ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 24 maggio 2014

Pretessa e suorello

Si è scomunicata la pretessa di “Noi siamo chiesa” – 

zzcdxIn questi giorni diverse persone mi hanno scritto per chiedere lumi sulla vicenda della scomunica che sarebbe stata comminata dal Sommo Pontefice alla Signora  Martha Heizer [qui], co-fondatrice e presidente dell’organizzazione ultra progressista: “Noi Siamo Chiesa” [qui]. Diversi giornali laici e cattolici hanno scritto che il Santo Padre avrebbe scomunicato questa Signora e il suo consorte, tinteggiando spesso il tutto con commenti che poco hanno da spartire con la dottrina e col diritto interno della Chiesa.
Qualche chiarimento sulla scomunica canonica
di p. Ariel S. Levi di Gualdo
 .
Il fatto: Martha Heizer, assieme al consorte Gert, da tre anni a questa parte celebrava una vera e propria parodia eucaristica presso la propria abitazione di Absam alla presenza di diversi fedeli. Dopo accurata indagine da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Vescovo di Innsbruck, Manfred Scheuer, ha notificato la scomunica, prontamente respinta dagli interessati che si sono dichiarati indignati ma soprattutto pronti a proseguire per la loro strada.

Alle diverse persone che mi hanno chiesto spiegazioni riguardo la scomunica, il funzionamento di questo istituto giuridico e la legittima autorità ecclesiastica preposta a comminarla, debbo anzitutto dire ch’essa non è solo prerogativa pontificia, come sembrano credere in molti. Tutti i vescovi diocesani sono dotati di pieni poteri di governo sulle proprie Chiese particolari e come tali hanno facoltà — talvolta avrebbero proprio il dovere, sebbene di questi tempi molto raramente adempiuto — di comminare scomuniche ai propri sudditi: presbiteri, diaconi, religiosi consacrati e fedeli laici, secondo il diritto e la disciplina regolamentata dal Codice di Diritto Canonico.
La gran parte delle scomuniche sono latae sententiae (di sentenza già emessa) ossia automatiche, perché ponendo in essere certi comportamenti o azioni delittuose, sia il ministro in sacris sia il fedele laico incorrono ipso facto (sulla base del fatto stesso) in scomunica.
Proviamo a chiarire con un esempio: se io presbitero proposto ad amministrare le confessioni violassi la segretezza del sigillo sacramentale e divulgassi i contenuti della confessione di un penitente riguardo i peccati confessati, incorrerei latae sententiae nella scomunica legata ad uno dei delicta graviora [qui] la cui remissione è riservata alla Sede Apostolica, non al vescovo diocesano, che in questo e in altri casi specifici stabiliti dal canone non ha facoltà di rimetterla né di assolvermi dal grave peccato che ne deriva e dal quale solo la Penitenzieria Apostolica può impartirmi l’assoluzione ed impormi adeguata penitenza di espiazione.
Incorrere nell’anatema latae sententiae vuol dire quindi essersi scomunicati da se stessi; l’Autorità Ecclesiastica si limita a prendere atto dell’azione delittuosa ed a notificare al diretto interessato che è incorso in scomunica, comminando semmai le previste sanzioni e pene, che nel caso di un chierico potrebbero essere l’interdetto a celebrare e amministrare i Sacramenti, sino alla vera e propria dimissione dallo stato clericale nei casi di particolare gravità.
Facendo una comparazione tra Diritto Penale e Diritto Canonico, si potrebbe dire che la scomunica latae sententiae nella quale si incorre ipso facto e la scomunica comminata invece dall’Autorità Ecclesiastica per un particolare comportamento delittuoso portato all’attenzione della stessa attraverso formale denuncia, equivalgono in un certo senso ai reati per i quali è prevista la procedibilità d’ufficio o la procedibilità a querela di parte.
Ci sono invece vari altri casi, meno eclatanti ma non per questo meno gravi, nei quali sarebbe obbligo del vescovo diocesano comminare severe sanzioni canoniche, per esempio agendo nei confronti di chierici che danno pubblico scandalo e che seminano disorientamento e confusione tra il Popolo di Dio con loro scritti e pubbliche affermazioni colme di livore e quasi sempre intrise di clamorosi strafalcioni dottrinari, visto che l’eresia richiede quella cultura e quella intelligenza teologica che certi “preti sociali” non hanno quasi mai, a partire dal celebre Luigi Ciotti. O come nel caso del presbitero genovese Paolo Farinella, illustre firma della rivista della sinistra radicale e anticattolica Micromega [qui]. L’unico problema è che il suo vescovo diocesano è Angelo Bagnasco, il buon vescovo che per non creare malumori politici e polemiche non esitò ad amministrare la Santissima Eucaristia a un uomo vestito da donna, noto e furente diffusore della cultura omosessualista, che gli si presentò dinanzi sui tacchi a spillo, ed al quale post comunionem fu persino permesso, probabilmente come atto di ringraziamento eucaristico, di sproloquiare dall’ambone del presbiterio dal quale si amministra ai Christi fideles la mensa della Parola di Dio, il tutto durante l’azione liturgica del Sacrificio Eucaristico presieduto dal Presidente dei Vescovi d’Italia [qui].
