ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 24 luglio 2016

La mala pianta di una nuova “teologia”

RICONOSCERE IL VERO CRISTIANO

Se siete resuscitati in Cristo, cercate le cose del Cielo e non della terra. C’è una maniera abbastanza semplice per riconoscere il vero cristiano da chi non è cristiano o da chi usurpa il nome di cristiano e invece non lo è 
di Francesco Lamendola  

  

C’è una maniera abbastanza semplice per riconoscere il vero cristiano da chi non è cristiano o da chi usurpa il nome di cristiano (e non importa se egli sia prete, vescovo, cardinale o magari anche papa) e invece non lo è: il vero cristiano aspira alle cose di lassù, perché si sente resuscitato insieme a Gesù Cristo, e dunque non può essere ancora schiavo delle cose della terra. Morendo e resuscitando, Cristo ha mostrato ai suoi seguaci un nuovo orizzonte ed un nuovo scopo di vita: quello della vita soprannaturale.Non si possono servire due padroni; non si possono cercare le cose della terra con la stessa intensità con cui cercano quelle di lassù: una cosa esclude l’altra.
Questo significa che il cristiano non è più soltanto un cittadino della terra, ma ha una doppia cittadinanza: terrena, ma provvisoria, per quello che la sua condizione presente gli rende necessario; ma aspirante alla cittadinanza celeste, per tutto il resto. La nostalgia delle cose divine fa sì che egli percepisca la sua condizione presente per quella che effettivamente è, anche per coloro che non lo sano: una situazione transitoria, di passaggio, come lo è il nomadismo per i pastori nella steppa semidesertica. La vita umana consiste in un passaggio da un’oasi all’altra, in cerca di una sorgente o di una pozza acqua: ma l’acqua viva, che spegne per sempre la sete di cui brucia l’anima, non si trova in questa vita, non è di questo mondo: si trova solo in Dio, nostra origine e nostro destino finale.
È strano che una verità così semplice, e, soprattutto, così intuitiva, una volta che si sia entrati nell’ottica della vita cristiana, appaia così lontana dal modo di fare e di pensare di tante persone, che pure si dicono cristiane, e di tanti teologi e pastori d’anime, che pure si dicono capaci della “vera” interpretazione del Vangelo, si capisce in sintonia con la società moderna. Eppure, è evidente che chi è penetrato nell’autentico spirito cristiano, chi si è lasciato colmare dalla Grazia di Dio, non solo non desidera più le cose del mondo, ma le trova, nel migliore dei casi, un po’ vuote, un po’ noiose, e, nel peggiore, francamente nauseanti: come potrebbe avere desiderio di bere un’acqua sporca e fangosa, chi ha assaggiato, anche solo per una volta, l’acqua freschissima che sgorga direttamente dalla roccia, pura, incontaminata, vivificante? Quale credibilità può avere colui che, dopo aver respirato a pieni polmoni l’aria frizzante delle altezze, e dopo essersi riempito la vista dello spettacolo sublime delle vastità, subito dopo torna a sprofondarsi nel buio e nell’aria viziata di una spelonca, d’una cantina, e mostra di trovarcisi perfettamente a suo agio, anzi, di non avere alcuna voglia di farne a meno? Tale è l’impressione che danno quei cristiani, i quali, dopo essersi riempiti la bocca di bei discorsi su Cristo e sul Vangelo, tornano a inseguire le cose del mondo – l’avidità, il potere, il denaro, il piacere sessuale disordinato, la superbia intellettuale -  come se in esse, e solo in esse, o principalmente in esse, trovassero il fine dei loro desideri, il senso della loro esistenza. L’impressione che essi producono in chi li osserva è, francamente, penosa. A ben guardare, codesti cattolici progressisti, impegnati sino al collo in infinite attività sociali, assistenziali, culturali, ricreative, sindacali, psicologiche, economiche, tutte spacciate per necessarie e indispensabili con la semplice aggiunta dell’aggettivo pastorale (le famose parole taumaturgiche di Plinio Corrêa de Oliveira), sono simili, in tutto e per tutto, a quei Giudei che San Paolo accusava di cercare la salvezza mediante le opere della Legge, senza aver compreso che Cristo solo salva, non per i nostri meriti, ma per mezzo della nostra fede: perché, quanto alle opere, nessuno è capace di essere “giusto” davanti a Dio, con le proprie forze. L’Apostolo chiarisce bene questo punto nella Lettera ai Colossesi (specialmente nel capitolo 3, 1-17):

