In quarant’anni il matrimonio è uscito distrutto dal divorzio, e tutto è cambiato. Ce ne facciamo una ragione, certo, ma non sono del tutto sicuro che nell’insieme sia stato un progresso della cultura, della civiltà, dell’umanità. Feci da comunista una campagna intensa e polemica ma di malavoglia; fu per me giovanissimo una guerra di necessità e non per scelta. Intuivo che qualcosa non andava per il verso giusto. E molti anni dopo ho anche capito perché. Non era solo il riflesso di una cultura non liberale, quella in cui ero cresciuto, di un fastidio per questioni che non derivavano la loro sostanza dalla struttura economica della società e che mettevano a rischio il dialogo con la chiesa cattolica, un dialogo di lunga e forte tradizione nel comunismo italiano. La mia malmostosità veniva da un’intuizione allora opaca, poi sempre più chiara: il contrario del matrimonio non è il divorzio, ma il non-matrimonio, la vita celibe, nubile, o la convivenza non santificata da un sacramento religioso o dal suo sostituto laico, il matrimonio di diritto civile.
Il divorzio legale era un modo per corrompere, consumare, deformare il matrimonio in quanto istituzione sociale con un suo senso, una sua autorità non soltanto religiosa, anche secolare, una sua giustificazione che prendeva la forma dalla misericordia, dall’amore come pegno e stabilità vitale, dall’irrevocabilità della fiducia e della solidarietà umana fino alla morte. La spinta decisiva al divorzio era nel potersi “rifare una famiglia”, concetto equivoco come dimostra la storia dell’istituto familiare, anche quella scritta dagli Ardigò, da storici di parte cattolica democratica. La famiglia non se la sono rifatta, l’hanno disfatta, dico, gli anni successivi all’introduzione del divorzio. E non è solo una faccenda statistica, è un dato di fatto educativo, civile, di senso comune. La serialità dell’esperienza è in flagrante e incondizionata contraddizione con la famiglia come dimensione di vita non soltanto affettiva, non occasionale e sentimentale.
Pazienza, direte. Gli uomini e le donne di questo mondo costruiranno qualcosa d’altro da questa chiesa domestica, secondo la definizione del Concilio e le analisi anche molto belle del cardinale Kasper. Lo spero. Il futuro non è alla fine ipotecabile, ma su questa strada della trasformazione dei desideri e dei sentimenti in diritti, dell’abbattimento degli interdetti vitali, e del soggettivismo senza senso, in questi quarant’anni siamo andati molto avanti. Non dico che siamo sull’orlo di un abisso, malgrado certi segnali di cronaca del contemporaneo suggeriscano toni da profeta di sventura, ma forse bisognerebbe pensarci su. Quarant’anni dopo.
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In pratica l'Italia ha introdotto l'indissolubilita' solubile. Un cristiano crede di celebrare un matrimonio sacramento, invece firma solo una specie accordo che ha meno tutele giuridiche di una locazione.
RispondiEliminaNon e' che hanno dato ai non-cristiani la liberta' di divorziare: hanno tolto ai cristiani la liberta' di contrarre il matrimonio sacramentale, di unirsi in Cristo, e di rimanere uniti in Cristo "finche' morte non li separi".