Se nell’antica iconografia dell’Aquinate il buon padre e il buon pastore era raffigurato attraverso il pio pellicano che col becco si strappa il cuore per i propri figli [qui], oggi molti padri e pastori andrebbero invece raffigurati attraverso la moderna iconografia dello struzzo, per niente pio, che persino dinanzi alla propria ombra rimane così spaventato che d’istinto caccia la testa sotto la terra, lasciando tra l’altro esposta in bella vista la parte più delicata e vulnerabile del suo corpo.
A dire il vero mi stupisco tutt’oggi che ad essere sanzionato non sia stato invece io, come peraltro fui pedestremente minacciato senza che mai avessi violato alcuna norma canonica; ero solo “colpevole” di avere “leso” la maestà del supremo “dogma” del cardinalato, oggi di gran lunga superiore al Mistero dell’Incarnazione del Verbo di Dio, affermando ieri e ribadendo oggi che il Presidente dei Vescovi d’Italia ha sbagliato e che seguita imperterrito a sbagliare lasciando certi suoi presbiteri liberi di seminare odi ideologici e palesi eterodossie.
Per quanto riguarda la “pretessa” di “Noi Siamo Chiesa”, non è poi del tutto corretto dire che il Sommo Pontefice ha scomunicato lei e l’augusto consorte progressista. Recita infatti il dettato del comma 2 del canone n. 1378 del Codice di Diritto Canonico: «Incorre nella pena latae sententiae dell’interdetto, o, se chierico, della sospensione: chi non elevato all’ordine sacerdotale attenta l’azione liturgica del Sacrificio Eucaristico».
Chi volesse leggere i canoni strettamente correlati al caso in questione per farsi un’idea più chiara può farlo andando direttamente al sito ufficiale della Santa Sede [qui].
Dunque la Signora Martha Heizer, ponendo in essere con deliberata e reiterata ostinazione un atto delittuoso è incorsa in scomunica. Il vescovo della diocesi ha solo provveduto a notificarle che a causa del suo delitto contro la fede cattolica si è tagliata fuori ipso facto dalla comunione dei fedeli, che equivale a dire: ti notifichiamo che ti sei scomunicata da te stessa uscendo in tal modo dalla comunione della Chiesa che verso di te adotterà questi eventuali provvedimenti canonici …
Diverso è invece il caso del presbitero genovese Paolo Farinella che avrebbe tutte le carte in regola per vedersi revocare per qualche mese dal suo vescovo la facoltà di predicare, di celebrare la Santa Messa in pubblico e di amministrare confessioni, in attesa del suo pieno ravvedimento da un modo di agire, di scrivere e di dissertare in pubblico che risulta profondamente lesivo alla dignità sacramentale dell’Ordine Sacerdotale. Cosa che però non avviene per questioni legate al modo attuale di intendere la carità e la misericordia, purché naturalmente non si tratti dei Francescani dell’Immacolata e di quel “gran criminale” oltre che “notorio eretico” del loro fondatore, perché in tal caso cade la mannaia più impietosa e sebbene molti vescovoni e cardinaloni disapprovino nei propri salotti privati questo commissariamento distruttivo, in pubblico tutti tacciono, timorosi forse di perdere privilegi, prebende e promozioni a miglior sede.
Per questo motivo bisognerebbe intendersi sia sul diritto che regola la vita interna della Chiesa, sia sul corretto concetto di carità e sul corretto concetto di misericordia, procedendo in questo secondo caso su un piano tutto quanto teologico. Perché quando mancano autorità apostolica e giustizia cristiana edificate sulla virtù teologale cardine della carità, quando il bene diventa male e il male diventa bene, non si può parlare né di misericordia né di perdono, semmai del fautore antico e oggi più che mai operoso nel giocare a fare la scimmia di Dio, come lo definiva il Padre della Chiesa San Girolamo: il Demonio, colui che mira da sempre a invertire bene e male per creare infine un’altra realtà.
E oggi, purtroppo, pare che ci stia riuscendo a meraviglia.

di p. Ariel S. Levi di Gualdo

Redazione
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