ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 11 maggio 2016

Il Gigante e il nano*?

TOMAS TYN GIGANTE DIMENTICATO

    Un gigante dimenticato del pensiero cristiano contemporaneo: Tomas Josef Tyn (1950-90). E la sua esortazione e incoraggiamento alla Fede, alla Speranza e alla Carità ricordando che il segreto è lasciarsi andare a Dio 
di Francesco Lamendola  


 Nella Bologna di Giuseppe Dossetti, dei preti catto-comunisti e dei teologi modernisti (ma non abbastanza onesti da dichiararsi apertamente tali), che preparavano il “loro” colpo di mano sul Concilio Vaticano II (Dossetti, per esempio, sarà stretto collaboratore di uno dei capofila del partito progressista, il cardinale Giacomo Lercaro), è brillata la luce di una bellissima figura di uomo, di frate domenicano, di pensatore cattolico, non molto conosciuto in vita e pressoché dimenticato in morte, tranne dai non moltissimi che hanno avuto la fortuna di conoscerlo o di sentirne parlare, ma, in genere, entro un ambito abbastanza ristretto, dato che a lui e a quelli come lui i grandi mezzi di comunicazione non hanno riservato la stessa generosa attenzione che riservavano ai Dossetti, ai don Milani, ai fautori di un “rinnovamento” che somigliava sempre più – l’espressione è di papa Paolo VI – ad una “autodemolizione” del cattolicesimo.
Stiamo parlando di un sacerdote ceco, padre Tomas Josef M. Tyn, nato a Brno, in Cecoslovacchia (oggi Repubblica ceca) il 3 maggio 1950 e morto a Neckargemünd, in Germania, il 1° gennaio 1990, a soli trentanove anni, nel pieno delle forze e dell’apostolato spirituale, stroncato da un male improvviso e rapidissimo: un cancro ai polmoni. Al momento della sua ordinazione sacerdotale, nel 1975, egli aveva offerto la sua anima a Dio per la libertà della sua Patria; di fatto (ciascuno è libero di interpretare ciò come una coincidenza, oppure no), si spense subito dopo la caduta ingloriosa del regime comunista anticristiano della Cecoslovacchia e del ritorno di quel Paese alla libertà democratica e alla libertà religiosa. Moriva sereno e sorridente, così come era vissuto, lasciando il ricordo di una persona coltissima, profondamente buona, quanto mai eloquente (per ascoltare le sue prediche, la gente veniva anche da assai lontano) e, soprattutto, di un sacerdote cristiano dal retto sentire e dal retto pensare, una vera guida spirituale in tempi di rovinose confusioni e di pericolosissime forme di relativismo.
Questo figlio del mondo slavo era, di fatto, un italiano di adozione: mentre studiava filosofia, in Germania, si rese conto che il vento del cattolicesimo modernista stava snaturando l’insegnamento di molti professori, sicché, nel 1973, venne in Italia, a Bologna, per ritrovare le sane fonti della teologia cristiana, presso la Casa dei domenicani di quella città, ove terminò gli studi e, dal 1984, ebbe la stima e l’appoggio del cardinale Giacomo Biffi (dal quale ebbe l’autorizzazione a celebrare la messa secondo la liturgia preconciliare, una volta alla settimana, nella Basilica di S. Domenico), facendosi conoscere per le sue straordinarie doti umane e di predicatore. Nel suo itinerario spirituale e culturale va segnalato il fondamentale incontro con il teologo brasiliano Corrêa de Oliveira (del quale ci siano occupati nell’articolo: «Alle quattro rivoluzioni anticristiane, per Plinio Corrêa de Oliveira, seguirà la rinascita cattolica», pubblicato su «Il Corriere delle Regioni» in data 20/05/2015), che lasciò un’impronta decisiva e incancellabile nel suo pensiero e nella sua impostazione del rapporto fra il cristianesimo e le necessità della vita pratica.
Padre Tomas Josef Tyn fu, comunque, un filosofo originale e robusto: il suo pensiero è affidato a una poderosissima opera di metafisica, alla quale lavorò per ben dieci anni e che vide la luce postuma, nel 1991: «Metafisica della sostanza. Partecipazione e analogia entis» (Casa editrice Fede e Cultura, Milano, 2009). Sono più di mille pagine, nelle quali egli analizza i tre livelli metafisici della “persona” in senso cristiano: la persona umana, la persona angelica e la Persona divina, mediante l’uso delle categorie della analogia e della partecipazione; e mostra una sicurezza di esposizione e una vastità di conoscenze addirittura sbalorditive, degne di un successore di san Tommaso d’Aquino e veramente rare nel panorama filosofico contemporaneo, divenuto il regno del frammento, del “pensiero debole” e del relativismo più o meno radicale.
Di padre Tyn, la cui causa di beatificazione è stata avviata, nel 2006, dall’arcivescovo di Bologna, il cardinale Carlo Caffarra, successore di Biffi, su sollecitazione dei domenicani della Repubblica ceca, ci piace riportare un affettuoso ritratto delineato da un giovane studioso italiano di filosofia, Mattia Tanel, in un articolo apparso sulla rivista trimestrale «Alfa e Omega» (Edizioni Segno, Tavagnacco, provincia di Udine, n. 3-4 del 2007, pp. 65-67):

