ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 30 luglio 2016

Rouen val bene una messa?

Domenica 31 luglio, la nuova farsa, il nuovo tradimento  

I pastori felloni cinguettano di gioia all’annuncio che i negatori della Divinità di Cristo, i musulmani, verranno a far visita nelle chiese cattoliche in Francia e in Italia. Vengono per prenderci meglio le misure? “Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde” (Lc, 11 – 23). Per la neochiesa, evidentemente, si sbagliava l’evangelista.

di Paolo Deotto
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z.slmMentre alla Giornata Mondiale della Gioventù si somministrano ai giovani libretti e messaggi porno, come ben documentato ieri nell’articolo di Elisabetta Frezza, domani, domenica 31 luglio 2016, si terrà un nuovo tipo di commedia, un nuovo passo verso la creazione di quella religione unica che è sempre più smaccatamente nei piani di (OMISSIS), pecorescamente seguito dai funzionari della neochiesa che, non avendo alcun interesse per Nostro Signore Gesù Cristo, hanno a cuore soprattutto la conservazione del posto di lavoro. E vanno capiti, poveretti… con questa crisi, e con la facilità con cui il direttore generale, dal Q.G. di Santa Marta, stanga i dissidenti, obbedire non è solo una scelta consona al loro non essere uomini, ma è anche una necessità.

Ordunque, domani ci sarà un fantastico gesto, un cosa “enorme”, come ha cinguettato la CEI: i negatori della divinità di Nostro Signore Gesù Cristo, i musulmani, gli stessi che dal loro vademecum, “Corano”, imparano che gli “infedeli” (ossia tutti quelli che non credono nel falso dio allah) sono nemici da sottomettere o da uccidere, gli stessi per i quali mentire a un “infedele” è lodevole e doveroso, insomma, questi bei personaggi, verranno a far visita nelle chiese cattoliche. Secondo alcuni organi di informazione, addirittura a partecipare alla Messa. Vedi su ANSA (qui e qui), o su Il Giornale, o su Avvenire, e altri.
Il portavoce Cei, don Ivan Maffeis, commenta con l’ANSA l’invito delle comunità musulmane ai fedeli per domenica. “Il presidente Bagnasco aveva chiesto un segno, di far sentire la loro voce” perché “la strada non sono i muri” ed “è arrivato”.
Ecco, la solita trita e ritrita e un tantino irrancidita retorica. “La strada non sono i muri”.
Marina Corradi, giornalista molto disciplinata, riferendosi alla Francia (da cui è partita l’iniziativa), su Avvenire commenta estasiata: “La scelta del Consiglio francese per il culto musulmano è invece forte: recarsi fisicamente in una chiesa, dire: vi siamo vicini. Sarebbe un gesto fondamentale in una Francia, per non dire in un Occidente, che con il fiato sospeso sta misurandosi con questo luglio di sangue e con le energie civili, morali e spirituali di cui dispone”.
Sullo stesso tono da innamoratini di Peynet sono gli altri commenti al fausto evento.
z.abbrccDel resto, dal momento che si cerca una pace solo umana, e dal momento che non si è più uomini (e come si potrebbe esserlo nell’esaltazione quotidiana e ossessiva dell’omosessualità?), è più che normale essere felici se il nemico, che ormai è sicuro perché sa di aver stravinto, viene graziosamente a far visita, a porgere la pantofola da baciargli. Certo, è un vomitevole atto di servilismo “gioire” di questa visita, ma quando la prima preoccupazione non è più salvare l’anima ma salvare la ghirba, ogni bassezza diventa possibile.
“Senza di me non potete fare nulla” (Gv 15, 5). Questo ci dice Nostro Signore. E domani vescovi e parroci allineati ci spiegheranno come costruire la pace con i nemici di Cristo, con i bestemmiatori che negano la natura divina del Salvatore. Che fine ha fatto la pace di Cristo? “Vi porto la mia pace, non quella che vi dà il mondo”.
C’è un solo gesto “enorme” che potrebbero fare i musulmani: recarsi nelle chiese cattoliche per riconoscere il loro errore e dichiarare pubblicamente il loro desiderio di convertirsi all’unica Fede che salva: la Fede in Nostro Signore Gesù Cristo, custodita dalla Chiesa, che è una, santa, cattolica e apostolica.
Già, ma a chi potrebbero chiedere ciò? A una massa di sacerdoti che hanno imparato che il proselitismo è una sciocchezza, che tutte le “fedi” salvano (basta seguire la coscienza…), che hanno dimenticato l’obbligo di portare la Parola di Cristo a tutto il mondo?
Verranno a fare la loro brava visita, dopodiché ci disprezzeranno ancora di più, perché mentre loro sono granitici nella fedeltà alla loro falsa religione, constateranno, una volta di più, quanto la neochiesa è pavida e imbelle.
E così al prossimo fattaccio, al prossimo mucchio di morti da contare, si potrà dire: “Ma è chiaro, si tratta di pazzi fanatici, perché i veri musulmani sono amanti della pace, ce lo hanno dimostrato venendo nelle nostre chiese”. E tutti saranno felici e contenti. Magari non saranno contenti quelli fatti a pezzi dalla prossima bomba, ma ormai non potranno più esprimere pareri… già, dove saranno andati, in Paradiso, o a godere le delizie delle “Urì”, femmine bellissime che allietano i fedeli seguaci dell’islam nell’aldilà, o saranno solo vento nel vento? E chi lo sa? Come ci insegna la neochiesa, tutte le religioni sono uguali.
Chi ha conservato ancora un barlume di intelletto, di decenza, chi ancora desidera essere cattolico e quindi poter sperare nella salvezza, domani raddoppi le preghiere, e si tenga lontano dai luoghi dove verrà siglata la resa incondizionata dei pavidi e degli apostati.

