il perché dell’abbandono della fede – ma non era, il Concilio Vaticano II la “nuova Pentecoste”, “aria fresca sulla Chiesa”, “una stagione ricca di carismi”? -  ma sottolinea la grande e vasta “accoglienza che sta avendo ai nostri giorni l’insegnamento sulla misericordia divina e sulla tenerezza nei confronti delle persone ferite” ben significando quanto il concetto di giustizia stia contando ben poco.                   
   
Potremmo, già qui,  chiudere l’argomento col dire, rifacendoci a quanto già scritto nell’articolo citato in apertura, che ad onta dei tanti fraterni provvedimenti, della più calda accoglienza, della più aperta carità, il problema dei divorziarti/risposati  si risolve esclusivamente con il ripristino dello stato matrimoniale primitivo e che, in riferimento alla questione – ossessiva e tambureggiante – delle coppie omosessuali, basterebbe rifarsi a Genesi (2, 24  -per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla donna e saranno una sola carne) o al Vangelo (Mt. 19, 4 e 6 – non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina. . . quello che Dio ha congiunto l’uomo non lo separi)  per ricordare che la legittimità coniugale statuita dal Signore è quella basata sull’unione uomo/donna. Ma necessità apologetica e importanza pedagogica ci inducono a procedere ad un’analisi del documento nelle sue configurazioni più ampie.   
Mentre per il primo problema il discorso – divorziato/risposato -  può darsi, in vista di un possibile ristabilimento dell’ordine iniziale, per il secondo – nozze gay -  non c’è materia e forma possibile per attivare addirittura un sinodo straordinario, tanta ne risulta scontata la riprovazione e la condanna biblica.
Ma papa Bergoglio vuol vederci chiaro anche nel mondo dei gaypride e delle unioni omosex quasi che in questi brilli una pur fioca luce di bontà e di bellezza.

Che questa sia la strada da percorrere l’ha già anticipato l’ex frate Leonardo Boff quando, coram mundo, ha rivelato che il cardinal Jorge Mario Bergoglio, alcuni mesi prima della sua elezione a papa, aveva approvato l’adozione di un bimbo da parte di una coppia omosessuale. Ci domandiamo, allora, a che cosa serva porre l’attenzione sui matrimonii omosessuali se colui, che dovrà pronunciarsi dopo l’acquisizione dei dati scaturiti dal questionario, ha già anticipato l’esito e la risposta. Vi brilla forse la luce dell’amore, della fede, della grazia? Senz’altro, sembra di sì, perché  stando alle elucubrazioni estetiche del cardinale Gianfranco Ravasi, è da credere  che anche nell’iniquità di un’arte blasfema si annidi l’ansia della cerca dell’Assoluto. (Risvolto gnostico che vede, nell’esplorazione e nella pratica del male, la luce della redenzione. Dovremmo tornarci su questo argomento).
   
Da tutto ciò scaturiscono alcune osservazioni conclusive che vorremmo proporre e discuterne con i lettori, invitandoli ad esprimere un qualche parere.
La prima, che ci sembra essere come immediata e logica, prende in esame il potere primaziale docente del papa. Un questionario, come quello di cui parliamo, trasferisce all’episcopato, e ai fedeli, l’esercizio del magistero petrino  nella configurazione di un  sondaggio d’opinione da cui, infine, il papa – o il “consiglio degli otto” – potrebbe trarre una deliberazione disciplinare o dogmatica. Si legge che, per addivenire a una quanto più estesa e veritiera conoscenza dei problemi, i vescovi dovranno coinvolgere anche fedeli qualunque, i “cristiani anonimi”  e fedeli interessati, vale a dire le stesse coppie irregolari e gli stessi omosessuali.
E che cosa credete che risponderanno costoro, se non  raffigurare il proprio  personale e aspro disagio per via del divieto d’accedere ai Sacramenti?
Se non una critica verso l’attuale ordinamento canonico con il conforto di tanti maestri del pensiero modernista?
Se non la constatazione che la piaga è così diffusa da assumere i contorni della legittimità?
Noi immaginiamo che a rispondere, in termini percentuali, saranno maggiormente proprio le coppie anomale e gli omosessuali  e su questa quota maggioritaria sarà stabilita una pastorale che potrebbe esondare nel territorio teologico/dogmatico con tragiche conseguenze per l’ortodossìa.
Sicché, con questo vero e proprio referendum il papa delega a una massa anonima – come è quella ad esempio, dei 10 milioni di followers on twitter – ciò che egli soltanto dovrebbe  gestire, e cioè, il dispiegamento e la custodia della dottrina eterna della Chiesa nel rigoroso rispetto della Tradizione, come da comando di Cristo. Insomma: democrazìa della peggior specie in quanto viene data in pasto alla plebe il giudizio sul mantenimento della purezza del messaggio evangelico.
  
Ma cosa si annida dietro a questo conciliante e irresponsabile gesto di collegialità?
Saremmo ipocriti se non rivelassimo le nostre ansie e i nostri timori col dire che siffatto metodo si aggancia a quanto il papa ebbe a dire a proposito dell’omosessualità, quando, di ritorno dal Brasile, davanti  agli attoniti giornalisti, invece di citare San Paolo (I Cor. 5,9/10), si domandò: “Chi sono io per giudicare un omosessuale?”. E, poiché è da tempo comune dottrina che il dogma debba seguire l’evoluzione dei tempi, non sarà difficile, ai patresconscripti sinodali, aprire alla folla di irregolari e sodomiti, in nome della propria buona coscienza e della misericordia divina – a cui tanto e continuamente si riferisce papa Bergoglio – le porte della Comunione.
Ma si ricordi il sommo pastore: non gli sarà concessa attenuante solo per aver egli dato attuazione e riconoscimento a un diffuso stato culturale quale quello che verrebbe fuori dal questionario –  mieloso ma pretestuoso, inopportuno e subdolo, lo ripetiamo – perché il primato petrino di magistero, volente o nolente, lo indicherà sempre, e dovunque, responsabile in prima istanza. Ad Adamo non valse giustificarsi col ritorcere la colpa su Eva, ché il Signore considerò lui, il fondamento dell’umanità e della famiglia, l’unico responsabile. E nella sua rovina trascinò seco anche la donna così come  la rovina e la confusione di Roma trascinerà con sé l’orbe cattolica.
   
