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lunedì 18 gennaio 2016

Lezione per il presente e per il futuro

Papa Francesco in sinagoga: "Shoah lezione per il futuro"

Bergoglio terzo pontefice a entrare dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: "Ebrei nostri fratelli maggiori nella fede"

Roma, 17 gennaio 2016 - Prima di lui solo Wojtyla e Raztinger. Bergoglio è il terzo Papa a varcare la soglia della sinagoga di Roma in un Ghetto super blindato per ragioni di sicurezza: 800 agenti schierati, zone 'rosse' bonificate anche nel sottosuolo e metal detector ai varchi. Il Pontefice è arrivato nel quartiere ebraico prima delle 16, accolto dal presidente della Comunità ebraica romana, Ruth Dureghello, e dall'applauso dei tanti fedeli e turisti presenti.  Francesco ha per prima cosa deposto un mazzo di rose bianche sulla lapide che ricorda la deportazione degli ebrei romani nel 1943, per poi percorrere Via Catalana e ripetere il gesto davanti all'effige in ricordo di Stefano Gai Taché, il bambino ucciso nell'attentato terroristico del 1982. 
EBREI FRATELLI MAGGIORI - Accompagnato dal rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni, il Papa è entrato nel Tempio Maggiore : "Voi siete i nostri fratelli e le nostre sorelle maggiori nella fede", ha detto rivolgendosi alla platea, con quell'espressione che per la prima volta fu usata da Giovanni Paolo II. "Tutti quanti apparteniamo ad un'unica famiglia, la famiglia di Dio, il quale ci accompagna e ci protegge come suo popolo". E l'auspicio del Papa è che cattolici e ebrei romani siano uniti per "risolvere i diversi problemi" della città.
CONTRO L'ANTISEMITISMO - Bergoglio ha ricordato le vittime della Shoah, "sei milioni di persone" colpite dalla "più disumana barbarie, perpetrata in nome di un'ideologia che voleva sostituire l'uomo a Dio. Oggi desidero ricordarle in modo particolare: le loro sofferenze, le loro angosce, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate". Il Papa torna a ribadire l'impegno della Chiesa contro l'antisemitismo. "Il Concilio, con la Dichiarazione Nostra aetate, ha tracciato la via: 'sì' alla riscoperta delle radici ebraiche del cristianesimo e condanna di ogni ingiuria, discriminazione e persecuzione che ne derivano".
Ma la presenza di Francesco in sinagoga è il simbolo di un desiderio di pacificazione globale.  "La violenza dell'uomo sull'uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche", ha detto. Impossibile non leggere l'inclusione dell'Islam moderato cui il Papa anche recentemente si è appellato. "Né la violenza né la morte avranno mai l'ultima parola davanti a Dio. Noi dobbiamo pregarlo con insistenza affinché ci aiuti a praticare in Europa, in Terra Santa, in Medio Oriente, in Africa e in ogni altra parte del mondo la logica della pace, della riconciliazione, del perdono, della vita".
SHOAH LEZIONE PER IL FUTURO - Nell'odierno contesto mondiale di conflitti e attentati, il ricordo dello sterminio degli ebrei deve servire da monito: "La Shoah - ha aggiunto - ci insegna che occorre sempre massima vigilanza, per poter intervenire tempestivamente in difesa della dignità umana e della pace". Il passato fa da "lezione per il presente e per il futuro". 

Vincenzo Vinciguerra: La settimana di Israele (sulla presunta unicità dell'Olocausto)


Gli effetti dei bombardamenti israeliani su Gaza

Dal sito Archivio Guerra Politica:

