ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 8 marzo 2014

FRANCESCO I & LA TRIBALIZZAZIONE DELLA CHIESA

La “Chiesa” secondo i modernisti
Vari pensatori progressisti[1] e modernisti (ad esempio Ernesto Buonaiuti) hanno cercato di presentare una Chiesa “cristiana” primitiva collegiale o democratica, rivoluzionaria, sovversiva, anarchica, ostile a qualsiasi potere politico, la quale sarebbe stata snaturata dalla Chiesa romana, petrina, papale e costantiniana, essenzialmente gerarchica, anzi monarchica. Tale snaturamento sarebbe stato il frutto della filosofia greca e del diritto romano.
In realtà chi per primo cercò di dipingere Gesù come un rivoluzionario fu il Sinedrio, ma Ponzio Pilato dopo aver interrogato Gesù non diede retta a questa calunnia (Gv., XIX, 11; Lc., XIII, 1; Rom., XIII, 1). A partire dal Nuovo Testamento si evince chiaramente che i farisei, i sadducei e gli scribi, ossia il giudaismo talmudico, mirarono a mostrare i cristiani come  sovversivi e rivoltosi per farli condannare da Roma ma Roma solo con Nerone, per l’influsso nefasto della sua seconda moglie Poppea che era una giudaizzante, iniziò nel 64 la persecuzione dei cristiani[2].
L’eresia Montanista, condannata dalla Chiesa con papa Zefirino, aveva  invece quelle caratteristiche sovversive ed antiromane che erano state proprie degli zeloti e del giudaismo più intransigente e che avevano costretto Roma a sedare la rivolta col ferro e col fuoco (70 e 135 d. C.); perciò l’Imperatore Marco Aurelio nel 170 circa scatenò una persecuzione che aveva di mira il Montanismo, ma che toccò anche il Cattolicesimo romano[3].
Attualmente, specialmente con Francesco I, gli uomini di Chiesa dopo la svolta del Vaticano II hanno mutuato dalla “nuova teologia” neo-modernistica alcune idee che riecheggiano la concezione a-dogmatica e a-gerarchica del cosiddetto “cristianesimo delle origini” sia dal punto di vista dottrinale che da quello spirituale (v. L. J. Suenens[4]). I vari “Movimenti” tipo “Comunione e Liberazione”, il “Cammino Neo-catecumenale”, il “Rinnovamento dello Spirito” e il neo “Pentecostalismo cattolico” cercano di edificare una Chiesa spirituale o “giovannea” adogmatica, sentimentalistica, carismatica, liberale, latitudinarista, ecumenista, che purtroppo sembra aver prevalso pro tempore su quella petrina o costantiniana[5]. Questi “movimenti” sono caratterizzati da uno spirito comunitario che tende al collettivistico, senza istituzioni o gerarchia e dominato dal “profetismo” o carisma di alcuni leader[6].