«La vita conventuale e il ministero sacerdotale di padre Tomas si svolgono sotto il segno di una fervente dedizione, di un gioioso senso di appartenenza e della più umile disponibilità verso i superiori, i confratelli e i semplici fedeli, sempre più numerosi, che si affidano al suo consiglio e alla sua direzione spirituale. La sua ubbidienza e riverenza verso la Chiesa, il papa e la gerarchia è fuori discussione: non può giustificare, come si esprime in un’omelia, “chi continua a definirsi cristiano pur battendo il petto non già a se stesso ma preferibilmente alla santa Chiesa di Dio. Non disdegna, come purtroppo alcuni oggigiorno fanno, anzi ama e pratica l’ascesi. È poverissimo, anche nel vestiario rattoppato, ma sempre lindo, e “la sua castità è perfetta: guarda dritto negli occhi l’altro sesso e (…) ai penitenti di sesso maschile suggerisce: dovete vedere, parlare e trattare ogni donna come se fosse la Vergine Maria!”.
Padre Tomas è un predicatore formidabile. La sua voce è potente, tanto da non avere bisogno di microfono; il suo italiano perfetto, la pronuncia resa un p’ densa dall’accento moravo; l’incedere ora lineare e minuto, occasionato dalle frequenti sintesi teologiche, ora veemente e appassionato, tutto teso alla conversione del’uditore e alla minzione fraterna. Molti, al sentirlo, credono. Le registrazioni che ci sono rimaste delle sue omelie lasciano ipnotizzati, tanto è evidente il santo fervore che ispira la successione serrata dei sillogismi, condotti a termine senza il minimo sconto alla Verità:“Che cosa vuol dire questo, cari fratelli? Se noi seguiamo Maria, la colonna di fuoco che ci guida nel buio di questa terra, di questo pellegrinaggio lontani dal Signore, dobbiamo anzitutto stare nella Verità perché solo la Verità ci libererà, la Verità, cari fratelli, non è il pensiero debole, la verità con la v minuscola, no, la Verità dobbiamo avere il coraggio di sbandierare, la Verità con la V maiuscola, cari fratelli, la grande Verità, la prima Verità, l’increata Verità, la Verità della pienezza dell’Essere, la Verità che è Dio! Ecco, cari fratelli, da quale parte dobbiamo stare. Ora se noi siamo di Dio, guidati dal suo Cristo, la prima cosa che dobbiamo fare è avere il coraggio di distinguere luce e tenebre, vero e falso, bene e male. Pensate alla profezia di Isaia, il quale preso da raptus profetico, con grande sofferenza del cuore, diceva il suo “guai!”. I profeti non amavano parlare così io, lo sapete anche voi che siete buoni, è la realtà che non è buona, come noi ce la troviamo dinanzi; i profeti neppure parlavano volentieri, ma lo facevano per amore della Verità e per amore di Dio parlavano così. Allora Isaia dice così: guai a voi, guai a loro che mescolano il bene con il male, il vero col falso, il dolce con l’amaro. Ecco l’eresia vera dei nostri tempi, cari fratelli, se voi al giorno d’oggi parlate di Verità con quella buona, bella, sconcertante, disarmante ingenuità cristiana, io ci tengo, è un dolce e amaro nel contempo vedere quelle reazioni, perché sono divertenti sotto un certo aspetto, se voi dite con calma, con semplicità la parola “Verità”, vi guardano come se foste degli alienati mentali, capite, da ricoverare, non si accorgono invece che se non vi è una discriminazione tra il vero e il falso è proprio il caso della follia! Sono i folli che non distinguono il vero dal falso! Ora capite che per decreto legge è abolita la follia, quindi si è abolita anche la distinzione tra il vero e il falso, tra il bene e il male!”.
Padre Tomas può esprimere liberamente le verità di sempre (il che, nella Bologna cattocomunista e dossettiana, non è per nulla scontato) soprattutto per l’attenzione di alcuni suoi superiori e di colui che dal 1984 è Vescovo della diocesi petroniana, il cardinale (dall’anno successivo) Giacomo Biffi, un Principe della Chiesa come se ne facevano una volta. È Biffi che concede a Tyn, in barba all’0oscurantismo progressista, la possibilità di celebrare la Messa del sabato mattina in Basilica con il rito tradizionale detto di San Pio V. In occasione delle Messe del sabato verranno da tutta Italia ad ascoltare i suoi incitamenti a “divenir santi e gran santi!”, e alcuni si faranno sacerdoti o religiosi. Degno di nota è il magistero contro-rivoluzionario che Tyn porta avanti, dal pulpito e non solo. Già nel 1980 Padre Tomas è entrato in contatto con alcuni militanti di Alleanza Cattolica, che gli fanno conoscere un piccolo gioiello, “Rivoluzione e Contro-Rivoluzione”, capolavoro del peraltro equivoco leader cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira. È una folgorazione. Padre Tomas, che ha conosciuto nella sua infanzia e adolescenza la ferocia della Rivoluzione, l’ottusità delle idee che uccidono, ne fa il proprio livre de chevet. Da allora, “il giovane domenicano non può evitare dal mettere in guardia i suoi figli dai due maggiori pericoli di allora per la fede cattolica: il progressismo intra ecclesiale e il socialismo dilagante, anche nel mondo occidentale. Se in confessionale Padre Tyn sussurra dolcemente fin quasi a bisbigliare, all’Omelia la sua voce tuona: bisogna respingere non solo il comunismo esplicito, ma anche quello implicito! Pensate alle forme pericolose del sinistrismo radicale: si vuole creare una mentalità schifosa, una mentalità che esalta il fango contro il cielo!”.»

