ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 7 gennaio 2014

Relativismo alla curato gesuita?

Un gesuita ad ispirare Papa Francesco…

favre“Il Vangelo si annuncia con dolcezza, non con le bastonature inquisitorie”. Intorno a questa frase di papa Francesco, pronunciata durante l’incontro con i confratelli gesuiti presso la storica Chiesa del Gesù per celebrare la canonizzazione di Pietro Favre, compagno di Ignazio di Loyola e primo gesuita ad essere ordinato sacerdote, inevitabilmente si sono  scatenate le solite strumentalizzazioni.
Francesco non ha dimenticato le sue origini, e pur avendo scelto il nome di San Francesco d’Assisi mostrando un’ideale continuità con l’ordine francescano, resta saldamente ancorato a quella Compagnia di Gesù nella quale si è formato e ha sviluppato la sua attività religiosa. Qualcuno potrebbe obiettare: “Francesco non ha detto nulla di nuovo, da quando è iniziato il pontificato non ha fatto altro che parlare di misericordia e perdono, quindi?”. In realtà, va analizzato il contesto in cui la frase è stata pronunciata, cioè nella commemorazione di un illustre gesuita, già beatificato da Pio IX e che Bergoglio ha voluto canonizzare. I gesuiti sono stati sempre, spesso ingiustamente, raffigurati dalla storia come inquisitori, oscurantisti e privi di scrupoli.
La figura di Pietro Favre, come ha ricordato il Papa, è la dimostrazione più evidente di un Vangelo annunciato con dolcezza, perché proprio questa era la qualità fondamentale del santo. E tutti, gesuiti e non, sono chiamati ad annunciare il Vangelo praticando la dolcezza, non la severità. La severità, unita ad un’eccessiva rigidità dottrinale, è stata una caratteristica a lungo attribuita ai membri della Compagnia di Gesù. Ma se ciò è avvenuto, non è stato perché questa era la natura dell’ordine, o perché così hanno voluto i suoi fondatori, ma perché determinate situazioni storiche hanno indotto la Compagnia a compiere certe scelte. Discutibili certo, criticabili in alcuni casi, ma che non possono essere estrapolate o considerate estranee ai contesti storici di riferimento. I gesuiti, non va dimenticato, sono stati in Europa un prezioso baluardo nel contrasto alle idee illuministiche che, esaltando il primato della ragione, negavano alla radice l’esistenza di Dio; e in più hanno fatto da argine al predominio della massoneria nelle scuole e nelle università, tentando con i loro istituiti presenti in tutto il mondo di offrire ed affermare un sistema educativo alternativo, fondato sul Vangelo.
Certo, sono stati i più acerrimi nemici dell’Unità d’Italia e i più strenui sostenitori del potere temporale del Papa, così come ai tempi di Pio XII hanno combattuto con toni da crociata l’avvento del comunismo in Italia  (vedi padre Riccardo Lombardi soprannominato “il microfono di Dio” per la foga utilizzata nei comizi). Situazioni storiche che hanno inevitabilmente richiesto un impegno schietto, forte, chiaro, anche duro dei gesuiti  in difesa della Chiesa e della fede cattolica dai tanti pericoli che incombevano su di essa. Ma Bergoglio, commemorando Favre, ha voluto testimoniare come il suo pontificato, che tanto consenso sta riscuotendo nel mondo grazie a quel primato della misericordia, del perdono e dell’amore da lui costantemente rivendicato, sia perfettamente coerente con il suo essere gesuita. Francesco ha voluto in sostanza ribadire di non essere “un gesuita sui generis” ma un autentico figlio di Ignazio di Loyola e di Pietro Favre. Ora c’è solo da sperare che le ultime dichiarazioni del Papa non servano da pretesto ad Eugenio Scalfari per impartire l’ennesima omelia laica sul significato dell’essere cristiani.

