ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 29 ottobre 2015

Ma qui Dio da che parte sta?

L’Eucarestia, il peccato e la coscienza: note oltre il Sinodo
Un momento del Sinodo sulla famiglia
Dieci giorni fa Vatican Insider, il sito di informazione religiosa a cura di Andrea Tornielli pubblicava un’intervista al teologo domenicano nonché docente emerito padre Giovanni Cavalcoli e la stessa intervista è stata ripresentata - con tagli ma anche con elementi nuovi - su Avvenire di sabato 24 ottobre alla vigilia della conclusione del Sinodo. I due testi contengono affermazioni abbastanza forti - di aperture, di metodo, di valutazione - che potrebbero essere esaminate alla luce del recentissimo documento sinodale. Preferisco invece valutare alcuni contenuti che sono un modo di impostare le questioni, destinato a durare nel dopo Sinodo.

1) «Per un cattolico è assolutamente impensabile che un Sinodo sotto la presidenza del Papa possa compiere un attentato alla sostanza di qualunque sacramento» (nel nostro caso del Matrimonio e dell’Eucaristia concedendo la comunione ai divorziati risposati). No, è pensabile perché il Sinodo non è infallibile: deve solo dare consigli al Papa. D’altra parte ci furono oscillazioni dottrinali nei papi Liberio († 366), Onorio I († 638), Giovanni XXII († 1334), peraltro rientrate presto attraverso il successivo Magistero della Chiesa, che è la «casa di Dio, colonna e sostegno della verità» (1Tm 3,15). Certo, il presupposto è che ciò capiti rarissimamente - di fatto con il Sinodo non è capitato! -, ma non è “assolutamente impensabile”.
2). «La disciplina dei sacramenti è un potere legislativo che Cristo ha affidato alla Chiesa» per cui «il concedere o non concedere la comunione entra nel potere della pastorale della Chiesa e nelle norme della liturgia». Dunque se «la Chiesa non può mutare la legge divina che istituisce e regola la sostanza dei sacramenti, può mutare le leggi da lei emanate», nel nostro caso «l’attuale regolamento sui divorziati risposati». Naturalmente bisognerà spiegare a tanti poveretti e poverette che per secoli e con sacrificio e sino a oggi hanno obbedito a queste norme, che si è trattato solo di determinazioni transitorie, le quali ora cambiano. Cioè bisognerà prenderli in giro. Ma per fortuna non è così. Infatti, se è vero che vi sono nei sacramenti determinazioni di consuetudine ecclesiastica di per sé modificabili, il Magistero soprattutto recente ha legato la norma della non comunione ai divorziati alla “sostanza” del sacramento. 
Seguendo il n. 84 della Familiaris consortio (22.11.1981) di Giovanni Paolo II, l’esortazione postsinodale Sacramentum caritatis (22.2.2007) ha confermato che la prassi di non ammettere alla comunione i conviventi e i divorziati risposati praticanti una attiva vita sessuale è «fondata sulla Sacra Scrittura (cf Mc 10,2.12)» e motivata dal fatto che «il vincolo coniugale è intrinsecamente connesso all’unità eucaristica tra Cristo sposo e la Chiesa sposa (cf Ef 5,31-32)», per cui la condizione dei divorziati risposati contraddice oggettivamente «quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nel’Eucaristia» (nn. 27, 29). Dunque, dato il fondamento nella Scrittura e data la motivazione simbolica determinante, come si fa a parlare di una legge solo ecclesiastica e liturgica modificabile? E poi, se si trattasse solo di una legge ecclesiastica, perché fermarsi ai divorziati risposati? Perché non ammettere all’Eucaristia ortodossi e protestanti? Sarebbe un bel modo di accelerare l’ecumenismo, tanto che, avendo raggiunto il suo traguardo, non avrebbe più ragione di essere, a meno che... a loro volta siano gli ortodossi a non ammettere alla comunione questa razza di cattolici!
3) «Non esistono “condizioni peccaminose”, perché il peccato è un atto, non è una condizione, né è uno stato permanente». Certo il peccato è un atto e non si prolunga indefinitamente nel tempo - per fortuna! -; esiste però un «comportamento esterno gravemente, manifestamente e “stabilmente” contrario alla norma morale» di fronte al quale la Chiesa «non può non sentirsi chiamata in causa» interdicendo la partecipazione ai sacramenti (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia /17.4.2003/, n. 37; cf anche Can. 915). Così è per le persone delle quali si parla, ovviamente senza con ciò escluderle dalla partecipazione alla vita della Chiesa, anzi. Ma il nostro teologo sembra ignorare questa dimensione.
