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martedì 30 agosto 2016

Dio è morto?

I^ SOLO UN DIO CI PUO’ SALVARE

Parte I^ Solo un (Dio) ci può salvare. I primi 3 capitoli:"Dio è morto? Può ritornare un Dio? La Cristianità arretra". Dio è morto Marx è morto agonizza anche Freud ma il "Dio Denaro" è in ottima salute 
di Roberto Pecchioli



Parte I^

Dio è morto?

Dio è morto, Marx è morto, e neanch’io mi sento troppo bene. La battuta di Woody Allen, rubata ad Eugène Ionesco è superata dai fatti. Agonizza anche Freud, ma è in ottima salute, disgraziatamente, un altro Dio, il Denaro, con i suoi Demiurghi il Mercato e la Tecnica, ed all’orizzonte appare un nuovo impero del male, quello del Transumanesimo. E’ al capolinea, dopo un secolo almeno di convulsioni, l’intera civilizzazione europea, originariamente detta Cristianità ed attualmente associata alla spuria categoria di Occidente.
“Solo un Dio ci può salvare” è il titolo del colloquio intervista di Martin Heidegger alla rivista tedesca Spiegel del 1966, pubblicata dieci anni dopo, alla sua morte.  L’autore di Essere e Tempo si riferiva essenzialmente al dominio della tecnica, in grado di asservire l’uomo e la sua vita, costituendosi come “impianto”, gestell nel particolarissimo lessico del grande di Messkirch, che tutto contiene ed inibisce di fatto qualsiasi pensiero, occupando tutto lo spazio della conoscenza come “pensiero che non pensa”. L’ipersensibilità di poeti artisti e filosofi è sempre il sismografo che registra in anticipo i terremoti. Mezzo secolo dopo quelle parole profetiche, viene alla luce tutta la verità delle intuizioni heideggeriane, sino a quel grido, solo un dio ci può salvare, che riporta al centro della scena il dramma di un’Europa piegata dai materialismi politici (marxismo, liberalismo) e culturali (scientismo, razionalismo, economia).
Negli anni della riflessione dell’autore di Essere e tempo agivano le termiti francofortesi, dispiegava tutta la sua presa sulla società americana la psicoanalisi, il mondo accademico ed intellettuale europeo era sedotto dal marxismo, declinato soprattutto nella versione libertario- freudiana ed esistenzialista, con le ripugnanti figure dei maestri del Nulla, come Jean Paul Sartre, Adorno e Marcuse. Contemporaneamente, venivano poste le basi dell’impressionante implosione della più importante ed antica istituzione, la chiesa cattolica, travolta dallo spirito del tempo, accolto dal devastante concilio Vaticano II, con la sua deriva antropologica e la messa in discussione di principi plurisecolari o millenari. La morte di Dio, già annunciata da Nietzsche nella Gaia Scienza era festeggiata da innumerevoli cori, tra i quali quello massonico delle élite economiche e civili.
Disfattisi delle identità ricevute, gettate nell’immondizia le idee di “prima”, i ceti più ricchi ed influenti misero in pista in quegli anni un nuovo mondo , quello del libertarismo antiborghese progressista  , di chiara ascendenza marxista, mantenendo prudentemente al sicuro il portafogli a destra, dopo un’iniziale deriva di ultrasinistra, alquanto ridicola come mostrò in America Tom Wolfe  nel racconto dell’accoglienza trionfale del capo delle Pantere Nere nei salotti della New York miliardaria. Da noi, colpì nel segno Paolo Villaggio, con il suo Fantozzi ammesso a casa della contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare, dove, sconvolto, osservò che aristocratici e ricconi erano “ a sinistra del Partito Comunista Cinese”.  Con privilegi e servitori al seguito, esattamente come i falsi maestri della velenosa Scuola di Francoforte, approdati alle più prestigiose cattedre americane a pontificare, promuovere l’uso di droghe, incoraggiare la diffusione di musiche “atonali” ( Adorno) tese a rimuovere le difese cerebrali di chi ascolta , estirpare lo spirito e qualsiasi idea di Dio come ridicola ed antiquata,  sradicare “la personalità autoritaria”, sessualmente repressa e quindi repressiva, responsabile, a loro dire, dei fascismi nonché dello sfruttamento borghese .