Raccomandiamo alle preghiere dei nostri associati mons. Francesco Spadafora, l’ anniversario della cui morte ricorre il 10 marzo.
L’annuncio di una “nuova èra” che di nuovo non ha nulla
Sopratutto negli ultimi mesi del 2013 (v. l’intervista di Eugenio Scalfari a papa Bergoglio, Repubblica, 1° ottobre 2013[7]) stiamo assistendo alla realizzazione del complotto della Massoneria contro la Chiesa, illustrato da Pierre Virion in Mysterium iniquitatis, tradotto in italiano da Effedieffe ('info@effedieffe.com').
Si veda anche quanto ha dichiarato recentemente il card. Oscar Rodriguez Maradriaga, amico intimo e portavoce ufficioso di papa Bergoglio: “sono fermamente convinto che la Chiesa sia all’alba di una nuova èra, come 50 anni fa, quando Giovanni XXIII aprì le finestre per far entrare aria fresca. […]. Quel che serve alla Chiesa oggi è più pastorale e meno dottrina. Il mondo è cambiato, bisogna aggiornarsi. […]. Presto le strutture della Chiesa cambieranno faccia, poiché siamo ad un punto di non-ritorno” (Il Foglio, 15 gennaio 2014)[8].
Oramai in Vaticano dal 13 marzo del 2013 lo spirito latinoamericano della “teologia della liberazione” (senza gli eccessi guerriglieri cruenti) ha rimpiazzato il neomodernismo moderato di Ratzinger, che voleva presentarsi sotto apparenza di “continuità”, mentre in sostanza era “rottura”, con la Tradizione[9]. Tolto ciò, la “nuova èra” ha ben poco di nuovo.
Il modello rivoluzionario cubano ha affascinato molti cristiani d’ America latina negli anni Sessanta, i quali si son schierati esplicitamente con il movimento rivoluzionario social-comunista castrista e talvolta si sono uniti ai gruppi dei guerriglieri. Si pensi a p. Camillo Torres ucciso in un conflitto a fuoco nel 1965. Di qui è nata la teologia della liberazione.
Nel 1968 a Medellin la ‘II Conferenza generale dell’Episcopato latinoamericano’, che affrontò il problema sociale alla luce dell’Enciclica Populorum progressio di Paolo VI (26 marzo 1967), utilizzò per la prima volta a livello ufficiale il termine “liberazione”. Da allora ha preso avvio  ufficialmente la “teologia della liberazione” (senza gli eccessi di guerriglia armata) alla “luce” della “teologia politica” del gesuita Giovanni Battista Metz, di Ernst Bloch[10]e della Scuola di Francoforte.
Nel 1979 a Puebla Giovanni Paolo II ebbe il torto di mettere in guardia non dalla “teologia della liberazione” in sé, ma  dagli eccessi interpretativi di essa, che possono portare ad una mera riduzione sociologico/rivoluzionaria (anche armata) del cristianesimo, e pertanto l’ azione e la riflessione dei teologi a fianco dell’umanità e della comunità cristiana, che lotta contro le ingiustizie sociali ed economiche, rimase intatta e non fu sconfessata[11].

La “rivoluzione copernicana” in America e in Vaticano
La  “teologia della liberazione” latinoamericana si è distaccata dai pensatori europei (Metz, Bloch, Adorno, Marcuse) poiché vedeva in loro il primato della teoresi e della dottrina, che denotava ancora una certa subalternità o dipendenza pratica dalle ideologie che in teoria dicevano di voler combattere. Troppa teoria, astrazione, filosofia per la “teologia della liberazione”, che non vuole farsi incantare dal fascino della parola, del concetto, della dottrina, ma vuol passare all’azione, assegnando il primato alla prassi sociale (non necessariamente militare e cruenta, tranne in alcuni casi più radicali).
Per la teologia della liberazione latinoamericana e per Francesco I non è l’azione che segue la parola e il concetto, ma è la dottrina che segue l’azione. Si assiste così ad un  rovesciamento metodologico o ad una sorta di “rivoluzione copernicana” nella teologia neomodernista in sud America negli anni Sessanta e dal 2013 in Vaticano con papa Bergoglio: al primato dell’azione deve seguire una teorizzazione di questa azione. La riflessione scaturisce dalla prassi, dalla prassi si origina un nuovo pensiero teologico che nella prassi va verificato: se nella prassi dà dei buoni risultati la sua teorizzazione è valida, altrimenti no. Quindi si parte dalla prassi di liberazione sociale (non necessariamente bellica) e si giunge alla sua sistematizzazione teologica o “teologia che segue la liberazione”.
I rappresentanti più famosi di questa prassi teologica sono Gustavo Gutiérrez (nato a Lima nel 1928), autore del libro Teologia della liberazione del 1971; Hugo Assmann (gesuita nato in Brasile nel 1933),  autore di Teologia a partire dalla prassi di liberazione del 1973; Leonardo Boff (francescano, nato in Brasile nel 1928), autore di Cristo liberatore del 1972. Per costoro  libertà e liberazione equivalgono a rivoluzione sociale, azione politica, edificazione di una società egualitaria da parte dell’uomo, che porta ad una specie di utopia o di regno millenaristico in questo mondo, cui può far seguito la fede e l’aldilà, ossia la liberazione dal peccato. Ma, secondo i teologi latinoamericani della liberazione, non è Dio che salva l’uomo, bensì l’uomo salva e libera se stesso con le sue proprie forze – qui sono espliciti i riferimenti alla “convergenza di umano e divino” di Teilhard de Chardin – con l’azione sociale e poi potrà pensare alla liberazione dal peccato nell’eternità. Senza liberazione economica non sussiste la liberazione dal peccato, senza liberazione politica non sussiste la fede.
La svalutazione dell’intelletto e della volontà dal punto di vista naturale è accompagnata nell’ordine soprannaturale dalla prassi della “esperienza religiosa”[12] e quindi dal ridimensionamento delle Virtù infuse di Fede e Carità per dare il primato all’esperienza religiosa o al sentimento, giungendo ad un falso misticismo già condannato dalla Chiesa sotto il nome di “Quietismo” nel XVIII secolo perché pretende che non si debbano esercitare le Virtù né la vita ascetica, ma occorra solo seguire l’impulso dello Spirito senza lottare contro il peccato o le cattive inclinazioni. Si cade così in uno stato di esaltazione religiosa o superstiziosa, che è la contraffazione della vera Religione. Infatti l’ irrazionalismo, il sentimentalismo, l’ emozionalismo, l’anti-intellettualismo, la svalutazione della libera volontà sono il comun denominatore di tutti i movimenti pseudo-spirituali nati durante e dopo il Vaticano II.

