ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 23 ottobre 2015

State buoni, se potete..!

Quel "buonismo" pastorale che cancella il peccato


I lavori nell'Aula del Sinodo
Nelle coppie irregolari etero e anche in quelle omo ci sono tanti atti buoni perché nessuno nella vita - per fortuna! - pecca al 100%. Da qui si sta facendo strada in modo trasversale una metodologia pastorale o nuovo approccio, che si caratterizza dal partire dal positivo: «dal desiderio profondo inscritto nel cuore di ognuno ... vedere quello che c’è di positivo nelle situazioni più difficili ... spesso nelle famiglie patchwork si trovano esempi di generosità sorprendente ... i veri cristiani sanno guardare e discernere in una coppia, in un’unione di fatto, dei conviventi, gli elementi di vero eroismo, di vera carità, di vero dono reciproco, anche se dobbiamo dire: non è ancora una piena realtà del sacramento». Chi fa altrimenti corre il rischio di parlare «con una lingua fatta di concetti vacui», mentre invece «bisogna staccarsi dai nostri libri per andare in mezzo alla folla e lasciarsi toccare dalla vita delle persone».

Il cardinale Christoph Schönborn in una recente intervista a Civiltà Cattolica(Quaderno 3966 del 26.09.2015) - le citazioni precedenti sono sue - ha anche formulato il principio teologico ecclesiale del metodo positivo: come secondo la Lumen Gentium 8 «l’unica Chiesa di Gesù Cristo sussiste nella Chiesa cattolica» sussistendo però al di fuori dei suoi confini visibili elementi di verità e di santificazione, così, analogamente, il vero matrimonio sussiste nel sacramento della Chiesa, ma al di fuori di esso ci sono «elementi del matrimonio che sono segnali di attesa, elementi positivi». Il presente intervento non è una polemica verso il cardinale Schönborn - che nell’intervista in più passi è dottrinalmente ineccepibile, moralmente esigente e pastoralmente equilibrato, tranne che nella ipotesi di riservare a un confessore/direttore spirituale il giudizio sull’ammissione ai sacramenti in casi limite (suppongo di coppie che praticano una vita sessuale, altrimenti il problema non si porrebbe) -, ma l’intervista è citata perché esprime una tendenza trasversale con molta chiarezza e anche con una gradevole dose di pathos.
A questo punto è opportuno passare a una minima digressione sulla comunicazione. In uno scritto o discorso articolato è, infatti, abbastanza evidente che: esiste una verità delle singole proposizioni e una dell’insieme e non è detto che coincidano; esiste una verità del testo e una verità della recezione, che talvolta non coincidono; esiste una verità teorica che giustifica il dire certe cose e un’opportunità pastorale che sconsiglia di divulgarle (chi scrive è un domenicano e non dovrebbe mai sostenere l’ultima contrapposizione - dire, ma non in pubblico -, che è alquanto gesuitica, ma siccome oggi i gesuiti vanno di moda...). Ecco, leggendo la motivata giustificazione del metodo positivo, mentre le singole frasi sono accettabili, l’insieme genera un sottile disagio di trovarsi fuori strada, per non parlare poi di come il discorso potrebbe essere recepito.
Il “partire dal positivo” è senz’altro un metodo valido, ma, senza la dichiarazione esplicita del peccato dal quale ritrarsi - per lo meno il “peccato oggettivo” come è formulato nella “dottrina” -, il metodo unicamente positivo rischia di non arrivare mai a indurre alla conversione, cioè rischia di fallire; inoltre oggi si basa su due discorsi equivocamente proposti come novità mentre non lo sono. Quali sono le novità che non sono tali? La prima è l’esigenza di accogliere coppie irregolari etero e, a un diverso livello, omo. Gli ultimi decenni del recente Magistero sono talmente zeppi di affermazioni in tal senso che dispensano dalla documentazione, se non per concludere che questa, oggi come oggi, non è una via nuova. Più intrigante il secondo equivoco, e cioè che nelle persone di cui sopra ci sono dei valori e degli atti positivi: affermazione contestualizzata nel gioioso stupore di aver finalmente scoperto qualcosa che da anni - da secoli? - ci era vicino e non abbiamo visto... Ahimè, non è vero che non l’abbiamo visto! Da sempre la rivelazione, la sana ragione, la Chiesa, la teologia ecc. hanno insegnato che il male assoluto non esiste perché il male è privazione del bene e dunque sussiste in qualcosa di bene (San Tommaso I-II, q 43, a 1.3; D 3251) e così neppure i demoni hanno una “inclinazione naturale” verso qualche male e dunque non sono “naturalmente” cattivi (I-II, q 63, a 4). Passando dai demoni agli uomini, il Magistero ha dichiarato errata la proposizione giansenistica di Baio († 1589) secondo il quale «tutte le opere degli infedeli sono peccati e le virtù dei filosofi sono vizi» (D 1925). A questo punto figurarsi se - da sempre - non si è pensato che anche chi vive in situazioni irregolari compie alcuni atti buoni e non solo in relazione a Dio e agli altri, ma anche a “l’altro” o a “l’altra”!
