ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 14 settembre 2015

Per chi, "preferisco una Chiesa incidentata" ?

LIBERTA' E FRIGORIFERI PIENI 

    Non vengono da noi cercando libertà e democrazia, ma semplicemente frigoriferi pieni. Benché sia profondamente decaduta, l’Europa non perde mai il suo antico vizio: quello del narcisismo di Francesco Lamendola


Non vengono da noi cercando libertà e democrazia, ma semplicemente frigoriferi pieni



Benché sia profondamente decaduta, l’Europa non perde mai il suo antico vizio: quello del narcisismo.

Un narcisismo quasi patetico, che la porta a illudersi di esercitare ancora un potere di attrazione basato sui suoi valori, sulla sua moderna cultura politica, sulla sua “civiltà”; e sarebbe per inseguire tali beni immateriali, secondo molti nostri ineffabili intellettuali, che milioni e milioni di diseredati verrebbero da noi, provenienti da ogni parte della Terra.
La realtà è, invece, molto più prosaica.
C’è stato un tempo in cui l’Europa fungeva da calamita mondiale a motivo della sua cultura, della sua arte, della sua filosofia e a motivo del clima di libertà che in essa si respirava, a paragone dei numerosi potentati orientali, a cominciare dall’Impero ottomano, dove lo sport nazionale era la caccia all’Armeno, per finire con il Celeste impero, dove il trattamento abituale del dissenso era la decapitazione mediante lo spadone.
Ma quel tempo è passato, irrimediabilmente.
Da quando l’Europa ha rinunciato ad essere se stessa e si è fatta, volontariamente, una semplice provincia dell’Impero americano, essa non esercita alcun potere di attrazione sul piano culturale, morale, spirituale.
Tutto quello che essa può offrire, non è che una copia sbiadita dell’originale, cioè di quanto un Africano, un Asiatico, un Latino-Americano, per non parlare degli stessi Europei, possono trovare in una università statunitense, in un centro di ricerche statunitense, in un laboratorio scientifico statunitense, in una produzione cinematografica statunitense. E allora, perché accontentarsi della copia e non risalire direttamente all’originale?
Una sola cosa è rimasta all’Europa, che possa fungere da elemento di attrazione nei confronti del Sud della Terra: i suoi negozi ben forniti, le sue strade intasate di belle automobili, i suoi frigoriferi pieni di cibi e di bevande.
Perché, nel Sud della Terra, queste cose non esistono, o meglio, esistono solo oltre la barriera dei sogni: ed è per cercarle, e non per un senso di ammirazione verso la nostra libertà e la nostra democrazia, che milioni di straneri si riversano, ogni anno, legalmente e illegalmente, per mare e per terra, con biglietto aereo regolare oppure a bordo di barche e zattere stracariche di disperati, al di qua delle nostre frontiere.
Per i nostri frigoriferi pieni e non per altro: questa è la verità, la semplice e cruda verità, che non piace al nostro orgoglio, ma di ciò non si preoccupa affatto.
È inutile che continuiamo a darci arie da gran signori, i quali, dall’alto della loro saggezza e benevolenza, accolgono generosamente tutte le anime assetate di libertà e di giustizia, immaginando se stessi ancora al centro del mondo, motore immobile della storia; non è così.
L’unica cosa che di noi appare ancora appetibile per queste enormi masse in movimento dal Sud della Terra, per questa moderna Völkerwanderung o Migrazione dei popoli, è il nostro tenore di vita: di noi che, intanto, facciamo a stento ancora un figlio alla volta, mentre loro ne fanno tre, cinque, sette.
Se la matematica non è un’opinione, allora nel giro di poche alte generazioni noi saremo sommersi, l’Europa sarà sommersa e sparirà del tutto: voce del verbo “sparire”.
Non è detto che sia una tragedia; forse aveva ragione Spengler a pensare che la scena della storia appartiene ai popoli giovani, alle civiltà in ascesa; per quelli che hanno imboccato il viale del tramonto, è questione di togliere il disturbo senza fare tanti drammi.
Ad ogni modo, è un processo che si sta svolgendo sotto i nostri occhi e con il nostro assenso, se non addirittura con la nostra fattiva collaborazione.
Tutti i nostri economisti, uomini politici e giornalisti ci dicono e ci ripetono che noi abbiamo bisogno di manodopera straniera e che, in cambio, abbiamo da offrire le meraviglie della nostra libertà e della nostra democrazia: discorsi che non sono soltanto assurdi e fuori della realtà, ma anche fatti in malafede, perché loro sanno bene che le cose stanno altrimenti.
D’altra parte, una volta che la valanga si è messa in movimento e che le sue vittime si sono mostrare entusiaste di essa, chi potrebbe pensare di fermarla?
E poco importa che la valanga si sia messa in moto sulla base di un grosso equivoco: perché quel benessere materiale che gli immigrati inseguono, esiste quasi solo nella celluloide dei film e soprattutto delle pubblicità televisive che li hanno attirati come orsi sul miele.
La crisi sta erodendo quel poco di benessere che ancora rimaneva all’Europa - crisi speculativa, non dimentichiamolo mai: crisi pilotata dai pescecani che già hanno molto e che vogliono ancora di più, sempre di più, a spese della collettività - e i nostri frigoriferi sono ormai colmi più di debiti che di buone cose da mangiare.
Gli immigrati, queste cose non le sanno: non sanno che tante belle automobili sono ormai acquistate, sempre più spesso, per mezzo di lunghissimi pagamenti rateali; che molte persone, per farsi una settimana o due di ferie, vendono a prezzi da usuraio gli ori di famiglia; che molti altri, pur avendo un mestiere regolare o una pensione, arrivano alla fine del mese con il portafogli e il frigorifero vuoti entrambi, e che si recano ai mercati generali, nelle ore di chiusura, per portar via la frutta e la verdura semiguaste, rimaste invendute.
Però, bisogna ammetterlo: la nostra povertà è pur sempre una povertà da ricchi, in confronto a quella dei disperati del Sud della Terra; le nostre stesse discariche, i nostri bidoni della spazzatura, sono stracolmi di ogni ben di Dio, a confronto di ciò che costituisce la razione quotidiana di calorie per un abitante povero di Calcutta, di Rabat, di Rio de Janeiro.
