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giovedì 5 febbraio 2015

Romero spread: conti pareggiati?

Romero beato, Francesco e Giovanni Paolo II rispetto alla Teologia della Liberazione



Giovanni Paolo II
Con la beatificazione di Oscar Romero papa Francesco intende forse pareggiare i conti con la canonizzazione di Giovanni Paolo II? Posta così questa ipotesi potrà risultare stonata e certamente lo è, perché non è nemmeno lontanamente pensabile che si possa arrivare a “barattare” santi e beati per compiacere le fazioni interne alla Chiesa. Eppure questa interpretazione serpeggia da tempo ed è riemersa in queste ultime ore dopo che Francesco ha approvato la beatificazione del vescovo di El Salvador, assassinato nel marzo del 1980 dai cosiddetti “squadroni della morte” al servizio del sanguinario regime militare che reggeva il Paese.

Assassinato sull’altare mentre celebrava l’Eucaristia dopo aver pronunciato l’ennesima omelia contro le violenze del governo. Lo ribadiamo, non siamo fra i sostenitori di questa teoria anche perché Bergoglio già pochi giorni dopo il suo insediamento dichiarò la propria intenzione di sbloccare quanto prima il processo di beatificazione di Romero ( e noi scrivemmo proprio un articolo sull’argomento) fermo da anni presso la Congregazione per le cause dei santi.. Tuttavia questa tesi è agevolata dal fatto che, tanto il processo di beatificazione che quello di canonizzazione di Karol Wojtyla sono stati messo in discussione dai detrattori del Papa polacco facendo leva, non unicamente, ma soprattutto sui contrastati rapporti di quest’ultimo con Romero. Giovanni Paolo II è stato accusato di manifesta ostilità nei confronti dell’arcivescovo di El Salvadorda lui considerato un esponente di punta di quella Teologia della Liberazione che predicava il connubio fra cristianesimo e marxismo. Proprio i teologi di questa contestata dottrina hanno puntato il dito contro Wojtyla accusandolo di aver “maltrattato” il vescovo poco prima che venisse ucciso nel corso di un incontro a Roma, durante il quale Romero avrebbe cercato disperatamente di convincerlo ad alzare la voce contro le atrocità commesse dal regime di El Salvador.
Giovanni Paolo II, stando a quanto riferito dai suoi accusatori, non soltanto si sarebbe rifiutato di alzare la voce ma avrebbe addirittura rimproverato il vescovo intimandogli di non compromettere i rapporti fra il governo salvadoregno e la Chiesa. Proprio il rifiuto di Wojtyla di appoggiare l’operato di Romero avrebbe fatto maturare nei suoi nemici la convinzione che il prelato fosse solo, abbandonato dal Vaticano e quindi un bersaglio facile da colpire ed eliminare. Un’accusa pesante verso un Papa da poco proclamato santo. Dall’altra parte invece i sostenitori di Wojtyla, ad iniziare dal fedelissimo segretario particolare oggi arcivescovo di Cracovia Stanislaw Dziwisz hanno raccontato un’altra storia, quella di un Giovanni Paolo II profondo estimatore di Romero al quale in più occasioni avrebbe consigliato prudenza, invitandolo ad andare avanti con la sua opera di aiuto e di assistenza alla popolazione, ma evitando di esporsi eccessivamente mettendo a rischio, come poi è avvenuto, la propria vita. Inoltre il santo polacco avrebbe anche invitato il vescovo di El Salvador a non lasciarsi strumentalizzare dai marxisti e a non dare l’idea di essere dalla parte della Teologia della Liberazione. Anche perché va detto che Romero non era affatto un vescovo di idee marxiste vista la sua appartenenza all’Opus Dei; la sua nomina sul principio sembrò proprio pensata per soddisfare il governo di El Salvador, infastidito dalle continue interferenze della Chiesa locale in difesa dei poveri e fu salutata con favore proprio dalle oligarchie dominanti, quelle per intenderci che sfruttavano i contadini negando loro ogni minimo diritto. Assistendo alle uccisioni di sacerdoti e religiosi impegnati dalla parte dei poveri, Romero maturò la convinzione di diversi ribellare alle ingiustizie sfidando il regime a viso aperto.
Nonostante durante il Giubileo del 2000 Wojtyla avesse definito Romero un autentico martire della fede, facendo quindi chiaramente capire come il suo martirio fosse avvenuto in odio alla fede, la beatificazione dell’arcivescovo è stata considerata inopportuna nei sacri palazzi e dunque frenata a più riprese; il timore è stato sempre quello di beatificare insieme a Romero anche la Teologia della Liberazione, dottrina sempre condannata tanto da Giovanni Paolo II che da Benedetto XVI in quanto fondata sull’errata convinzione che il marxismo fosse la via maestra per praticare l’opzione preferenziale per i poveri ed attuare il Vangelo.
Oggi Francesco ha messo fine a qualsiasi dubbio ponendo il suo sigillo sulla beatificazione di Romero riconoscendo il suo martirio avvenuto in odio alla fede. Quando a maggio Francesco ha canonizzato Wojtyla, inevitabilmente le accuse di aver osteggiato l’arcivescovo per compiacere il regime criminale di El Salvador ed ostacolare l’ascesa al potere dei marxisti, sono tornate prepotentemente sulla scena. Da qui quindi la convinzione di alcuni nel ritenere la beatificazione di Romero una sorta di “ricompensa” per quanti hanno mal digerito la salita agli altari del Papa polacco che, al di là del “santo subito” gridato nella piazza il giorno dei suoi funerali, aveva tantissimi nemici ad iniziare proprio da quell’episcopato latino-americano legato in larga parte alla Teologia della Liberazione, oggi molto influente in Vaticano. Sarà davvero così?

