ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 7 agosto 2014

Non tutte le ciambelle gesuitiche riescono col buco

(di Gianpaolo Romanato) Per due secoli furono al centro della scena mondiale. Nelle loro missioni, estese dall’Estremo oriente alle due Americhe, dalle Filippine all’Africa, sperimentarono metodologie che non cessano di appassionare storici e antropologi; dai loro collegi, distribuiti dovunque, nacque la moderna idea della scuola; come teologi, scienziati, astronomi, matematici dominarono la cultura del loro tempo.
Molte città, da Cordoba in Argentina a Breslavia in Polonia, non sarebbero ciò che sono senza il loro lascito architettonico. San Paolo, in Brasile, se la inventarono loro. Stiamo parlando della Compagnia di Gesù, che duecento anni fa, il 7 agosto 1814, Pio VII ripristinò in tutta la cristianità con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum, dopo che un altro Papa, Clemente XIV, l’aveva soppressa il 21 luglio 1773 con il breve Dominus ac Redemptor.
Due atti pontifici quasi incredibili: con il secondo, infatti, si smentiva il primo, che aveva soppresso un Ordine religioso non in crisi bensì in continua espansione. Ma ci sono altre anomalie che colpiscono in questa vicenda: nei quarantuno anni che intercorrono tra i due interventi romani i gesuiti, pur canonicamente soppressi, erano riusciti a sopravvivere. E a tenerli in vita, mentre tutta l’Europa cattolica li voleva morti, fu lo Stato più anticattolico del continente: la Russia. Una storia paradossale, che merita di essere raccontata.
La disfatta della Compagnia, sanzionata dal Papa nel 1773, veniva da lontano. Troppo influenti, troppo potenti, troppo ricchi quei gesuiti per non suscitare nei loro confronti odi, rivalità e appetiti di ogni genere. E poi avevano avuto il torto di porsi di traverso al politically correct della cultura settecentesca: l’illuminismo. A contrastare il trionfo del pensiero razionale sulla metafisica cristiana erano rimasti quasi soltanto loro. Per sconfiggere definitivamente la superstizione cristiana bisogna, perciò, far fuori i gesuiti. Un’operazione tutt'altro che impossibile, dato che i loro nemici non erano solo tra i philosophes. Avversari non meno agguerriti avevano dentro il recinto cattolico: da Muratori a Mabillon, molti insospettabili ecclesiastici vedevano nei seguaci di sant’Ignazio un cattolicesimo vecchio, che frenava l’apertura della Chiesa all’intelligenza critica.
E poi c’era la loro dipendenza da Roma. Nell’Europa dei sovrani assoluti, questa poderosa armata di religiosi che non obbedivano ai loro sovrani ma a un sovrano straniero, il Papa, destava paura e scandalo. E così la marea antigesuita crebbe fino alla loro espulsione dal Portogallo, dalla Francia e dalla Spagna, con relativi domini d’oltremare. La Compagnia, però, continuava a esistere e i gesuiti che erano sopravvissuti alla tragica odissea delle espulsioni — più di cinquemila — si erano rifugiati nello Stato pontificio, dove la loro sistemazione aveva creato innumerevoli difficoltà. A Roma, Bologna, Urbino, Ferrara, Imola, Rimini, Faenza, le città della diaspora, costituivano una riserva intellettuale che non cessava di dar fastidio.
Di qui le pressioni sul papato — il debole papato tardo settecentesco, ormai un vaso di coccio fra i vasi di ferro delle corti europee — perché desse loro il colpo definitivo con la soppressione canonica. Clemente XIII, il veneziano Carlo Rezzonico, resistette fino alla fine. Non resistette invece il suo successore, Clemente XIV, che capitolò, come si è detto, il 21 luglio 1773, emanando il sospirato decreto di scioglimento dell’Ordine e disponendo che fossero i vescovi diocesani a darne attuazione in ciascuna diocesi.
La Compagnia di Gesù era finalmente finita. E invece no. Nel sistema della Chiesa di Stato d’ancien régime gli atti pontifici non avevano efficacia fino a che non erano fatti propri dai sovrani, cui spettava il compito di accettarli e renderli esecutivi nei rispettivi domini.
Quando il breve papale giunse in Russia, dove regnava Caterina II, questa lo ignorò, rifiutando di dargli corso. La Russia ortodossa era un altro mondo, lontano dai centri illuministi europei. E non c’erano i gesuiti. Ma c’erano in Polonia. E la Polonia proprio un anno prima aveva subito il primo smembramento, che aveva portato alla Russia una buona fetta del suo territorio, con il corollario di alcune centinaia di migliaia di nuovi sudditi, naturalmente cattolici, cui venne riconosciuta libertà di culto. Come provvedere a essi? Caterina non ebbe dubbi: se ne sarebbero occupati i gesuiti polacchi.