Ma la questione non è questa, bensì quella di un tipo di vincolo relazionale che cristianamente non è ammesso ed è peccato. Ed è per questo che sino a poco tempo fa si è parlato di irregolari, di conversione, di astensione dai rapporti sessuali quando la convivenza non può essere prudentemente sciolta ecc.: non perché si fosse tanto antievangelici da non praticare l’accoglienza o tanto giansenisti da non ammettere atti buoni in queste persone! Ci si potrebbe allora domandare come mai si fanno questi discorsi inutili. Una prima risposta è: perché si vuol dire altro. Dunque, invece di scomodare l’accoglienza e la presenza di molti atti buoni nelle coppie irregolari, sarebbe più onesto dichiarare: «Io sono (noi siamo) per l’ammissione alla comunione delle coppie irregolari, omo comprese, purché vivano con una certa stabilità con lo stesso partner... un rito sacramentale delle nozze omo no, le seconde nozze perdurante il primo vincolo restano un cantiere aperto, per tutti poi gli irregolari una benedizione all’inizio della nuova convivenza non farebbe male, anzi». Questo sarebbe un parlare chiaro e onesto.
Una seconda risposta sembra scontata: si vuole fondare teologicamente e pastoralmente un approccio che eviti di affrontare ciò che non va, l’irregolarità, il peccato. E qui, in altri campi, la situazione diventerebbe comica. Sarebbe come se uno, affetto da un cancro alla prostata, andasse da un urologo e questi gli proponesse: «Lasciamo stare il cancro. In realtà lei digerisce quasi bene: cerchiamo di partire dal positivo ottimizzando la sua digestione con qualche farmaco». Chi andrebbe una seconda volta da un simile dottore? Eppure tante proposte pastorali, tanti articoli di riviste pastorali, qualche teologo... Dicevamo che il metodo unicamente positivo rischia di non arrivare mai a indurre alla conversione, cioè rischia di fallire. Ovvio che il traguardo della conversione suppone che la situazione attuale si configuri come un “peccato oggettivo” dal quale uscire. Per cui partire dal positivo è vero e opportunamente pastorale solo se è accompagnato dalla manifestazione del negativo, della irregolarità, del peccato ecc., sempre fatta salva la buona fede o una soggettività che fa fatica a discernere la propria situazione di fronte a Dio.
Una cosa, infatti, è l’itinerario di Paolo: «dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la meta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù» (Fil 3,13-14); un’altra cosa invece sono inviti che presuppongono sì un itinerario, ma di conversione: «se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo» (Lc 13,3.5), «non peccare più, perché non ti accada qualcosa di peggio» (Gv 5,14), «va’ e d’ora in poi non peccare più» (Gv 8,11), «tornate indietro dal vostro cammino perverso e dalle vostre opere malvagie» (Zc 1,4). Nel primo caso c’è un procedere in linea retta, nel secondo caso un cambio di direzione. Ora, non far emergere la dottrina sul male di certe relazioni affettive e vitali, pone tutti e senza distinzione - cristiani ferventi, convivenze etero irregolari, convivenze omo - nella situazione di san Paolo proteso verso il meglio e già in una situazione buona senza richiedere ad alcuno un cambiamento di rotta. E questo è pastoralmente deviante. Per non parlare poi della ingiustizia e della umiliazione che si infligge a quanti con sforzo si stanno adeguando alla legge di Dio e che devono sempre tacere perché a ogni loro parola scatta l’accusa di moralisti, ipocriti, ingiustamente divisori della Chiesa e dell’umanità in buoni e cattivi ecc.
Ma perché ci sia un cambiamento di rotta occorre aiutare a capire che qualcosa non è a posto con Dio/Cristo/Chiesa a livello di “peccato” e non solo a livello dei buoni rapporti umani con il coniuge precedente o con l’attuale. È vero, ciò crea una certa tensione, ma è benefica perché richiama alla conversione e mantiene nella verità. San Gregorio Magno spiega che «il rimprovero è una chiave. Apre,  infatti, la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da quello che l’ha commessa» (LdO, Uff. lett., II lett. Domenica XXVII ord.), nel nostro caso apre anche alla prospettiva di un nuovo traguardo, di una nuova bellezza, di una nuova pace. Poiché il fondo dell’imbuto si concretizza ecclesialmente e personalmente il più delle volte nel colloquio con un presbitero nel sacramento della Penitenza o fuori di esso, c’è da domandarsi se un prete così procedendo non risulti crudele, disumano, incapace in ogni caso di comprendere e di consolare ecc. No, perché la valorizzazione del positivo rimane: ci mancherebbe!
Ma anche nel portare alla luce il peccato, il disordine, la brutta bestia dello intrinsece malum (per il commento a questa espressione si rilegga l’intervista citata), il presbitero resta umano se sa coniugare la preoccupazione di mantenere il “odore delle pecore” (l’espressione è di papa Francesco) restando però «modello del gregge» (1Pt 5,3) (l’espressione è dello Spirito Santo e dunque ha una marcia in più), cioè la fraternità e la paternità. La fraternità ammettendo la difficoltà per tutti e anche per lui di vivere casti e di aver in ogni caso trovato Gesù Cristo che sostiene la fragilità; la paternità dettando le regole e ricostituendo un mondo ordinato nel quale reinserirsi, ma insieme manifestando l’amore del Padre che segue tutti e ognuno con la sua provvidenza in vista della salvezza e solo per questo. A meno che uno sia pregiudizialmente maldisposto, questo amore, che passa attraverso la pazienza dell’ascolto e la preghiera, si percepisce e risulta una preziosa consolazione anche umana.
di Riccardo Barile 23-10-2015

