ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 11 marzo 2014

Con tutto il dovuto rispetto,

Santità, con tutto il dovuto rispetto,
non Le sembra di esagerare?



Non affannatevi dunque dicendo:
Che cosa mangeremo?
Che cosa berremo?
Che cosa indosseremo?
Di tutte queste cose si preoccupano i pagani;
il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno.
Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia,
e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 
Non affannatevi dunque per il domani,
perché il domani avrà già le sue inquietudini.
A ciascun giorno basta la sua pena.

(Mt. 6, 31-34)


Giovedì 6 marzo 2014, nell’aula Paolo VI, Papa Francesco ha incontrato i parroci di Roma, ai quali ha tenuto un discorso incentrato sulla misericordia. È comprensibile, quindi, che la “misericordia” la si trovi citata 27 volte; ciò che è incomprensibile è che non si trovi citata nemmeno una volta la “salvezza”.



Il Papa ha introdotto il suo discorso richiamando la peregrinazione di Gesù:
Qual è il posto dove Gesù era più spesso, dove lo si poteva trovare con più facilità? Sulle strade. Poteva sembrare che fosse un senzatetto, perché era sempre sulla strada. La vita di Gesù era nella strada”.
E Gesù, sulla strada, “vede le persone ‘stanche e sfinite, come pecore senza pastore’ … Un po’ come tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri”. […] “I preti si commuovono davanti alle pecore, come Gesù, quando vedeva la gente stanca e sfinita come pecore senza pastore. Gesù ha le “viscere” di Dio, Isaia ne parla tanto: è pieno di tenerezza verso la gente, specialmente verso le persone escluse, cioè verso i peccatori, verso i malati di cui nessuno si prende cura” […] “Il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove. I preti - mi permetto la parola – ‘asettici’ quelli ‘di laboratorio’, tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa. La Chiesa oggi possiamo pensarla come un ‘ospedale da campo’. Questo scusatemi lo ripeto, perché lo vedo così, lo sento così: un ‘ospedale da campo’. C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite! C’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa... Gente ferita dalle illusioni del mondo…

Su questa chiave, il Papa svolge tutto il suo discorso ed esorta i preti ad usare misericordia e compassione.
Ad imitazione di Gesù che sarebbe venuto nel mondo per lenire le ferite e le sofferenze, i preti dovrebbero prendersi cura delle sofferenze e delle malattie degli uomini. “Quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tanta gente che non trova il cammino?”, si chiede il Papa, e ricorda che i preti devono avere sofferenza pastorale, che “Vuol dire soffrire per e con le persone. E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia…”
Anche nel ricordare l’episodio del buon samaritano, il Papa sottolinea che “quel samaritano apre il suo cuore, si lascia commuovere nelle viscere, e questo movimento interiore si traduce in azione pratica, in un intervento concreto ed efficace per aiutare quella persona”.

Ora, non v’è alcun dubbio che nei Vangeli si parli della compassione di Gesù, ma è altrettanto indubbio che questa compassione è per le miserie interiori degli uomini, non per le miserie esteriori, che sono solo il simbolo delle prime. Gesù non guarisce i corpi per se stessi, ma in vista della guarigione delle anime: “Va’ e non peccare più” è il monito che Egli rivolge al miracolato.
Nello stesso capitolo 9 di San Matteo, prima dell’osservazione sulla compassione di Gesù (v. 36), è detto: “Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità” (v. 35). Il versetto citato prima, 36, segue semplicemente questo versetto 35, e dev’essere letto di seguito e in dipendenza di esso, così che si capisce che la prima e primaria azione di Gesù è “predicare il vangelo del regno”, mentre “curando ogni malattia e infermità” è l’azione di accompagno subordinata alla prima, perché la cura e la guarigione dei corpi è simbolo tangibile della cura e della guarigione delle anime.
E questo è sottolineato dal successivo versetto 37: “Allora disse ai suoi discepoli: La messe è molta, ma gli operai sono pochi!”. Con evidente riferimento alla necessità che ci siano tanti “pastori” per le pecore da guarire e da riportare a Dio (v. 36); e per questo Gesù esorta i discepoli: “Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”.
E il padrone della messe è Dio, e la messe sono gli uomini che devono convertirsi, e gli operai sono i preti che devono aiutare gli uomini a convertirsi e a santificarsi per tornare ad essere graditi a Dio.