–  di Paolo Deotto

Musulmani a messa? Io non ce li voglio

di Camillo Langone | 29 Luglio 2016 
Maomettani a messa? A portare solidarietà per i preti e i laici cattolici scannati? Così come proposto dal Consiglio francese per il culto musulmano e rilanciato dalla Coreis (Comunità Religiosa Islamica Italiana)? Io non ce li voglio, già fremo di sdegno per i turisti fotografanti, figuriamoci per una profanazione così ben organizzata. Le chiese stanno diventando spelonche di ecumenisti e io non intendo in alcun modo essere complice di quei ladri di verità. Non sarò io a far accomodare nel tempio il cavallo di Troia, non sarò io a mandare in soffitta la Madre di Dio e il Figlio di Dio per inventare un monoteistico minimo comune denominatore con l’invasore. Gesù ha esortato (Matteo 10,14) a scostarsi da coloro che non accolgono il Vangelo e ha pure spiegato come: voltando loro le spalle e scuotendo la polvere dai calzari. Prego il Padre di allontanare da me quest’altro calice ma se non verrò esaudito, se domani in chiesa vedrò maomettani non disposti alla conversione, e predicatori non disposti a tentare di convertirli, ubbidiente al Figlio non potrò che uscire e scuotere i miei mocassini.