Americo Mascarucci

Americo Mascarucci

Relativismo ad maiorem gloriam Dei

Il Papa passato dalla ragione al cuore, ma non è il curato universale

L’omelia di ringraziamento per la canonizzazione di san Pietro Favre è molto bella, e mostra i lineamenti del relativismo cristiano nel suo fulgore cinquecentesco.Il gesuita si svuota per lasciare posto all’insondabile Dio dell’interiorità, al centro del suo cuore che anela con virtù desiderante, nell’indifferenza psicologica e nella massima concentrazione, a fare la gloria di Cristo e ad afferrare la volontà di Dio todo modo. (Favre trovava fastidiosamente distraente, quando diceva la messa, il fatto che il suo pensiero indugiasse sull’edificazione dei presenti, dei concelebranti, dei fedeli, e la sua inquietudine spirituale per Dio, e solo per lui, lo spingeva a emendarsi e concentrarsi vieppiù a scorno dell’assemblea orante).
Un gesuita tormentato e raffinatissimo come Michel de Certeau (m. 1986) ha spiegato bene le basi del ritorno al cuore nell’edizione critica del Memoriale di Favre. Teologo all’impronta e mai licenziato nella disciplina, il più capace ignaziano nel dare gli Esercizi, compagno di stanza del Fondatore della Compagnia e di Francesco Saverio nel collegio di Santa Barbara a Parigi, Favre aveva una formazione filosofica particolare, di radice occamista dunque volontarista e, nel suo fondo spirituale, irrazionalista. Era buon allievo di Juan de la Peña, secondo il cui insegnamento ogni verità è caratterizzata da una “riserva teologica di principio”, la riserva relativista per cui la contingenza storica prevale sulla necessità razionale. I segni dei tempi, per parlare il linguaggio evangelico nel richiamo del pensiero cattolico postconciliare, sono infinitamente più importanti delle distinzioni di ragione e di dottrina, anche a proposito del discrimine tra il bene e il male. La conoscenza, come afferma l’esegeta moderno del nuovo santo di Francesco parlando della sua formazione, “è limitata a quel che esiste storicamente, non attinge una verità assoluta; si muove nel campo del ‘probabile’, perché la libera iniziativa di Dio può incessantemente trasformare la realtà presente…”. Come scriveva Gabriel Biel, teologo di riferimento dell’epoca, “l’Altissimo decreta ciò che a lui piace. Ciò che è esiste solo in relazione al suo ordine, ma Egli avrebbe anche potuto non volerlo. E’ dunque libero di fare quel che non è giusto; se lo fa, l’atto diviene giusto”. Con il che si spiega perfettamente la radice del ritorno al cuore della chiesa gesuita, e la fine virtuale dell’alleanza di fede e ragione predicata da Giovanni Paolo II e da Benedetto XVI.
Il Cinquecento mise le fondamenta missionarie di questo relativismo ad maiorem gloriam Dei, con la dolcezza combattente di Favre e dei suoi amici del nucleo duro e puro della Compagnia, un processo che la casuistica morale dei Reverendi Padri perfezionò in morale e in politica nel Seicento, arrivando ai famosi paradossi immoralisti (puoi rubare e uccidere se solo è probabile che tu segua una retta intenzione spirituale) contro i quali si batterono i giansenisti di Port Royal e uno strepitoso Blaise Pascal. Su questo terreno, che Carlo Maria Martini S.I. chiamava in polemica con Ratzinger “relativismo cristiano”, i gesuiti si sono sempre giocati il prestigio apostolico e il potere religioso e civile nella chiesa e negli stati-nazione di cui si fecero precettori, confessori e in qualche caso governatori. Non è per bontà d’animo, ma per dottrina, che Francesco rigetta il bastone dell’Inquisitore e predica il dialogo con il mondo storico, contingente, così com’è e non come vorremmo che fosse. Il suo rifiuto del rigore dottrinale tanto inviso al mondo peccatore è un complemento essenziale, machiavellico, del modo gesuitico di concepire l’imitazione di Cristo e l’evangelizzazione.
Non avendo potuto far santo Ignazio, ché altri aveva provveduto qualche secolo fa, Francesco ha proceduto con il suo plus proche compagnon d’armes, il pellegrino che percorreva a piedi l’Europa tormentata dalla Riforma luterana, il confessore di umili ma anche e sopra tutto di potenti e influenti, l’uomo dolce e remoto che Pio IX aveva beatificato dopo che i giacubbini gli ebbero rasa al suolo la cappella votiva nella Savoia. E gli ha tributato la bella omelia che non va scambiata, anche nelle sue naturali omissioni, per l’argomento del cuore di un buon uomo. Il Papa militare è vescovo di Roma, ma non è propriamente un comprensivo curato universale.
L'inquietudine del gesuita di Papa Francesco
Giuliano Ferrara
http://www.ilfoglio.it/soloqui/21323