Il cardinale Marx? Parla come Lutero
di Angela Pellicciari 23-10-2015
Martin Lutero
Il problema dell’accesso dei divorziati risposati alla comunione è davvero così difficile da risolvere? Un gruppo di porporati di lingua tedesca suggerisce la quadratura del cerchio: si tratta di consentire a quanti si trovano nella spinosa situazione di voler fare la comunione pur senza averne diritto, di decidere cosa fare a livello personale, a livello di “foro interno”, con l’aiuto, va da sé, di un padre spirituale.
Portata alle estreme conseguenze la soluzione suggerita dal gruppo tedesco opta per un deciso ricorso al relativismo: non c’è una verità assoluta perché le cose cambiano col variare delle situazioni e ciascuno può valutare in coscienza la cosa migliore da fare. Padre di questa posizione è un altro tedesco, un tedesco famoso: Martin Lutero.
Mutatis mutandis anche Lutero si trova a dover prendere posizione su un caso spinoso: è lecito al langravio Filippo d’Assia, luterano della prima ora, definito dal “profeta della Germania” il “nuovo Arminio”, diventare bigamo? Vizioso e lussurioso, Filippo scrive a Lutero per ottenere il suo consenso alla celebrazione in pubblico di seconde nozze - cui la prima moglie acconsente - con la diciassettenne damigella di corte Margherita di Saale. Il caso non è di facile soluzione perché, se Lutero rifiuta, il suo braccio destro può passare armi e bagagli nelle fila del cattolico imperatore Carlo V. Vista la delicatezza del momento Lutero e Melantone rispondono immediatamente, il giorno dopo aver ricevuto la lettera: in pubblico non si può celebrare nessun matrimonio perché lo scandalo sarebbe troppo grande; se però il langravio insiste, gli si può concedere una dispensa perché il “matrimonio supplementare” non ha nulla contro la legge di Dio e può essere determinato da una “necessità di coscienza”: “l’uomo può col consiglio del suo pastore, prendersi ancora un’altra donna”.