Dalla_stampa: Invasione islamica: il Governo pratica un auto-razzismo





















La messinscena di Fermo: due immigrati di colore stavano rubando una macchina e hanno picchiato un italiano che cercava di impedirgielo.La Presidente della Camera, esponenti del Governo e persino sacerdoti hanno subito solidarizzato con gli immigrati ladri e violenti.
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Il buonismo dell'ex presidente del Consiglio, Massimo d'Alema, che vuole istituire l'8x1000 a favore dell'islam e costruire molte moschee.
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Il grande politologo Luttwak spiega il funzionamento delle tre moschee: "E' una catena di montaggio che comincia con una moschea simpatica, il cui l'imam non si trova mai perché è sempre a qualche incontro interreligioso, oppure in televisione per dire a tutti che l'islam è una religione di pace. Lì non si predica minimamente la violenza, mai, però si predica l'identità musulmana. Quindi tu non sei un italiano di fede musulmana, tu sei un musulmano in Italia. C'è poi un secondo tipo di moschea, meno bella, più piccola, il cui imam si trova in giro spesso per qualche incontro interfede e così via. E lui dice: poiché voi siete musulmani, avete il dovere di essere solidali con tutti gli altri musulmani del mondo. Quindi non sei un cittadino italiano, che magari si incazza con qualche nemico dell'Italia: tu sei un musulmano che vive in Italia, quindi ti devi arrabbiare con chi attacca qualsiasi musulmano, ovunque. Sono quelli che si schierano con Hamas, con chi abita nella Striscia di Gaza. Poi c'è una terza moschea, che è molto disorganizzata, molto piccola, c'è poca gente. Lì vengono quelli usciti dalla seconda e dalla prima moschea. Quelli sono i "fratelli" e quelli, sì, vogliono agire. Molti chiacchierano, però poi qualcuno agisce."
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L'apologeta Corrado Gnerre, spiega che non siamo di fronte nè a malati mentali, nè a terroristi, ma soltanto a musulmani coerenti con il Corano:
"fa specie che l’attentatore di Nizza fosse un violento con i suoi parenti, un ubriacone, uno border-line, ecc… Ciò è del tutto irrilevante ai fini dell’atto definitivo, in questo caso dell’atto del cosiddetto “martirio”: immolarsi per la Jihad uccidendo se stesso per uccidere quanti più “crociati” possibile. Anzi, proprio perché finora si è vissuti in un certo modo, cioè in maniera difforme alla legge islamica, una scelta definitiva per Allah e la Jihad può cancellare tutto e far sì che si diventi addirittura più “santi” di coloro che invece, pur professando coerentemente la fede, non riescono a decidersi per atti del genere.
Queste considerazioni ci fanno capire quanto fuorvianti siano due approcci: quello di valutare questi atti sganciandoli dal contesto religioso e quindi dalla conoscenza dell’Islam, e quello di (approccio ancora più ingenuo) considerare l’Islam come una religione tutto sommato simile al Cristianesimo
".
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L’insopportabile autorazzismo di politici e media italiani