LA SETTIMANA DI ISRAELE


Opera, 25 gennaio 2015
Ogni anno, puntualmente, nel mese di gennaio si assiste allo spettacolo del ricordo di quella che gli ebrei chiamano la Shoah o l’Olocausto, intendendo con ciò affermare che mai nella storia dell’umanità si era verificato un genocidio come quello compiuto dai tedeschi ai loro danni nel corso della Seconda guerra mondiale.
Se ricordiamo i dieci milioni di congolesi trucidati in un ventennio dai cattolici belgi, gli indios del Sud America e dell’America centrale massacrati a milioni da spagnoli, portoghesi, francesi, inglesi, i morti provocati dalla deportazione dei negri africani nelle Americhe, il dubbio che nella storia dell’umanità ci sia stato un solo olocausto è doveroso.
Non intendiamo entrare nel merito di un argomento che appartiene alla storia e che è ben lontano dall’essere condiviso da tutti, visto che fino ad oggi su di esso hanno parlato solo i vincitori e gli interessati, non i vinti né gli storici.
La Seconda guerra mondiale scatenata dalle potenze anglo-sassoni per distruggere la Germania, è costata 56 milioni di morti, di cui 7 milioni fra militari e civili germanici, una cifra superiore a quella dei 6 milioni di ebrei che vanta lo Stato d’Israele.
Noi li ricordiamo tutti, perché per noi l’Olocausto è stato rappresentato dal bilancio finale di una guerra mondiale che è servita ad affermare la supremazia nel mondo degli Stati unti d’America.
Detto questo, ci chiediamo per quale motivo l’Italia debba ricordare per legge, sollecitata fra gli altri dagli ex neofascisti del Movimento sociale poi Alleanza nazionale, un episodio per quanto tragico che appartiene alla storia ed alla memoria di un altro popolo.
Ci chiediamo per quali ragioni la “Giornata della Shoah” sia, in questo Paese, trasformata nella “Settimana della Shoah”, ponendoci al primo posto nel mondo nel ricordo di un evento nel quale l’Italia non ha avuto alcuna responsabilità.
Non si contesta la “Shoah” perché, sia ben chiaro, il giudizio storico non deve cancellare errori ed orrori da chiunque commessi, se ne contesta lo sfruttamento ad oltranza e la pretesa di farla pesare su popoli che dalla fine della Seconda guerra mondiale in avanti hanno assistito ad altri orrori, massacri, olocausti, non attribuibili ai vinti.
È lecito ritenere che la “Settimana della Shoah” risponda ad esigenze attuali di natura politica imposte dalla necessità di favorire lo Stato d’Israele.
È, Israele, una piccola nazione che ha una popolazione di pochi milioni di abitanti, ma che dal 1948 conduce una politica di annientamento e di oppressione dei popolo palestinese, ponendosi come causa prima delle tensioni e dei conflitti che destabilizzano da quella data il Medio Oriente.
Nel momento in cui matura nei ceti dirigenti di vari paesi europei la consapevolezza che l’unico modo per rendere giustizia al popolo palestinese è quello di riconoscere la Palestina come Stato sovrano ed indipendente, in Italia la campagna del ricordo della “Shoah” diviene ossessiva e martellante.
Non è una coincidenza.
Lo Stato d’Israele è nato sul sangue dei palestinesi e con i soldi che la Germania federale ha versato nella sue capienti casse a titolo di risarcimento per ogni ebreo morto durante la Seconda guerra mondiale per mano tedesca.
E il ricordo di un passato ormai lontano serve oggi per far dimenticare gli orrori dell’occupazione israeliana della Palestina e giustificarli con la pretesa della difesa della sicurezza di una Nazione che è la prima potenza militare in Medio Oriente e la sola in possesso di armi nucleari.
Si cerca in questo modo di condizionare la decisione che dovrà assumere il Parlamento italiano in merito al riconoscimento dello Stato di Israele.
Mentre continuiamo a fare la politica dell’America per l’America, dagli anni Novanta abbiamo iniziato a fare anche la politica di Israele per Israele.
Gli Stati uniti sono la potenza egemone alla quale il servilismo della classe dirigente italiana sacrifica soldi e sangue italiani, non lo è lo Stato di Israele.
Dobbiamo chiederci, di conseguenza, quali siano le ragioni recondite che obbligano i politici italiani a inimicarsi i popoli arabi per favorire, ad ogni costo, gli interessi di una piccola Nazione fino ad esporci alle rappresaglie dei combattenti islamici.
La Svezia ha avuto la dignità ed il coraggio di riconoscere lo Stato di Palestina, l’Italia no.
Anche nei rapporti internazionali dovrebbe esistere un senso di giustizia, quindi chiedere che si ponga un limite alla persecuzione dei palestinesi condotta senza tregua e con spietatezza da Israele non significa assumere una posizione anti-ebraica, ma solo riconoscere che è giunto il momento dopo 67 anni di restituire libertà ed indipendenza al popolo di Palestina.
Senso di giustizia sul piano internazionale e difesa degli interessi italiani, dovrebbero imporre alla classe dirigente tutta di modificare la sua politica di sostegno ad Israele, Stato fuorilegge perché non ha firmato mai un solo trattato internazionale e che si colloca al primo posto nella violazione dei diritti umani.
Un buon numero di pennivendoli italici, pseudo intellettuali e guitti si presentano in questi giorni sugli schermi televisivi per affermare, con faccia funerea, ”sono passati 70 anni. Io ricordo”.
Dall’ultimo massacro di donne, bambini, vecchi e civili palestinesi compiuto dagli israeliani a Gaza sono passati solo due mesi e nessuno ricorda?
Vogliono i governi italiani dedicare ogni anno, nel mese di gennaio, una settimana ad Israele?
Facciano pure, ma si decidano a dedicare un giorno al ricordo dell’Olocausto palestinese, in una data scelta fra le mille che, nel corso di quasi un secolo, riportano alla memoria i tanti massacri compiuti dagli israeliani per imporre la loro presenza in una terra nella quale vivevano in pace e in pace potevano tornare, e nella quale viceversa sono rientrati da dominatori e persecutori.
Invece di ricordare ipocritamente gli olocausti del passato, fermiamo quelli in corso nel presente, compreso e per primo quello che conduce Israele in Palestina.
Non ci potrà mai essere pace senza giustizia in Medio Oriente, ed imporre ad Israele il rispetto per gli altri popoli e per quello palestinese per primo, è il solo modo per mettere a tacere le armi perché, in caso contrario, la guerra andrà avanti ad oltranza e, con la politica anti-italiana e pro-israeliana dei nostri governi, ci toccherà contare anche i nostri morti non solo militari in Iraq e in Afghanistan ma sul territorio nazionale, come è già avvenuto negli anni Settanta, quando “nazisti” e “fascisti” italiani lavoravano per gli Stati uniti ed Israele.
Ricordiamoci anche questa verità, se vogliamo evitare che il passato ritorni.