Una cosa va osservata, però, a questo punto: non tutto l’Occidente applica la politica suicida dell’accoglienza indiscriminata.
Gli Stati Uniti d’America pongono pesantissime limitazione all’ulteriore afflusso di immigrati ispanici e hanno perfino costruito una rete ininterrotta al confine con il Messico, sorvegliata da torrette, poliziotti e cani da guardia: una specie di versione moderna del Vallo di Adriano o del Vallo di Antonino.
L’Australia, poi, è ancora più rigida: immigrati asiatici non ne vuole, assolutamente, per nessun motivo al mondo; se, per caso e avventura, una modesta zattera con qualche indonesiano a bordo giunge fin presso le sue coste, la sua guardia costiera la respinge in alto mare, proteste o non proteste umanitarie; e se qualche disgraziato, nonostante tutto, ce la fa a toccare terra, lo spediscono nei campi dell’interno, nel deserto, e nessuno ne sente più parlare.
Stessa politica da parte della Gran Bretagna, nei numerosi territori che ancora essa controlla, direttamente o indirettamente, tra quanti facevano parte del suo immenso impero: tolleranza zero, nessuno può entrare per nessuna ragione, buona o cattiva che sia.
Solo l’Europa ha deciso di spalancare le sue frontiere indiscriminatamente, a chiunque, accordando lo status giuridico di profugo a chiunque ne faccia richiesta.
Prendiamo il caso dei recenti arrivi dal Nordafrica a Lampedusa: tutti profughi dalla guerra, si dice; dunque, tutti con diritto di accoglienza (diritto che poi ripagano ribellandosi, devastando le proprietà dello Stato che li ha accolti e sfamati, perfino prendendo in ostaggio delle persone e interrompendo le linee stradali e ferroviarie).
Eppure, se la parola “profugo” ha un senso, bisognerebbe distinguere i profughi DELLA Libia dai profughi DALLA Libia. I primi sono cittadini libici che fuggono dalla guerra; gli altri, sono stranieri residenti in Libia, che dovrebbero essere rimpatriati nei rispettivi Paesi di provenienza: perché una Patria ce l’hanno, e non è in guerra.
Pensiamo a come l’Italia trattò, al termine della seconda guerra mondiale, i suoi stessi profughi dalle regioni orientali: quei 350.000 suoi fratelli che dovettero fuggire dalle meraviglie del socialismo di Tito, dopo aver lasciato molti loro parenti e amici nelle foibe, senza una lapide né un nome; e dopo aver dovuto abbandonare le loro case, le loro proprietà, tutto quello che avevano costruito con il duro lavoro di innumerevoli generazioni (perché loro non erano stranieri: e quella era la loro terra, da sempre).
Chi appartiene a quella gente sfortunata lo sa, come vennero trattati: peggio delle bestie; e, per soprammercato, insultati dai ferrovieri comunisti, che giunsero a fermare i treni che li rimpatriavano, al coro di «Fascisti, banditi»; né hanno mai visto una lira o un euro di risarcimento per quanto venne loro confiscato.
E lo stesso discorso si potrebbe fare, già che ci siamo, a proposito dei nostri connazionali che Gheddafi (ancora lui!) cacciò dalla Libia nel 1969, non senza averli prima ripuliti di ogni avere e certo senza sognarsi di ringraziare per le ottime strade, le scuole, gli ospedali, i campi dissodati nel deserto: quello stesso Gheddafi che il buon Berlusconi ha recentemente imbottito di milioni di euro a titolo di “risarcimento” per i danni inflitti al popolo libico dal colonialismo italiano brutto e cattivo.
L’Europa, giunta al suo crepuscolo, ha imboccato la strada dell’autodistruzione; ma lo fa con il riso sulle labbra, stordendosi con gli ultimi riflessi e con gli ultimi bagliori di quello che fu il suo invidiatissimo benessere materiale.
Forse è già nato, in qualche suburbio londinese o parigino, lo Spartaco che impugnerà il vessillo della rivolta dei moderni schiavi; forse è già nato anche l’Odoacre che scaccerà l’ultima ombra di potere sovrano europeo e che imporrà il suo dominio sul vecchio, stanco continente che non ama più la vita e non ama più se stesso, come testimoniano milioni di culle vuote e innumerevoli aborti quotidiani.
Certo, anche noi stiamo assaporando le meraviglie della crisi mondiale: ma non abbiamo la forza coriacea degli immigrati stranieri; certo, anche i nostri figli sono in balia della disoccupazione: ma non hanno mai dovuto fare i conti con la fame, la fame quella vera, quella che ti urla dal profondo dei visceri e che non vuol sentir ragioni, vuol solo essere tacitata, imperiosamente, a qualsiasi costo e con qualunque mezzo.
Noi, e i nostri figli meno ancora di noi, non siamo capaci di sopportare gli stessi sacrifici che sopportano gli stranieri i quali, in massa, si stanno riversando sull’Europa: siamo vissuti troppo ben pasciuti, abbiamo perso le unghie e i denti, necessari per lottare; ci siamo infrolliti correndo dietro a mille futili capricci: siamo pronti per cadere in servitù del primo venuto.
Difficile pensare che non vi sia un disegno, dietro a tutto questo.
Il colpo di grazia verrà quando l’Unione europea accoglierà nel proprio seno la Turchia ed Israele, come tanto desidera l’amministrazione statunitense, al punto di premere senza posa perché ciò avvenga nel più breve tempo possibile.
Quando ottanta milioni di Turchi saranno liberi di spostarsi da un paese all’altro dell’Europa, senza dover chiedere alcun permesso, come già lo sono Romeni e Polacchi; e quando il governo d’Israele potrà insediarsi ai vertici del potere politico, economico e finanziario dell’Unione, allora sarà veramente la fine: la fine della identità europea da un verso, e la fine dell’indipendenza europea dall’altro.
Diventeremo una colonia altrui, esposti al volere del più forte, come lo fu l’Italia del Rinascimento, dopo la discesa di Carlo VIII, che svelò al mondo il grande segreto della nostra immensa ricchezza e della nostra immensa debolezza.
Peccato che il posto della nostra civiltà non verrà preso da forze giovani e fresche, come accadde al tempo delle migrazioni germaniche entro l’Impero romano d’Occidente; ma da una moltitudine frammentata, senza radici, senza coesione, senza obiettivi comuni.
Chissà se da tanta rovina e da tanta confusione potrà sorgere ancora l’alba di un mondo nuovo…