Intrisi di questa sottocultura velocemente trasmessa alle masse, ignoranti di storia e politica, ansiosi di recidere radici, identità e spirito, succubi delle mode, i nuovi progressisti “chic” hanno provocato un enorme vuoto culturale e sociale. Questa è anche l’opinione di un uomo di cultura della stessa estrazione, ma di più elevata caratura, come Ernesto Galli Della Loggia. Tutte le idee o ideologie che, con crescente intensità hanno investito questa parte di mondo da circa un secolo, hanno un elemento comune: l’ostilità ad ogni spiritualità, l’indifferenza religiosa, quando non l’aperto ateismo. Tutte le crisi sono quindi diventate perdita di civiltà, disfatta spirituale, bancarotta etica, smarrimento di ogni radice. La morte di Dio, che Nietzsche riconobbe comunque come tragedia dell’uomo “corda tesa” tra l’animale e l’oltreuomo, e non come opportunità liberatoria (Marx) o alba per una antireligione ”positiva” (Comte), è stata vissuta innanzitutto come radicale avversione al cristianesimo. Lo stesso Heidegger pronuncia la parola Dio preceduta dall’articolo indeterminativo: solo “un Dio” (ein Gott) ci può salvare, non “il” Dio creatore dei monoteismi, e meno ancora il Dio cristiano che ha improntato il nostro continente per circa due millenni.  
Un anno prima della riflessione heideggeriana, si parva licet componere magnis, un cantautore italiano che avrebbe avuto negli anni seguenti grande successo ed ampio ascolto tra le generazioni più giovani, Francesco Guccini, scriveva una canzone che fece epoca, nella versione dei Nomadi, sostenuta dalla voce profonda e suggestiva di Augusto Daolio, Dio è morto. Depurata di alcuni stucchevoli riferimenti ideologici datati nel clima di soffocante sinistrismo già in voga, Guccini, da artista, intuì molte delle piaghe che sarebbero diventate comportamenti di massa sino ad esplodere nella presente agonia: la droga, l’alcolismo, il mito del successo, “il mondo fatto di città”, il cinismo, l’opportunismo di chi “sta sempre con la ragione e mai col torto”.  Espresse tuttavia una potente speranza, profondamente cristiana “noi tutti ormai sappiamo che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge”.  La tragedia nostra è che all’evento – come lo definiva don Giussani – della morte e resurrezione di un Dio che si era fatto così piccolo (la kénosis dei teologi) da finire crocifisso, ma che dopo tre giorni è risorto e si è lasciato vedere dai discepoli e dall’incredulo Tommaso, non crede più neppure la sua Chiesa. Risulta quindi eccessivo l’ottimismo di Guccini e non resta che aprirsi all’attesa immaginata da Heidegger, ovvero “preparare la disponibilità a tenersi aperti per la venuta o l’assenza del dio”.
E’ un primo spiraglio, una sorta di segnavia, per continuare con il vocabolario dell’uomo dei “Quaderni neri”, per gli uomini di questa nostra terra del tramonto che ha abolito l’infinito, rimosso la morte e vive in un susseguirsi puntiforme di attimi senza direzione e privi di un fine. Un uomo, il bianco europeo contemporaneo, che non crede neppure più nel destino come forza impersonale e superiore, quella “moira” cui sottostavano anche gli dei greci dell’Olimpo, la chiave per giustificare drammi ed eventi.
Riflettiamo sul recente terremoto dell’Italia centrale: la forza della natura non ci basta più per spiegare le tragedie, o quantomeno accettarle, elaborarle come “fatti “. No, noi pretendiamo il controllo totale della natura, prevedere, impedire, eliminare tecnicamente il rischio. Si aprono fascicoli d’inchiesta giudiziaria e sono interrogati febbrilmente gli “esperti”, nella fattispecie i sismologi, si pretende da loro la soluzione definitiva, la spiegazione in forma di elegante modello matematico, “la parola che squadri da ogni lato (….) la formula che mondi possa aprirci” ( Montale, Ossi di Seppia). Espulso dal campo o screditato il Padreterno, il nuovo Uomo Dio fortissimamente vuole dominare, avere tutto sotto controllo in fondo per un unico motivo, la prometeica volontà di sconfiggere la morte senza ricorrere a quell’idea che nonostante tutto ha nel cuore, l’infinito, la trascendenza, il radicalmente Altro, cioè quello stesso Dio che ha ucciso per presunzione.

