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martedì 19 agosto 2014

Solo improvvisazione e faciloneria?

Il Papa, i falchi e la Terza Guerra Mondiale

Solo improvvisazione e faciloneria: la cifra dell'assetto mediorientale, continua ad essere quella dell'instabilità permanente. In un contesto come questo, l'espressione “terza guerra mondiale a pezzi”, suona certamente realistica ma va presa per quella che è: un paragone, un'analogia, un'ipotesi uscita dalla bocca di un uomo di Chiesa.

Il circo mediatico si è scatenato sull’espressione “terza guerra mondiale” usata da Papa Francesco, di ritorno dal suo viaggio in Corea. L’espressione di Bergoglio è certamente preoccupante e il lettore disattento potrebbe prenderla per il sigillo mancante, l’ultimo monito prima dello scatenarsi dell’Apocalisse. Ma nel caos di questa calda estate internazionale, la tentazione di voler leggere un disegno intelligente dietro i 5 conflitti in corso in un’area così limitata, è comprensibilmente forte. Ucraina, Libia, Gaza, Siria, Iraq, senza contare i conflitti minori, o quelli congelati.

E’ una congiuntura internazionale inedita, che lo sguardo pornografico occidentale, avvezzo alla settorialità, non riesce a comprendere nel suo insieme. Tuttavia, anche lo sguardo più affinato stenta a trovare approdi di comprensione significativi: siamo ancora in mare aperto, non si vedono segni che lascino intravedere l’alba di un qualche ordine, o potenze in grado di imporsi. Solo improvvisazione e faciloneria: la cifra dell’assetto mediorientale, continua ad essere quella dell’instabilità permanente. In un contesto come questo, l’espressione “terza guerra mondiale a pezzi”, suona certamente realistica ma va presa per quella che è: un paragone, un’analogia, un’ipotesi uscita dalla bocca di un uomo di Chiesa.
Occorre ricordare che Bergoglio non è Ratzinger. Se Ratzinger era indiscutibilmente un accademico raffinato, attento al peso delle parole ma essenzialmente impolitico come uomo di potere (che non esclude la comprensione dei fenomeni ma l’attitudine pratica ad affrontarli), Bergoglio vorrebbe essere semplicemente pastore, come uomo di potere non si capisce a che vento si affidi (la collegialità del governo, la previsione della remissione del mandato, quasi a ritenersi un amministratore delegato temporaneo) e quando si spinge nel terreno dell’analisi, mostra un approccio superficiale e sentimentalista, legato piuttosto ad una buona quota di intuito.
Dunque, che cosa ha inteso dire Bergoglio rispondendo alla domanda di Alan Holdren della Catholic News Agency, in merito ai bombardamenti americani in Iraq? Niente di più di quanto abbia detto. Ha ribadito che ad un’aggressione ingiusta si reagisce fermando l’aggressore ingiusto, sottolineando il verbo fermare e distinguendolo da bombardare. Su mezzi e modalità, Bergoglio si è dimostrato un uomo del suo tempo, riconoscendo nelle Nazioni Unite e non in una sola nazione, il soggetto e il luogo idonei a discutere sul come fermare chi sembra giocare il ruolo di aggressore ingiusto, l’ISIS. Secondo Bergoglio, anche interrogarsi sulla natura dell’aggressore deve essere compito della sede internazionale, per evitare il rischio che una sola potenza possa avvantaggiarsi dalla situazione, conducendo una vera guerra di conquista e soggiogando i popoli. Nessun unilateralismo e nessuna benedizione di gagliardetti, quindi; tutte posizioni apprezzabili ma scarsamente concludenti: sovrastimare un vecchio arnese come le Nazioni Unite, ci pare antistorico, oltre che antipolitico. Non é necessario essere dei fini analisti per rilevare la sostanziale inefficacia delle Nazioni Unite in ogni conflitto, fatta esclusione per quello in Corea 1950-1953, un conflitto che Bergoglio dimostra di non conoscere, considerate le sue ultime esternazioni sull’unica Corea.