La forza dell’argomentare di padre Tyn derivava, dunque, da due ordini di fattori: innanzitutto, la sua autorevolezza personale (vi sono persone che s’impongono immediatamente, appena incominciano a parlare, per il fascino potente e per l’aura di serietà e di coerenza che le avvolge e che le “presenta” agli altri, meglio di quanto potrebbe fare qualsiasi discorso: e lui era una di queste); in secondo luogo, la logica ferrea del suo ragionamento, sostenuta da una solida dose di buon senso, che conferisce limpidezza ed evidenza anche ai pensieri più difficili, e li rende accessibili e intuitivamente chiari anche al pubblico culturalmente meno preparato (con implicita vergogna di quegli “intellettuali” che sanno solo esprimersi in maniera involuta e astrusa, e che risultano pressoché incomprensibili perfino agli specialisti, mentre, per le persone comuni, è come se parlassero in arabo).
Chissà che cosa avrebbe detto padre Tyn davanti alle recentissime derive del relativismo, intellettuale ed etico, che stanno operando la distruzione finale della distinzione del vero e del falso, del buono e del cattivo; ora che è stata definitivamente instaurata, per legge, la repubblica della follia. Il matrimonio omosessuale, non è forse una follia? La pretesa di “diventare” genitori, da parte di una coppia di omosessuali, non è forse una follia? La pratica dell’utero in affitto, come anche della fecondazione eterologa, non sono follia? Ma la società odierna non percepisce più la follia di queste cose, anzi, le tratta con la massima serietà, ne discute con apparente pacatezza, legifera in merito con una tenacia e una determinazione che non si vedono quando si parla di cose ben più necessarie e importanti. Come risvegliare dal loro diabolico sonno delle anime ormai conquistate dallo spirito della follia, della presunzione, e dominate da un egoismo mostruoso, decise a spianare qualsiasi ostacolo, a beffare la natura e la legge morale in qualsiasi maniera, pur di raggiungere il fine che si son prefisse, della assoluta affermazione di se stesse, dei loro desideri, del loro orgoglio?
Eppure, in uomo come padre Tyn non si sarebbe scoraggiato. Avrebbe ripreso a sussurrare dolcemente nel confessionale, e a tuonare potentemente dall’alto del pulpito. Avrebbe continuato a chiamare le cose con il loro nome: Bene il Bene, Male il Male. E avrebbe continuato ad affermare, - con lo sguardo limpido di chi, per primo, si affida totalmente alla dimensione dell’assoluto e dell’eterno, lasciando andare ogni scoria di egoismo personale, di vanità soggettiva, e facendosi trasparente (direbbe Dante) come un cristallo che riceve i raggi del Sole - che gli uomini, per loro stessa natura, cercano la verità; e che, dopo aver trovato alcune verità parziali e contingenti, e averle trovate inadeguate e imperfette, non possono non trovare, alla fine, se sorretti dalla buona volontà e aiutati dalla grazia divina, la Verità che non conosce declinazioni, la Verità assoluta che è Dio stesso, la Luce perfetta che attraversa l’anima senza lasciare in ombra neppure la più piccola piega, la più riposta superficie.
Perché questo, crediamo, è l’intimo messaggio di sublimi poemi viventi, come lo è stato padre Tomas Tyn: una esortazione e un incoraggiamento alla Fede, alla Speranza e alla Carità, rivolto a tutti gli uomini, senza eccezione, ricordando loro che il segreto è lasciarsi andare a Colui che li sta cercando fin da prima che venissero al mondo; anzi, fin da prima che il mondo fosse. 