Un preciso  indizio di questa volontà di adeguamento ai tempi lo si intravede, e non troppo celatamente, nell’esortazione che papa Bergoglio fa a beneficio di “uno snellimento della prassi canonica” per le nullità.
Entrerà, tra i classici impedimenti dirimenti – croce e delizia della corte rotale – anche la ricerca di una colpevolezza dell’uno o dell’altro coniuge? Eh già! Perché la commossa ricognizione sulla donna abortista, di cui sopra, dà ad intendere che, al postutto, un nuovo matrimonio fecondo di prole e di serenità potrà considerarsi come il toccasana di una situazione irregolare.
Riflessione: avrà ancora giustificazione e ragione d’esistere il tribunale della sacra Rota?

Ma ciò che maggiormente sgomenta in tutto questo rodeo di iniziative è il quesito su quanto terapeutico possa essere il potere della confessione.
Santità: non lo chieda ai vescovi e ai fedeli, lo  chieda a san Filippo Neri, al santo Curato d’Ars o a san Pio da Pietrelcina i quali, senza promuovere questionarii per individuare le “sfide urgenti all’evangelizzazione poste dalla situazione attuale”, applicavano, nel ministero del sacramento, una millenaria disciplina fatta di medicina amara – la confessione, la vergogna, il pentimento, la  penitenza – e di soave balsamo – il perdono.  E non si domandavano quali fossero le sfide poste all’evangelizzazione perché queste sono le stesse  che Satana pose a Cristo dopo i 40 giorni di digiuno e di preghiera nel deserto. Sono le sfide che il mondo pone da sempre, e queste di oggi non sono dissimili da quelle antiche, ma fa comodo, all’ambiguità e alla viltà di un clero che ha rinunciato a “militare” scegliendo un più comodo “pellegrinare” camminare a fianco dell’infedele, credere che lo “spirito dei tempi” attuali  sia diverso dal passato.
Papa Bergoglio si interroga – e fa indagare – sull’indebolimento del potere della Confessione eppure egli stesso, quale laudator del concilio Vaticano II, dovrebbe sapere che proprio l’apertura della Chiesa al mondo “contemporaneo” – lo mettiamo virgolettato perché noi crediamo che il mondo è sempre il mondo e questo aggettivo è l’espediente per scusare ed attenuare le colpe di una gerarchia che ha lasciato di combattere e di pregare, addormentandosi nel Getsemani –  l’apertura della Chiesa, dicevamo, trionfalmente annunciata nell’assise ecumenica, ha permesso alla psicanalisi, pseudoscienza atea e priva di carità, di insediarsi nei seminarii e nelle Università cattoliche sostituendo ed esautorando i direttori spirituali e i confessori. Ora è la scienza dei “santi” Sigmund Freud e Carl G. Jung che provvede a lavare l’anima dai peccati con gli esiti che tutti conosciamo: relativismo etico, secolarismo, abbandono vocazionale.
A nulla è valsa la denuncia che a tal proposito lanciò, nel lontano 1976, mons. Ennio Innocenti quando mise a nudo, nel suo “La fragilità di Freud”, le contraddizioni, le lusinghe e il veleno nascosto in questo autore. E non sono, le nostre, storielle amene o battute di mero sarcasmo, ma semplice verità dacché lo stesso emerito e dimesso papa Benedetto XVI, cardinal Ratzinger, con autorità e convinzione, si sentì di segnalare la psicoterapia di gruppo ai sacerdoti invischiati nel liquame della pedofilìa.

E, sul questionario, ci si domanda, poi, come trasmettere la fede.
La Chiesa, nel corso della sua millenaria storia ha chiaramente insegnato che la fede si trasmette con la Parola, che spiega, ma soprattutto con l’esempio che converte, con l’esempio della santità. E’ questa, la santità dei sacerdoti e dei fedeli, la chiave per aprire la ragione e il cuore dei non credenti. Non c’è altro metodo e altra strategìa. Ma siccome le cose vicine sono quasi sempre  inosservate, ecco che, nel questionario, spunta l’angosciante domanda: come trasmettere la fede?
Ci vien da suggerire, sulla scorta del Manzoni, che più che cercare lontano sarebbe meglio scavare vicino, rifarsi, cioè, alla Tradizione.
    
Si legge, poi, nel documento, che, dati i tempi stretti, all’episcopato è chiesto di muoversi con sollecitudine. E, difatti, quello del Galles e di Inghilterra, ha deciso di rilanciare il questionario “on line”, sulle strade della rete mediatica internazionale. A questo punto, l’impegno – come anticipa mons. Baldisseri – per un secondo sinodo previsto nel 2015, sarà ovviamente mensurato e calibrato sui risultati di un’opinione vociante, fantasma e agglutinante: quella di internet.

Qui giunti, potremmo aggiornare il famoso detto di Georges Clemenceau che dice: “quando si vuol seppellire un progetto si deve fare una commissione” con quest’altro: “quando si deve seppellire la Tradizione si fa prima un Concilio, poi un Sinodo e quindi un Sondaggio universale”.

Si consiglia la consulenza del dottor Eugenio Scalfari.
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV657_L.P._Munus_docendi_addio.html

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