In attesa della Relatio finale si discute sul “forum internum”. 51 interventi per ulteriori modifiche al testo


schonborn_thisoneIl cardinale olandese Eijk, uno dei firmatari della famosa lettera dei 13 cardinali, ha detto oggi al portale katholieknieuwsblad.nl che non sa come sarà la relatio finale, ma “l’insegnamento della Chiesa non ha mai cambiato nel corso dei secoli a causa della cultura, e non lo farà neanche ora”. Domani finalmente ci sarà la votazione paragrafo per paragrafo, a quanto è dato sapere, e quindi avremo qualche elemento in più per capire la fisionomia di questo documento finale che i padri indirizzano al Papa.
Oggi al consueto briefing con la stampa P. Federico Lombardi ha detto che dopo la consegna del testo ai padri, avvenuta ieri sera, questa mattina sono stati 51 gli interventi in aula per proporre ulteriori modifiche o variazioni. Sono state richieste integrazioni su argomenti “molto vari” e “tutti ringraziano per il lavoro della commissione” che ha “migliorato il testo dell’Instrumentum laboris.” Il direttore della sala stampa vaticana ha sottolineato che “un certo numero di interventi”, fra i 51 totali, si è concentrato sul “rapporto tra coscienza e legge morale”.
Mentre tutti parlano del “forum interno”, richiamato dal circolo Germanicus come chiave per l’accompagnamento dei divorziati risposati, sarà interessante capire come gli interventi di questa mattina possano aver integrato l’eventuale riferimento a questo “forum”. Anche perché il cardinale Schonborn, moderatore del circolo Germanicus, in un’intervista concessa al portaleVatican Insider ha espresso un interpretazione ardita del discernimento caso per caso.
Richiamando la virtù dell’epikeia tomista l’arcivescovo di Vienna ha teorizzato una specie di gradazione dello stato di peccato in funzione della “situazione”, riferendosi a casi di seconde unioni che non possono essere sacramentali. Proprio ieri mons. Charles Chaput, vescovo di Philadelphia e padre sinodale, ha fatto notare al Nathional Catholic Register che la soluzione proposta dal circolo che comprendeva i cardinali Schonborn, Kasper e Muller, “suona come una soluzione misericordiosa, ma è un’idea molto imprudente. Se l’approccio del “foro interno” – che non appare da nessuna parte nel diritto canonico e nel magistero della Chiesa – può essere utilizzato nel caso dei divorziati risposati”, si chiede Chaput, “perché non per la contraccezione, l’aborto, o una dozzina di altre questioni difficili?”
Anche a proposito della “decentralizzazione pastorale” l’arcivescovo di Philadelphia ripete un concetto già detto. “Stiamo vivendo in un’epoca confusa. L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è disunione nella pratica sacramentale. Ci sono buoni e cattivi decentramenti. La frammentazione delle prassi in materia di questioni sostanziali non è del tipo buono. Conduce inevitabilmente alla frammentazione della fede”
In questo senso è stato abbastanza chiaro anche il cardinale Pell in un’intervista concessa ad Acistampa. “Non può essere”, ha detto, “che i divorziati risposati abbiano la possibilità di accedere alla Comunione in una nazione, mentre in un’altra sono considerati pubblici peccatori”. Lo stesso Pell ha poi affermato che si aspetta un documento finale “chiaro nel proporre l’insegnamento della Chiesa”. Sul tema delle persone omosessuali ha specificato addirittura che ci sarà “una travolgente riaffermazione dell’insegnamento cattolico sul tema. E l’insegnamento cattolico comprende rispetto pastorale e amore. Ma in nessun modo si può fare un paragone tra le unioni omosessuali e il matrimonio cristiano.”
Infine il cardinale Pell lancia un avviso. Stimolato a proposito della questione della lettera dei 13, di cui lui è stato certamente un protagonista, ha detto che “ cardinali hanno scritto al Papa una lettera privata. Le preoccupazioni della lettera sono state affrontate nella sostanza, e vedremo, quando ci sarà il documento finale dal Sinodo, in che modo questo rifletterà le vedute del Sinodo. E non quelle della Commissione, se sono differenti da quelle del Sinodo.” (Lo.Be.)
Pubblicato il  in sinodo2015.
http://sinodo2015.lanuovabq.it/in-attesa-della-relatio-finale-si-discute-sul-forum-internum-51-interventi-per-ulteriori-modifiche-al-testo/
Gracias: "Coppie gay al Sinodo"
Il cardinale di Bombay, Oswald Gracias, ha rilasciato un’intervista al direttore di New Ways Ministry , un’associazione statunitense cattolica, ma giudicata eterodossa, che si occupa di coppie omosessuali. Gracias è uno dei nove cardinali che consigliano il Papa sulla riforma della Chiesa e della Curia.

