ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 13 agosto 2016

Benedictus Deus

Chi va direttamente in paradiso



In base a quanto dichiarato dalla Costituzione Benedictus Deus, che - si badi - contiene definizioni dogmatiche, quindi esercizio di magistero autentico del Sommo Pontefice, dobbiamo necessariamente inferire quanto segue. Con l’Ascensione di Gesù ha avuto termine e compimento definitivo la sua opera di redenzione compiuta a favore degli uomini. Conseguentemente, da quel momento in poi, il Paradiso ha cominciato ad essere certamente “popolato” anche di anime umane, oltre che - come da quando fu creato - dalle schiere degli angeli fedeli a Dio.
Non entra però in Paradiso nessuno che non sia perfettamente purificato dai peccati e dalle loro macchie, pene e scorie. Pertanto, al momento della morte, accedono immediatamente al Paradiso solo le anime dei Martiri e dei bambini battezzati ancora privi dell’uso del libero arbitrio. Perfino vergini e confessori vi entrano subito solo a patto che non ci sia in esse nulla da purificare al momento della morte...Alla luce di ciò, si vede quanto sia assolutamente fuorviante e nocivo al bene delle anime quel clima “buonistico”che si respira in non poche pubbliche celebrazioni esequiali, dove il messaggio che passa (a volte neanche in termini sfumati o velati) è che il defunto si trovi già comodamente in Paradiso, beato tra gli angeli, qualunque sia il suo vissuto e il suo passato. I danni che produce questo tipo di predicazione sono enormi. Anzitutto la confusione dottrinale che si ingenera nei presenti, quasi che andare in Paradiso sia facilissimo e garantito a tutti a prescindere dalle opere compiute. Inoltre la quasi totale perdita di conoscenza dell’importantissima dottrina cattolica sui suffragi e sulle indulgenze, sul valore e sull’importanza delle Messe di suffragio, delle preghiere per i defunti, dei sacramenti e dei sacramentali. Infine un danno spaventoso per quelle povere anime che vengono completamente abbandonate nelle pene del purgatorio, senza che nessuno faccia una minima preghiera o offra un minimo suffragio per sollevarle, ritardando in questo modo la visione beatifica di anni e anni (forse secoli), in barba e a dispetto della costante e autentica dottrina della Chiesa. A proposito della visione beatifica, essa, a detta del Pontefice Benedetto XII, consiste nella visione intuitiva ed immediata, della divina essenza, in modo esplicito, chiaro e senza veli. Questo è il fine per cui siamo stati creati e solo quando questo diverrà realtà saremo felici. Come spiega san Tommaso d’Aquino, la visione beatifica, nel momento stesso in cui accade, rende perfettamente felici e assolutamente impeccabili, perché causa un’unione tale con Dio che non si può non pensare come Lui, non volere come Lui, non operare come Lui. Si diventa, se ci ci può esprimere così, dei piccoli “dèi”per partecipazione, uniti a Dio e fusi con Lui in maniera assolutamente totale, piena, definitiva e indissolubile. Insieme alla felicità, derivante dall’amore infinito verso Colui che è sommamente amabile e che finalmente si fa conoscere senza veli dalla creatura, sgorga anche la pace sempiterna, quella pace che tutti gli uomini cercano, ma che in questa terra quasi nessuno trova. Tutto questo avviene per le anime in stato di separazione dai corpi mortali che hanno abitato sulla terra, ben prima del giudizio universale. Come dice san Paolo, la visione e il godimento (o fruizione) della divina essenza fanno necessariamente cessare gli atti delle virtù teologali della fede e della speranza: i primi cessano perché si vedono e si conoscono le cose che prima si credevano senza poterle vedere ed avendone una conoscenza molto oscura, imperfetta e limitata; i secondi perché ciò a cui si tendeva e anelava attraverso le ali della virtù teologale della speranza, è ora attuale e raggiunto e quindi non occorre più tendervi, sforzarsi per poterlo meritare o anche solo desiderarlo. Tale stato è eterno e immutabile. Quella percezione della fugacità dei rari momenti di felicità godibili in questo mondo, cesserà semplicemente di essere e di ciò si sarà perfettamente consapevoli. Si provi ad immaginare cosa possa significare essere pienamente felici e sapere che tale stato perdurerà eternamente senza cessare e, inoltre, senza possibilità alcuna di “stancare”o “annoiare”(come accade con le piccole cose effimere di questo mondo). La medesima costituzione, infine, proclama, senza mezzi termini l’esistenza e l’eternità dell’Inferno ed anche l’unica condizione necessaria per andarci: “morire in stato di peccato mortale”. Si badi che per compiere un peccato non occorre essere criminali o persone del tutto indegne. Basta aver mancato per negligenza ad una sola Messa domenicale, basta aver acconsentito volontariamente anche solo a un pensiero impuro, basta aver detto anche una sola bestemmia, aver fatto una sola confessione incompleta o senza alcun pentimento - solo per fare qualche esempio - per trovarsi in “stato di peccato mortale”. Per cui, si ricordi che il Vangelo e la sana dottrina hanno sempre ammonito che è larga e spaziosa la strada per l’inferno e, purtroppo, da molti battuta; stretta e angusta è quella del Paradiso e, ahimé, da molto pochi percorsa. Infine, il Pontefice ricorda e ribadisce le verità di fede della risurrezione della carne (con i corpi propri e personali, cioè quelli avuti in questa vita) e il giudizio universale, che determinerà gloria o dannazione eterna a seconda delle opere compiute in questa vita mortale, sia in bene che in male. Tutte queste semplicissime verità, di cui un tempo era a dir poco pletorico parlare, tanto erano conosciute e radicate nella coscienza dei fedeli, oggi sembrano cadute nell’oblio o, peggio, sostituite da altri più allettanti e suadenti messaggi, che nulla però hanno a che fare con ciò che Dio ha rivelato e che la Chiesa, da sempre, con autorità e con fermezza, ci propone a credere.

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