Scalfari, il Papa e l’abolizione del peccato

C’è stato un passato di lunghe, a volte estenuanti, “dispute” medievali tra i sapienti dell’ebraismo, i rabbini, e i “cani del signore”, gli inquisitori domenicani. Dispute, cioè puntigliosi dibattiti finalizzati a definire quale religione, se quella giudaica o quella cristiana, fosse nel Vero. E nel Giusto. E nel Buono. E quale invece fosse quella sbagliata, ingiusta e cattiva.

Solo che gli uni avevano il Potere e la Forza, gli altri no. E sappiamo come andava a finire: con i roghi del Talmud e (a volte) dei lettori del Talmud.
Oggi - confidando che non si arrivi più a quegli estremi - assistiamo di nuovo ad una sorta di "disputa" medievale che ha per protagonista un curioso "cane-del-signore" ateo: l’ex direttore di RepubblicaEugenio Scalfari, ex laico illuminista e oggi apparentemente fulminato sulla via di Damasco, convinto estimatore del Papa argentino detto Francesco che costituisce il destinatario delle sue amorose missive.
In altri termini si tratta di un monologo cristiano, finalizzato ad incensire la "rivoluzionarietà" del nuovo Papa davanti al quale l’Illuminismo, laico, razionalista e perfino non credente si inginocchia tramite il suo apostolo Eugenio. Ho già avuto modo di parlare a lungo dell'antropologia “innovativa” insita in questo atto di fede, non ci tornerò sopra.
Ma mi incuriosisce notare che il Razionalista si inginocchia non senza lesinare alle masse la sua Buona Novella attraverso dei pamphlet socio-teologici davvero curiosi.
Nel più recente, pubblicato sul quotidiano l’ultima domenica dell’anno passato, il buon Eugenio si avventura nel campo un po’ scivoloso del confronto fra il Dio dell’Antico Testamento - giusto, ma “spietato e vendicativo” - e quello, assai più amorevole e misericordioso, dei Vangeli, cioè del Nuovo Testamento. Rispolvera, in sintesi, una disputa medievale tra il Dio degli ebrei e quello dei cristiani che ingenuamente qualcuno pensava quantomeno un po’ datata.
Se non altro perché si sperava di essere andati oltre, in casa Illuminista sia chiaro, a cercare un’antropologia che desse per scontato che Dio è un'invenzione umana. Ma tant’è; questo passa (è il caso di dirlo) il convento.
Il problema è che il confronto verbale tra i due Dèi, o tra le due forme del Dio, continua a provocare una buona dose di irritazione tra i costernati ebrei italiani costretti, come tutti, a sorbirsi i tre Papi romani (Benedetto, Francesco, Eugenio).
Irritazione lapidaria quella del rabbino Riccardo Di Segni, che liquida la faccenda con un secco “vecchio e banale antigiudaismo marcionista in salsa pseudolaica”.
Più articolata dello storico Gadi Luzzatto Voghera che su Pagine ebraiche rimprovera a Scalfari di aver sostenuto “che la Chiesa si sarebbe colpevolmente conformata al Dio ebraico per secoli; solo distaccandosene (con la Evangelii Gaudium di papa Bergoglio che secondo Scalfari “abolisce il peccato”) essa può aspirare a un confronto efficace con il mondo secolare”. Intravedendo in queste argomentazioni scalfariane “una visione che è nella sostanza e nella forma inequivocabilmente antiebraica”. Accusa non da poco.
E incalza un altro rabbino, Benedetto Carucci Viterbi: "La misericordia di Dio, associata alla Suagiustizia, è nella prospettiva ebraica uno dei motori della realtà. E’ da questa integrazione che nasce la possibilità e la necessità della teshuvàil pentimento, per ottenere il perdono; ferma restando naturalmente la libertà di Dio - che più volte Egli ribadisce - di perdonare anche chi non si pente".