Un gigante dimenticato del pensiero cristiano contemporaneo: Tomas Josef Tyn (1950-90)

di Francesco Lamendola

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CHIESA PROGRESSISTA E DI SINISTRA

    Chiesa e Magistero secondo il perfetto teologo progressista e di sinistra. Giannino Piana è il ritratto del perfetto teologo cattolico progressista e di sinistra, per il quale la “vera” Chiesa nasce con il Concilio Vaticano II di Francesco Lamendola  





Giannino Piana, classe 1939, è il ritratto del perfetto teologo cattolico progressista e di sinistra, per il quale la “vera” Chiesa nasce con il Concilio Vaticano II e si attua, finalmente, e pienamente, con la linea impressale dal pontificato di papa Bergoglio. Insegna Etica cristiana presso la Libera università di Urbino ed Etica ed economia presso l’Università di Torino (due poltrone per un docente: non male, in tempi di crisi del posto di lavoro); è stato Presidente dell’Associazione italiana dei teologi moralisti; collabora a una quantità di riviste, dal mensile Jesus (dalle cui colonne ha attaccato il cardinale Ruini, reo di aver espresso giudizi favorevoli sul passato governo di centro-destra, lui che è vicino al Partito democratico) al quindicinale Rocca, altra storica e rocciosa roccaforte – come dice il titolo – dei catto-progressisti; ha pubblicato una quantità di libri, sia da solo che in collaborazione, e diretto prestigiose opere enciclopediche.
È fra quelli che rimproverano alla Chiesa di avere accumulato gravi ritardi nell’aprirsi al dialogo col mondo e nell’ascoltare le voci interne di dissenso, e che ora si compiacciono del ritmo e della direzione presa dalla Chiesa del dopo Ratzinger: finalmente, pensano, si va nel senso giusto; finalmente ci si apre, si dialoga, si ascolta; finalmente la Chiesa si fa tutt’uno col mondo, e prevale il criterio d’ispirare il Magistero ecclesiastico all’azione di coloro che agiscono “nel mondo” (evidentemente, ciò che pensano i frati e le suore di clausura non conta nulla, dal momento che costoro si sono rifugiati fra quattro mura e non sanno che cosa voglia dire “vivere nel mondo”, all’interno delle “situazioni problematiche”). Insomma, si tratta di quella linea teologica che ha preso il sopravvento dal Vaticano II: prima, il Magistero era custodito e tramandato dal papa, dai cardinali e dai vescovi; adesso, lo fanno i preti, ma specialmente i preti di strada, i vescovi e gli arcivescovi che vanno in bicicletta dentro le cattedrali, e che pronunciano le omelie sulle note delle canzoni di Noemi e Mengoni; ma, più ancora, lo fanno i teologi, meglio se laici, come gli Enzo Bianchi (per chi non lo sapesse, costui non è affatto un prete, anche se qualcuno lo vorrebbe fare cardinale), o come i Vito Mancuso, o, appunto, come il professor Piana.