Per questa gente, pare li avesse definiti «astuta genia», non aveva nessuna simpatia. Ma ora tornavano utili. Le avrebbero risolto il problema dei polacchi, che, dopo la terza spartizione del loro Paese, nel 1793, divennero quattro milioni, cioè il sessanta per cento della vecchia Polonia, e poi erano colti, esperti di scuole, di biblioteche, di università. Nel suo sterminato impero, afflitto da un’endemica ignoranza, potevano essere preziosi. Perchè privarsene? E così, posti rigidi paletti al loro operato — guai se avessero fatto proselitismo fra gli ortodossi — decise di tenerseli. E poi, chissà, forse alla zarina non dispiacque l’idea di fare uno sgarbo al Papa. Come al Papa, date circostanze, forse non dispiacque ricevere quello sgarbo. Il Pontefice, infatti, tacque, accettando senza fiatare, fra le proteste delle corti borboniche, l’offesa ricevuta in Russia, dove un suo atto sovrano era stato disinvoltamente ignorato.
Il silenzio di Roma, cui Pietroburgo aveva reso senza volerlo un grosso servizio, acquietò anche i gesuiti di Polonia, a lungo indecisi se obbedire alla loro sovrana disobbedendo al Papa o obbedire al Papa disobbedendo alla sovrana.
Fu così che per quasi trent'anni la Compagnia sopravvisse in quella metà dell’antica Polonia ora diventata Russia Bianca e sottoposta all’autorità imperiale degli zar; una vicenda che è stata puntualmente ricostruita con l’ausilio di una larga documentazione archivistica da Marek Inglot nel libro La Compagnia di Gesù nell'Impero russo (1772-1820) e la sua parte nella restaurazione generale della Compagnia (Roma, Editrice Pontificia Università Gregoriana, 1997).
In Russia Bianca trovò rifugio anche qualche ex gesuita disperso per l’Europa. Altri, impossibilitati ad andare tanto lontano, si affiliarono “in coscienza” ai confratelli polacchi, ricostruendo in tal modo, almeno moralmente, la struttura internazionale della vecchia Compagnia.
Ma con il trascorrere degli anni gli effettivi si assottigliavano. Bisognava provvedere ai ricambi, aprire cioè il noviziato. Sempre con autorizzazione imperiale, questo fu inaugurato a Polock nel 1780. Due anni dopo, poi, la zarina, scorporò i gesuiti dalla giurisdizione vescovile e autorizzò la ricostituzione della gerarchia. La Congregazione subito convocata nominò così non il Generale (sarebbe stato troppo azzardato) ma un Vicario a vita.
L’anno seguente, su richiesta di un legato imperiale appositamente mandato a Roma — guarda caso, un ex gesuita — il Papa approvò oralmente quanto era stato fatto nella lontana Russia.
Tutto però si fondava sul silenzio-assenso di Roma. Troppo poco per durare a lungo. La provvisorietà di tutto l’edificio costruito in Russia, in continua espansione, aveva assoluto bisogno di una legittimazione formale. Questa giunse, finalmente, nel 1801 con il breve Catholicae fidei, che riconobbe canonicamente l'esistenza della Compagnia nella Russia Bianca. La Spagna protestò ma in Europa dopo la Rivoluzione scoppiata in Francia e la fine della monarchia tutto era cambiato e il potere delle corti borboniche non era più quello di prima. Il muro borbonico contro la Compagnia, come fu definito, si stava sbriciolando. D’altronde Roma non aveva fondato un nuovo Ordine ma solo riconosciuto quello già esistente. Nel 1805 fu eletto così il primo Generale pleno iure nella persona del polacco Tadeusz Brzozowski.
Nei dieci anni che seguirono la Compagnia si allargò dalla Russia Bianca ad altri territori russi, dalla Crimea al Caucaso fino alla Siberia, dove c’erano fedeli cattolici da accudire, e autorizzò la nascita di famiglie gesuite in vari territori dell'Europa occidentale. Questa lenta ripresa si concluse nel 1814 quando Pio VII, vecchio estimatore dei gesuiti, appena rientrato a Roma dopo il lungo esilio in Francia, emanò la bolla prima ricordata, Sollicitudo omnium ecclesiarum, che autorizzava la ricostituzione in tutta la cristianità della Compagnia mai soppressa nella Russia Bianca nei quarant'anni precedenti.
La ricostituzione ebbe un solo spiacevole corollario. Sei anni dopo, alla morte di Brzozowski (1820), mai autorizzato a uscire dal territorio imperiale, i gesuiti furono espulsi dalla Russia: il centro direttivo della Compagnia tornava a Roma e la Russia non poteva tollerare nel proprio dominio persone sottoposte a giurisdizioni estere.
I quarant'anni di sopravvivenza in Russia avevano consentito alla Compagnia di continuare a esistere, ma l’avevano anche isolata dal flusso delle vicende europee e dal mondo missionario. Questo isolamento, sommandosi alla memoria dolente delle persecuzioni subite, condizionò il futuro dei gesuiti incanalandolo verso una linea di scontro con la modernità liberale che segnerà a lungo la loro attività, orientata in tale direzione soprattutto durante il lungo generalato dell’olandese Jan Roothaan (1829-1853), che, non a caso, aveva fatto in Russia il proprio apprendistato.
L'Osservatore Romano, 6 agosto 2014
http://ilsismografo.blogspot.it/2014/08/russia-la-compagnia-di-gesu-nella.html

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