ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

venerdì 13 novembre 2015

Don Camillo…chi?

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A quale don Camillo ci si riferisce, in questi giorni? A quello che “sta tra la gente”. Molto bene, non v’è chi non intenda il sacerdote se non così. Come pastore.
Ma don Camillo non è quello dipinto da alcuni in questi giorni. Assomiglia di più a quel don Camillo Ruini che si vuole archiviare. Gli assomiglia perchè don Camillo fa il prete, il pastore, è aperto a tutti, ma quando deve parlare parla, e non si ritira in sacrestia, non fa la “scelta religiosa”: anzi, vive la vita politica, senza mai che essa vada “sopra” a quella religiosa.
Però i comunisti minacciano la libertà: e lui combatte per la libertà. Vogliono monopolizzare l’educazione: e lui costruisce luoghi cattolici per constrastare le “case del popolo”. I comunisti predicano il “libero amore“: e lui si batte perchè non lo predichino e non lo pratichino.
Don Camillo va dietro ad ogni anima, ma va contro la corrente,
contro il pensiero dominante nel suo piccolo paesino (popolato un tempo di fascisti, all’epoca di comunisti). Quando legge l’Unità (la Repubblica di allora), ulula, non chiama il suo direttore per aggiornarsi con lui…

Celebra in latino, quando gli altri sono passati al volgare; volge lo sguardo ad Deum, quando gli altari vengono rimossi;  a chi gli dice di aggiornarsi, ricorda che la parola di Dio è sempre attuale, e che sono le mode umane a passare; tra Giovanni XXII e il cardinal Mindszenty, come il suo creatore, Giovanni Guareschi, non ha dubbi:
“… So che Lei inorridirà, ma lo dico ugualmente.  
Pensi, reverendo, quale cosa meravigliosa sarebbe stata e quale nuova forza ne avrebbe ritratto la Chiesa se, alla morte del ” Parroco del Mondo ” [Giovanni XIII. N. d. R.] (che per la sua bontà e ingenuità tanti vantaggi ha dato ai senza Dio ) il Conclave avesse avuto il coraggio di eleggere, come nuovo Papa il Cardinale Mindszenty! 
Oltre al resto, questo sarebbe stato l’unico modo giusto, coraggioso e virile per liberarlo dalla sua prigionia: infatti, diventato Mindszenty Capo dello Stato indipendente del Vaticano, i comunisti ungheresi avrebbero dovuto lasciargli la possibilità di raggiungere la sua Sede. Con Mindszenty Papa, il Concilio avrebbe funzionato ben diversamente, la Chiesa del Silenzio avrebbe acquistato una voce tonante. E Gromyko non sarebbe stato ricevuto in Vaticano e non avrebbe potuto alimentare e consolidare l’equivoco che, creato ingenuamente, a confusione delle già confuse menti dei cattolici da Papa Giovanni, fruttò il guadagno di un milione e duecentomila voti ai comunisti e che forse darà ad essi la vittoria nelle prossime elezioni politiche…” (dalla lettera di Guareschi a don Camillo del 19 maggio 1966)
Don Camillo, quello vero, tra un incontro sulla scuola di Bologna con Melloni e una marcia per la vita, non avrebbe avuto dubbi: in marcia, ragazzi, tra la gente, per la gente!