 di Francesco Lamendola

Francesco Lamendola
http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=6664:liberta-e-frigoriferi-pieni&catid=133:il-paradiso-degli-asini&Itemid=163

L’epica dell’immigrazione che pochi raccontano

La profonda dignità di un flusso umano che nella povertà assoluta sfida la morte affidandosi alla Divina Provvidenza prima ancora che alla sorte.
DI  - 14 SETTEMBRE 2015

Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale
Si può essere contro l’immigrazione incontrollata che in queste settimane sta facendo sprofondare l’Europa nel caos (a compiacersi sono solo i caporali di questo businessmilionario), ma rifiutando qualsiasi bassa retorica che pone sullo stesso piano flussi migratori, terrorismo e pretesa incondizionata dei diritti, non possiamo sottrarre l’epica ad un’Odissea come quella vissuta da profughi e migranti. Ad averla restituita meglio di chiunque altro allo storytelling giornalistico è stato il reportage de Il Giornale curato da Giovanni Masini, il quale partendo dalla Turchia ha percorso la tratta balcanica assieme agli immigrati documentando con video, articoli e foto (di Maurizio Faraboni), la tragedia ma anche la speranza di decine di migliaia di persone che abbandonano la propria terra per raggiungere il Vecchio continente. Dalla spiaggia di Bodrum passando dall’isola di Kos, fino ai boschi serbi che separano il confine ungherese, traspare la profonda dignità di un flusso umano che nella povertà assoluta sfida la morte affidandosi alla Divina Provvidenza prima ancora che alla sorte. “Inshallah”, se Dio vuole, dice un siriano che si appresta a salpare. Le condizioni di viaggio sono terrificanti, le distanze infinite. Piccoli gommoni affollati percorrono le tratte marittime, poi per chilometri uomini, donne e bambini camminano senza sosta per raggiungere provvisoriamente i centri urbani o un nuovo Paese europeo. Spesso ad accogliere i migranti sono le forze di sicurezza le quali più che impedirne il passaggio si limitano a richiamarli all’ordine nella fase di transito della frontiera.
La retorica tutta italiana che condanna fermamente gli itinerari pluristellati non regge di fronte ad un pezzo di pane quotidiano condiviso con i compagni di viaggio. La critica all’immigrazione incontrollata non può scadere nella ridicolizzazione di uomini e donne che sfidano coraggiosamente l’avvenire non tanto per godere di un benessere artificiale ma piuttosto per ricercare una “povertà dignitosa”, un concetto cristianissimo, elementare, che noi occidentali ci siamo dimenticati.
Come del resto fa ridere di fronte all’Odissea dei migranti, la solidarietà – priva di sincerità e di cognizione di causa a vedere dalle bandiere sventolate del Free Syrian Army – degli “scalzi” che hanno marciato in tutte le città europee. Come scriveva più di un secolo fa il filosofo di Treviri Karl Marx ne Il discorso sul libero scambio “designare col nome di fraternità universale lo sfruttamento giunto al suo stadio internazionale, è un’idea che poteva avere origine solo in seno alla borghesia”. Perché la massa di migranti e profughi che viaggia verso l’Europa prima ancora che essere un’orda di invasori o di potenziali criminali, rappresenta il nuovo sottoproletariato che andrà ad occupare settori nel mercato del lavoro ai limiti schiavismo. I professionisti dell’anti-razzismo ancora una volta fanno da stampella al liberismo economico (che oltre alla libera circolazione di merci e capitali vuole anche quella delle persone), ma soprattutto sviliscono l’epica di un viaggio con un spettacolarizzazione mediatica del dramma dei migranti, i quali non vengono ad elemosinare diritti, ma un briciolo di dignità. 
http://www.lintellettualedissidente.it/editoriale/lepica-dellimmigrazione-che-pochi-raccontano/
Trafficanti in BMW 
11 Settembre 2015

Sembrerebbe che sia andata a buon fine, senza nessun intoppo, l'operazione di alcune centinaia di volontari austriaci e tedeschi per il passaggio in automobile dei profughi dall' Ungheria all' Austria prima e la Germania poi, evitando una scarpinata a piedi.
Una trovata sviluppatasi-quasi inutile rimarcarlo-in quel vuoto a perdere planetario che sono ormai divenuti i cosiddetti "social network".
ImageIl portavoce della polizia ungherese ha chiaramente detto che questi volontari rischiavano una denuncia per traffico illegale di esseri umani, mentre l'opinione pubblica internazionale ha accolto la carovana e gli autisti come degli eroi, tra evviva ed applausi.
Un conflitto tra la ragione e il sentimento, dunque?
No, molto più semplice: un classico esempio di attuazione di bispensiero orwelliano che, purtroppo per noi, in larghissima parte degli europei si è già radicato dopo una full immersion sottile ma subdola e penetrante degli spin doctor e della manipolazione delle menti.
Francamente non vediamo nessuna differenza tra un trafficante di uomini senegalese, tunisino od egiziano che guida un barcone carico di immigrati ed una confortevole Audi, BMW o Volkswagen che trasporta profughi siriani: cambiano solo le metodologie e i rischi, ma il risultato è lo stesso: traffico di esseri umani, come ha detto perfettamente il portavoce della pubblica sicurezza magiara.
Non si capisce perché l'egiziano Mohammed se pilota un gommone viene sbattuto in galera con accuse gravissime e viene etichettato come "nuovo schiavista del XXI secolo" o altre amenità simili mentre se lo fa il tedesco Klaus a bordo di una vettura con tanti optional allora è un filantropo, da accogliere coi fiori e con canti di gioia.
In entrambi i casi si tratta di favoreggiamento d' immigrazione clandestina e si viola il codice penale, il reato è lo stesso, solo che nel primo caso viene svolto in maniera letteralmente disumana mentre nel secondo è fatto in guanti di velluto.
Come non si capiscono tutte le accuse all' Ungheria: le autorità ungheresi hanno dimostrato un rispetto delle regole, dei trattati e delle leggi comunitarie ed internazionali davvero encomiabile.
Il migrante deve essere fermato ed identificato nel primo paese comunitario ove mette piede, nel nostro caso l'Ungheria, e ciò hanno svolto con grande serietà le autorità di Budapest.
L' identificazione è necessaria soprattutto per distinguere tra chi fugge da un conflitto civile e chi viaggia inseguendo un finto ed illusorio sogno di benessere nella vecchia, stanca e declinante Europa, che ha smesso da molto tempo di far sognare buona parte dei propri cittadini, a parte le solite anime candide ed innocenti di utopisti i quali vivono in un iperuranio disconnesso dal mondo reale.
Molte cose non ci sono piaciute di questa bruttissima faccenda avvenuta tra Berlino, Vienna e Budapest, a partire dal messaggio fuorviante e irresponsabile della Merkel che farà scattare un tam-tam secondo cui basta assaltare treni ed accamparsi nelle stazioni per vedere spalancate le porte della Germania, sapendo bene che tali provvedimenti si possono fare solo "una tantum" e non quotidianamente.
Che succederà ad un futuro quanto prevedibile irrigidimento del governo tedesco?
Non ci è piaciuto l'uso mediatico della foto di un povero bambino cadavere per sensibilizzare, sempre tramite i soliti demenziali social network, gli ormai rincoglioniti europei ad una accoglienza indiscriminata.
Foto da pugno nello stomaco, non lo neghiamo, ma quanti bambini sono morti nel Mediterraneo o nei deserti senza che un giornalista li fotografasse?
Quanti bambini palestinesi, iracheni, afghani, sono stati uccisi da "Tsahal" (l'esercito israeliano) o dai droni senza che tali immagini finissero sulla stampa del globo intero?
Questa informazione punta solo sull' impatto emotivo, sul parlare alla pancia della gente, sull' immagine di per sé senza scavare alla ricerca delle cause che hanno provocato e provocano tali tragedie.
Ormai pare di assistere ad una specie di enorme reality show occidentale sui flussi migratori, con cameraman e reporter che "coprono" in "diretta" le marce, gli sbarchi, le tragedie, raccontandole minuto per minuto, magari con l'annoiato spettatore che sbevazza e mangia davanti alla TV salvo poi dimenticarsi di tutto dopo cinque minuti, o meglio che questo non è un reality ma qualcosa che gli iperconnessi e alienati occidentali hanno dimenticato: la vita vera.
Infatti poi lo spettatore annoiato si ritrova un campo profughi sotto casa, passando dalla falsa compassione al razzismo più becero verso chi, due ore prima, guardava con indifferenza o una falsa lacrimuccia.
Più che compassione degli europei, in larga parte ormai irrecuperabili verso il baratro, abbiamo pena per i migranti.
Vale la pena spendere dollari a migliaia, fare km sino a sfondare le suole delle scarpe e rischiare la pelle per venire in un immondezzaio simile?
Mille volte meglio impiantare, con quei soldi, una attività a Dakar o Abidjan o Bamako oppure prendere le armi e difendere i propri Paesi, minacciati da gruppi terroristici manovrati da quegli stessi Paesi meta finale del viaggio.
Simone Torresani 
Il Papa: migranti trasformano l'Europa in mamma

