ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 23 luglio 2016

Cristianesimo geneticamente modificato


                                        Chi ha sete venga a me


Hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non tengono l’acqua (Ger 2, 13).


Il dramma più grave dell’aggiornamento ecclesiale è che la maggioranza dei credenti ha perso la cognizione oggettiva di Dio, sulla quale si fonda una relazione reale con Lui, e l’ha sostituita con un po’ di attivismo e “buone idee” modellate su quelle del mondo. Il dono incommensurabile di Dio, assolutamente immeritato quanto alla Sua iniziativa, esige poi una corrispondenza adeguata (resa possibile dalla grazia santificante) che permetta all’uomo di meritare il Paradiso; in altre parole, quella sublime amicizia e filiazione, che in nessun’altra religione è nemmeno pensabile, se presa sul serio e vissuta con impegno conduce infallibilmente alla santità.



Nel cristianesimo geneticamente modificato in nuovo umanesimo, invece, la divinità – ammesso che ne persista ancora la nozione – si riduce a proiezione dell’io, rimanendo così prigioniera di pensieri, emozioni, velleità e sentimenti soggettivi; sulla realtà trionfa l’immaginario, plasmato oltretutto da miti mediatici e tecnologici. Tale situazione conduce il cristiano in senso radicalmente opposto a quello della santificazione. Nel migliore dei casi, infatti, egli travisa i Comandamenti divini in base all’opinione dominante e al politicamente corretto, come i bravi scout “cattolici” che si sono battuti per il riconoscimento legale degli accoppiamenti sodomitici o i vari preti di strada che combattono la mafia e al tempo stesso la incrementano incoraggiando l’uso di droghe leggere…


Il peggio, tuttavia, è che l’uomo, avendo un’innata tensione verso l’infinito e l’assoluto, qualora sia defraudato del vero Infinito e del vero Assoluto, sorgente personale e trascendente di beatitudine e di pace, ripiega sulla frenetica ricerca di qualcosa che gli fornisca almeno l’illusione di un effimero istante di liberazione dai limiti terreni. È per questo che nelle società nichiliste dilaga l’erotismo, di cui l’ideologia del gender non è altro che l’ancella: dato che ogni attività egoistica, prima o poi, produce assuefazione, si ha bisogno di spingersi continuamente verso “nuove frontiere” e provare ogni volta sensazioni inedite, infrangendo sistematicamente tutti i tabù ed escogitando trasgressioni sempre più impensate, perverse e ripugnanti.


Visto che parlare di morale, anche in chiesa, è diventato un crimine, le povere pecorelle non hanno più gli anticorpi per sconfiggere le malattie dell’anima né sono in grado di evitarle o prevenirle. Ecco allora una soluzione insperata a costo zero: un concetto di misericordia divina che ignora la responsabilità umana e funziona come un’incessante amnistia generale. Peccato che anche questa non sia altro che un’idea – e neanche tanto originale, se è vero che risale a un eresiarca del XVI secolo: nonostante tutto, qualsiasi cosa io abbia fatto, il buon Dio mi considera giusto, purché io lo creda. È un circolo vizioso che fa dipendere tutto dall’autoconvincimento; ma siccome nessun teologo di tendenza fa più notare questo, cinque secoli dopo possiamo aggiornarlo così: qualsiasi cosa abbia fatto, io stesso mi considero giusto (e guai a chi osi negarlo). Poiché la divinità e la giustizia luterane, ancora una volta, sono solo un’idea nella piccola zucca del cristiano che pratica il libero esame delle Scritture, svincolato da Tradizione e Magistero, il processo innescato allora è ormai giunto al culmine: l’io ha preso il posto di Dio.