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2015/11/don-camillo-chi/#more-132998
Don Camillo è ritornato. Ma è quello vero?
di Paolo Gulisano 13-11-2015
Lo scrittore Giovannino Guareschi
É tornato don Camillo. Nel modo in cui meno ce lo si poteva aspettare. Lo ha proposto come modello di prete nientemeno che papa Francesco, al Convegno della Chiesa italiana. Proprio lui, il pretone della Bassa uscito dalla penna talentuosa di Giovannino Guareschi, lo scrittore italiano più letto e tradotto nel mondo, ma allo stesso tempo il più censurato in patria, dileggiato come reazionario. Con una periodicità pressoché stagionale, le televisioni ripropongono da anni i film del ciclo di Don Camillo, liberamente, forse anche troppo, ispirati ai racconti di Giovannino Guareschi. 
Il favore presso il pubblico o, se si preferisce, l'audience, è sempre di grado elevato, e ciò ha consentito da una parte il perpetuarsi della popolarità delle "maschere" di don Camillo e Peppone a più generazioni, ma non sempre ha reso pienamente merito al loro creatore, dato che la trasposizione cinematografica ha in gran parte tradito lo spirito originario dei racconti, tanto da suscitare a suo tempo le proteste dello stesso Guareschi nei confronti  dei registi e degli sceneggiatori, stemperando spesso in un tiepido irenismo quello che era un confronto onesto, leale, ma anche duro e serrato tra le ragioni del cristianesimo e quelle dell'ideologia, che avvelenava (e avvelena) i cuori e le menti. 
Il pregiudizio che su Guareschi ha gravato per un quarantennio era motivato dal suo essere stato un autore “schierato”, e schierato “male”, agli occhi della cultura dominante. Un reazionario, un seguace quindi del trinomio “Dio, Patria e famiglia”. Può dunque sorprendere l’uscita di papa Francesco, e sarebbe bello sapere cosa ne pensano di tale autorevole indicazione pontificia i cattolici kasperiani, progressisti, aperturisti. Don Camillo, infatti, è un prete che indossa sempre la veste sacerdotale, che non viene mai a compromessi sui principi, che non fa “dialogo” con i “lontani”, ma semmai parla con molta franchezza con tutti, con Peppone, con i comunisti, con lo scopo di annunciare la verità, e amministrare la giusta misericordia cristiana. Cosa ne diranno di questa indicazione quelli che vogliono arruolare nelle loro fila il Papa, i vari Scalfari, ma anche quei teologi pret-à-porter che vogliono “svecchiare” la Chiesa rendendola prona alle mode del mondo? 
Don Camillo a tale proposito non aveva molti dubbi: la storia è una lotta tra la Chiesa che rende presente Cristo nella quotidianità e il mondo che lo rifiuta. Don Camillo, poco prima di morire, con il suo autore, Giovannino Guareschi, nel 1968, aveva avuto modo di esprimere le sue perplessità nei confronti del mondo moderno e anche della Chiesa moderna, quella che viveva la tempesta del post-Concilio, e degli interpreti del cosiddetto “spirito del Concilio”, quei “don Chichì” che descritti nell’opera ultima di Guareschi, quasi un testamento spirituale. Guareschi è stato uno scrittore che ha testimoniato e dimostrato che ciò che corrisponde al disegno di Dio corrisponde per ciò stesso alla natura reale delle cose. Guareschi ascoltò e accolse la risposta buona di Gesù: «La verità vi farà liberi». 
L’accolse e la ritradusse nelle parabole di Mondo Piccolo e di tutti i suoi racconti. Dunque vale la pena ricordarlo a chi oggi, davanti alle parole di papa Francesco, pensasse che in fondo don Camillo è solo una macchietta, da non prendere troppo sul serio. Don Camillo invece è il tipo di sacerdote che ogni cristiano si dovrebbe augurare di incontrare, in parrocchia, nel confessionale, e magari anche nelle sedi episcopali. 

