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martedì 19 luglio 2016

Non parlare di esso?

L'esempio di Papa San Gregorio Magno: quando un Concilio crea problemi, bisogna ignorarlo



Nel VI secolo fu convocato il secondo Concilio di Costantinopoli (553) che si propose di trattare una materia delicata: la condanna del monofisismo. L’eresia monofisita, che considerava la sola natura divina di Gesù Cristo rifiutando quella umana, nonostante la condanna del primo Concilio di Calcedonia (451) era presente ancora in gran parte della Chiesa orientale. Lo sfondo decisivo di questa vicenda è caratterizzato dalle azioni dell’imperatore Giustiniano (527-565) da una parte impegnato a conferire ordine all’impero in Oriente e dall’altra a risolvere in Occidente l’instabilità creata dalla invasioni barbariche.

Per poter riunificare le divisioni sorte in Oriente generate dalla “controversia dei Tre capitoli” (testi di altrettanti teologi, Teodoro, Teodoreto e Iba, che costituivano la spina del fianco dei monofisiti) cercò in tutti di arrivare alla condanna per eresia delle tre posizioni, così da ricucire lo strappo con i monofisiti. Il problema principale era dato dal fatto che i “Tre capitoli” erano stati riconosciuti ortodossi dal precedente Concilio di Calcedonia e solo un’azione di forza verso il papa avrebbe potuto portare alla condanna. Così avvenne nell’548 anno in cui papa Virgilio emanò lo Iudicatum, nel quale si condannavano i Tre capitoli.

La reazione di molti vescovi non tardò a farsi sentire e dal Nord Africa arrivò persino una scomunica al papa. Virgilio si vide allora costretto a ritirare lo Iudicatum, mentre Giustiniano si persuase della necessità di convocare un concilio per dirimere la questione. Così nel maggio del 553 si riunì a Costantinopoli il concilio, e l’Imperatore non fece mancare la sua pesante influenza nella scelta dei padri conciliari. Papa Virgilio tentò, per quanto possibile, di opporsi all’imperatore, ma non venne ascoltato, tanto che si rifiutò di partecipare al concilio. Dopo soltanto un mese di lavori il concilio condannò solennemente i Tre capitoli, e poco dopo, seppur lacerato nel profondo, papa Virgilio acconsentì alla condanna. La reazione in Occidente fu drammatica: uno scisma (passato sotto il nome di “tricapitolino”) che durò circa un secolo e che fece considerare Virgilio, in opposizione alle decisione prese a Calcedonia, un pontefice eretico.

Una risposta al secondo concilio di Costantinopoli venne anche ufficialmente da due grandi pontefici, Pelagio I e Gregorio Magno. Per papa Gregorio - poi San Gregorio - il Concilio di Costantinopoli II non contraddiceva Calcedonia, ma tentò con ogni mezzo di minimizzarlo e di ridurre al minimo gli effetti. In definitiva non gli venne riconosciuta l’importanza e il valore attribuito ai primi quattro concili fino a Calcedonia considerati come fondamenti della fede. La posizione ufficiale di Gregorio Magno era che l’Occidente non aveva bisogno di Costantinopoli II e che quindi lo si poteva tranquillamente ignorare e limitarsi semplicemente a non polemizzare formalmente con esso. Questo severo giudizio (espresso da papa Gregorio nella Lettera a Costanzo, vescovo di Milano) era dato dall’esito infausto e ambiguo del concilio e allo stato di confusione in cui aveva lasciato la Chiesa del tempo. Gregorio e gli altri papi del sesto e settimo secolo avevano avuto la lungimiranza per capire che l’enfasi ossessiva sul “Concilio” avrebbe potuto produrre uno scisma perpetuo che avrebbe indebolito l’ortodossia della Chiesa, preferendo alla discussione su esso, l’oblio e l’indifferenza. «L’esempio del Concilio di Costantinopoli – secondo lo storico americano Thomas Woods – serve a dimostrare non solo la confusione che un concilio ecumenico può introdurre nella Chiesa, anche senza insegnare errori dogmatici, ma anche che l’intera vita della Chiesa non deve essere organizzata intorno ai decreti del concilio più recente. […] Se uno concilio ecumenico – prosegue Woods – può essere riconosciuto come inutile nella migliore delle ipotesi e dannoso per la Chiesa nel peggiore dei casi, allora la cosa si può ripetere. Perché non seguire il consiglio di Papa San Gregorio Magno al vescovo di Milano: non parlare di esso?»