​Immigrazione, accoglienza, una Chiesa aperta anche se incidentata, l’Europa “madre” e non “nonna”: sono solo alcuni dei temi che Papa Francesco ha affrontato nella sua conversazione trasmessa dall’emittente portoghese, “Radio Renascenca”. 
Un lungo colloquio dal tono confidenziale nel quale Papa Francesco ripercorre i pilastri del suo magistero e allo stesso tempo confessa le emozioni provate appena eletto al soglio pontificio e racconta la quotidianità. E’ densa di argomenti l’intervista rilasciata nei giorni scorsi all’emittente portoghese “Radio Renascenca”, in occasione della visita ad Limina dei vescovi del Portogallo.
Giovani e catechesi
L’intervista, iniziata con il ricordo di Francesco di un collega portoghese del padre – Adelino, “una brava persona” - prende spunto proprio dalle due indicazioni suggerite dal Papa ai presuli lusitani: la cura delle catechesi e l’attenzione ai giovani. “Un giovane va accompagnato con prudenza – afferma il Papa – parlando nel momento opportuno”, va cambiata la metodologia: “La catechesi è la dottrina per la vita e, pertanto, deve avere tre linguaggi, tre idiomi: quello della testa, quello del cuore e quello delle mani” ovvero pensare, sentire e fare ciò che sente”.
Papa Francesco e Fatima
Desiderio di Francesco è visitare Fatima in occasione del centenario delle apparizioni della Madonna. Un appuntamento che i portoghesi attendono con trepidazioni e a loro il Papa raccomanda di pregare come chiede la Vergine, di prendersi cura della famiglia, di osservare i comandamenti: “Si manifesta ai bambini – aggiunge Francesco – è curioso che sempre si manifesta alle anime semplici”.
L’emergenza immigrazione
Immancabile il riferimento alla più stretta attualità con l’emergenza immigrazione sulla rotta balcanica. “E’ la punta di un iceberg”: afferma il Papa, “è povera gente che fugge dalla guerra, che scappa dalla fame: “La causa dominante è un sistema socioeconomico cattivo, ingiusto perché, parlando anche del problema ecologico, della politica, il centro non è più la persona. Il sistema economico dominante mette al centro il dio denaro, è l’idolo di moda”.
Pertanto è necessario andare alla causa, dove c’è fame bisogna creare lavoro, investire; se è la guerra bisogna cercare la pace e lavorare per la pace. “Oggi il mondo è in guerra contro se stesso – aggiunge il Papa – una guerra a pezzi” che sta distruggendo la terra, “la casa comune”.
Forte la denuncia di Francesco delle strumentalizzazioni, dell’interpretazione ideologica rispetto al fenomeno migratorio. Di nuovo il Papa mette in luce la situazione dei Rohingya cacciati dal loro Paese, il Myanmar, e da quello nel quale arrivano, la Malesia.
L’accoglienza
Bisogna accogliere come accadde a lui e alla sua famiglia in Argentina, una nazione che non è scivolata nella xenofobia ma ha aperto le sue porte. La stessa richiesta fatta da Francesco alle parrocchie, ai conventi e monasteri chiamati ad ospitare una famiglia. “Quando dico che una parrocchia deve accogliere una famiglia, non intendo che per forza – aggiunge il Papa - debbano andare a vivere in canonica, ma che la comunità parrocchiale cerchi un posto, un angoletto per fare un piccolo appartamento o, nel peggiore dei casi, si organizzi per affittare un appartamento modesto per quella famiglia, ma che abbiano un tetto, che vengano accolti e vengano inseriti nella comunità”.
Per il Papa, che ha chiesto anche alle due parrocchie in Vaticano di accogliere due famiglie, pure le congregazioni religiose devono fare attenzione alla tentazione del dio denaro. Se si guadagna nell’accoglienza – afferma – bisogna pagare le tasse. L’altro invito, dinanzi all’emergenza lavorativa, è di risvegliare la vocazione educativa tipica di alcune congregazioni, creare corsi, “scuole di emergenza” dove i giovani possano imparare un mestiere che consenta di trovare un lavoro anche temporaneo. Centrale in tal senso è la figura di Don Bosco, padre di un innovativo sistema educativo.
L’Europa madre e non nonna
Francesco, nel suo colloquio, punta il dito anche contro la “cultura del benessere”, diffusa soprattutto in Europa, che porta a non fare figli e a lasciare gli anziani soli. “La grande sfida – afferma – è tornare ad essere la madre Europa e non la nonna Europa”. Esempi incoraggianti sono Paesi come l’Albania e la Bosnia Herzegovina, che lui stesso ha visitato, Paesi usciti dalla guerra e che sono “un segno per l’Europa”. Ed è dalle sue radici cristiane, il cui mancato riconoscimento fu uno sbaglio, che l’Europa deve ripartire perché “capace di riconquistare la sua leadership nel concerto delle nazioni”. ”L’Europa non è ancora morta, ha una cultura eccezionale, può indicare la strada”. Papa Francesco confida soprattutto nelle nuove generazioni di politici ma “c’è un problema globale che è la corruzione a tutti i livelli”.
L’educazione asettica
Sull’ondata di individualismo che ha portato a credere che la libertà è fare ciò che si vuole, che “la felicità è non avere problemi” Francesco suggerisce un’altra strada che si allontana dalla noia di una vita facile per abbracciare l’imprevisto e il rischio. “Il rischio – spiega - è proporre sempre mete. Per educare, bisogna usare tutti e due i piedi: avere un piede ben appoggiato per terra, e con l’altro fare un passo in avanti per cercare di appoggiarlo, e quando l’ho appoggiato, alzare l’altro e così via… questo è educare. È rischiare. Perché? Perché magari inciampo e casco. Ebbene, ti alzi e prosegui”.
Chiesa incidentata
Anche la Chiesa - suggerisce il Papa - deve assumersi dei rischi, uscendo. Se si vive chiusi in se stessi, si rischia di ammalarsi, si può andare incontro ad “una Chiesa rachitica, con norme fisse, senza creatività, assicurata ma non sicura. Quindi tra una Chiesa inferma e una Chiesa incidentata preferisco quella incidentata perché è almeno in uscita”.
L’elezione a Papa
“E’ per questo che è stato eletto Papa”: chiede l’intervistatore. Francesco risponde sorridendo che la questione va girata allo Spirito Santo.
Giubileo della Misericordia
Grande le attese del Papa per il Giubileo della Misericordia che si aprirà il prossimo 8 dicembre. “Che vengano tutti, che vengano e sentano l’amore e il perdono di Dio”. E’ questo il desiderio di Francesco che, riferendosi alla lettera indirizzata a mons. Fisichella, nella quale si raccomandava il perdono anche per peccati come l’aborto, e i due Motu proprio sulle dichiarazioni di nullità matrimoniale, il Papa afferma che sono documenti nati “per semplificare, facilitare la fede alla gente affinché la Chiesa sia madre”. Preghiere vengono poi chieste dal Papa per il prossimo Sinodo sulla famiglia che “è in crisi, i giovani non si sposano” perché domina la cultura del provvisorio e non del "per sempre". Richiamando Benedetto XVI, Francesco ricorda che chi ha contratto un secondo matrimonio non viene scomunicato ma va integrato nella vita della Chiesa.
La vita quotidiana del Papa
Ricordando la sua elezione, Francesco racconta che si preparava alla pensione, che aveva già prenotato il volo di ritorno per celebrare la messa della Domenica delle Palme a Buenos Aires, che già era pronta la sua omelia e l’aveva lasciata nel suo studio. “Non ho mai perso la pace – dice il Papa – la pace è un regalo di Dio. E’ un regalo che Dio mi ha dato, qualcosa che nemmeno immaginavo, anche per la mia età”
Francesco confessa che gli manca la libertà di uscire, anche se è andato dall’ottico, come accadeva a Buenos Aires ma il contatto nelle udienze del mercoledì lo aiutano molto. Sulla sua popolarità scherza poi facendo riferimento a Gesù: “A volte mi chiedo – dice il Santo Padre - come sarà la mia croce, come è la mia croce, perché le croci esistono, non si vedono, ma esistono. E anche Gesù, in un momento, era molto popolare, ma finì come finì. Cioè, nessuno può comprare la felicità mondana. Io, l’unica cosa che chiedo al Signore è che mi conservi la pace del cuore e che mi conservi la Sua grazia, perché fino all’ultimo momento uno è un peccatore e può rinnegare la Sua grazia. Mi consola una cosa: San Pietro commise un peccato molto grave: rinnegare Gesù. Dopo, però, l’hanno fatto Papa”
Infine Francesco ammette di confessarsi ogni 15- 20 giorni, che morirà dove Dio sceglierà che accada, senza indicare una preferenza, di “dormire come un sasso”, che corre solo se c’è molto lavoro da fare e che la sua idea di eternità è cambiata nel tempo: “Quando ero più giovane, l’immaginavo più noiosa. Adesso penso che è un Mistero di Incontro. È quasi inimmaginabile, ma deve essere molto bello incontrare il Signore”.