di Riccardo Piccinato, per Azione culturale del 14/07/2016

In questi giorni sono avvenuti quattro episodi degni di nota, risaltati dai media italiani: la strage degli italiani a Dacca, la bufala dei bengalesi pestati in Italia “perché non sapevano il Vangelo”, l’omicidio di Fermo e la strage di Dallas. Quattro episodi, tutti molto diversi tra loro in modalità, responsabili, contesto, ma purtroppo tutti riconducibili alla matrice “razziale” del problema.
Pare però che i media di casa nostra trattino le vicende in maniera nettamente diversa, soffermandosi in particolare a sottolineare il razzismo italiano (o presunto tale). Una sorta di cieco inno all’autorazzismo italico. Vediamone alcuni stralci pubblicati o scritti a grancassa, cominciando proprio dalla tragedia di Fermo, sulla quale il ministro Alfano ha dichiarato: “Siamo qui per scongiurare un contagio nazionale, ma l’Italia è campione d’accoglienza”. Gli fa eco Renzi su Twitter: “Il governo oggi a Fermo con don Vinicio e le istituzioni locali in memoria di Emmanuel. Contro l’odio, il razzismo e la violenza”.
Lo stesso Don Vinicio afferma che tra l’aggressione al nigeriano di 36 anni e gli ordigni trovati nei mesi scorsi davanti a parrocchie attive al fianco di immigrati “ci potrebbe essere qualche collegamento”. E aggiunge: “È’ un’aggressione razzista,  sta crescendo un clima di aggressività e di razzismo”.
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, “addolorato dal gravissimo episodio diintolleranza razziale“. “È un episodio terribile che ci dà la misura di come non si è mai vaccinati, in nessun Paese, da qualcosa che pensavamo di non vedere mai più”, ha detto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia: “Fa rabbrividire il fatto che un uomo, scampato insieme alla sua fidanzata al terrore di Boko haram in Nigeria abbia trovato la morte in Italia, per mano di un aggressore spinto da motivi di odio razziale”.
Tocca poi al segretario regionale del Pd Marche, Francesco Comi: “E chi sbaglia, come chi, in questo caso, si è fatto strumento di odio razziale e portatore del male assoluto, deve pagare. Non può rimanere impunito”. “Da sindaco di una città accogliente e aperta da sempre all’integrazione, mi sembra di precipitare in un incubo con quanto accaduto”, è il commento del sindaco di Fermo Paolo Calcinaro.
“È d’obbligo, ma non per questo taciuta, la ferma condanna non solo per quanto accaduto ma per quanto emerge dall’episodio, ovvero lo strisciante razzismo che non può e non deve trovare spazio nel modo più assoluto nella nostra città. La mia vicinanza va anche a don Vinicio Albanesi e a chi opera nelle strutture di accoglienza, per il loro lavoro quotidiano, perché il germe del razzismo non può in alcun modo proliferare in questa comunità”.
Per non parlare poi proprio dei titoli dati dai media. Una lista infinita, ma nella quale è giusto inserire qualche esempio: “La tranquilla crudeltà di provincia”, Huffington post. “Nigeriano ucciso a Fermo, ultrà fermato per omicidio: contestata aggravante razzismo”  Il sole 24 ore, mentreNeXt quotidiano scrive addirittura : “Per Matteo Salvini è colpa della vittima” o “Ecco come Salvini giustifica l’omicidio di Emanuel” (concetti, ovviamente, mai espressi dal leader della Lega). “L’omicidio di Fermo è l’ultimo atto del profondo razzismo italiano”,  l’Internazionale. Il livello è così elevato da avviare addirittura una petizione su change.org sul tema.
In più o meno tutti gli articoli viene sottolineato direttamente o indirettamente il razzismo italico verso i migranti, a causa di sciacalli e speculatori seriali come Salvini, puntualmente accusato di essere fomentatore dei sentimenti più beceri.
Stesso taglio nei vari articoli, poi puntualmente smentiti, sulla bufala del pestaggio dei bengalesi “che non sapevano il Vangelo” in una sorta di contrappasso per i fatti di Dacca. Peccato fosse tutto inventato, ma anche in quel caso quotidiani e telegiornali non hanno perso occasione si sottolineare il terrificante razzismo italico, quasi sia diventato lo sport nazionale.
Arriviamo poi ai fatti di Dacca e Dallas, dove i razzisti sono gli altri e i bersagli sono gli occidentali. Questa volta i media italiani sembrano quasi sottolineare una presunta “colpa” degli italiani morti, sfruttatori del Paese povero come imprenditori. E in fondo pare se lo siano meritati anche i poliziotti uccisi, perché le persecuzioni della polizia negli States dovevano finire.
Insomma, pare proprio che per le tragedie che vedono nostri connazionali vittime ci debba essere per forza una spiegazione socialmente giustificatrice, mentre quando avviene il contrario dalle nostre parti non c’è nessuna tendenza a cercar scuse, anzi, partono le condanne a raffica. Intendiamoci, nessuno cerca né giustificazioni né scuse, ogni violenza deve essere punita. Ma perché questi due pesi e due misure?
L’autorazzismo è, a tutti gli effetti, un fenomeno culturale di massa presente nella società italiana. Il fatto che sia autoriferito, masochistico, e non offensivo verso altre culture non lo rende certamente “meno razzista” di altri atteggiamenti. È un cancro arrivato a livelli tali che lo stesso sindaco di Fermo arriva a dire, quasi in lacrime: “Non criminalizzate la città”.
I media puntano immediatamente il dito sui colpevoli o presunti tali, rei di agire con pregiudizio, con il non trascurabile dettaglio di essere mossi a loro volta da pregiudizio: un paradosso non da poco.
Una dimostrazione si ritrova proprio nei fatti di Fermo: il migrante non aveva ancora fatto a tempo a morire che le agenzie battevano già la notizia di un assassino ultrà fascista della destra razzista. Salvo poi, rivedere diverse considerazioni. Stessa cosa per la ricostruzione dei fatti: subito aperture sul pestaggio di natura fascista per poi poi scoprire, referti alla mano, che l’omicida si era difeso da un pestaggio avvenuto addirittura con pali stradali, sferrando un unico pugno che poi ha provocato la morte solo a causa di una caduta scomposta.
La gestione dei testimoni della vicenda: ci mancherebbe altro, anche loro immediatamente definiti razzisti (e come tali minacciati di morte) e inattendibili perché a “difensori” del razzista italiano per poi scoprire che sì, erano attendibili, addirittura simpatizzanti di sinistra.
L’unica cosa che non appare, ad ora, smentita, è l’insulto iniziale, quello “scimmia” inteso in sfondo razziale. Non stiamo a raccontarci frottole e ovvietà: il gesto è da condannare e rappresenta un pessimo esempio da qualunque lato lo si guardi. Ma basta questo per ritenere che tale persona debba meritare un pestaggio multiplo? Qualcuno direbbe di sì, ma non sarebbe migliore di quei fascisti violenti che tanto critica e di cui ha tanta paura.
È stato sicuramente un fatto grave e degno di nota, ma vogliamo almeno attendere la vera ricostruzione dei fatti? La verità è che la stampa sta diventando peggio dei racconti al bar dello sport: solo tifoserie attira click, a chi grida più forte razzista, antirazzista, autorazzista.
Mentre il Bangladesh ricorda anche i nostri caduti con due giorni di lutto, l’Italia è impegnata a dimenticare i suoi morti e a colpevolizzare un’intera comunità a causa di un violento. Mentre lui rappresenta tutta l’Italia, i media ci ripetono che gli attentatori islamici invece sono solo casi isolati. Forse un po’ troppo frequenti, a dire il vero. E si parla di sciacallaggio di Salvini e della destra razzista, ma a quanto pare l’unico interesse sia di stanare/inventare gli sciacalli e mai di risolvere i problemi.
Le tifoserie continuano, eppure lo scontro culturale si allarga. Segno che, forse, sarebbe completamente da rivedere il modello del matrimonio forzato tra culture, anche e soprattutto per l’imbecillità di una classe politica che non è in grado di proporre ed attuare nulla, ma solo di fare il tifo.


