ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 6 settembre 2015

Un raggio di luce

LA VITA NELLA "GRAZIA"

  La vita nella grazia è simile ad un cristallo vivificato da un raggio di luce. L’uomo ha i piedi sulla terra, ma guarda il Cielo: la sua vera vita è quella dell’anima che gli viene dalla grazia. Egli è anche un ponte fra la natura e il soprannaturale

 La vita nella grazia è simile ad un cristallo vivificato da un raggio di luce




Un raggio di luce, quando colpisce un cristallo, gli infonde una qualità nuova, una virtù che prima non possedeva, o che possedeva solo allo stato potenziale: è questa un’idea molto antica, in cui credeva, fra l’altro, la cultura medievale, compreso Dante Alighieri; un’idea sulla quale si basa la concezione di un cosmo animato, vivo, attraversato da un continuo fluire di energie, di forze, di cariche positive e negative.
Ebbene: se noi paragoniamo l’anima umana ad un cristallo, e Dio alla luce del Sole, ecco che avremo una esemplificazione pratica, assai chiara nella sua evidenza intuitiva, di quel che rappresenta, per la natura umana, la grazia santificante: una corrente di energia positiva, luminosa, benefica, che trasforma un oggetto bellissimo, ma inerte, in qualcosa di radicalmente nuovo, dotato di qualità che prima non aveva, perché si trovavano solo allo stato potenziale, ma che mai quell’oggetto, da sé soltanto, sarebbe stato capace di risvegliare.

La natura umana è, in se stessa, perfetta; nondimeno, le è necessaria una virtù ulteriore, affinché quella perfezione, dal piano teorico, si trasformi nella dimensione pratica: e quella virtù è la grazia divina, senza la quale neppure l’uomo più perfetto sarà mai capace di sollevarsi alle altezze cui è stato destinato, cui è stato chiamato. Infatti, l’uomo non esiste sulla Terra semplicemente per conservare il proprio essere, così come – nella parabola dei talenti – il servo cui sono state affidate in custodia le ricchezze del padrone non deve limitarsi a preservarle gelosamente, ma deve impiegarle nella maniera più idonea a farle fruttificare. Se l’uomo fosse sulla Terra unicamente in base al principio di conservazione del suo essere, l’anima non conoscerebbe evoluzione e la vita stessa sarebbe un processo sostanzialmente inutile: una costante ripetizione dell’uguale, una ottusa reiterazione delle stesse dinamiche, delle stesse aspettazioni e delusioni, degli stessi contenuti esistenziali, intellettuali, psicologici, morali (vedi l’inferno dell’eterno ritorno di Nietzsche).
Eppure, l’uomo è stato chiamato all’esistenza; non vi è precipitato per caso; ed è stato chiamato da molto prima di nascere e da molto prima di essere concepito. Ciascun uomo è stato chiamato fin dall’inizio dei tempi per partecipare attivamente e consapevolmente al progetto di amore da cui nasce ed evolve l’universo intero; e reca in se stesso i segni inequivocabili e ineludibili della sua chiamata soprannaturale. Il primo segno è l’inquietudine: quella forza interiore che lo proietta sempre verso un bene ulteriore, come se egli oscuramente intuisse che nessuno dei beni che sono materialmente alla sua portata è il vero bene, ma che solo in quel Bene da cui discendono tutti gli altri, sempre meno perfetti e sempre meno appaganti quanto più sono distanti da esso, egli potrà trovare quella felicità alla quale ardentemente aspira.
L’uomo è inquieto perché si sente chiamato ad essere felice; e, inoltre, sente che quella felicità, pur essendo da lui lontanissima, è, nondimeno, nelle sue mani, ossia che dipende da lui, da un suo preciso orientamento esistenziale; o meglio, sente, avverte, che essa non dipende da lui solo, ma che la sua collaborazione è essenziale perché egli la raggiunga, in quanto il segreto di essa sta proprio nel fatto di abbandonare le smodate e incontentabili pretese dell’Io, che lo portano verso dei beni sterili e ingannevoli, dai quali finisce regolarmente per restare deluso, per aprirsi a quella luce e a quell’amore che vengono dall’Essere, così come dall’Essere viene ogni altra cosa esistente, e che lì egli troverà quella pace e quell’appagamento che insegue inutilmente, come un viandante che si trascina nel deserto infuocato, nella dolorosa ricerca di un’oasi.
Se si vuole – come osserva Thomas Merton, autore della similitudine del cristallo – si tratta di un paradosso, ma di un paradosso la cui comprensione sarebbe chiara anche a un bambino: non basta che una cosa sia buona, è necessario che quella bontà si sciolga, che si esplichi, che si realizzi nella realtà concreta della vita. Ora, la natura umana è buona, e, considerata in se stessa, addirittura perfetta; però le manca qualcosa per essere buona  e perfetta in senso assoluto: qualcosa che non potrà mai darsi da sola, e che deve necessariamente ricevere dal di fuori.
Secondo certe dottrine orientali, è sufficiente che l’anima si ridesti a sé stessa, attraverso la meditazione, per scoprire e realizzare la propria perfezione: per scoprire di essere Dio. Ma il fatto che nell’anima umana traluca una scintilla divina, non equivale affatto a riconoscerla come divina in se stessa: così come la luce che brilla nel cristallo non è la luce in se stessa, ma solo un riflesso della luce che non è nel cristallo, ma viene ad esso dal di fuori, ed esso non potrà mai darsela da solo. Pensare diversamente, ossia che l’anima umana possa brillare di luce propria, significa commettere un peccato di superbia: il primo, il più antico: il peccato di credersi uguali a Dio. Nella teologia cattolica, si tratta del Peccato originale. Per ricevere il dono della grazia divina – che è, appunto, un dono – occorre riconoscersi bisognosi, cioè occorre riconoscersi creature: creature che aspirano alla piena perfezione e al vero compimento di se stesse, ma che riconoscono, nello stesso tempo, di non essere in grado di fare ciò con le proprie forze.
Prendiamo il caso dell’amore. L’amore umano, per quanto grande possa essere, è pur sempre imperfetto: infatti, non è mai totalmente disinteressato. Vi è sempre, in esso, una qualche scoria, una qualche ombra: l’ombra dell’interesse; magari inconscio, magari confinato entro una sfera abbastanza ragionevole; e tuttavia esiste, ed è pronto a scattare fuori con tutta la sua potenza distruttiva. Una vampata di passione brutalmente egoistica può distruggere, in un attimo, una vita intera di amore apparentemente disinteressato: perché ciò che nasce dall’egoismo distrugge, mentre solo ciò che nasce dal bene che non domanda nulla, costruisce. La nostra esistenza è così spesso distruttiva perché ci lasciamo guidare dall’egoismo, cioè dall’amore eccessivo e distorto del nostro Io, e così gli permettiamo di inquinare e di avvelenare anche quelle espressioni di amore che, nelle nostre intenzioni, dovrebbero essere pure e senza macchia. Invece, per essere realmente senza macchia, qualsiasi cosa umana deve passare attraverso l’amore di Dio; deve abbandonarsi alla luce come il cristallo, per ricevere le sue virtù.
Rileggiamo quella pagina della famosa autobiografia del neoconvertito e monaco trappista Thomas Merton, che sfiora, a volte, la potenza e l’intensità delle «Confessioni di Sant’Agostino, «La montagna dalle sette balze» (titolo originale: «The Seven Storey Mountain», 1950; traduzione dall’americano di Alberto castelli, 1950, 1966, pp. 203-205):