4) Un’annotazione sulla coscienza raschia però il fondo del barile: «Spesso mi vengono a trovare persone divorziate e risposate. La richiesta è sempre la stessa: perché non posso fare la comunione? Allora io invito questi fedeli a guardarsi dentro, a verificare la serenità della propria coscienza. Se in buona fede avvertono di essere in pace con se stesse, con le persone a cui vogliono bene e con Dio, dico loro di stare tranquille: hanno raggiunto, anche senza sacramenti, lo stato di grazia. Questo è un mistero bellissimo». Certo che, avendo il nostro teologo spiegato che «il problema dei divorziati risposati è che l’adulterio, con l’aggravante del concubinato, è peccato mortale», con premesse del genere non è tanto facile sentirsi la coscienza tranquilla...
Qui comunque casca l’asino, perché il Concilio di Trento, nel Decreto sulla giustificazione (13.1.1547), al capitolo IX scrive che: «Come nessun uomo religioso deve dubitare della misericordia di Dio, dei meriti di Cristo, del valore e dell’efficacia dei sacramenti, così ciascuno, riflettendo su se stesso, sulla propria debolezza e disordine, ha motivo di temere e paventare del suo stato di grazia (de sua gratia formidare et timere potest); infatti nessuno può sapere con certezza di fede, libera da ogni possibilità di errore, di avere ottenuto la grazia di Dio (cum nullus scire valeat ... se gratiam Dei esse consecutum)» (D 1534). 
Dunque, la valutazione di essere in grazia sarà una prudente e saggia probabilità che non può essere affidata alla sola riflessione della coscienza così come è descritto sopra. Perché se è vero che «il giudizio sullo stato di grazia ... spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza» (Ecclesia de Eucharistia, n. 37), vige il dovere non solo di consultare la propria coscienza, ma di formarla. Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor (6.8.1993) legge nelle parole di Gesù sull’occhio lucerna del corpo «un invito a formare la coscienza, a renderla oggetto di continua conversione alla verità e al bene ... Un grande aiuto per la formazione della coscienza i cristiani l’hanno nella Chiesa e nel suo Magistero ... la libertà della coscienza non è mai libertà “dalla” verità ... il Magistero non porta alla coscienza cristiana verità ad essa estranee, bensì manifesta le verità che dovrebbe già possedere sviluppandole a partire dall’atto originario della fede» (n. 64).
Se poi un prete incontra dei divorziati risposati che gli pongono delle domande, non può accontentarsi di rispondere: «Guardatevi dentro. La vostra coscienza è a posto? Allora siete a posto anche di fronte a Dio!». Un prete - un teologo emerito! - deve illuminare la coscienza e senza il timore di “entrare in camera da letto”. Nel Nuovo Testamento il Battista ha rimproverato Erode per ragioni matrimoniali (Mt 14,3-12; Mc 6,17-19; Lc 3,19-20); Gesù è intervenuto su matrimonio, divorzio e continenza (Mt 5,32; 19,1-12; Mc 10,1-12; Lc 16,18); gli scritti apostolici sono intervenuti su incesto (1Cor 5,1ss.), santità del matrimonio (Eb 3,4), relazioni anche intime tra i coniugi e morale domestica (1Cor 7,1-16; Ef 5,21-33; Fil 3,18-21; 1Pt 3,1-7), condizione delle vergini (1Cor 7,25ss.) e delle vedove (1Tm 5,11-14), proponendo non solo la parola autorevole del Signore, ma «un consiglio, come uno che ha ottenuto misericordia dal Signore e merita fiducia» o un «mio parere» perché «credo infatti di avere anch’io lo Spirito di Dio» (1Cor 7,25.40). Dopo aver ricevuto simili parole attualizzate all’oggi, la coscienza di conviventi “irregolari” non potrà sentirsi tranquilla e “in grazia”: piuttosto comincerà a sentirsi “nella verità”.
Le proposte del teologo intervistato sembrano strade poco percorribili. Alla fine però, se possono sembrare normali evoluzioni e svolte del suo pensiero, è meno comprensibile come mai affermazioni del genere abbiano trovato ospitalità generosa e acritica su Avvenire. Non si può pensare a una distrazione, perché durante il Sinodo ciò che un giornale come Avvenire pubblica in argomento non può che essere attentamente vagliato. Bisogna dunque pensare a uno stile e a una scelta di parte abbastanza determinata, comportante disinvolte revisioni di un Magistero non solo antico, ma recente. Presupponendo poi una normale dose di prudenza (umana) per cui in genere non si rischia a vuoto, bisogna concludere che per ora chi opera tali scelte ha le spalle coperte. E a questo punto, sulle coperture e su quelli che ti aspettano per “farti fuori” quando qualcosa cambierà, viene in mente il consiglio dell’Imitazione di Cristo: «Non fare gran caso se uno è per te o contro di te, ma preoccupati piuttosto che Dio sia con te in tutto quel che fai» (II,2,1). Vero. Ma qui Dio da che parte sta?