GIAN MICALESSIN, ESPERTO DI MONDO MUSULMANO: «LA "CONQUISTA DI ROMA" È COMINCIATA»

Gian Micalessin, esperto di mondo musulmano: «La "conquista di Roma" è cominciata»

«La conquista di Roma annunciata due anni fa da al-Baghdadi sta già avvenendo passo dopo passo. Colpire una chiesa come è avvenuto in Francia è il terzo passo di una strategia precisa, che mira a instillarci la paura così da farci abiurare la nostra identità». A spiegarlo è Gian Micalessin, inviato di guerra de Il Giornale, dopo che due terroristi sono entrati nella sagrestia di una chiesa nel villaggio di Saint’Etienne-du-Rouvray, in Francia, sgozzando un anziano sacerdote che stava celebrando la messa. L’Isis ha rivendicato l’attacco affermando che i due terroristi erano soldati del Califfato.

Un sacerdote ha incontrato il martirio non in Siria o Iraq, ma in Francia. Che cosa cambia?
Siamo in una nuova tappa di questa guerra che ci contrappone all’Isis. In tutto ciò però non vi è nulla di imprevisto. L’1 luglio 2014, nel suo primo discorso pubblicato sotto forma di messaggio audio, Abu Bakr al-Baghdadi annunciò esplicitamente: “Conquisteremo Roma”. Colpire una chiesa nel cuore dell’Europa e uccidere un prete sull’altare è il terzo passo di questa strategia che si è già articolata in varie forme.

