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giovedì 28 gennaio 2016

Il tipo superiore femminile

CATERINA MODELLO DI FEDE 

Nietzsche osservò, una volta, che la donna è mediamente inferiore all’uomo quanto a qualità morali, ma che il tipo femminile superiore è di molto superiore al tipo superiore maschile Caterina appartenne al tipo superiore femminile 
di F.Lamendola  




Quasi tutti i santi, anche i più grandi, sono stati tali perché hanno amato la fede, o perché hanno amato la povertà, o perché hanno amato i fratelli bisognosi; pochissimi sono stati capaci di puntare direttamente al Sommo Bene, senza intermediari, senza tappe transitorie: pochissimi hanno amato semplicemente, ma totalmente, Dio, il Dio fattosi uomo, morto e risorto per amor nostro. Fra questi pochissimi, che sono stati più perfetti di tutti nel loro amore a Dio, e che perciò occupano, per così dire, i posti più alti e più splendenti nella corona ideale formata dalla Comunione dei santi, spicca una fulgidissima pietra preziosa: l’anima di Santa Caterina da Siena (1347-1380), sposa perfetta del perfetto sposo, Cristo.
E a quei cristiani odierni, tutti coinvolti nella frenesia del fare, tutti presi dalla smania dell’attivismo sociale, e, perciò, poco inclini ad apprezzare questo tipo di santità, giova ricordare che Caterina è stata anche una donna ben calata con i piedi per terra, immersa nei drammi e nelle vicende del mondo: al punto che una volta, mentre accompagnava al patibolo un condannato a morte, seppe edificare a tal punto l’animo di costui, convertendolo, e anche tutta la folla che assisteva alla scena, da trasformare una lugubre cerimonia di morte in una luminosa cerimonia di amore, di vita e di preghiera a Dio: il condannato affrontò il suo destino con lo sguardo completamente trasfigurato, mentre i presenti piangevano come bambini. Perché chi è capace di amare Dio sino ad annullare completamente il proprio io, riceve anche, dall’alto, la grazia particolare di potersi fare tutto a tutti, incondizionatamente, illimitatamente, senza riserva alcuna: consolatore dei condannati a morte, consigliere delle anime sofferenti, rappacificatore delle anime disperate, o cariche di odio, o d’invidia, o di superbia; insomma riceve anche la grazia di poter fare del bene a un numero grandissimo di persone, senza bisogno di trascurare, neanche per un attimo, l’amore a Dio, e – nello stesso tempo - senza immergersi nei problemi del prossimo, o in quelli sociali, economici, politici, fino al punto di smarrire la propria identità e la propria specifica missione di cristiano: che è di pregare per il mondo e di vivere nel mondo, ma senza mai essere di questo mondo; di conservare sempre lo sguardo rivolto al Cielo.
La vita e la personalità di Caterina Benincasa (questo era il suo vero nome), figlia di un tintore, ragazza senza titoli e senza mezzi, divenuta talmente autorevole da rivolgersi, per lettera, alle più ragguardevoli figure della Chiesa e della politica e da esercitare un ruolo decisivo nel ritorno dei papi da Roma da Avignone, è tutta un prodigio. Un prodigio d’intelligenza, di volontà, di sensibilità squisita, ma soprattutto di amore. Ella amò i poveri e i malati, nei quali vedeva l’immagine del Cristo sofferente, ma senza lasciarsi assorbire interamente dalla dimensione materiale della carità, senza farsi risucchiare dalle preoccupazioni della sfera sociale: in lei rimase sempre vivissima e splendente la dimensione dell’interiorità, della spiritualità, della fede assoluta in Dio, della devozione allo Sposo celeste. Caterina, rimanendo donna e rimanendo donna d’azione, è stata una grandissima, una sublime mistica: la sua spiritualità ha toccato i vertici delle possibilità umane, impreziosita da carismi particolari, da fenomeni mistici e da autentici miracoli, tutti ottenuti con la preghiera e con la fede incondizionata in Dio. Si rimane stupiti e quasi sconcertati davanti a questa potente personalità femminile, che in un mondo di uomini, partendo dal nulla, giunge a occupare uno dei posti più elevati nella vita della Chiesa e della società del suo tempo; e che, pur impegnandosi al massimo nelle opere di carità, rimane costantemente proiettata verso il Cielo, verso la contemplazione, la lode e l’estatica ammirazione per il Creatore.
Donna, e donna sino in fondo all’anima, Caterina sente la potenza straordinaria dell’amore e vede nell’anima umana una pianta fatta per l’amore, che ha bisogno di amore per vivere, come l’albero ha bisogno dell’acqua e della luce del sole; non è per fuggire dal mondo, quindi, che all’età di dodici anni rifiuta il matrimonio combinato dalla famiglia, e a sedici veste l’abito delle domenicane, dopo essere guarita da una grave malattia (aveva predettola propria more, nel caso che le suore le avessero rifiutato l’ingresso in convento), ma per seguire proprio quel richiamo d’amore che la spinge irresistibilmente verso Dio. Perché accontentarsi di una felicità imperfetta, limitata, fuggevole, seguendo l’amore per le creature, destinate a corrompersi, invece di cercare la felicità piena, totale e incondizionata, fidanzandosi e sposandosi con Dio stesso, nelle mistiche nozze che dureranno per sempre e che prepareranno l’anima al bene supremo della vita eterna? Caterina è così: non pone indugi fra il conoscere e il volere; individuata la meta fin da giovanissima, punta decisa verso di essa, travolgendo d’impeto ogni ostacolo, trionfando d’ogni esitazione, abbattendo ogni timidezza. La sua vita è una marcia trionfale verso quel Bene che ha visto con lucidissima chiarezza quando la maggior parte delle altre ragazzine pensano ai giochi o, semmai, incominciano a fantasticare sull’amore umano.
Caterina, infine, è stata anche una scrittrice. Non per amore di gloria letteraria, ovviamente, ma per sovrabbondanza di vita mistica, nel caso del «Dialogo della provvidenza,  ovvero Libro della divina dottrina»; per istruzione ed edificazione del prossimo, con le «Orazioni»; e per necessità pratiche e organizzative, ma sempre con lo sguardo rivolto in alto, per le quasi quattrocento «Lettere» (per la precisione, 381). E la cosa più bella è che Caterina era quasi analfabeta: le sue opere, le ha dettate e non scritte da sé: non ne sarebbe stata capace. Il beato Raimondo da Capua, suo confessore, e autore della sua prima biografia, avrà il privilegio di vedere coi suoi occhi il fenomeno inaudito di questa povera donna semianalfabeta che incomincia a leggere e a scrivere, in maniera inesplicabile. Come scrittrice, Caterina è tanto profonda quanto trascinante: le sue osservazioni sul mistero della Trinità sono quelle di un dotto teologo; mentre la sua invocazione allo Spirito santo è talmente accesa da trasmettere ai lettori, a secoli di distanza, la fiamma inestinguibile del suo amore. Misteri, anche questi. Mistero di come una donna senza cultura riesca a scrivere come una persona coltissima; mistero di come un’anima delicata, ma semplice, riesca ad attingere i vertici del sapere teologico. Evidentemente, quanto più Caterina sa farsi piccola come persona, sa annullarsi, sa disprezzarsi, tanto più viene riempita dalla luce smagliante di Dio. È questo il suo segreto; che è, in fondo, un segreto facile da capire, come quello di tutti i grandi santi. La loro forza, non è loro; è Dio che trasforma la loro debolezza in forza, la loro timidezza in audacia, la loro fragilità in costanza e tenacia impareggiabili. Loro, sono solo gli operai nella vigna del Signore: non cercano la gloria, non desiderano l’ammirazione degli uomini; e proprio per questo il loro esempio è autorevole, costringe persino papi e imperatori ad ascoltarli, a chiedere i loro consigli.
Ha scritto Piero Chiminelli nella bella e ricca biografia della santa, «Caterina da Siena» (Roma, S.A.L.E.S., 1941, pp. 101-103):