Se siete risuscitati con Cristo cercate le cose del Cielo, dov’è Cristo, assiso alla destra del Padre: aspirate alle cose di lassù e non a quelle della terra. Voi, infatti, siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio Ma quando comparirà Cristo, che è la vostra vita, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.
Mortificate, dunque, le vostre membra terrestri: fornicazioni, impudicizie, passioni, desideri malvagi, come pure la cupidigia, che è una idolatria, cose che attirano l’ira di Dio sui ribelli, e nelle quali un tempo avete camminato anche voi, quando vivevate in tali vizi. Ma ora rinunziate anche voi a tutto questo: ira, sdegno, malignità, calunnia, turpiloquio non si odano sulla vostra bocca. Non vi mentite più a vicenda, perché vi siete spogliati dell’uomo vecchio e delle sue azioni, e vi siete rivestiti dell’uomo nuovo, che si va rinnovando in ordine alla conoscenza, conformandosi all’immagine di colui che lo creò. Nell’uomo nuovo non vi è più né Greco né Giudeo, né circonciso né incirconciso, né barbaro né Scita, né schiavo né libero, ma soltanto Cristo, che è tutto in tutti.
Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi ed amati, di viscere di misericordia, di bontà, di umiltà, di dolcezza, di pazienza. Sopportatevi a vicenda; e, se qualcuno ha di che lagnarsi di un altro, perdonatevi scambievolmente: come vi ha perdonati il Signore, così fate voi. Ma soprattutto rivestitevi di carità, che è il vincolo della perfezione. Regni nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati in un solo corpo. Mostratevi riconoscenti. La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi a vicenda con tutta saggezza, e cantate a Dio di tutto cuore la vostra riconoscenza con salmi, inni e cantici ispirati. Qualunque cosa facciate, in parole o in atti, tutto fate nel nome del Signore Gesù, rendendo, per mezzo di lui, grazie a Dio Padre.