La tentata “tribalizzazione” della Chiesa
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[1] Alcide De  Gasperi – il fondatore della Democrazia Cristiana – in un discorso del 1944, citato dall’allora Segretario della DC Benigno Zaccagnini il 15 agosto del 1975, paragonò Cristo a Marx in nome della comune origine israelitica, dell’ispirazione internazionalistica, del messianismo e dello spirito di rivolta contro lo Stato (cfr. Il Borghese, 3 settembre 1975).
[2] M. Sordi, Il Cristianesimo e Roma, Bologna, Cappelli, 1965, p. 171.
[3] U. Benigni, Storia sociale della Chiesa, Milano, Vallardi, 1906, vol. I, pp. 32-33.
[4] Lo Spirito Santo nostra speranza, Alba, Paoline, 1975.
[5] Cfr. Cornelio Fabro, voce “Esperienza religiosa”, in Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, 1950, vol. V,  coll. 601-607; P. Parente, voce “Esperienza Religiosa”, in Dizionario di Teologia dommatica, Roma, Studium, IV ed. 1957, pp. 144-145..
[6] G. Ebeling, Teologia e Annuncio, Roma, Città Nuova, 1972; W. Smet, Pentecostalismo cattolico, Brescia, Queriniana, 1975; R. Laurentin, Il movimento carismatico nella Chiesa cattolica, Brescia, Queriniana, 1976; F. Spadafora, Pentecostali & Testimoni di Geova, Rovigo, IPAG, V ed., 1980; E. Zoffoli, Verità sul Cammino Neocatecumenale, Udine, Il Segno, 1996; A. Castro Mayer, Carta pastoral sobre Cursillos de Cristiandad, San Paolo del Brasile, Vera Cruz, 1972.
[7] Francesco I risponde a Eugenio Scalfari: “Il Vaticano II, ispirato da papa Giovanni e da Paolo VI, decise di guardare al futuro con spirito moderno e di aprire alla cultura moderna. I padri conciliari sapevano che aprire alla cultura moderna significava ecumenismo religioso e dialogo con i non credenti.Dopo di allora fu fatto molto poco in quella direzione. Io ho l’umiltà e l’ ambizione di volerlo fare” (Repubblica, 1° ottobre 2013, pag. 3). Egli esprime chiaramente la volontà di compiere il Vaticano II, che sarebbe restato incompiuto, ossia di fare il “Vaticano III” senza neppure indirlo, dibatterlo e promulgarlo: è il primato della prassi sulla teoresi e il superamento non solo dell’ immutabilità del dogma, ma anche della pastorale ridotta ad azione, incontro, dialogo e “camminare insieme”.
[8] Cfr. mons. Enrico dal Covolo “Papa Francesco figura di discontinuità rispetto ai predecessori”, www.corrispondenzaromana.it 8 gennaio 2014.
[9] Cfr. F. Spadafora, La Tradizione contro il Concilio, Roma, Volpe, 1989. Attenzione! Non “Concilio alla luce della Tradizione”, ma “Tradizione contro Concilio”, ossia la Tradizione condanna il Concilio Vaticano II poiché pastoralmente è in rottura con essa.
[10] Filosofo tedesco di origine ebraica, morto nel 1977, ha studiato a fondo la dimensione dell’utopia nella coscienza umana specialmente nella sua opera Il principio speranza del 1954-59.
[11] F. Ardusso, La teologia contemporanea, Torino, Marietti, 1980, p. 572.
[12] Cfr. C. Fabro e P. Parente, “Esperienza religiosa”, citati sopra.

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