«Ogni vita di grande personalità può riassumersi in un motivo centrale e presenta una nota unitaria e tematica che la esprime e ce la rivela.
Qual è questo motivo centrale che riduce ad unità la vita della più santa di tutte le donne d’Italia? Varie risposte sono state presentate.  C’è stato chi, per questo motivo, ha posto nella sua abilità a rintuzzare con vittoriosa sapienza i tanti pedanti e sofistici oppositori che, per il solo fatto che essa era una donna, si credevano in dovere di confonderla e, quindi, di umiliarla (cfr. Wlad Zabughin, “Il Rinascimento cristiano in Italia”). Però questo è, tutt’al più, un aspetto frammentario  della sua spiritualità dialettica. Altri ha tripartito lo svolgimento della vita cateriniana nelle tre successive fasi della solitudine, dell’imitazione di Cristo e della corona di spine (cfr. G. Joergensen, “Santa Caterina da Siena”). Ma questa divisione disorganica, senza risolverlo, piuttosto complica il problema, dato che, ad esempio, in tutti i periodo della sua esistenza, la Santa s’è sforata d’imitare il Signore. Un terzo scrittore sottolinea queste tre parti “come quelle che corrisponderebbero abbastanza esattamente a tre fasi della vita della Santa, e cioè la sua fuga dal mondo, il suo ritorno al mondo e la sua vittoria sul mondo” (Giovanni Papini, su “L’Osservatore Romano della Domenica”). Questa divisione, che ha tanto d’un tripartito sermone anglicano, ha il difetto d’intrattenersi soltanto nel margine esterno  della vita della Benincasa e prescinde da quella sua inconfondibile  interiorità che del continuo fa, in Caterina, capo a quei due mondi che sono l’anima sua e Dio.
Il motivi che – almeno così ci pare -  meglio d’ogni atro può rendere – sia pure in sintesi – il miracolo complessivo e la essenza informatrice della psiche della Senese – la nota sovrana  e tematica di tutta la sua bruciante passione  di solitaria, di mistica e di apostolo- è quello d’un incandescente e consumante eppure incombusto amore, vero roveto ardente, che sempre e solo mira a “mistiche nozze” col suo signore. I santi di quel secolo e del precedente concepivano la vita come una dedizione d’amore all’oggetto dei loro ideali. S. Francesco celebra, ad Assisi, le sue mistiche nozze con Madonna Povertà. .Domenico di Guzman, “l’amoroso drudo della fede cristiana”, celebra, come ricorda Dante (Parad., XII, 61-63), quello con la fede: “… le sponsalizie fur compiute / al sacro fonte intra lui e la Fede / u’ si dotar di mutua salute”.
Caterina, in pieno Trecento, si disposa a Cristo, Ideale di tutti gl’ideali. Così riguardata, la vita sua si può ricostruire nella unità di tre momenti integrativi, quello della sua “vocazione d’amore”, quello del suo ”connubio d’amore” e quello della “fioritura del suo amore”, in modo da cantare, in tre cantiche,  il vivo poema di quell’amore unitivo dei Mistici che, in Caterina, si dialettizza nei due poli della Contemplazione e dell’Azione, dell’amore, cioè, diventato i sponsale con quel Gesù che l’anima docile della Benincasa, dapprima asseconda in adorazione di attesa ed al quale, poi, si dona in letizia cooperante di servizio. »
Per tal modo, tutta la vita terrena della Santa – e lo stesso dicasi di tutto il problema cateriniano – vista a questa luce, oggettivamente acquista la sua unità integratrice ed il suo preciso significato in conformità storico-psicologica con quello spirito medievale di cui essa  è tipica espressione. Nel contempo, si finisce di fare parola di lei seguendo una mentalità che solo sa cogliere l’aspetto letterario-attivistico o, peggio,  quello esclusivamente politico di tropi moderni, quando altro non si sa fare se non di rievocarla in veste di scrittrice o di diplomatica, avulsa dal suo naturale e spirituale humus natio. Caterina è una elettissima creatura  che s’inebria musicalmente solo di questo suo mistico amore: “L’anima è un arbore fatto per amore e però non può vivere altro che d’amore”. Di tale amore essa vive ben meglio del poeta pagano, da lei ignorato, il quale  ha scritto che “trahit unumquemque sua voluptas” [il poeta pagano è Virgilio e la frase, lievemente inesatta, significa: “ciascuno è attratto dalla propria passione”]. Non meno bellamente di costui, la Senese scrive che “come i piedi portano il corpo, così l’amore porta l’anima”. Dell’amore, essa sa i miracoli e le corrispondenze: “ L’amore li fa perseverare”, scrive essa ad uno, mentre ad un altro ricorda che “dal vedersi amare, nasce l’amore” e qui, pur senza averne l’aria, essa fa eco a Dante: “Amor a nullo amato amar perdona”.»

