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giovedì 3 luglio 2014

Volevate anche il Papa brasiliano?

La mano de Dios in America latina si vede meno, e non è cattolica

Il Cristo del Corcovado a Rio de Janeiro (Foto La Presse)
Roma. Che Dio sia brasiliano l’ha detto anche il Papa argentino. Un anno fa, in piena Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro, Francesco scherzava con i giornalisti al suo seguito, ricordando che qualche giornale locale, deluso per la mancata elezione di un Pontefice carioca, s’era consolato convincendosi che almeno Dio, il superiore del Papa, è un loro connazionale. “Volevate anche il Papa brasiliano?”, domandava ironicamente Bergoglio, poco prima di iniziare la sua settimana nel piovoso inverno di Rio.
Un Dio, però, che stenta sempre più a vedersi. Si considerino i Mondiali di calcio in svolgimento. Certo, le tv rimandano le immagini del Cristo del Corcovado abbigliato ora con questa ora con quella maglia colorata, ma tutto si ferma lì. Mondiali senza fede né anima, nessuna traccia delle masse evangeliche che affollano stadi, pianure e tendoni prefabbricati. Dispersi anche i due milioni che un anno fa affollarono Copacabana per la messa con il Papa. Non s’è visto neppure padre  Marcelo Rossi, sacerdote cantante attore e scrittore d’origine marchigiana che con i proventi dei dodici milioni di cd venduti  aveva fatto costruire il santuario Theotokos Madre di Dio, la chiesa più grande di tutto il Brasile (trentamila metri quadrati, altare alto cinque metri, la croce quarantaquattro). La religione, tra i campi di calcio di Curitiba e Manaus, ha un ruolo da comprimaria. Tutt’altra musica rispetto al Sudafrica, dove a un Mandela deificato da vivo facevano da contorno macumbe e riti locali nascosti dall’assordante ronzio delle vuvuzelas.  Un Mondiale con poco Dio che rispecchia una società latinoamericana in cui il religioso  – e in particolare il cattolicesimo – pare essere sempre più assente, corroso da un’onda secolarizzante analoga a quella che dilaga in Europa.

Un recente rapporto del centro studi Latinobarómetro – ong che da vent’anni indaga i mutamenti sociali nel continente latinoamericano – fotografa come ad arrancare sia soprattutto la religione cattolica. Se fino a metà degli anni Novanta si poteva dire che i cattolici erano la maggioranza assoluta nella gran parte dei paesi latinoamericani, oggi la sfida è con gli evangelici, in costante e rapida crescita e per i quali apparentemente è più semplice far fronte al declino del senso religioso, grazie anche ai potenti mezzi economici di cui dispongono. In diciotto anni, segnala il rapporto, il numero dei cattolici è diminuito del tredici per cento. Chi abbandona la fedeltà a Roma non diventa ateo, ma si fa protestante, quasi sempre evangelico. Meno trenta per cento di cattolici in Nicaragua dal 1995 a oggi – e non è un caso che il Papa abbia guardato a quel paese quando lo scorso febbraio ha elevato al cardinalato mons. Leopoldo Brenes Solórzano, arcivescovo di Managua – e nell’Honduras del primate Oscar Rodríguez Maradiaga, arcivescovo di Tegucigalpa, dove vent’anni fa si professava cattolico il 76 per cento della popolazione e oggi solo il 47. Sempre in Honduras, se nel ’95 i cattolici sopravanzavano gli evangelici di 64 punti percentuali, oggi sono avanti solo di sei. Il calo è costante ovunque, con due eccezioni: la Repubblica Dominicana e il Messico. Il Brasile, paese più cattolico del mondo, è passato dal 78 per cento di fedeli al Papa al 63 (con gli evangelici che salgono al 21). I segnali in controtendenza ancora non si vedono all’orizzonte, benché l’impatto del primo Pontefice sudamericano, che richiama all’esigenza di uscire in periferia, debba ancora essere verificato – così come da valutare sono ancora i benefici apportati dalla ricetta lanciata nel 2007 ad Aparecida.

Intervistato qualche anno fa dal giornalista Alver Metalli, il filosofo uruguagio,  Alberto Methol Ferré – scomparso cinque anni fa, corrispondente di Augusto Del Noce, di cui è considerato un alter ego sudamericano – notava come la chiesa latinoamericana si trovasse in un “innegabile momento di stanchezza”, nonostante un’esuberanza nei costumi e nei riti che potesse dare l’idea di grande vitalità. La generazione che ha fatto il Concilio, aggiungeva, “si è quasi estinta. De Lubac, von Balthasar, Congar, Chenu, Daniélou, Rahner. Sono stati anni di uno splendore intellettuale tra i più alti della storia della chiesa” e ora “non vedo movimenti intellettuali comparabili a questi, seppure come eco”. Il fatto è che, notava ancora Methol Ferré – grande amico di Jorge Mario Bergoglio –, “il declino della Teologia della liberazione non è stato colmato da nulla di solido” e la conseguenza è che oggi anche in America latina a regnare è quell’“ateismo libertino” che l’allora arcivescovo di Buenos Aires definiva ormai “cultura dominante, nuovo oppio del popolo”, il cui peso è cresciuto in seguito alla sconfitta degli ateismi marxisti. Un ateismo, quello libertino, che “non è rivoluzionario in senso stretto, ma complice dello status quo”. E la chiesa, aggiungeva Methol Ferré, “è l’unico soggetto presente sulla scena del mondo contemporaneo che può affrontare questo ateismo”. Il problema è come lo si contrasta, questo ateismo. La ricetta provata soprattutto in Brasile – nove anni fa il cardinale Cláudio Hummes, già arcivescovo di San Paolo, la più grande diocesi del mondo, si domandava fino a quando il Brasile avrebbe potuto dirsi cattolico –, è quella di fare concorrenza agli evangelici e ai pentecostali, giocando sul loro terreno: dalla pubblicità in tv ai grandi eventi a metà strada tra celebrazioni liturgiche e concerti. Padre Marcelo Rossi è un esempio di successo – il suo libro “Agape” ha venduto quasi quanto i bestseller di Paulo Coelho – nel coniugare musica e preghiera, come dimostra il raduno carismatico del 2008 a San Paolo, con tre milioni di giovani giunti lì da tutto il paese. Uno strumento che se può frenare l’emorragia verso gli evangelici, non è detto possa anche riportare indietro chi ha abbandonato il cattolicesimo.

© FOGLIO QUOTIDIANO

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