Già: il Magistero. Il Magistero non è un insegnamento di origine umana; non dipende dalla buona o dalla cattiva volontà di un singolo pontefice, di una singola commissione di cardinali (magari alla Carlo Maria Martini, cioè dal cattolicesimo assai dubbio, e dalle esplicite simpatie massoniche), né, tanto meno, di teologi, laici o sacerdoti che siano, progressisti o meno: è, né più, né meno, l’insieme delDepositum Fidei, che viene preservato nella sua purezza e trasmesso alle generazioni dei fedeli, perché uno è il Vangelo di Cristo, uno e non cento (come vorrebbero i protestanti), così come una è la Chiesa da lui fondata, e affidata al primo degli apostoli, Simon Pietro detto Cefa. Il Magistero è la fedele interpretazione e trasmissione della Parola di Dio. Ma, dicono i teologi progressisti, esso deve adattarsi ai tempi, alle condizioni storiche, le quali mutano continuamente. Certo che mutano: anche troppo. Il ritmo di cambiamento della modernità è tale che nessuna cultura può ritenersi sufficientemente progressista, se non rivede da cima a fondo se stessa ogni due, tre anni al massimo. E allora? Bisognerà rivedere il Vangelo di Gesù Cristo ogni due, tre anni? Non pretendiamo tanto, rispondono, senza scomporsi, i teologi progressisti; ci basta che vengano aggiornate le forme del Magistero; che vengano aggiornati la pastorale, la liturgia, il catechismo. Per quanto riguarda la dottrina, siamo disposti – dicono - ad avere più pazienza; non però una pazienza illimitata. Anche la dottrina, un poco alla volta, bisogna che cambi; che si aggiorni.
Ma vediamo cosa siano il magistero e la comunità cristiana, per Piana (da: T. Goffi e G. Piana, Vita nuova in Cristo. Morale  fondamentale e generale, Brescia, Queriniana, 1983, vol. 1, pp. 350):

Il soggetto portatore dell’attualizzazione della fede è la comunità cristiana viva, la cui autocoscienza deve essere riprodotta dal teologo in forma critica. Il “sensum fidelium” entra, dunque, di diritto nel processo interpretativo. Chi interpreta la fede è il popolo di Dio che ne fa esperienza. “La comprensione cristiana della fede – ha scritto E. Schillebeeckx – è, in definitiva, possibile soltanto nel’ambito della chiesa, perché solo qui siamo in grado di percepire l’eco della promessa salvifica… L’attualizzazione della fede cristiana emerge soltanto nella sfera dialogica del contesto ecclesiale e soltanto così viene annunciata al mondo:  attraverso la chiesa, “sacramentum mundi”.
La teologia deve, in qualche modo, essere teoria critica della prassi credente, nel senso che deve prendere le mosse dalla prassi attuale della chiesa, deve analizzarne i modelli soggiacenti e confrontarla con la sua propria concezione evangelica, aprendo possibilità sempre nuove ed inedite all’esperienza ecclesiale della fede. In questo contesto va inserito il ruolo specifico del magistero e il suo rapporto vitale tanto con la comunità cristiana quanto con la ricerca teologica. Le diverse funzioni ministeriali hanno, infatti, nella chiesa, lo scopo di tradurre ciò che essa vive: coordinando, stimolando, chiarificando, ma non reprimendo. Il terreno proprio i cui il magistero è chiamato ad esercitare il suo compito è quello del linguaggio della fede. Ad esso spetta, in ultima a analisi, discernere ciò che, nell’esperienza vissuta della fede e nell’interpretazione critica obiettiva della teologia, non corrisponde alla sostanza del messaggio. ”È assurdo, infatti, che esista una comunità di fede, la quale non possa individuare quali sono le condizioni necessarie perché uno ne sia membro, indicando i limiti dell’ortoprassi e dell’ortodossia implicate nella propria dossologia” (Z. Alszeghy-M. Flick, “Come si fa la teologia”, Roma, 1974, 130).