«C’è un paradosso nel cuore dell’esistenza umana, e lo si deve comprendere perché sia possibile per l’anima dell’uomo una felicità durevole. Il paradosso è questo: la natura dell’uomo per se stessa poco o nulla può fare per risolvere i suoi problemi più importanti. A seguire soltanto la propria natura, la propria filosofia e il proprio livello etico, si finisce all’inferno.
Se non fosse puramente astratto, sarebbe un pensiero deprimente.
Nell’ordine concreto delle cose, Dio diede all’uomo una natura subordinata a una vita soprannaturale. Creò l’uomo dotato di un’anima fatta non per raggiungere da sé la perfezione nell’ordine proprio, ma per essere perfezionata da Lui in un ordine infinitamente superiore alle forze umane. Non siamo stati mai destinati a condurre una vita puramente naturale, e perciò, nei disegni di Dio, non siamo stati destinati a una felicità puramente naturale.  La nostra natura, dono liberale di Dio, ci è stata data per essere perfezionata e completata da un altro dono liberale  che non è necessariamente dovuto.
Questo dono liberale è la “grazia santificante”. Essa perfeziona la nostra natura col dono di una vita, di un intelletto, di un amore, di un modo di esistenza infinitamente superiore al suo livello. Se l’uomo raggiungesse anche la vetta astratta della perfezione naturale, l’opera di Dio non sarebbe compiuta neppure a metà: sarebbe soltanto al suo inizio perché la sua vera opera è opera della grazia, delle virtù infuse e dei doni dello Spirito Santo.
Che cos’è la “grazia”? È la vita stessa di Dio di cui noi siamo partecipi. La vita di Dio è Amore. Deus caritas est. Con la grazia siamo i grado di partecipare all’infinito e disinteressato amore di Colui che è atto puro da non avere bisogno di nulla e che perciò nulla può fare per fini egoistici. Infatti, al di fuori di Lui non vi è nulla, e tutto ciò che esiste, esiste per il libro dono dell’esistenza da Lui, e quindi uno ei concetti assolutamente contraddittori alla perfezione di Dio è l’egoismo. È metafisicamente impossibile per Dio essere egoista perché l’esistenza di tutto ciò che è dipende dal Suo dono, dipende dalla Sua generosità.
Un raggio di luce quando colpisce un cristallo gli infonde una qualità nuova. E quando l’amore infinitamente disinteressato di Dio agisce sull’anima umana avviene press’a poco la stessa cosa. E questa è la vita chiamata grazia santificante.
Lasciata a se stessa l’anima dell’uomo è un cristallo potenzialmente brillante immerso nelle tenebre. È perfetto per sua natura, ma gli manca qualcosa che può soltanto ricevere dal di fuori, dall’alto.  Ma quando la luce lo raggiunge, si trasforma in un certo senso in luce e sembra perdere la propria natura nello splendore di una natura più alta, nella natura della luce che è in lui.
Così la bontà naturale dell’uomo, la sua capacità di amare che nell’ordine naturale sarà sempre necessariamente un po’ egoistica, si trasfigurano e si trasformano quando l’amore di Dio risplende in lui. Che avviene quando l’uomo si abbandona completamente alla vita divina che ha in sé?  Questa perfezione è solo di coloro che vengono chiamati santi, o meglio di coloro che sono santi e che vivono unicamente nella luce di Dio. Perché quelli che vengono chiamati santi  dall’opinione umana e terrena possono benissimo essere demoni, e la loro luce essere tenebra. Per quel che si riferisce alla luce di Dio, noi non siamo che gufi. Essa ci acceca, e appena ne siamo colpiti ci troviamo immersi nelle tenebre. Chi ci sembra santo spesso non lo è, e chi non ha l’aria di esserlo lo è invece sovente. E i più grandi santi sono talvolta i più oscuri: la Madonna, San Giuseppe.
Tra gli altri motivi, Cristo fondò la Sua Chiesa perché gli uomini potessero guidarsi l’un l’altro verso Dio e in questo modo santificare se stessi e gli altri. Perché in un tale processo è Cristo che ci attira a sé per mezzo del nostro prossimo.
Dobbiamo controllare le ispirazioni che sorgono nel profondo della nostra coscienza con la rivelazione che ci viene data con garanzie divinamente certe da coloro che fra noi hanno ereditato il posto degli Apostoli di Cristo, da coloro che ci parlano in Nome di Cristo, quasi fossero nella Sua stessa Persona. Qui vos audi me audit; qui vos spernit, me spernit.
Quando si tratta di accettare l’autorità di Dio su cose che si possono conoscere soltanto per Sua rivelazione, si considera follia prestare orecchio e ascoltare. Non si vogliono accettare le cose che solo a questo modo si possono conoscere. E tuttavia molti accetteranno passivamente e docilmente le più spaventose menzogne stampate nei giornali quando basterebbe che alzassero la testa per vedersi di fronte la verità, appena al di là del foglio che tengono fra le mai.»