Insomma una piuttosto marcata ignoranza della tradizione religiosa ebraica, in poche parole. Che si fonda, oltretutto, su un pensiero che “non coinvolge la complessità del pensiero ebraico, né discute le fonti scritte e orali che ne stanno alla base. Quel che fa è offrire al lettore delle definizioni (false e semplicistiche) della dottrina biblica per poi contestarle contrapponendole a una visione (altrettantofalsificata) del discorso evangelico”.
Di sicuro - fin qui ci arrivo anch'io - la più plateale delle cantonate di Scalfari è stata palesemente quella di attribuire al Nuovo Testamento, cioè al cristianesimo, l'esortazione "ama il tuo prossimo come te stesso”, con cui si dovrebbe definire in automatico il cristianesimo stesso come “religione dell’amore", contrapposta all'implacabile giustizia divina del giudaismo. Cioè quello che, in sintesi, fece Marcione ai suoi tempi.
La frase è invece, come sa chiunque la Bibbia l’abbia almeno letta, originariamente propria dell’Antico Testamento, per la precisione nel libro del Levitico, al capitolo 19 (dove ricorre due volte, una per definire che il “prossimo” è l’altro da sé, appartenente allo stesso popolo ebraico, e poi per aggiungere che anche ilforestiero è un “prossimo” da amare come se stessi).
Quindi il Dio che propone e invita all'amore per il prossimo è giudaico, prima che cristiano. Uno scivolone grossolano per uno che si atteggia a fine teologo.
Insomma Scalfari non farebbe altro che proporre i contenuti portanti della vecchia eresia del monacoMarcione, che nel II secolo, ai tempi di Papa Aniceto, si prese la briga di contestare in toto la tradizione del Dio ebraico - sostenendo appunto che fosse vendicativo e implacabile - per far risaltare la misericordia del Dio della cristianità (la quale ha avuto modo di dimostrare ampiamente nei secoli successivi in cosa consistesse davvero il tanto sbandierato amore per il prossimo, soprattutti per gli infìdi giudei): non è mica un caso se gli ebrei sono un po' irritabili su certe affermazioni.
Tutto questo, si badi bene, per poter tornare a sostenere per l'ennesima volta “che papa Francesco è unPontefice «rivoluzionario»" e che la sua rivoluzione, in questa occasione consisterebbe "nella «abolizione del peccato»”, come ha riassunto il teologo Vito Mancuso nella sua replica dove, sensatamente, prende le distanze dall’anziano maître à penser: “È troppo presto per stabilire se Francescosia davvero rivoluzionario o anche solo schiettamente riformista visto che la sua azione si deve ancora sostanziare in concreti atti di governo”.
Vale a dire, come è evidente da tempo a meno di non essere ciechi o tonti, che finora si sono sentite un sacco di chiacchiere e di altisonanti proclami alla buona - molto amplificati dai media - ma di sostanza “rivoluzionaria” non se n’è vista manco l’ombra; e forse nemmeno s'è visto un po' di riformismo reale, per dirsela tutta. Solo operazioni di marketing, come direbbe Crozza.
E anche in questo caso, pochi giorni dopo la sparata scalfariana sul Papa che "abolisce il peccato",puntuale arriva la smentita dalla sala stampa del Vaticanoil Papa non ha abolito un bel niente.Ergo Scalfari, nella sua fregola da novizio cantore degli altisonanti proclami d'oltretevere, ha preso una cantonata.
Scivoloni teologici prima e cantonate vaticaniste poi. Non c'è male.
In particolare la presunta “abolizione del peccato” cozzerebbe, sono sempre parole di Mancuso, con il “dogma del peccato originale” che è fondativo per la religione cristiana in quanto afferma la “verità” della capacità redentiva del Cristo (da cui l’amore universale dello stesso) solo dopo aver “scoperto” la naturale peccaminosità dell’essere umano.