Quali sono stati i due passi precedenti?
Tra agosto e ottobre 2014 sono iniziate le decapitazioni degli ostaggi occidentali con l’obiettivo di instillare la paura nei nostri cuori, tanto è vero che quello che è emerso è un Occidente pusillanime. E così il Califfato ha potuto compiere un secondo passo avanti, colpendoci con gli attentati prima di Parigi e poi di Bruxelles. Adesso siamo arrivati a una nuova tappa: attaccare le chiese significa iniziare quell’assalto per la conquista di Roma.

L’obiettivo dell’Isis è davvero quello di prendere Roma?
Non necessariamente in senso letterale. Ciò che vuole fare lo Stato Islamico è combattere i nostri valori, instillare la paura in qualsiasi fedele che desidera frequentare i luoghi sacri, desertificare i nostri simboli. Svuotare le chiese è il primo passo per farci abiurare la nostra identità e i nostri valori, così da arrivare poi alla conquista dell’Europa che avverrà con la spada o semplicemente grazie al numero dei musulmani che diventeranno la maggioranza.

In concreto quali saranno le tappe successive attraverso cui l’Isis intende conquistare l’Europa?
Lo Stato Islamico vuole avere a che fare con un nemico progressivamente più debole, che non ha un’identità e che non è capace di rispondere con la dovuta energia. Il problema di noi europei in questo momento è che non sappiamo neanche chi siamo. Lo Stato Islamico quindi non fa altro che sfruttare le nostre debolezze e incapacità. Sta avvenendo quello che predisse il cardinal Giacomo Biffi già nel 2000, quando affermò: “L'Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la ‘cultura del niente’ che sembra essere l'atteggiamento largamente dominante nei popoli europei”.

L’Università di Al-Azhar ha condannato l’attacco di Rouen. La considera una condanna sincera?
Non è questo il vero problema: nel momento in cui questa condanna viene fatta dobbiamo per forza presupporre che sia sincera. La vera questione è quanto l’Università di Al-Azhar sia effettivamente ascoltata nel mondo musulmano, almeno da parte di chi esercita la violenza, e quanto invece siano ascoltate le prediche di al-Baghdadi e degli altri profeti dell’odio. Noi non siamo in lotta con un miliardo di musulmani, bensì con una percentuale del 2-3% che però ha la forza di portare avanti la jihad. Questa minoranza fa sentire la sua voce più di quella dei grandi imam di Al-Azhar e dei grandi predicatori moderati.

Il Papa ha detto: “Il mondo è in guerra, ma non è una guerra di religione”. Lei che cosa ne pensa?
Non ci troviamo di fronte a una guerra di religione con tutto l’Islam. Sicuramente però l’Islam più estremista, ma anche un certo Islam wahabita, guarda al mondo cristiano come all’ultimo nemico da abbattere. Anche perché queste correnti si rifanno all’ultima profezia contenuta negli Hadith di Maometto in cui si dice: “Conquisteremo Costantinopoli e poi conquisteremo Roma”. Tutto ciò è parte della dottrina islamica più estremista, quella dei Fratelli musulmani e degli wahabiti. Questo tipo di Islam è in guerra con noi.

Lei prima ha detto che la risposta dell’Occidente finora è stata sbagliata. In che senso e che cosa dovremmo fare?
Quando si è in guerra e si ha un nemico si tende ad avanzare, non ad arretrare. Noi invece abbiamo fatto esattamente ciò che quel nemico si aspettava da noi. Anziché inviare truppe in Siria e Iraq per combattere l’Isis direttamente, ci siamo limitati a dei bombardamenti per ripulirci la coscienza nella speranza che quel nemico non sarebbe arrivato fino a qui. Invece arretrando abbiamo dato a quel nemico la consapevolezza che poteva attaccarci in casa, anche nei luoghi simbolo della nostra spiritualità.
http://www.iltimone.org/34978,News.html
COME INTERPRETARE LA DECAPITAZIONE DI UN PRETE FRANCESE

DI ROBERT FISK
counterpunch.org
Di fronte all'uccisione e decapitazione di sette dei suoi monaci da parte degli Islamisti avvenuta 20 anni fa,
l'Arcivescovo di Algeri fece meglio di quello che ha fatto l'Arcivescovo di Rouen questa settimana.
Lui non parlò del massacro di un anziano prete come se fosse cosa che neanche si possa nominare [NdT: 'unnameable', letteralmente "innominabile"].