È verissimo: davanti alla luce di Dio, noi tutti – anche i più sapienti, anche i più intelligenti; vorremmo dire: soprattutto loro – siamo come dei gufi: non sopportiamo una luce così intensa e chiudiamo gli occhi, non vediamo più nulla. O, almeno, questo è ciò che accade in un primo momento. Ma, come tutti sanno, quando l’organo della vista, dopo essere stato per molto tempo al buio, incomincia ad abituarsi alla luce, riacquista, poco a poco, la sua naturale facoltà; e la stessa cosa accade allorché l’anima, allontanatasi dalla ricerca disordinata dei beni inferiori e illusori - che le parevano luce, mentre sono tenebra - si dirige con decisione verso i beni più alti ed, infine, verso il vero Bene, che è solo e unicamente Dio.
In altre parole: le nostre belle potenzialità, la perfezione di cui siamo teoricamente capaci, ma che mai riusciremo a realizzare con le nostre sole forze, diventano possibili, anzi, perfino necessarie, quando smettiamo di contare su noi stessi e ci affidiamo all’amore di Dio. Allora, e solo allora, la che un meccanismo puramente biologico; egli è anche e soprattutto – cosa di cui la psicologia moderna si è dimenticata – tensione verso l’infinito. Perché l’uomo ha i piedi sulla terra, ma guarda il Cielo: la sua vera vita è quella dell’anima, che gli viene dalla grazia. Egli è un ponte fra la natura e il soprannaturale: e, come tutti i ponti, si regge su una forza che pare statica, mentre è dinamica…

Francesco Lamendola

1 commento:

  1. Bello bello bellissimo. !!!!!! . E' verissimo, sarà la Bellezza che ci salverà . jane

    RispondiElimina

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.