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giovedì 8 maggio 2014

Il papa serve a..


Il Fab Four e il rischio del "culto personale"


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Don Stefano Naldoni

Domenica 27 aprile si è svolta, in piazza San Pietro, la canonizzazione di due Papi, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II.
Una giornata storica per la Chiesa e non solo per la grandissima quantità di fedeli accorsi alla celebrazione (si parla addirittura di un milione di persone) e per quelli che hanno assistito in diretta televisiva all’evento (circa due miliardi) ma soprattutto perché in piazza San Pietro erano presenti quattro Papi: due Santi nella gloria di Dio e due in vita (uno emerito, Benedetto XVI e Papa Francesco).
I Favolosi Quattro o per dirla come i Beattles i “Fab Four”! Quattro persone diverse ma fortemente uguali nella loro ricerca di Dio, nel servizio e con una guida forte e sicura della Chiesa.
Non sto a dilungarmi a descrivere come si è svolto perché i media ne hanno parlato abbondantemente ma vorrei porre l’accento su un aspetto secondario che in questi giorni mi frulla in testa come un tarlo affamato.
Mi chiedo se i numeri da capogiro di tali manifestazioni siano davvero rappresentative di una fede vissuta con convinzione o sia solo frutto di una spinta emotiva. Cerco di spiegarmi meglio…
E’ indubbio che nell’ultimo anno, dall’elezione di Papa Francesco, si sia registrato un aumento dei consensi positivi nei riguardi della Chiesa che adesso, prendendo a prestito l’immagine del volto sorridente e affabile di Bergoglio, è percepita come “più vicina alla gente comune”, più umana e meno dottrinale (nel senso troppo “legale” del termine, quella dei soli precetti da assolvere, per capirsi).
Una Chiesa, insomma, più popolare, aperta, semplice. Gli studi di settore dimostrano un’impennata di presenze di pellegrini a Roma imputabile al fenomeno Bergoglio.
In un sondaggio il 42% degli italiani si dichiara intenzionato a visitare Roma a causa di questo Papa, con una crescita del 28% nel traffico web nelle pagine dedicate alla città eterna e la presenza di turisti e pellegrini è salita costantemente negli ultimi 12 mesi.
Un fenomeno che appare in ascesa e che non sembra si voglia arrestare. Ma questo è un bene o un male? Dipende dai punti di vista.
Da quello economico, per il turismo religioso generato nella penisola e nella città eterna, sicuramente un toccasana; dal punto di vista della Chiesa, una bella ripulitura della propria immagine ma da quello della fede non sono sicuro si possa sempre parlarne in termini positivi o trionfalistici come alcuni sostengono.
Ricordo, ad esempio, che per la morte di Giovanni Paolo II, suonammo le campane e moltissimi corsero in Chiesa per pregare per il compianto pontefice. Tra i tanti fedeli accorsi, notai molti che mai e poi mai avevo visto in Chiesa.
Piangevano, ma quel pianto era un semplice sfogo emotivo legato alla persona e non al ministero petrino: infatti poi non si sono più visti.
Così, adesso, moltissimi, vanno e vogliono andare a Roma per le udienze o per l’Angelus ma quanti di questi ascoltano, ricordano e cercano di mettere in pratica quello che dice Papa Francesco?
Questo Papa piace perché è semplicemente se stesso, rompe gli schemi di un rigido protocollo quando questo gli appare come una barriera per arrivare alla gente. E’ un Padre buono che vuole stare con i propri figli ma proprio perché è buono dispensa consigli buoni perché questi vivano bene.
Il rischio è che le persone si fermino alla prima parte però, come prete, lo devo necessariamente mettere in evidenza. Spero vivamente che sia ancora presto e che “l’effetto simpatia” sia solo uno dei tanti modi che lo Spirito Santo usa per arrivare al cuore dei fedeli ma è bene mettere in guardia che non ci si può fermare a questo.
La strada da percorrere è indicata chiaramente ma deve essere percorsa tutta fino alla meta che è Cristo. Contrariamente si rischia un culto personale verso persone e Santi di una grandezza immensa perdendo l’essenza della loro portata.
In altre parole è come fermarsi a guardare il dito che indica la luna. Non si può amare Papa Francesco o pregare i nuovi Santi Papi senza celebrare l’Eucaristia domenicale, senza accedere ai sacramenti e nutrirsi della Parola di Dio.
Negli Atti degli Apostoli al capitolo 2 versetto 42 si legge infatti: "Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere".
I pilastri della fede, fin dalla prima comunità cristiana, sono sempre stati la dottrina tramandata dagli Apostoli (di cui Papa e Vescovi sono i custodi), la carità per i fratelli, l’Eucaristia (lo spezzare il pane è il termine che indica proprio la celebrazione Eucaristica) e la preghiera.
Si dice anche “assidui” e non quando capita o si ha tempo e voglia, proprio perché questi siano come dei binari su cui far correre il treno della nostra vita.
Personalmente sono il frutto del Concilio Vaticano II voluto da Giovanni XXIII, sono cresciuto con Papa Giovanni Paolo II (che ho avuto la gioia di avvicinare durante un’udienza privata in cui aveva accolto il nostro Seminario), sono stato aiutato a comprendere i più complicati misteri di Dio con la sapienza di Benedetto XVI (che aveva la capacità di rendere semplice e chiaro ciò che è più complesso), sono spronato dall’amore per la gente e dall’umiltà di Papa Francesco.
Tutte e quattro queste figure, però, sarebbero niente, se non puntassi sempre verso Cristo come loro si sono spesi ad indicarmi come il faro nella nebbia della mia vita, come porto sicuro dove approdare durante le tempeste delle mie infinite debolezze.

http://www.gazzettinodelchianti.it/rubriche/7/fuori-dal-chiostro.php#.U2qHWIF_uPZ

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