Guardate perché Orban ha ragione




Posto in evidenza questo video per mostrare i veri comportamenti dei “poveri migranti siriani” che dobbiamo “accogliere” senza limiti, e la pazienza inerme della polizia ungherese da loro insultata ed umiliata.
Quando gli ungheresi gettano loro cibo da oltre un reticolato, i media occidentali – tutti ad imitare la BBC – han commentato che gli ungheresi li trattano come animali, e come i nazisti facevano ai poveri ebrei. Qui, subito dopo, potete vedere come i poveri migranti trattano un giovane volontario ungherese che è sceso fra loro con generi di soccorso: guardate come gli strappano la borsa, guardate come lo lasciano inerme. Guardate, in Francia, come assaltano il camioncino della volontaria Claudine, la spaventano e costringono alla fuga…per poi gettare il cibo che hanno rapinato con spregio, per terra. Guardate come lanciano pietre ai macchinisti di un treno a Budapest.
E’ per forza che si deve nutrirli da dietro un reticolato.Sennò, ecco cosa succede:
Guardate come insultano e minacciano la polizia ungherese che, sottomessa, cerca di dar loro tanichette d’acqua potabile; guardate con che arroganza gettano via l’acqua sui binari, e insultano i poliziotti che se ne vanno, inermi. E’ una torma di trattare coi manganelli, ma ci sono le telecamere e i fotoreporter Quelle telecamere che falsificano gli eventi per farvi odiare gli ungheresi, e commuovere per i poveri innocenti “siriani” cui la Merkel offre lavoro ed asilo in Germania, e la cattiva Ungheria respinge.
Questa foto vi ha fatto commuovere:

foto binario ungheria
Mostra, vero o no?, una povera famigliola che gli agenti magiari brutalizzano sui binari. Ma guardate al minuto 2.30, come sono andate veramente le cose: il tizio “siriano” ha gettato luimoglie e figlioletto sui binari, e gli agenti ungheresi stanno cercando di soccorrere donna e bambino  per sottrarli alla furia dell’uomo.
E’ una replica del trucco cinico che vi hanno assestato col piccolo Aylan, che tanto vi ha fatto commuovere col suo cadaverino sulla spiaggia di Bodrum; ebbene, il papà è uno scafista che ha guadagnato almeno 10 mila dollari organizzando il passaggio, ed è il vero colpevole della morte della sua intera famiglia, moglie e due bambini.
Ma non vedrete mai foto e video sui nostri media mainstream.   Come, mentre vi mostrano l’orribile “Muro ungherese”,


il muro che vi mostrano
il muro che vi mostrano

ma  non vi mostrano mai il  muro israeliano,  una orribile  fortezza di cemento con torrette e mitragliatrici  e camere-spia,   e come i palestinesi – quelli sì – sono trattati come bestie e messi  in fila  nelle gabbie


...questo non ve lo mostrano
trattati da animali

E’ una verità che non dovete sapere, perché dovete bervi la versione ufficiale: in Europa ci sono nazioni caritatevoli e nazioni razziste. I “siriani” sono agnelli che bussano alle nostre porte desiderosi solo di lavorare e farsi europei. Naturalmente il termine “siriani” va’ messo fra virgolette, perché la maggior parte di questi pretende di entrare in Europa senza dare alcuna generalità, rifiutano di farsi prendere le impronte digitali; nella massa si sono visti molti pakistani strappare i loro documenti per farsi passare per “siriani”.
E sì che ce ne sono molti di questi video. Ve ne diamo uno solo, dove i poveri “siriani” che vogliono solo integrarsi urlano – un orlo scandito – alla polizia magiara, a Budapest, “vaffanculo” (fuck you) e “Allahu Akbar!”, il grido di guerra islamico.