LE BALLE DI BERGOGLIO

Antonio Socci: Papa Francesco rifà Don Camillo in versione cattocomunista

Non c’è da stupirsi che Bergoglio, a Firenze, abbia manipolato e strumentalizzato anche il don Camillo di Guareschi, dal momento che lo fa pure col Vangelo, facendogli dire l’opposto di quello che c’è scritto (per esempio su Gesù, i farisei e i temi morali).
Ma è comico che Bergoglio, per intimare alla Chiesa italiana di stare alla larga dalla politica (cioè per intimarle di inchinarsi al Potere e non disturbare il manovratore), indichi come esempio don Camillo che faceva l’esatto opposto.
Don Camillo infatti è il simbolo di quelle migliaia di coraggiosi preti italiani che, anche rischiando la vita, prima e dopo il 1948, insieme a Pio XII, nella battaglia epocale contro il comunismo del dopoguerra, hanno letteralmente salvato l’Italia, guidando la propria gente fin dentro la cabina elettorale, per consegnare il Paese alla libertà e all’Occidente. Salvando la cristianità e scongiurando l’arrivo al potere del Pci di Togliatti e di Stalin.
Del resto il modo in cui Bergoglio cita don Camillo è del tutto equivoco: ne fa quasi un cattocomunista.
Ecco le sue testuali parole: «Pensiamo anche alla semplicità di personaggi inventati come don Camillo che fa coppia con Peppone. Mi colpisce come nelle storie di Guareschi la preghiera di un buon parroco si unisca alla evidente vicinanza con la gente».
Da queste parole sembra che don Camillo sia stato un timido assistente spirituale della cellula del Partito comunista guidata da Peppone e pare quasi che abbia accompagnato con la preghiera l’indottrinamento comunista del popolo. È un grottesco stravolgimento dei personaggi guareschiani.
Don Camillo - come la Chiesa di Pio XII - aveva chiaro che l’impero comunista che, dopo il 1945, si era divorato mezza Europa fino a Trieste, e minacciava direttamente l’Italia, era la più potente e sanguinaria incarnazione anticristica che la Chiesa avesse conosciuto in duemila anni.
Per questo è ridicolo dire che don Camillo «fa coppia» con Peppone: erano piuttosto come due pugili che se le davano di santa ragione, perché don Camillo - lungi dal limitarsi alla sola preghiera - combatteva palmo a palmo contro la devastante propaganda comunista, fino a tentare di strappare al Partito (e riportare alla Chiesa) lo stesso Peppone e i suoi familiari.
In effetti ci vorrebbero davvero, anche adesso, dei nuovi don Camillo che, con la sua stessa energia, difendessero il popolo dalle nuove (disumane) ideologie di oggi, figlie di quelle di ieri.
Torniamo a Bergoglio. Dopo quella frase equivoca, ha indicato ad esempio ciò che don Camillo dice di sé: «Sono un povero prete di campagna che conosce i suoi parrocchiani uno per uno, li ama, che ne sa i dolori e le gioie e sa ridere con loro».
Ottima citazione. Purché si aggiunga che è l’esatto contrario di quello che fa Bergoglio, il quale disprezza i cristiani, specie i più eroici, arrivando perfino a rifiutarsi di ricevere in udienza privata i poverissimi familiari di Asia Bibi (la madre cristiana condannata a morte in Pakistan per la sua fede: per lei Bergoglio non ha mai voluto spendere nemmeno una parola).
Mentre lo stesso Bergoglio - nel signorile residence in cui vive - continua a ricevere amabilmente e a conversare con il ricco e potente mangiapreti Scalfari, al quale confida idee fuori dalla tradizione cattolica. E quello - felice - ricambia facendogli monumenti su Repubblica.
Anche il Bergoglio che - tutto soddisfatto - si porta in Vaticano il regalo terribile di Morales, con Gesù Cristo sulla falce e martello, avrebbe fatto inorridire don Camillo.
Sia chiaro, don Camillo conosceva bene la miseria che induceva tanta povera gente a credere all’illusorio paradiso promesso dal comunismo e comprendeva la loro ansia di riscatto sociale (infatti al pretino progressista che esalta la povertà ribatte: «La povertà è una disgrazia, non un merito»), ma combatteva il comunismo perché sapeva che era la più terribile truffa ai danni dei poveri. E predicava la regalità sociale di Cristo come l’unico ideale su cui costruire un mondo più giusto.