Il pavimento di Piazza Montecitorio, ristrutturato nel 1998 per inserirvi il candelabro a sette braccia
http://andreacarancini.blogspot.it/2016/01/vincenzo-vinciguerra-la-settimana-di.html
Qualche domanda sui riti per l'unità dei cristiani
di Riccardo Barile18-01-2016
Celebrazione ortodossa
In Europa si dà sempre di più la contiguità di tradizioni e riti cristiani sullo stesso territorio, oggi aumentata per l’immigrazione dall’Est e dunque con ortodossi. Spesso i nuovi arrivati sono in difficoltà a reperire un luogo di culto e sempre più spesso è la comunità cristiana già esistente che mette a disposizione edifici di preghiera un po’ periferici e per lo più non parrocchiali. Così in un territorio della vecchia Europa e che non è l’Italia, un gruppo di fedeli cattolici con un loro statuto speciale gestisce una piccola chiesa non parrocchiale e nei giorni festivi la mette a disposizione di una comunità di cristiani orientali che ivi si è costituita.
Ora, in occasione di una festa patronale fu celebrata la Messa secondo il Messale di Paolo VI, ma con il canto dell’ordinario e di altre parti in latino, con vesti riccamente ornate (ricamate), senza altare verso il popolo e dunque con la liturgia eucaristica verso l’abside cioè verso un “Oriente teologico”, con profusione di incensi e di chitarristi strimpellanti neppure l’ombra. Poiché il prete della comunità dei cristiani orientali, canonicamente e felicemente sposato, era presente non fosse altro per via delle buone relazioni da mantenere, alla fine commentò il tutto con due esclamazioni: «Ma allora anche i latini hanno una “divina” liturgia!», «Meglio questa celebrazione che tutto quello che si mette in piedi nella Settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani!».
Ovviamente non si tratta di sminuire la preghiera di Gesù «perché tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21), né la preghiera nell’ottavario per l’Unità iniziata nel 1908 dal reverendo Paul Wattson, ma si tratta di riflettere sul qualcosa di serio che è veicolato soprattutto dall’ultima esclamazione. Sembra, infatti, che sia più fruttuosa una liturgia o preghiera che esprima in pienezza una confessione cristiana e alla quale fedeli e ministri di altre confessioni prendono parte come possono, invece di mettere in piedi elaboratissime liturgie della parola che, a parte il suggerimento di segni più o meno spettacolari, si basano sul minimo comune denominatore, cioè restano alla soglia... protestante. È veramente questa la preghiera che Gesù vuole dai suoi?
Sembra poi che la ricchezza tradizionale della Chiesa latina tutto considerato e alla lunga risulti più autorevole delle ultime novità. Questo è tante volte il sentore della base. Chi invece dai vertici è incaricato di organizzare, cerca di tenersi lontano da tale ricchezza tradizionale (il discorso si potrebbe ampliare alle vocazioni, ma fermiamoci qui). Ammessa la piena legittimità cattolica di una autonoma liturgia della parola, prevista tra l’altro nientemeno che dal Cerimoniale dei vescovi ai nn. 221-226, viene da domandarsi: non ha più fascino ecumenico coinvolgente un sacramento, anche se non tutti vi possono partecipare in pienezza? E perché cattolicamente non proporre anche l’adorazione eucaristica? Una liturgia della parola a se stante è veramente “tradizionale” o non è un poco una elaborazione dei nostri tempi? La tradizione ha usato la Scrittura come elemento che da solo sostiene una celebrazione, oppure come elemento trasversale per la celebrazione di sacramenti e sacramentali? Ecco quante domande - per ora senza risposta - possono sorgere da una (vera) barzelletta ecumenica. Comunque, in questi casi, «purché si preghi»...

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