di Riccardo Barile 29-10-2015

Il rischio del Sinodo è una concezione protestante della coscienza

sinodo05Il rischio del Sinodo? Non è quello del “divorzio cattolico”, ma di una interpretazione protestante della libertà di coscienza. Lo ha detto Aline Lizzotte al vaticanista de Le Figaro, Jean Marie Guenois. E’ dottore in diritto canonico, filosofa, direttrice dell’Institut Karol Wojtyla e punto di riferimento riconosciuto sulle questioni di etica coniugale.
“I numeri 84, 85 e 86 della relazione finale del sinodo”, ha detto “sono per lo meno confusi, se non ambigui. Non si parla direttamente di interdizione o permesso alla comunione, ma di trovare i diversi modi di integrazione in vista di una migliore partecipazione alla comunione cristiana”.
A giudizio della Lizzotte questa via del discernimento per l’integrazione nella comunità comprende “anche la possibilità delle comunione”, sebbene il testo non lo preveda direttamente. Ma, “Giovanni Paolo II non era andato così lontano. Rifiutando fermamente la possibilità della partecipazione alla comunione, anche lui aveva affermato che i divorziati fanno parte della comunità cristiana – non sono mai stati considerati scomunicati – e che devono unirsi alla preghiera della Chiesa, partecipare al sacrificio eucaristico e prendere parte alle opere di carità sociale.”
Oggi, invece, “il numero 84 della relatio finale va oltre, in quanto si propone di “superare” le “esclusioni” liturgiche, educative, pastorali e… “istituzionali”. Queste sono parole “vaghe” dice la Lizzotte. Per quanto riguarda il n°85 si dà “eccessiva importanza alle «circostanze», trascurando l’equilibrio classico della teologia morale”.
“Una cosa è giudicarsi non colpevoli in foro interno, vale a dire in coscienza, del fallimento del proprio matrimonio e anche approdare alla conclusione intima che questo matrimonio fosse invalido. Altra cosa è appoggiarsi solo su questa coscienza – anche se assistita da un confessore o un vescovo – per arrivare a prendere la decisione di risposarsi. Dicendo, insomma, io non sono colpevole – in coscienza – del fallimento del mio matrimonio, io ho anche la convinzione intima che il mio primo matrimonio sia nullo; risposandomi, quindi, io non commetto adulterio e posso comunicarmi. Ora, qui c’è il cuore del problema, la condizione di commettere o non commettere adulterio, non dipende soltanto dalle condizioni interiori del giudizio della coscienza, ma innanzitutto dipende dalla validità o non validità del primo matrimonio.” E determinare questa validità o invalidità non dipende unicamente dalla coscienza di una persona, né la coscienza si fonda su ciò che percepisce o non percepisce, “ma su criteri oggettivi della legge morale”.
In altri termini, i criteri offerti dal paragrafo 85 “non sono sufficienti per poter concludere con certezza circa la validità o meno del primo matrimonio”.
Secondo la Lizzotte, l’apertura offerta dal Sinodo, unita al Motu Proprio dell’8 settembre, rischia di condurre “non ad un «divorzio cattolico», ma ad una specie di concezione protestante della coscienza”, sganciata “dai criteri oggettivi della legge morale”.
Riferendosi alla propria esperienza personale, seguendo numerose di queste situazioni matrimoniali dolorose, la Lizzotte ribadisce che “la nuova strada non è la comunione eucaristica. Questa corre il forte rischio di amplificare la sofferenza”. Nel cuore di queste persone resta il rimorso di aver tradito il proprio marito o la propria moglie e a questo rimorso si rischia di aggiungere quello di “tradire anche Dio”. Questo sentimento profondo “è più forte di tutte le concessioni giuridiche, se mai l’autorizzazione alla comunione divenisse una concessione giuridica” .
La vera pastorale per i divorziati risposati deve partire dal fatto che “il primo matrimonio, il solo valido, è ancora vivo”; perciò “le grazie di questo sacramento continuano ad esistere”. Desta una certa meraviglia che i padri sinodali non abbiano affrontato la questione di come mettere in atto tali grazie “per accettare da entrambe le parti… una vera riconciliazione in Cristo, riconciliazione sempre possibile attraverso un vero perdono, attraverso una nuova fedeltà allo jus corporis, del coniuge abbandonato”.
Riguardo ad un presunto eccesso di oggettività nella posizione della Chiesa cattolica, a discapito del rispetto per la soggettività della persona, Aline Lizzotte risponde: “La coscienza intima non è mai una presa di distanza di fronte alla morale oggettiva… Questo può sembrare duro… ma il rispetto della volontà di Dio, delle sue esigenze conduce ad una felicità maggiore, rispetto a quella di crearne un’altra, annacquandone le leggi con il pretesto della misericordia”.
Quando si ha l’impressione che una certa concezione che la Chiesa ha della famiglia non sia al passo con i tempi, occorre chiedersi: “quando mai la morale della Chiesa è stata popolare? In quale epoca storica si è verificata una piena consonanza con la morale della Chiesa? La Chiesa è fatta per amare il mondo, essere del mondo, pensare come il mondo? E’ questa la sua missione?… La Chiesa c’è per essere luce delle nazioni. Non esiste per piacere al mondo!”
Sembra chiaro che al Sinodo si sono affrontate diverse scuole di teologia morale che “si sono unite per far sparire l’enciclica Veritatis Splendor e la sua teologia morale oggettiva”. Lo scontro di queste differenti correnti è la ragione “di una certa confusione del linguaggio… Forse si ha il diritto di pensare a questa frase della Genesi: «là il Signore confuse la lingua di tutta la terra» (Gen 11, 9). Una presenza paradossale dello Spirito Santo!”.(L.S.)

Pubblicato il
  in sinodo2015.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.