Tuttavia, è la risposta di Francesco all’insidiosa domanda di Jean-Louis de la Vaissière di France Presse sulla possibilità di un viaggio in Kurdistan tra i rifugiati cristiani a destare il nostro interesse, giacché in questi giorni, quella di sostenere i peshmerga sul terreno, a supporto dei bombardamenti americani già corso, sembra a molti la soluzione più adatta a cauterizzare il vulnus iracheno. Ma una visita del Papa in Kurdistan tra i rifugiati si renderebbe utile al gioco di contrapposizione che si sta sviluppando e Francesco sembra esserne cosciente: “in questo momento non è la cosa migliore da fare, ma sono disposto a questo”. A nostro avviso, sarebbe invece preferibile che Papa Francesco si dicesse disponibile a recarsi in Iran ed incontrare la Guida Suprema Ali Khamenei, con il quale condividerebbe non poche preoccupazioni sia per la congiuntura internazionale, sia per i massacri in corso, sia per le profezie sui tempi ultimi. Una follia? Può darsi. In ogni caso, Papa Bergoglio sembra comprendere di muoversi sul filo del rasoio: una sua visita in Kurdistan avallerebbe implicitamente soluzioni in contraddizione con il suo modo di pensare, soluzioni probabilmente inefficaci o controproducenti nel medio termine, giacché potrebbero innescare, per osmosi, nuovi focolai in Iran e Turchia. E la Turchia, non dimentichiamolo, rientra nello spazio NATO: fosse necessario attivare i protocolli, si scatenerebbe un conflitto che coinvolgerebbe automaticamente altri attori.
Dove sta andando, dunque, la Chiesa? Da nessuna parte. Nella Chiesa di Papa Bergoglio coesistono diverse posizioni, rinvenibili persino all’interno delle stesse testate. Troppe persone sembrano voler tenere il timone e l’atteggiamento cauto del Pontefice sembra dettato più da questa incertezza che non da saggezza. Vedremo come saprà gestire in futuro i falchi della CEI, che lo scorso 15 agosto, nel corso della festività dell’Assunta hanno deliberatamente evitato di menzionare gli sciiti nel corso dalla Giornata di preghiera per i cristiani perseguitati. E’ vero che gli sciiti non sono cristiani ma è altrettanto vero che questi condividono lo stesso mattatoio dei cristiani e degli yazidi, anch’essi non cristiani ma ricordati, differentemente agli sciiti, probabilmente perché considerati un dato antropologico: discriminarli sarebbe stato inelegante, politicamente scorretto. Oltre all’esclusione dal ricordo nella preghiera, merita di essere fatto cenno all’uscita del Segretario generale della CEI, Monsignor Nunzio Galantino. In un editoriale pubblicato da Avvenire, sempre in occasione della Giornata di preghiera per i cristiani perseguitati, ha parlato di “una vera Shoah cristiana” in atto in Iraq Nigeria e Siria, la quale si connoterebbe per “la stessa cieca immotivata violenza, stesso blasfemo rimando a Dio (ricordiamo il beffardo Gott mit uns), stessa arroganza omicida”. Perché Mons. Galantino ha scelto la parola ebraica Shoah? Preferita alla parola “olocausto”, in quanto non richiama all’idea di un sacrificio inevitabile, la parola Shoah si è diffusa solo negli ultimi anni, rimarcando nella sostanza, la specificità del dramma ebraico quando questo viene raffrontato agli stermini che hanno coinvolto altri popoli e categorie. L’utilizzo di questa parola ci appare volutamente forzato, oltre che pericoloso, perché nel Truman Show semplificatorio del sistema mediatico, equivale ad associare in un abbraccio mortale cristiani ed ebrei israeliani da un lato, contrapponendoli ai musulmani (tutti), insieme ai nazisti. E non è una valutazione iperbolica, giacché nel comunicato “Noi non possiamo tacere”, scritto in vista della Giornata di preghiera del 15 agosto, la Presidenza della CEI non si è risparmiata dall’utilizzare con disinvoltura il termine “Occidente”, una categoria concettuale appartenente alla Guerra Fredda e che molti seguitano ad applicare ad un mondo completamente diverso. 
Con quali esiti, lo abbiamo visto e probabilmente lo vedremo ancora.

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