L'Introduzione a Il compagno don Camillo (dove si narra come il prete della Bassa vada in incognito in Urss e combini sfracelli), è scritta nel 1963, fra i fasti del miracolo economico e i «nefasti» della «letteratura social-sessuale di sinistra», come la chiama Guareschi che mette in guardia - in quell’introduzione - proprio da chi, in Italia, tresca coi comunisti: «Si cerca di combinare un orrendo pastrocchio di diavolo e d’Acquasanta, mentre una folta schiera di giovani preti di sinistra (che non somigliano certo a don Camillo) si preparano a benedire, nel nome di Cristo, le rosse bandiere dell'Anticristo».
Guareschi dedica quel libro: «Ai soldati americani morti in Corea (nella guerra contro i comunisti, ndr), agli ultimi eroici difensori dell’Occidente assediato (…). E lo dedico ai soldati italiani morti combattendo in Russia e ai sessantatremila che, caduti prigionieri nelle mani dei russi, sono scomparsi negli orrendi Lager sovietici e di essi ancora s’ignora la sorte. Ad essi è dedicato, in particolare, il capitolo decimo intitolato: Tre fili di frumento. Questo mio racconto» aggiunge Guareschi «è dedicato anche ai trecento preti emiliani assassinati dai comunisti nei giorni sanguinosi della “liberazione”, e al defunto Papa Pio XII che fulminò la Scomunica contro il comunismo e i suoi complici. È dedicato altresì al Primate d’Ungheria, l’indomito Cardinale Mindszenty e all’eroica Chiesa Martire. A Essi è particolarmente dedicato il capitolo ottavo intitolato: Agente segreto di Cristo».
Siamo agli antipodi del bergoglismo. Anche dal punto di vista umano, don Camillo è l’opposto esatto di Bergoglio.
Da una parte c’è il prete italiano formato sul Catechismo di san Pio X che, in nome di Cristo, con audacia e generosa umanità, si oppone dal pulpito e in piazza al grande inganno del comunismo che ha strappato Dio dal cuore del popolo, sostituendolo con un’ideologia disumana.
Dall’altra c’è il gesuita furbo che in Sudamerica vive tranquillo sotto i colonnelli e poi, passata quella stagione, civetta con la Teologia della liberazione (versione argentina) e a Roma col mondo scalfariano annacquando il Vangelo e svendendo i «principi non negoziabili» per compiacere i nemici della Chiesa.
Guareschi era furibondo con i guasti del postconcilio e nell’ultimo libro - Don Camillo e i giovani d’oggi - racconta lo scontro di don Camillo con i preti progressisti come don Chichì, il cui nome - guarda caso - era proprio «Francesco».
Ecco la descrizione di Guareschi: «Il pretino progressista inviato dalla Curia a rimettere in carreggiata don Camillo, si chiamava don Francesco ma, per quella sua personcina asciutta e nervosa, per quel suo clergyman attillatino, per quel suo continuo agitarsi e scodinzolare, era stato ribattezzato dalla gente don Chichì. Un nomignolo che non significa niente di preciso, ma rende perfettamente l’idea. Don Chichì, demistificata esteriormente la chiesa, aveva sferrato la sua offensiva in profondità, con una serie di prediche che erano una continua, ardente denuncia della malvagità e delle colpe dei ricchi. Parecchia gente disertò la Messa».
Guareschi vedeva lontano. Infatti i disastri del postconcilio allontanarono tanta gente dalla Chiesa anche in Italia, ma soprattutto in Sudamerica dove i preti alla don Chichì e alla Bergoglio presero il sopravvento.
Lì, parlando più da (cattivi) sindacalisti che da sacerdoti di Cristo, da decenni hanno perso il popolo, con una drammatica emorragia di fedeli verso le sette o altre confessioni.
Forte di questo fallimento pastorale oggi Bergoglio ritiene di dare lezioni a una Chiesa come quella italiana che invece - grazie a Giovanni Paolo II e a Ratzinger - ha tenuto ed è tuttora una Chiesa di popolo.
È il famoso adagio: chi sa fa, chi non sa insegna.
Bergoglio, avendo già fallito in Argentina, vuole imporre a tutta la Chiesa la sua ricetta. Per arrivare al naufragio.
di Antonio Socci