MARCO TOSATTI
22/10/2015
Il cardinale di Bombay, Oswald Gracias, ha rilasciato un’intervista al direttore di New Ways Ministry , un’associazione statunitense cattolica, ma giudicata eterodossa, che si occupa di coppie omosessuali. Gracias è uno dei nove cardinali che consigliano il Papa sulla riforma della Chiesa e della Curia.   

“Sarebbe stato utile ai vescovi che coppie di lesbche e gay parlassero al Sinodo nel modo in cui l’hanno fatto coppie sposate”? è stata la domanda.  

“Personalmente, - ha risposto Gracias - avrei pensato che sarebbe stato un arricchimento. Sarei stato felice di ascoltarle, e credo che avrebbe aiutato i Padri sinodali a Capire. Credo che la maggior parte di loro non abbia mai avuto un contatto diretto o una discussione. Ho questa sensazione. Per loro, è semplicemente un’opinione teorica, ma in realtà non arrivi in fondo alla persona. Come quando vedi davvero una persona, parli a una persona e ne capisci le ansie. Spesso penso a quello che sarebbe l’approccio di Nostro Signore in quella circostanza: comprensivo, simpatetico”.  

Il cardinale ha ammesso di avere un’esperienza limitata: “Dall’esperienza impari sempre come fare le cose pastoralmente. L’omosessualità non è pienamente fuori dall’armado In India. L’atmosfera non è così aperta nella società civile da rendere possibile avere persone che arrivano e dichiarano apertamente come sono. In realtà un’associazione gay mi ha chiesto se avrei voluto celebrare una messa per loro. Assolutamente. Nessuna difficoltà. Ma ho detto loro: dovete ricordare che uscirete allo scoperto all’improvviso. Per me non c’è problema”. 

4 commenti:

  1. Due calci ben piazzati dove non batte il sole, e via fuori dalle scatole . Ragazzi ma non se ne può più . jane

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  2. Brava Jane, vogiono sdoganare tutto e il peggio di tutto, senza mai parlare di pecato, della necessià di pentirsi, di ravvedersi, di cambiare vita. Hanno pèerduot la fede ed il seso del peccato, non si possono certo chiamare pastori di anime, magari psicanalisti, strizzacervelli frediani o junghiani (o adleriani), ma mai e poi mai sacerdoti di NSGC.

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  3. mah! S. Paolo dice: “Non illudetevi: né effeminati, né sodomiti... erediteranno il Regno di Dio” (1 Cor 6,10).cosa avranno da aggiungere a questa parola molto chiara?evidentemente stanno seguendo e insegnando come accostarsi al principe di questo mondo .....il cui premio pianto e stridore di denti ...venghino venghino.....

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  4. Ma sì, quante figure avrebbero arricchito questo povero Sinodo, ne cito alcune sparse a caso: Jimmy Page, Jeffrey Dahmer, Mobutu, Freddie Mercury, Concetto Lo Bello, Vasco Rossi, Alba Parietti, Jury Andropov, Ilona Staller, Terence Hill...

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