Con ciò non voglio certo sottintendere che non vi siano protestanti seri che, nonostante tutti i limiti e gli errori della loro confessione, amino sinceramente il Signore e si sforzino – come possono – di compierne la volontà. Molti di loro sono già vicini alla fede cattolica e vorrebbero rientrare nella Chiesa, ma da cinquant’anni lo proibiscono loro i superiori interessi del dialogo ecumenico (per non parlare di tanti ebrei e protestanti convertiti che ora si chiedono se non abbiano fatto un errore, avendo l’impressione di ritrovarsi alla casella di partenza). Alla cristianità di oggi si è imposto ildiktat dell’unità nella diversità, la quale sembra consistere nella noia mortale di reiterati incontri interconfessionali in cui si sentono sempre le stesse assurdità e ci si scambia i soliti abbracci di protocollo; poi ognuno continua a credere e agire come meglio gli pare. Come unità non c’è male; la diversità rimane forse nelle fogge dei vestiti… NellaCatholica, in realtà, la vera unità nella diversità c’è sempre stata: varie sono le legittime tradizioni liturgiche e discipline canoniche, ma una sola è la fede.


Nella calura estiva si fa spesso sentire la sete; nulla di meglio di una sorsata d’acqua fresca e pura. Molte anime sono ormai disidratate e non si sa che fare per soccorrerle; curare lo spirito è ben più arduo che curare il corpo. Se poi rifiutano l’acqua buona perché assuefatte a bevande inquinate o artificiali, la situazione può apparire disperata. «Tutta colpa dei preti», si sarebbe tentati di ripetere, come ha fatto qualcuno a proposito della strage di Nizza. È vero che abbiamo la nostra buona parte di responsabilità, ma, sostanzialmente, siamo a nostra volta vittime: senza indulgere al vittimismo, non possiamo non rilevare l’indottrinamento impostoci nelle facoltà teologiche e l’inconsistenza della “formazione” ricevuta in seminario, del tutto sganciata dalla tradizione e dal buon senso, ma neppure la martellante propaganda di un regime che ora punisce chi di noi, sulla scorta della Sacra Scrittura, predica la sana dottrina su argomenti politicamente sensibili. E poi, chi si prende cura dei ministri di Dio in difficoltà? L’immane apparato burocratico di una gerarchia che pensa solo a sfornare programmi e documenti redatti a tavolino?


«Chi ha sete venga a me e beva» (Gv 7, 37). «Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l’acqua della vita» (Ap 22, 17). Signore Gesù Cristo, facci tornare a Te, sorgente di acqua viva, alla Tua verità immutabile, alla grazia dei Sacramenti ricevuti degnamente, con fede e in stato di grazia. Non lo meritiamo, perché troppo ci siamo compiaciuti dell’acqua salmastra delle cisterne scavate dall’umanesimo tinteggiato di cristiano, che ha ingabbiato nel ristagno del secolarismo l’acqua pura della Tua parola di vita eterna, contaminandola con le idee aberranti degli uomini. Sì, in nome dell’umanità le abbiamo chiuso il Regno dei Cieli; noi non vi siamo entrati e l’abbiamo impedito a quanti volevano farlo (cf. Mt 23, 13). Ma possiamo ancora contare sulla Tua misericordia. Non per continuare ad abusarne, ma per avere da Te la forza di ritornare al fiume sano della Tradizione, sinceramente pentiti e irrevocabilmente decisi a non abbandonarti più.


Sitivit anima mea ad Deum fortem, vivum. Fluminis impetus laetificat civitatem Dei (Sal 41, 3; 45, 5). Ego sitienti dabo de fonte aquae vitae, gratis. […] Et ostendit mihi fluvium aquae vitae, splendidum tamquam crystallum, procedentem de sede Dei et Agni (Ap 21, 6; 22, 1).


* Piccolo esercizio di lectio divina: cercate i versetti nella Bibbia italiana, poi memorizzateli in latino perché impregnino il vostro subcosciente. A forza di ripeterli, vi verrà una gran sete di Dio, di preghiera, di divina Parola e di verità eterne… e, con il crescere della sete, paradossalmente aumenterà la gioia, fino a straripare!
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