Quando nel 376 una massa di Goti sfollati (fuggivano l’avanzata unna) si presentarono sulle rive del Danubio, macilenti, con le famiglie e i carriaggi, implorando di entrare nell’impero di Roma, l’imperatore Valente fu ben contento di farli entrare: l’impero, in piena crisi demografica, mancava di manodopera, specie militare, con cui rimpolpare l’esercito. Fu organizzata “L’accoglienza” – anche i romani usarono un termine burocratico , lareceptio – ai confini furono installati magazzini per la distribuzione immediata di generi di vestiario e alimentari ai profughi. Lo sappiamo perché ci furono processi contro funzionari romani corrotti che facevano il mercato nero e peggio, vendevano a caro prezzo ai fuggiaschi gli alimentari che dovevano dare gratis – e la storia ha registrato questo scandalo. Le famiglie venivano sistemate in zone da coltivare; i giovani maschi, inseriti nelle legioni ed addestrati.
Lo storico Ammiano Marcellino commentò così quella organizzata “accoglienza”:
La cosa suscitò più gioia che paura, e tutti gli adulatori istruiti lodarono smodatamente la buona sorte del principe (Valente) che in modo così inaspettato gli procurava tante giovani reclute e venute dagli estremi confini, giacché unendo le sue forze a quelle degli stranieri, avrebbe messo insieme un esercito davvero invincibile. E poi, oltre alla leva di soldati che ogni provincia (data ai profughi perché la coltivassero, ndr.) doveva fornire annualmente come tributo, ciò avrebbe fatto affluire al tesoro imperiale una gran quantità d’oro”.
Sembra l’attuale inno di lodi alla buona fortuna della Merkel – non mancano nemmeno gli “adulatori istruiti” ad incensare l’accoglienza da ogni tg e Gr e giornali.
Qualche tempo dopo, Valente fu sconfitto nella battaglia di Adrianopoli, la peggiore per Roma dai tempi di Annibale, dove perse la vita insieme ai due terzi delle sue legioni – i goti arruolati contro un gigantesco esercito di goti, si batterono valorosamente ma da barbari: gettarono via le armature, non ascoltarono più gli ordini dei centurioni, e invece di obbedire alle manovre, si gettarono nudi nella mischia, da barbari quali erano ancora.
Sempre più profughi si stabilirono nelle zone dell’impero – ovviamente come aspiranti alla cittadinanza romana e vogliosi di godere del benessere superiore romano – raccolsero le tasse per Roma ma se le tennero loro, facendo mancare la linfa che manteneva l’esercito. Apprezzavano il benessere materiale romano ma non ne capivano la complessità e non si curarono della sua manutenzione: diroccarono splendidi acquedotti, lasciarono in rovina le fogne e le strade.
Nel quinto secolo, lo storico Eugippo racconta di una superstite guarnigione imperiale nella città di Batavis, attuale Passau. La quale mandò alcuni dei suoi soldati a riscuotere le paghe – forzatamente, al di là delle Alpi, forse a Milano. L’ultima volta, “gli inviati furono uccisi dai barbari durante il viaggio”; solo molto dopo i loro corpi furono visti sulla riva del fiume, dove la corrente li aveva portati. Nessuna paga giunse più a Batavis…”Quelle truppe scomparvero insieme alla frontiera”, scrive Eugippo.
Non c’è provincia dove non si siano stanziati i  barbari”, lamentava l’anonimo Cronista del 452. E un altro: “Gli antichi romani erano temuti; ora siamo noi che temiamo. I barbari pagavano loro i tributi; ora siamo noi a pagare tributi ai barbari. Ci fanno pagare perfino la luce del giorno, dovendo noi comprare il diritto alla vita. Dobbiamo addirittura ringraziare i barbari per il diritto di riscattarci. Cosa c’è di più miserevole e umiliante!”.
     
http://www.maurizioblondet.it/guardate-perche-orban-ha-ragione/

Una crisi di profughi made in Usa. The American Conservative

Una crisi di profughi made in Usa. The American Conservative

I paesi che generano la maggior parte dei profughi sono tutti luoghi dove gli Stati Uniti sono intervenuti


In un articolo su The American Conservative, Philip Giraldi ricorda il momento, nel 2008, in cui ha visto sulle pagine del Washington Post la foto di Ali Hussein, un bambino iracheno di due anni, estratto, morto, dalle macerie di una casa che era stata distrutta dai missili americani. E di come la stessa sensazione si sia riproposta alla vista della foto del bambino siriano, Aylan Kurdi che giaceva, morto, su una spiaggia turca.

Il bambino è una delle centinaia di migliaia di profughi che cercano di raggiungere l'Europa. Il mondo dei media sta seguendo la crisi puntando principalmente sull'incapacità dei governi locali, impreparati ad affrontare il numero dei migranti, chiedendo perché qualcuno, da qualche parte, non "fa qualcosa". Questo significa che in qualche modo, come risultato, la tragedia umana è stata ridotta ad una statistica e, inevitabilmente, ad una partita politica.