Lui vide la via del Calvario. Con la paura per la sua stessa vita nel mezzo di un feroce conflitto, Monsignor Henri Teissier, 67 anni e professore francese di Arabo, rispose celebrando la messa per sei suore e monaci tutte avvenute in quegli anni leggendo dal S.Matteo, Capitolo 25, versetto 13: "Guarda, quindi, per quello che ne sai non conosci né il giorno né l'ora dell'arrivo del Figlio dell'Uomo".

Originariamente, la piccola congregazione si raccolse in quel giorno nel 1996 per ricordare uno dei primi religiosi francesi martiri in Algeri, il Visconte Charles de Foucauld, il soldato ordinato prete che fu assassinato da un Islamista a Tamanrasset nel 1916; il suo omicidio stabilì un brutto precedente per l'uccisione di tutti i preti francesi da parte di quelli che dichiaravano di essere motivati dall'Islam. Sicuramente, Fratello Jacques Hamel era al corrente di quel martirio [NdT: "of him" tradotto liberamente per migliorare leggibilità]. Il Visconte fu ucciso solo 14 anni prima di quando nacque lui.

Ma quando Teissier mi parlò dei sette monaci presi dal loro monastero sulle belle colline su Tibnerine, le sue parole avrebbero potuto essere pronunciate anche nel caso degli uccisori dell'ottantaseienne Padre Hamel. "Loro uccideranno un bambino di 2 o di 85 anni [sic]". Io penso che loro abbiano obbedito alla loro coscienza. Quello che hanno fatto era riferito alla comprensione che avevano della legge Islamica - "Dobbiamo uccidere i nemici del Signore' - ed è tutto qui. Noi dobbiamo pensare non solo alle nostre vite ma anche a tutte quelle delle persone in Algeria..."
Un uomo generoso, Teissier.

La guerra civile Algerina - tra un esercito Islamista brutale e un egualmente selvaggio esercito Algerino che fatalmente aveva cancellato le elezioni che gli Islamisti avrebbero vinto nel 1992 - raggiunse già dal 1996 le proporzioni di quella Siriana: bambini con le loro gole tagliate, donne massacrate di fronte ai loro mariti, uomini regolarmente decapitati. La polizia torturava i loro prigionieri pompando acqua nei loro ventri fino a che le vittime non esplodevano. Era inevitabile che gli assassini del GIA, Il Gruppo Islamico Armato, si rivoltasse verso tutti gli stranieri - e questo ha significato anche preti e vescovi.

I monaci di Tibherine, il cui proprio Golgotha [personale] si sarebbe tradotto in un film struggente e superbo, "Uomini di Dio", furono presi dal loro monastero dove loro amministravano aiuti medici non solo ai locali, Mussulmani algerini dei villaggi, ma anche agli stessi combattenti dei gruppi islamisti. Che potrebbe essere stata la loro rovina. Ma torneremo su questo più tardi.

Ma prima, tornando a Teissier e alle sue scioccanti, magnificenti riflessioni sulle loro morti [NdT: dei frati]. "E' vero che abbiamo trovato solo le loro teste," disse piano in quel caldo pomeriggio di Algeri, il suono delle sirene della polizia faceva eco sulla città. "Tre delle loro teste pendevano da un albero nei pressi di una stazione di servizio. Le altre quattro erano disposte sull'erba al di sotto. Ma è meraviglioso che le famiglie di quei monaci abbiano mantenuto la loro amicizia verso di noi e verso tutti gli algerini. Essi avevano visitato il monastero . Erano stati in grado di accettare la perdita dei loro figli maschi. Sapevano che non erano tutti gli algerini ad aver fatto questa cosa".