L’esortazione di san Paolo è chiara, e vale per i cristiani di allora come per quelli di oggi: Qualunque cosa facciate, fatela nel nome di Gesù Cristo, con lo sguardo rivolto a Lui, aspirando alle cose del Cielo e non più alle cose della terraChi ama le cose della terra, è legato alla catena delle brame, delle paure, della concupiscenza, del possesso: si strugge per avere quel che non ha, soffre per aver perso quello che possedeva, o che credeva di possedere; è sempre inquieto, tubato, agitato: il suo animo non trova mai la pace, non sa mai raccogliersi in silenzio, non ha mai un momento di quiete. Da questa pace, da questa serenità, da questo distacco si vedrà che è nato in voi l’uomo nuovo, grazie alla morte e alla risurrezione di Gesù; altrimenti, prevarrà sempre in voi l’uomo vecchio, con i suoi vecchi vizi, la superbia, l’ira, la lussuria: non sarete di Cristo e non avrete parte alla sua vita divina.
Pure, da alcuni decenni a questa parte, e, negli ultimi anni, con ritmo sempre più frenetico, è sorta e si è diffusa la mala pianta di una nuova “teologia”, la quale santifica le cose del mondo per se stesse, le dichiara tutte buone e belle e desiderabili e oneste, come se il peccato non esistesse, come se non vi fosse mai stato il Peccato originale, e come se gli uomini fossero capacissimi di discerne da soli il bene e il male, di redimersi da soli, da salvarsi con le loro sole forze. Una cosa è certa: comunque essa si chiami, non è una teologia cattolica; e coloro i quali la insegnano, non sono del gregge di Cristo. Di chi siano, lo sapranno loro, forse; ma non sono del gregge di Cristo, perché le pecore di quel gregge conoscono la voce di un solo pastore, Gesù stesso, intermediario fra Dio e gli uomini, redentore dell’umanità peccatrice e primizia della resurrezione dai morti. Se gli uomini fossero capaci di discernere da soli fra il bene e il male, e di operare il bene secondo la Legge, che bisogno ci sarebbe stato che il Figlio di Dio si incarnasse, morisse e resuscitasse? Se, viceversa, costoro intendono formulare una nuova Legge, tutta umana e fondata sulle cose di quaggiù, per fare del loro piacere e delle loro passioni la norma suprema della morale, ossia per sopprimere la morale ed instaurare il relativismo assoluto, perché non hanno l’onestà di dichiararlo? Perché non dicono: Noi siamo più sapienti e intelligenti di tutti i cristiani di questi duemila anni; noi abbiamo compreso, noi per primi, il vero significato  del Vangelo: e cioè che Gesù non è venuto per mostrarci la via del Cielo, ma per mostrarci la fedeltà alla terra? Perché non dichiarano, con onestà e franchezza, che fra il loro Gesù Cristo e lo Zarathustra di Nietzsche non c’è alcuna sostanziale differenza? Ebbene, non lo fanno perché sono uomini da poco, intellettuali da quattro soldi, teologi impostori, sacerdoti senza più fede, lupi travestiti da agnelli, senza un briciolo di coraggio personale, forti solo del conformismo culturale improntato all’ideologia del progresso.
Sì: a ben guardare, non c’è una differenza sostanziale fra i Giudei che riponevano tutta la loro speranza nell’adempimento scrupolosissimo della Legge di Mosè, e certi cattolici modernisti e progressisti i quali annunziano che è finito il tempo di un “cristianesimo della paura”, di una “teologia teocentrica” e di una “morale autoritaria e repressiva”, e che bisogna ripartire da un “cristianesimo della gioia”, da una “teologia antropocentrica” e da una “morale adulta”, fondata non sull’amore e sul timor di Dio, ma esclusivamente su ciò che l’uomo, a suo personale e insindacabile giudizio, ritiene giusto e lecito, purché, si capisce – suprema ipocrisia - sia ispirato ad un sentimento di “amore” (in senso puramente umano), espressione vaga e generica che può andar bene per indicare tutto e il contrario di tutto, ma sempre su una base relativista e soggettiva, cioè sul capriccio di ciascuno. Sembrerebbero due orientamenti opposti, e invece concordano su un punto decisivo: la non essenzialità di Gesù Cristo. Per i Giudei, Cristo è un impostore che pretende di sostituirsi alla Legge; per i cattolici modernisti e progressisti, Cristo è stato un saggio, un profeta che ha annunciato la “liberazione” dei suoi simili e che ha affidato loro la cura e la responsabilità di se stessi. E, oltre a questa convergenza di premesse, esiste anche una parallelismo di metodo: per i Giudei, la salvezza viene dall’adempimento della Legge; per i cattolici modernisti e progressisti, dalla instaurazione di una nuova legge, che non è quella del Vangelo, se non nella misura in cui essa sia suscettibile di venire adattata alle brame e ai voleri del mondo moderno. Entrambi, dunque, sono fautori di una legge che non è quella indicata da Cristo; gli uni e gli altri non riconoscono la necessità indispensabile di restare strettamente uniti a Cristo, come i tralci alla vite (perché, dice il Maestro nel Vangelo di Giovanni, senza di me non potete far niente). Entrambi peccano di orgoglio; entrambi pensano di essere “oltre”, di non aver bisogno di convertirsi e di far nascere, in se stessi, l’uomo nuovo; o di essere loro a decidere come codesto uomo nuovo dovrà essere.
In fondo, sarebbe più esatto definire questi teologi, questi sacerdoti e questi fedeli, come dei “cristiani nietzschiani”, o “zoroastriani”, se ciò non suonasse ridicolo; però rifletterebbe meglio la sostanza del loro pensiero. L’uomo nuovo che hanno in mente, è un uomo che si fa la legge da se stesso, anche se dice di essere un seguace di Cristo; sta di fatto, però, che, ogni qual volta i loro istinti e i loro desideri entrano in conflitto col Vangelo, essi addomesticano il Vangelo per adattarlo a sé, invece di rinunciare a sé, per seguire il Vangelo. Il Vangelo dice che bisogna riporre la spada nel fodero, e rispondere al male col bene? Ed ecco che loro, imbevuti di marxismo e di teologia della liberazione, proclamano la lotta contro i ricchi e la liberazione dei popoli, in senso economico, politico e sociale. Il Vangelo dice che il regno di Dio non è di questo mondo, anche se incomincia in questo mondo? Ed ecco che costoro vogliono fondarlo e realizzarlo qui, ora, in piena regola, costringendo chi non è d’accordo a sottomettersi e cercando d’imporre a tutti la loro pseudo-morale buonista, anche se il buonismo è il contrario della bontà (perché ignora l’esistenza del male) e trasformando il cristianesimo in una dottrina dell’accoglienza indiscriminata della carità di professione, del disamore della propria civiltà e del suicidio della propria tradizione. Nel Vangelo Gesù dice, parlando del matrimonio, che l’uomo non deve dividere ciò che Dio ha unito? Ed ecco che essi trovano il modo di sostenere che il vero significato delle parole di Gesù è diverso, che Lui non avrebbe voluto che dei poveri bambini crescessero in una casa dove si litiga sempre, e così giustificano il divorzio, con o senza il Vangelo. Nella Bibbia si parla della distruzione di Sodoma e Gomorra, episodio a cui anche Gesù, nei Vangeli, fa riferimento? Niente paura: costoro saltano su a dire che la pratica omosessuale è una cosa bellissima e perfettamente lecita (purché, beninteso, ci sia “amore”!), e si affrettano a benedirla, e a benedire i cosiddetti matrimoni omosessuali.
Quello che emerge, da tutto ciò, è che essi non cercano le cose del Cielo, ma della terra; che la resurrezione di Cristo non li riguarda più di tanto, o non li riguarda affatto, perché essi vivono nel presente e hanno ben altro da fare che guardare indietro, a un evento accaduto duemila anni fa. Eppure, Gesù era stato chiarissimo: da questo vi riconosceranno: se avrete amore gli uni per gli altri.Ma che amore possono mai avere per gli altri, coloro i quali non sanno spogliarsi del più piccolo granello del loro io meschino, delle loro brame scomposte, intrise di carnalità e materialità?

 
Se siete resuscitati in Cristo, cercate le cose del Cielo e non della terra

di Francesco Lamendola