Gli Stati Uniti hanno preso solo un piccolo numero di rifugiati e la Casa Bianca è stata insolitamente tranquilla circa il problema, forse rendendosi conto che accogliere un numero consistente di stranieri sfollati in un momento in cui vi è un dibattito sempre più acceso sulla politica di immigrazione potrebbe non essere una buona mossa, politicamente parlando. Ma dovrebbe forse prestare una certa attenzione a ciò che ha causato il problema in primo luogo, un po' di introspezione che è in gran parte assente sia nei media mainstream che nelle esternazioni dei politici.
Washington ha la maggior parte della colpa per ciò che sta accadendo in questo momento. Dato che le discussioni di questi giorni si basano su dati numerici, potrebbe essere interessante dare un'occhiata ai "risultati" della guerra globale dell'America contro il terrorismo. Con una stima non irragionevole, ben quattro milioni di musulmani sono morti o sono stati uccisi a causa dei conflitti che Washington ha avviato o ai quali ha preso parte a partire dal 2001.
Vi sono, inoltre, milioni di sfollati che hanno perso le loro case e mezzi di sussistenza, molti dei quali sono nell'onda umana che attualmente inghiotte l'Europa. Al momento  ci sono, secondo le stime, 2.590.000 di rifugiati che hanno abbandonato le loro case dall'Afghanistan,  370.000 dall'Iraq , 3.880.000 milioni dalla Siria, e 1.100.000 dalla Somalia. L'Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite si aspetta almeno 130.000 rifugiati dallo Yemen. Tra i 600.000 e il milione di libici vive precariamente nella vicina Tunisia.
Il numero di sfollati all'interno di ogni paese è circa il doppio del numero di coloro che sono effettivamente fuggiti e stanno cercando di reinsediarsi fuori delle loro patrie. Molti di questi vicono in campi temporanei gestiti dalle Nazioni Unite, mentre altri stanno pagando i criminali affinchè li trasportino in Europa.
Significativamente, i paesi che hanno generato la maggior parte dei rifugiati sono tutti luoghi che gli Stati Uniti hanno invaso, nei quali hanno rovesciato governi, sostenuto rivolte o sono intervenuti in una guerra civile.
Ovunque le persone sono in fuga dalla violenza, che, tra le altre cose, ha praticamente cancellato l'antica presenza cristiana in Medio Oriente. Anche se il problema dei rifugiati non può essere completamente attribuito ad una sola parte, molti di quei milioni sarebbe vivi e i rifugiati sarebbero nelle loro cas, se non fosse stato per le politiche interventiste catastrofiche perseguite da entrambe le amministrazioni, democratica e repubblicana, degli Stati Uniti.
È forse giunto il momento che  Washington si assuma le responsabilità delle sue azioni. I milioni di persone che vivono all'aperto o nelle tende, se sono fortunate, hanno bisogno di aiuto e la Casa Bianca non può proseguire con il suo silenzio, un atteggiamento che suggerisce che i rifugiati sono, in qualche modo, un problema di qualcun altro. Essi sono, infatti, un problema americano. Un briciolo di onestà da parte del presidente Barack Obama sarebbe apprezzato, forse un'ammissione che le cose non sono andate esattamente come previsto dalla sua amministrazione e quella del suo predecessore. E c'è bisogno di soldi. Washington getta miliardi di dollari per combattere guerre che non dovrebbe combattere e puntellare alleati inetti in tutto il mondo. Sarebbe un cambiamento piacevole vedere i soldi delle tasse spesi per fare del bene, lavorare con gli Stati più colpiti in Medio Oriente e in Europa per il reinsediamento dei senzatetto e fare uno sforzo onesto per arrivare a soluzioni negoziate per porre fine ai combattimenti in Siria e Yemen,conflitti che possono avere solo risultati indicibilmente peggiori se continueranno sulle loro traiettorie attuali.
Ironia della sorte, i falchi americani stanno sfruttando la foto del ragazzo siriano morto per accusare gli europei per la crisi umanitaria, mentre chiedono uno sforzo a tutto campo per deporre Bashar al-Assad. Il Washington Post di venerdì ospitava un editoriale di apertura intitolato "Abdicazione dell' Europa" e un intervento di Michael Gerson che esortava ad un cambio di regime in Siria, accusando esclusivamente Damasco della crisi. L'editoriale si scagliava contro i "razzisti" europei per quanto riguarda la difficile situazione dei rifugiati. E non è chiaro come Gerson, un evangelico neoconservatore, autore dei discorsi di George W. Bush, possa eventualmente credere come consentire alla Siria di capitolare contro l'ISIS possa realmente produrre dei benefici.
Gli americani negano quasi completamente quanto realmente orribile sia l'impatto della loro nazione sul resto del mondo. Shakespeare ha osservato che "il male che gli uomini fanno vive dopo di loro", ma non aveva esperienza degli Stati Uniti. Gli Usa scelgono di dissimulare per quanto riguarda le scelte sbagliate che fanno, adducendo bugie per giustificare e mitigare i loro crimini. E ancora più tardi il male che fanno scompare nel dimenticatoio. Letteralmente.


1169 – Gli ebrei sono in pericolo «Inevitabile l’esodo massiccio verso Israele».


<<moltitudini transumanti che profanano l’Europa per viverci come hanno visto fare al cinema>>
(Geminello Alvi, Il capitalismo – Verso l’ideale cinese, Marsilio, 2011)
Immagine 1. zevi tullia, società multietnica. Click...
Immagine 1. zevi tullia, società multietnica. Click…
<< Poiché la società multiculturale, con le sue differenti lingue, etnie, religioni, usanze appare come l’unico futuro immaginabile per l’Europa… La
scuola è, e deve essere, il grande laboratorio da dove usciranno i cittadini “dalle molte origini” dell’Europa che sta nascendo!>>
(L’ebrea zevi tullia, io donna n.45, 07-11-1998) 

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Non ci si deve meravigliare.
Un certo mondo è onnicomprensivo, dal +al -, da 0 all’ ∞ (infinito).

A dirla tutta pare una lode alla costanza dei sionisti che vorrebbero tutti gli ebrei del mondo nel ghetto di Palestina… in casa di altri cui è stata rubata la terra dall’ONU (sostenuta dagli USA in testa) e regalata agli affiliati ad un partito politico. Ai sionisti! Caso, crediamo, unico!
Il rabbino laras giuseppe parla di immigrati e di europei (il minuscolo è voluto). In particolare  cita “alcuni europei affetti da sensi di colpa collettivi“!  Crediamo alluda alla fase coloniale dell’europa (il minuscolo è voluto) e a quello che viene definito olocau$to. La “preoccupazione” maggiore appare “l’islamismo” dilagante tramite l’invasione via mare/terra in atto. Il testo che segue è ampiamente amputato, il testo completo all’indirizzo alla nota 4.
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Immagine 2. Click…
…<< Il rabbino (laras): così l’islamismo dilaga nella Ue …
«Con i rifugiati
[Crediamo manchi l’analisi su chi e cosa abbia creato queste masse di gente in invasione dell’europa! Chi ha scatenato le guerre negli stati arabi? Per chi sono state fatte quelle guerre?
Solo per cronaca la prima guerra del Golfo è stata iniziata dopo la pubblicazione di notizie FALSE sulle incubatrici, sbagliamo? Subito si seppe che tali FALSE notizie erano di fonte israeliana!
Perchè l’Europa deve pagare il conto degli USa e dei sionisti?
E’ ben nota la scellerata scelta (in effetti un obbligo) USA di salvare il culo del ghetto ebraico incistato in Palestina. Culo in estremo pericolo a seguito della massiccia serie di attentati suicidi nel ghetto, serie che aveva prodotto la ripetuta chiusura continua degli accessi al ghetto dei lavoratori palestinesi, con la conseguente stasi e blocco delle produzione agricole.
Immagine 2
Immagine 3
L’immagine 3  mette in evidenza la nostra affermazione. L’inizio della guerra all’Iraq ha prodotto lo spostamento (strategiacamente incomprensibile, se non, addiritura, concordato tra le direzioni palestinese e sionista! ) dei kamikaze arabi in Iraq, effetto sicuramente e disperatamente sperato dai coloni dello stato “ebraico”! Il ghetto di Palestina era fuori pericolo! Gli schiavi contadini e servi vari potevano rientrare a lavorare nel ghetto!
L’insalata fresca tornava in tavola!
Si poteva riprendere l’autobus!
Come si nota dall’immagine 3 il numero degli attentati calò fino ad 1 attentato del 2007!] 
avanza l’islamismo» Il rabbino: gli ebrei sono in pericolo Laras avverte l’Italia. «Inevitabile l’esodo massiccio verso Israele»...
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Immagine 4. Click …
[La fuga, di questo si tratta, verso il ghetto incistato in Palestina ha ben precisi antefatti che sono l’invezione e gestione sionista dell'”antisemitismo dilagante” (impropria ed idiota definizione sionista di antiebraismo/antisionismo).
A tale proposito consigliamo la lettura dei seguenti posts per comprendere appieno la portata della nostra affermazione:

a – Il sionismo genera l’antisemitismo per terrorizzare la diaspora, gli ebrei fuori di israele. Sionismo e antisemitismo…di Mauro Manno
b – La gestione della paura dell’antisemitismo un successo della propaganda sionista
c – Mio dio, l’antisemitismo…ed è stato Israele ad alimentarlo!…di Gideon Levy  ]
Le masse che approdano sulle nostre coste? Giusta la solidarietà …in un Vecchio Continente sterile culturalmente e politicamente incapace di reagire, avanza un «Islam politico ormai ampiamente radicato…»….decrescita demografica: aleggia cioè un inafferrabile cupio dissolvinegli europei. Emotivismo, buonismo, pacifismo, terzomondismo, edonismo, individualismo, egocentrismo, relativismo e ignoranza …sono agenti virali aggressivi e insidiosi che da alcune decadi intorpidiscono, fiaccano e fanno deperire cultura, morale, società, religione e politica in Europa». Sull’Islam … il rabbino ricorda come esso abbia fatto della demonizzazione degli ebrei — e di Israele — uno dei suoi principali cavalli di battaglia
[Qui c’è una classica  sostituzione di “target”! Tipico. Crediamo sia ben radicata una demonizzazione, ma non degli “ebrei” in generale, bensì di coloro che occupano le terre rubate agli abitanti autoctoni di Palestina, derubati della casa e della terra! Questo è certo, ma non degli ebrei in generale, al massimo di quelli che sostengono l’insostenibile causa degli incistati in Palestina. Prova ne sia la consistente, secolare, presenza ebraica in Persia.]
«come pure un cavallo di Troia nelle coscienze(1) — già malate o molto deboli
[Indoviniamo se identifichiamo la malattia delle “coscienze” con …”Emotivismo, buonismo, pacifismo, terzomondismo, edonismo, individualismo, egocentrismo, relativismo e ignoranza“? Se abbiamo indovinato viene naturale chiederci…
– chi ha progettato quei virus?
– chi ha infettato gli Europei con quei “virus”?
– quei virus non sono il portato del capitalismo di stato 
(2) e di quello privato?
– Quei “virus” non sono il negativo del positivo (o politicamente corretto positivo del negativo) preesistente, identificato universalmente come male assoluto?
– è’ reato il dirlo? ]
— di alcuni europei affetti da sensi di colpa collettivi o da sentimenti antisemiti mai sopiti».
[Chi ha pianificato ed attuato il lavaggio del cervello dei Tedeschi ed Europei nell’immediato dopoguerra? (Per una grande descrizione dell’opera di lavaggio del cervello dei Tedeschi, ed Europei, si  veda l’ottimo articolo del Dott. Gianantonio Valli, Cliccare qui)
A chi è servito e serve il senso di colpa individuale e collettivo?
Il senso di colpa ha reso bene come produttore di un infinito numero di “shammashim”(inservienti-servitù) e in termini economici tanto da potersi permettere, chutzpahicamente, di dire…” perché israele dovrebbe prosciugare il pozzo dal quale si abbevera?” …(3) ]
…Il tutto nella generale «rarefazione» della presenza ebraica in Europa. Quale futuro dunque?».>> (4)
[Il futuro è in Palestina, nella teocrazia detta “stato ebraico”! Teocrazia, spacciata quale “unica  democrazia del medio oriente“…  dove non esiste il matrimonio civile!
Per semplice esempio.
Unica  democrazia del medio oriente” dove le donne che vogliono visitare un monumento storico come una parte delle mura della Fortezza Antonia, spacciate come «Muro del Pianto» o, all’ebraica, «kotel ha-maaravi, Muro Occidentale», non hanno libero accesso alla piazza antistante il muro, ma devono stare in apposito “pollaio”, separate dagli uomini! (
Maggiori informazioni QUI)
Per secondo semplice esempio.]
…interessanti le “note” qui sotto!
Note

1)  Bruno Tarquini, procuratore generale presso la Corte d’Appello dell’Aquila nella relazione annuale sul bilancio dell’amministrazione della giustizia in Abruzzo
“Negli ultimi tempi il flusso migratorio ha assunto dimensioni così rilevanti, e l’opera di contrasto è apparsa così insufficiente e velleitaria, favorita da una legislazione forse volutamente insufficiente, che si è indotti a ritenere fondata la tesi di chi sostiene che si tratti di una vera e propria invasione dell’Europa, voluta e finanziata da centrali operative internazionaliallo scopo di determinare col tempo l’ibridazione dei popoli e delle religioni, onde possano realizzarsi più facilmente e più compiutamenteprogetti di dominio universale“. (Fonte: “Il Messaggero” del 12-1-1999, citato in http://www.angelodenicola.it/articoli/messaggero/1999/1999_01_12.htm
2)  1920, dopo tre anni di Orrore bolscevico… Il mea culpa del rabbino levy oscar prefando The World Si­gni­ficance of the Russian Revo­lu­tion di George Pitt-Rivers…
…«Noi siamo stati colpevo­li. Noi, che ci siamo posti come salvatori del mondo, noi, che ci siamo perfino vantati di avergli dato “il” Salvatore, non siamo oggi niente altro che i seduttori del mondo, i suoi distruttori, i suoi incen­diari, i suoi carnefici […] Noi, che abbiamo promesso di condurvi in un nuovo para­diso, siamo riusciti alla fine a condurvi in un nuovo infer­no […] Non c’è stato alcun progresso, men che meno un progresso morale […] Gli ebrei sono i padri spirituali della democrazia, e perciò della plutocrazia […] Elementi ebrei sono le forze propul­si­ve sia del comunismo sia del capitalismo»… ( Fonte Gianantonio Valli, in  I Complici di dio, pag.16, VD )
4)  La nostra fonte è QUI. La fonte originale al link: http://www.i24news.tv/en/opinion/76455-150628-an-unspeakable-truth-israel-has-vested-interest-in-fueling-german-guilt
4) Fonte http://80.241.231.25/ucei/Viewer.aspx?Date=Today&ID=2015091131180096

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