Potrebbero queste parole venire ripetute oggi, mi chiedo, ai razzisti e a "quelli di destra" che chiedono la punizione di tutti i Mussulmani per i reati di pochi? A 87 anni, Teissier, che ha preso la cittadinanza algerina nel 1962 dopo la terribile guerra d'indipendenza del Paese contro i Francesi, è ancora vivo; anzi, ha supplicato per Cristiani e Mussulmani  per il loro bene reciproco di rimanere insieme e di "costruire ponti", come dice lui, dopo la strage di Charlie Hebdo nel gennaio dello scorso anno. Egli è, dopo tutto, un ottimo conoscitore del grottesco e della magnificenza che si origina dalla Fede.

Quindi, qui di seguito è quello che ha detto anche a me in quel giorno bollente in Algeri due decenni fa : "La cosa più difficile è sapere che ogni giorno  alcune persone muoiono, che le madri piangono per i loro figli e figlie . Noi stessi non siamo nella stessa situazione come eravamo prima di questa crisi [algerina]. Quando si inizia a celebrare l'Eucaristia, non è di aiuto ricordare che Gesù è stato ucciso dalla violenza umana - in nome della religione. Ora dobbiamo capire il rischio che c'è in questa società di camminare sulle orme di Gesù. Non possiamo guardare alla croce di Gesù come abbiamo fatto prima. Prima era una cosa astratta. Ora è una realtà quotidiana."

Meraviglioso. Come sono appropriate queste parole in mezzo all'orrore del sacrificio di padre Hamel. Ma è che ciò che è stato? Un "sacrificio"? O questo forse nasconde un atto di assassinio più sciocco?

Fu Teissier a rispondere alla chiamata che gli lo informava che tutti i sette monaci erano stati decapitati. Le autorità algerine incolparono il GIA guidato da un uomo chiamato Sayah Attia, che uno dei monaci Tibherine avevano presumibilmente riconosciuto quando aveva risposto alla porta,  lo stesso uomo il cui volto era apparso in una fotografia che lo ha identificato come l'assassino di civili jugoslavi la cui gola era stata squarciata vicino al monastero.

Ma c'è, ahimè, un'altra storia profondamente inquietante sui monaci. Richieste da parte dei servizi di sicurezza francesi - e da parte dei giornalisti dal quotidiano 'Le Monde' - hanno suggerito che, dopo che il GIA aveva rapito i sette uomini, l'esercito algerino, che ha mantenuto stretti legami con i militari francesi, ha tentato una missione di salvataggio. Fu un errore madornale. Non solo uccisero gli uomini del GIA ma anche i monaci. Non volendo rivelare la loro operazione disastrosa, tagliarono le teste dei monaci - come se fossero il risultato di omicidi islamici - e seppellirono i torsi dei sette crivellati di pallottole. Per questo solo le teste furono trovate.

Un'altra teoria - e non sapremo mai la verità - è che la polizia di sicurezza algerina voleva che i monaci venissero rapiti e uccisi come punizione per tutti coloro che avevano aiutato il GIA, anche qualora il loro unico peccato fosse stato quello di dare loro assistenza medica .

Ci sono ancora dubbi su chi, nello stesso anno, aveva assassinato il vescovo di Orano. Monsignor Pierre Claverie morto nell'esplosione di una bomba lo stesso giorno in cui aveva incontrato il ministro degli esteri francese, Hervé de Charrette. "La bomba esplose in strada," Teissier mi ha detto poi . "Lui fu schiacciato dalla porta della cappella e parte del suo cervello fu trovato sul pavimento della cappella. L'accaduto fu assurdo, un'idiozia, irragionevole."

Ma non c'è dubbio su chi ha ucciso Padre Hamel. Adel Kermiche era uno dei due uomini che hanno ucciso il vecchio prete. Lui era nato solo pochi mesi dopo che i monaci Tibherine furono assassinati. Nessun collegamento, naturalmente.  Ma secondo i vicini, Kermiche è nato in Algeria. Ora c'è un indizio storico se qualcuno ha il coraggio di cercarlo.

Robert Fisk writes for the Independent, where this column originally appeared. 
29.07.2016
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di ANDREA CESARINI