Se non fosse stata affermata come prima cosa questa natura originariamente peccaminosa non ci sarebbe stata alcuna necessità della redenzione (i teologi lo chiamano amartiocentrismo, ci ricorda Mancuso, che significa appunto “centralità del peccato”); e tutto il castello di carte cristiano avrebbe faticato un bel po’ a stare in piedi. Chi prenderebbe per buono, o anche solo interessante, un Messia redentore se non ci fosse niente da redimere?
Naturalmente questo rimanda alla necessità di capire perché alcuni (i cristiani) si siano bevuti la panzana che la natura umana sia di originaria devastazione morale (un pensiero un po' brutale per autoincensarsi come "religione dell'amore") ed altri, ebrei e islamici, no. Ma questa è materia da storici.
Quel che conta è l’antica domanda - “unde malum?”, da dove viene il male? - che già Agostino poneva un tot di secoli fa nelle Confessioni e che pretende risposte teologiche dai credenti, ma che per i non credenti si concretizza nella domanda di Mancuso su “come la coscienza laica percepisca oggi il peccato”. Domanda a cui si risponde da solo: “Penso che lo scoprirsi inadempienti di fronte all’imperativo etico” sia inevitabile e che “la dimensione giuridica, la quale ritrascrive il peccato mediante il concetto di reato, non sia sufficiente a esprimere tutta la densità umana del fenomeno”.
Riscrivere il peccato facendolo diventare un reato mi ricorda i tempi bui della Binetti, ma lasciamo stare. Il problema è che si finisce sempre con il risolvere la questione nello stesso modo: gli esseri umani sono dei mascalzoni, né la legge risolve il problema. Un po' poco per riempirci paginate di uno dei maggiori quotidiani italiani (vabbé che in Italia siamo provinciali, ma così si esagera).
A nessuno pare che venga in mente che il Male non esiste e che l’umanità ha solo tre considerazioni banali da fare su ciò che la rende infelice e frustrata: o parliamo di fatti naturali più o meno ineluttabili(la morte, le catastrofi imprevedibili, il caso eccetera) per le quali non possiamo fare altro che rassegnarci, salvo prendere precauzioni o contromisure ove possibile.
O si tratta di violazioni di legge da parte di malfattori di vario grado, per i quali se non vale il codice etico vale pur sempre il codice penale; o parliamo infine di carenza o incapacità di cura delle malattiedel corpo e, soprattutto, delle malattie della mente.
Se mettiamo fra parentesi i primi due casi in cui parlare di “Male” è semplicemente assurdo (come definireste il vicepresidente del CNR - mica storie - che definì lo tsunami in Giappone "un segno della bontà di Dio”?), non resta che il terzo ambito: le malattie.
Da qualche decennio - non molti in verità, se si pensa che ancora papa Leone XII negli anni venti dell'Ottocento demonizzava la vaccinazione contro il vaiolo - la Chiesa ha accettato l’idea che le malattie del corpo si possono affrontare e curare.
Ma sulla cura delle malattie mentali siamo ancora agli esorcismi. Che, ci dicono notizie di stampa, sono in aumento esponenziale (forse per via della crisi o per le difficoltà contemporanee nei rapporti fra gli uomini e le donne, chissà).
E il Papa, ci si getta a capofitto in questo bailamme di idiozie perché evidentemente deve continuare a terrorizzare l’umanità con l’idea del Male come ente astratto, assoluto, eterno ed esterno all’uomo, né più né meno il Diavolo in persona. Di cui ogni Papa - “rivoluzionario” o conservatore che sia - ciancia in continuazione.
Con Scalfari dietro, commosso e dimentico, il pover'uomo, che anche il Diavolo, come Dio, è solo un’anticainvenzione umana. Ma di quelle brutte.
http://www.agoravox.it/Scalfari-il-Papa-e-l-abolizione.html