Niente “ospedali da campo”, né stuoli di infermieri e di medici che curino “le ferite, tante ferite”, né buoni samaritani che si chinino su “tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa... Gente ferita dalle illusioni del mondo”, e men che meno azioni pratiche che scaturiscano da un moto interiore sgorgante dalle viscere. Elemento quest’ultimo che fa capire come ci si trovi al cospetto di un grande equivoco: lo scambio del cuore con le viscere, dell’intimo con il viscerale, della misericordia – la pietà del cuore – con la concupiscenza – l’esigenza delle viscere -.

Niente di tutto questo nei Vangeli, contrariamente a quanto vorrebbe far credere Papa Francesco.

La logica del ragionamento che regge questo discorso di Papa Francesco è una logica intrinsecamente materiale ed estrinsecamente superficiale e fin troppo umana, e questo spiega perché in tutto il discorso, centrato sulla misericordia, il Papa non cita nemmeno una volta la “salvezza”.
Come si evince dalle sue parole, nella sua mente la misericordia non è propedeutica alla conversione e quindi alla salvezza, ma è fine a se stessa, ed è soprattutto finalizzata al benessere materiale e psicologico dell’uomo. 
La salvezza delle anime non è in cima ai pensieri del Papa. Nessuno dubita che Papa Francesco abbia a cuore anche la salvezza eterna delle anime dei fedeli, ma da come parla, da come giocoforza “insegna”, da come esercita il suo ministero supremo, si è obbligati a considerare che la sua prima preoccupazione non sia la salvezza delle anime, non sia il loro allontanamento da Dio, ma è il loro  benessere terreno.
E c’è da chiedersi se egli non sia convinto che senza il benessere terreno, l’uomo non possa volgersi a Dio.

Questa primaria preoccupazione di Papa Francesco, lo pone in una situazione critica rispetto alla Chiesa stessa: una sorta di mancanza di sentire con la Chiesa. Poiché, mentre la suprema legge della Chiesa è la salvezza delle anime, la suprema legge di Papa Francesco appare essere il benessere terreno degli uomini. La scala di valori viene così invertita, fino al punto di considerare che “il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove. I preti - mi permetto la parola – “asettici” quelli “di laboratorio”, tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa”.
Espressione davvero incomprensibile, se non nell’ottica dell’assistente sociale, piuttosto che in quella del pastore d’anime.
Ed è lui stesso che ribadisce con forza quale dev’essere, secondo lui, la primaria preoccupazione del pastore d’anime:
Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha bisogno subito di questo, non delle analisi, come i valori del colesterolo, della glicemia… Ma c’è la ferita, cura la ferita, e poi vediamo le analisi. Poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite aperte. Per me questo, in questo momento, è più importante”.

I preti visti innanzi tutto come medici, infermieri e barellieri, dediti a curare le evidenti ferite dei corpi degli uomini, a ripulire il sangue, tamponare, ricucire, dediti a far star meglio gli uomini su questa terra e a lenire le loro sofferenze corporali. L’anima, il timore di Dio, il peccato, l’offesa a Dio, la salvezza eterna… per questo c’è tempo!

È sorprendente, ed anche pericolosamente fuorviante, ma è così.

Quando poi si pensi che per tutto questo il Papa prende spunto dal Vangelo, si è obbligati a considerare che Papa Francesco è come se proponesse una nuova dottrina attraverso la rilettura del Vangelo in chiave sociologica. Tale che Nostro Signore non si sarebbe incarnato per salvare le anime, ma per operare le guarigioni raccontate dai Vangeli. Una rilettura dei Vangeli che trascura l’essenziale per concentrarsi sull'appariscente, che trascura il messaggio trascendente per concentrarsi sul racconto transeunte, che trascura l’insegnamento di Gesù per concentrarsi sull’impressione che di Gesù ha un qualsiasi lettore, che trascura la Passione per concentrarsi sulle piaghe, che trascura la Crocifissione per concentrarsi sui chiodi, che trascura la Resurrezione per concentrarsi sul sepolcro.

Una rilettura, tra l’altro, che oscura nel Vangelo quegli insegnamenti basilari che disturbano i nuovi esegeti umanitarii, come il passo che abbiamo riportato in epigrafe e che da solo basta ad annullare tutto il discorso di Papa Francesco e a relegarlo tra i moderni rigurgiti del paganesimo.

Santità, con tutto il dovuto rispetto, non Le sembra di esagerare?
di Giovanni Servodio

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