Senza voler fare un commento esaustivi, prendiamo buona nota di alcuni punti soltanto:
1) Al sensum fidei si sostituisce il sensum fidelium nella interpretazione della Verità cristiana: il cristianesimo si trasforma in un’assemblea democratica, ove i contenuti della dottrina vengono deliberati, e, se del caso, modificati, a maggioranza.
2) La Verità viene interpretata dal popolo d Dio, non dalla Chiesa; e il magistero è la traduzione di tale interpretazione. Esattamente come avviene nelle Chiese protestanti.
3) La Chiesa non è più la trasmettitrice fedele della Verità divina, nonché la comunità dei credenti in Cristo, ma è un sacramento in se stessa: il sacramento del mondo. Eppure, leggendo il Vangelo di Giovanni e ascoltando le parole di Gesù in esso riportate, ci era sembrato di capire che la Chiesa e il mondo sono antitetici e che non si possono servire entrambi, ma bisogna scegliere fra l’una e l’altro. Abbiamo capito male? Oppure il Magistero si era espresso male, negli ultimi secoli e negli ultimi decenni?
4) La teologia deve essere (“in qualche modo”) la teoria critica della prassi credente, dice Piana. Ma quando mai? Se così fosse, la teologia sarebbe non già la ”scienza del sacro” (come lo stesso Piana ha cercato di dimostrare nell’opera citata), ma il placet d’ufficio riservato alla “prassi credente” in quanto tale, nella sua spontaneità e immediatezza. Qui si capovolgono i termini del fatto: non è la Chiesa che fa la teologia; è la teologia che illumina ciò in cui crede la Chiesa (anche se Piana scrive sempre chiesa e magistero con le iniziali minuscole).
5) La teologia deve aprire possibilità sempre nuove ed inedite all’esperienza della fede? Niente affatto: se così fosse, la teologia avrebbe il potere di modificare i contenuti della fede. Le “possibilità sempre nuove” vengono dalla fede stessa, e non dalla teologia: per il semplice fatto che vengono da Dio, allorché il fedele compie l’atto di umiltà e di amore che consiste nell’abbandonarsi totalmente a Lui.
6) Il Magistero può “coordinare, stimolare, chiarificare”, ma giammai reprimere, dice Piana. Proibito proibire: è, tale e quale, uno degli slogan prediletti del Sessantotto. Solo che la Chiesa non l’ha mai pensata così, e a ragione. Se l’avesse pensata così, tanto per fare un esempio, essa avrebbe dato ragione ad Ario, e torto ad Atanasio; e la Chiesa stessa, oggi, sarebbe ariana, cioè non crederebbe più alla divinità di Gesù  Cristo. La Chiesa, invece, e il Magistero che essa impartisce, deve anche reprimere, eccome: deve reprimere le idee errate, le deviazioni teologiche, le apostasie e le eresie spacciate per dottrine ortodosse. Ma che cosa crede che sia, il professor Piana, il Magistero ecclesiastico? Esso è l’insegnamento della Chiesa, certo; ma la Chiesa non è affatto libera d’insegnare ciò che vuole, ciò che in quel momento alcuni teologi pensano, o ciò che la comunità dei fedeli delibera a maggioranza. La Chiesa ha il dovere (non la “libertà”) d’insegnare solo ciò che corrisponde fedelmente alle Scritture e alla Tradizione; e non altro.
7) Sostiene Piana che il terreno proprio in cui il magistero è chiamato ad esercitare il suo compito è quello del linguaggio della fede. Chiaro? Non “la fede”, ma “il linguaggio della fede”. La teologia diventa teologia del linguaggio, come la filosofia moderna diventa filosofia del linguaggio. Non si discute più della cosa, ma di come si può parlare della cosa. La fede, il contenuto di verità che la anima e la vivifica, svapora nelle nebbie dell’interpretazione. Peccato che chi la pensa così non veda come, una volta imboccata questa strada, chiunque ha il diritto d’interpretare a piacimento la Verità cristiana. Come, appunto, fanno i protestanti; e come fanno i teologi citati da Piana, a cominciare da Schillebeeckx, che, in questo passaggio del suo ragionamento, rappresenta un punto di riferimento fisso e imprescindibile: come se ci fossero due teologie cattoliche, una anteriore ed una posteriore al pensiero di Schillebeeckx: valida la seconda, obsoleta la prima.