Americo Mascarucci



Perché non tutti in Vaticano volevano Oscar Romero beato

04 - 02 - 2015Matteo Matzuzzi
Perché non tutti in Vaticano volevano Oscar Romero beato
La causa di beatificazione di Oscar Romero giaceva in Vaticano da quasi vent’anni, rimpallato tra le congregazioni per la Dottrina della fede e quella per le Cause dei Santi. Ora il Papa ha impresso un’accelerazione e ieri – come da tempo era nell’aria – ha autorizzato il dicastero guidato dal cardinale Angelo Amato a promulgare il decreto riguardante il martirio dell’arcivescovo di San Salvador, assassinato nel marzo del 1980 mentre celebrava la messa.
“PARERI UNANIMI DEI TEOLOGI E DEI CARDINALI”
Il postulatore della causa, mons. Vincenzo Paglia, si è detto “commosso” in una breve intervista concessa a Radio Vaticana: “Dopo tanti anni, finalmente, giunge la conclusione di questo lungo processo, di questa lunga causa, e la gioia è doppia. Non solo perché i pareri sono stati unanimi, sia da parte dei teologi che dei cardinali, ma anche perché c’è un quid provvidenziale nel fatto che Romero venga dichiarato Beato dal primo Papa sudamericano della storia”. Stamattina, prendendo la parola nella Sala stampa della Santa Sede, Paglia ha detto che “la gratitudine va anche a Benedetto XVI che ha seguito la causa fin dall’inizio e che il 20 dicembre del 2012 – poco più di un mese dalla sua rinuncia – ne ha deciso lo sblocco perché proseguisse il suo itinerario ordinario”.
GLI OSTACOLI NELLA CURIA ROMANA
Ricorda Gianni Valente su Vatican Insider che il gesto di Francesco “fa contrasto con le lentezze, i sabotaggi e i mezzi insabbiamenti che hanno accompagnato la causa di beatificazione di colui che da tempo i cattolici latinoamericani invocano come ‘San Romero de America’”. Tra la fine degli anni Novanta e i primi Duemila, osserva Valente, “a Roma operava una influente fazione di alti prelati che ispiravano sotterranee resistenze alla canonizzazione di Romero. Un episodio rivelatore – aggiunge – capitò al cardinaleFrancesco Saverio Nguyen Van Thuan: proprio nel 2000, predicando gli esercizi spirituali al Papa e alla Curia romana”, “aveva ricordato anche Romero tra i grandi testimoni della fede del nostro tempo. E per questo, alla fine della meditazione era stato aspramente rimproverato da alcuni porporati latinoamericani, che lo accusavano di aver esaltato davanti al Papa una figura che ai loro occhi appariva come controversa e ‘sovversiva’.  Quando, qualche mese dopo, venne pubblicato il libro di quelle meditazioni quaresimali, il nome di monsignor Romero non compariva, neanche in citazioni fugaci, in nessun capitolo”.
IL RUOLO FONDAMENTALE DEL GESUITA RUTILIO GRANDE
“La vita di Romero fu complessa, dividendosi in due parti. Prima, quella di sacerdote e vescovo poco incline alle lotte verso il suo popolo. Poi, quella da lui stesso definita una conversione, con la nomina a primate della Chiesa cattolica del Salvador, e con l’uccisione del gesuita Rutilio Grande ad opera di sicari per il suo impegno verso gli ultimi. Fu la veglia a al confratello sacerdote, nel marzo del 1977, a cambiargli la vita”, scrive su Repubblica Marco Ansaldo.
“NON ERA MARXISTA, MA VICINO A PAOLO VI”
Monsignor Paglia aveva chiarito ad Avvenire come il pensiero teologico di Romero fosse “uguale a quello di Paolo VI definito nell’esortazione Evangelii Nuntiandi, come rispose egli stesso nel 1978 a chi gli chiedeva se appoggiasse la Teologia della liberazione. E che, in sostanza, in un contesto storico caratterizzato da estrema polarizzazione e da cruenta lotta politica, si scambiò per connivenza con l’ideologia marxista la difesa concreta dei poveri, che Romero sosteneva non per vicinanza alle idee socialiste ma per fedeltà alla Tradizione”.
I RAPPORTI NON IDILLIACI CON GIOVANNI PAOLO II
Andrea Riccardi, sul Corriere della Sera, fa luce sui rapporti che intercorrevano tra il vescovo salvadoregno e Giovanni Paolo II: “Nel 1983 il Papa volle andare sulla sua tomba e disse ‘Romero è nostro’. I rapporti tra i due non erano stati idilliaci: Wojtyla, però, s’inchinò di fronte al martire. Romero, definito ‘indimenticabile’ dal Papa, fu inserito da lui tra i caduti del Novecento, dopo esserne stato escluso”. A giudizio dello storico italiano, “Romero non era un teologo della liberazione”. Lui, aggiunge Riccardi, “non accettava che i salvadoregni fossero massacrati nella sanguinosa polarizzazione tra guerriglia e destra, e che fossero condannati alla miseria da un’oligarchia retriva”.

1 commento:

  1. Andatevi a vedere le profezie di Fatima: il "Vescovo vestito di bianco", anche cronologicamente è Romero; soltanto che, essendo molto vicino ad una "certa ideologia", non poteva essere "lui", quindi molto immodestamente GP II, si è appropriato del "copione"!...

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