Nietzsche osservò, una volta, che la donna è mediamente inferiore all’uomo quanto a qualità morali, ma che il tipo femminile superiore è di molto superiore al tipo superiore maschile; ebbene, Caterina appartenne al tipo superiore femminile, ne fu, anzi, un esempio quasi perfetto: una donna ornata di tutte le virtù che un essere umano possa desiderare di avere, come uno specchio meravigliosamente terso, che riflette le immagini senza la più piccola impurità (cfr. il nostro precedente articolo: «C’è un abisso incolmabile fra il tipo femminile superiore e quello inferiore», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 08/10/2012, e recentemente ripubblicato su «Il Corriere delle Regioni»). I suoi contemporanei sentirono la potenza del suo carisma e ne restarono profondamente colpiti. Papa Gregorio XI si lasciò convincere a partire da Avignone e quando, durante il viaggio, saputo che a Roma erano scoppiati dei disordini, pensava già di ritornare indietro, a ciò consigliato anche da molti cardinali, fu sempre lei a fargli animo e a rassicurarlo. A lei si rivolsero i cittadini di Firenze, per fare la pace con il Papa; a lei si rivolsero gli abitanti di Varazze perché li aiutasse nelle ambasce della pestilenza: a lei che, ricevute le stimmate davanti al Crocifisso, ottenne che fossero invisibili, per non inorgoglirsene davanti agli uomini: modello impareggiabile di fede, umiltà ed equilibrio…
  


Caterina da Siena, modello perfetto di fede nell’amore assoluto a Cristo

di  Francesco Lamendola

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