8) Al “linguaggio della fede” spetta, in ultima istanza, il compito di decidere ciò che corrisponde e ciò che non corrisponde alla sostanza del messaggio cristiano (e notiamo, di nuovo, che Piana non parla della Verità cristiana, e meno ancora adopera le lettere maiuscole quando utilizza dei corrispondenti secolarizzati di essa, come “messaggio”). E siccome il “linguaggio della fede” è affare dei teologi, nel senso da lui definito, ne deriva che sono lui e i suoi colleghi a chiarire ciò che è essenziale al “messaggio” cristiano, e ciò che, essendo secondario, o inessenziale, si può mettere fra parentesi, o riporre nell’armadio delle cose vecchie ed inutili.
9) Nella comunità di fede (che non viene chiamata “cristiana”, sicché potrebbe anche essere una comunità d’altro tipo: viva le teologia relativista ed “ecumenista” post-conciliare) sono quanti ne fanno parte a decidere quali siano le condizioni necessarie per appartenervi. Opinare diversamente, dice il buon Piana (citando due teologi alla Schillebeeckx) sarebbe “assurdo”. Strano: a noi pare assurdo quel che lui sostiene. Sarebbe logico, se la Chiesa fosse – lo ripetiamo - una qualunque assemblea laica e democratica, dove vige la regola: “un uomo, un voto”; ma non lo è. La Chiesa è un’altra cosa: è il punto d’incontro fra la realtà umana dei credenti e la realtà soprannaturale dello Spirito divino, che li assiste, li guida e li sostiene. Facciamo dunque un esempio, tratto dal Nuovo Testamento: quello del membro della comunità cristiana di Corinto che convive pubblicamente con la moglie di suo padre. La comunità non gli chiude le porte in faccia; e San Paolo se ne scandalizza (giustamente!) e la rimprovera. Le ordina di espellere il peccatore, affinché egli si ravveda. A muovere la pedagogia di San Paolo non è l’odio, ma l’amore: la Chiesa ha il dovere di correggere i peccatori e coloro che sbagliano. E ciascuno può trasferire questo esempio nella realtà odierna, ove si vedono adulteri, divorziati, omosessuali compiaciuti, accostarsi ai sacramenti come se nulla fosse, anzi,rivendicare il loro “diritto” a partecipar pienamente alla vita ecclesiale. Con l’incoraggiamento e l’approvazione di alcuni preti e vescovi, e dei soliti teologi progressisti e di sinistra. Ma è questa la ragion d’essere della Chiesa: avallare e santificare tutto quel che fanno, dicono e credono i suoi membri, anche quelli palesemente in peccato? Certo, Gesù parlava con i peccatori e non li condannava. Però condannava i peccati. All’adultera, che Egli salvò dalla lapidazione, ha raccomandato: Vai, e non peccare più. Bisognerebbe chiedere al professor Piana se Gesù, dicendole così, ha sbagliato, in quanto ha “represso” il suo modo di essere. E se, a suo pare, Gesù avrebbe accettato il figlio incestuoso fra i suoi discepoli, senza chiedergli di mutar vita…
Avremmo potuto citare anche la pagina successiva, in cui si svolgono e si ampliamo i medesimi concetti; ma sarebbe stato inutile. Cosa pensi l’Autore della teologia, della Chiesa, del Magistero e dello stesso Cristianesimo, ci sembra abbastanza chiaro. Preoccupa pensare che siffatti teologi oggi vanno per la maggiore, e che lo stesso Magistero (attuale) paia dar loro ragione. Dove vai, Chiesa?
Chiesa e Magistero secondo il perfetto teologo progressista e di sinistra

di Francesco Lamendola

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