La beata passione di Papa Francesco per Pietro Favre

Per la terza volta da quando è Papa, Francesco è tornato nella chiesa madre della Compagnia fondata da Sant’Ignazio di Loyola, la chiesa del Gesù di Roma. Una celebrazione che ha avuto “anche carattere di ringraziamento per l’iscrizione nel catalogo dei santi del beato Pietro Favre”, il compagno di Ignazio che Bergoglio ha deciso di canonizzare il giorno del suo compleanno, il 17 dicembre scorso. Già dalle preghiere iniziali, mentre la teoria di sacerdoti s’avvicinava all’altare, è stata invocata l’intercessione di San Favre, dopo Sant’Ignazio e San Francesco Saverio.
L’INQUIETUDINE DEL GESUITA
E il nome del primo presbitero della Societas Iesu è tornato a riecheggiare durante l’omelia pronunciata dal Papa. “Favre era un uomo di grandi desideri, un altro Daniele. Era un uomo modesto, sensibile, di profonda vita interiore e dotato del dono di stringere rapporti di amicizia con persone di ogni genere”, ha sottolineato Francesco richiamando quanto detto da Benedetto XVI nel suo discorso ai gesuiti del 22 aprile 2006. Tuttavia, ha aggiunto il Pontefice, Favre “era pure uno spirito inquieto, indeciso, mai soddisfatto. Sotto la guida di Sant’Ignazio ha imparato a unire la sua sensibilità irrequieta ma anche dolce, direi squisita, con la capacità di prendere decisioni. Era un uomo di grandi desideri; si è fatto carico dei suoi desideri, li ha riconosciuti”. Favre “aveva il vero e profondo desiderio di essere dilatato in Dio: era completamente centrato in Dio, e per questo poteva andare, in spirito di obbedienza, spesso anche a piedi, dovunque per l’Europa, a dialogare con tutti con dolcezza, e ad annunciare il Vangelo”.
“LA COMPAGNIA RISCHIA DI DISORIENTARSI”
Il discorso di Bergoglio era prima di tutto diretto ai confratelli della Compagnia: “Ognuno di noi, gesuiti, che segue Gesù, dovrebbe essere disposto a svuotare se stesso. Siamo chiamati a questo abbassamento, essere degli svuotati. Essere uomini che non devono vivere centrati su se stessi perché il centro della Compagnia è Cristo e la sua chiesa. E se il Dio delle sorprese non è al centro, la Compagnia si disorienta”. Per questo, ha aggiunto Francesco, “essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta. E questa è l’inquietudine della nostra voragine. Questa santa e bella inquietudine!”. Il peccato, poi, più volta richiamato dal Papa – segno che è tutt’altro che abolito, naturalmente. “Perché peccatori, possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio”.
LE AFFINITA’ TRA BERGOGLIO E FAVRE 
Pietro Favre è un modello per Papa Francesco. Basta rileggere alcuni passaggi dell’omelia di stamattina per comprenderlo meglio. Bergoglio dice che “Favre prova il desiderio di lasciare che Cristo occupi il centro del cuore. Solo se si è centrati in Dio è possibile andare verso le periferie del mondo. E Favre ha viaggiato senza sosta sulle frontiere geografiche tanto che si diceva di lui ‘pare che sia nato per non stare fermo da nessuna parte’”. In un’intervista apparsa oggi su Avvenire, padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà Cattolica, ha ribadito quanto stretto sia il legame tra il Pontefice e il primo compagno di Ignazio: “Me ne sono reso conto quando l’ho intervistato ad agosto. Le motivazioni di questa affinità sono diverse. Innanzitutto perché Favre è stato in grado di dialogare con tutti. nel tempo della riforma, percepì che la misericordia e il dialogo erano le strade maestre da percorrere”. Inoltre, prosegue Spadaro, “la simpatia di Bergoglio va anche al fatto che Favre, pur nella irrequietezza e nell’indecisione, era in grado di prendere decisioni forti, senza mai perdere una tipica dolcezza”.
LA CHIESA DI FRANCESCO E’ QUELLA DI FAVRE
Ma è sull’idea di chiesa che il direttore della Civiltà Cattolica vede una forte assonanza: “Penso che l’idea di chiesa coltivata da questo santo corrisponda all’idea di chiesa di Francesco, che l’ha riassunta nell’immagine dell’ospedale da campo. Favre visse uno stile fatto di dolcezza, preghiera, umiltà e dialogo in un’Europa infiammata dalle divisioni. Mentre il continente ribolliva, lui coltivava la sua idea di riforma curando relazioni autenticamente evangeliche”.

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