Può ritornare un Dio?

Per prepararsi al ritorno di Dio, occorre credere nella sua possibilità, come aveva chiesto invano agli europei ed agli occidentali increduli l’ultimo Papa, Benedetto XVI, nel suo appello a vivere “come se Dio ci fosse” , ribaltando la proposta contraria dell’Illuminismo, comportarsi “etsi Deus non daretur” , come se Dio non ci fosse.  Un pensatore tedesco, Robert Spaemann, amico personale di Benedetto, ha intitolato un suo libro “La diceria immortale”, riferendosi alla sempre viva e controversa idea dell’esistenza di un principio superiore, creatore.  No, Dio non è ammesso neppure come ipotesi ultima, lo vieta il paradigma vincente della scienza dei Dawking e, più in basso, degli Odifreddi. Eppure, teorizzava Sherlock Holmes, figlio dell’ottimismo scientifico dell’Inghilterra vittoriana, scartato l’impossibile, anche l’improbabile può essere la verità.
Gli illuministi ed i loro seguaci massoni, ammettiamolo, hanno vinto la loro battaglia, l’uomo vive nell’assenza di Dio, e, peggio ancora, nella sua indifferenza. Si arriva a rimpiangere l’aperto ateismo marxista, che lotta contro Dio perché, a suo modo, ne riconosce la superiorità, vive Dio come un ostacolo, un problema, e combatte le religioni in quanto ostili al materialismo. Dio è un’ipotesi che non ho considerato, cittadino Primo Console, rispose a Napoleone lo scienziato Pierre Laplace, autore di una importante Meccanica Celeste, quando il condottiero còrso gli pose alcuni quesiti sui principi ultimi.  Negli stessi anni, il Laplace era Gran Maestro della Massoneria francese.
L’assenza di Dio, il disinteresse per lo spirito, l’ammirazione ed il credito attribuito solo al pensiero strumentale, tecnico-scientifico ed a tutto ciò che si può misurare e catalogare, la ferrea proibizione di porsi le domande di fondo degli uomini di tutti i tempi, quelle istanze sul senso, l’origine ed il destino finale delle nostre vite sono diventate lo sfondo di tutta la nostra civilizzazione, e rappresentano l’elemento base della nostra decadenza. Il sapere è tale se è misurabile, trasformabile in tecnologia e riducibile a tecnica: il resto, semplicemente non esiste, oppure è una specie di ozioso esercizio di nessun interesse reale.
Se volessimo indicare un brano da indicare come manifesto generale di tale impianto metaculturale, dovremmo scegliere il seguente, dal Tractatus logico philosophicus di Wittgenstein: “Il metodo corretto sarebbe nulla dire se non ciò che può dirsi: dunque proposizioni della scienza naturale, e poi ogni volta che altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che a certi segni delle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno “. Nel mondo anglosassone, che da settant’anni almeno detta la linea, Wittgenstein, ingegnere, logico e pensatore austriaco, è considerato il massimo filosofo del secolo XX. Grande è stata anche la sua influenza sul Circolo di Vienna, l’associazione di scienziati ed uomini di pensiero, trasferitisi in gran parte negli Usa negli anni Trenta per motivi razziali, che ha orientato e dominato il pensiero occidentale contemporaneo fondando il cosiddetto positivismo logico, o neo positivismo.
La concezione scientifica del mondo promossa dal Wienerkreis fu sintetizzata in un manifesto. I punti essenziali furono: l’antimetafisica, l’affermazione del carattere strettamente empirico di ogni conoscenza; il primato gnoseologico della scienza. Tutte idee che negli anni americani trovarono espressione nell’ambizioso progetto editoriale di un’enciclopedia internazionale della scienza unificata rimasto incompiuto, paragonabile per slancio universalista all’ illuminista Encyclopedie di Diderot e D’Alembert. Per alcuni versi, il successo del Circolo di Vienna è la vittoria postuma, con un secolo di ritardo, delle idee di Auguste Comte.
Il francese, inventore della parola sociologia, il nuovo sapere che egli anteponeva alla filosofia per il suo asserito carattere pratico, fu il massimo esponente di un particolare materialismo, il positivismo, che squalificava qualsiasi conoscenza che non fosse di carattere naturalistico o sensistico. Negli ultimi anni della sua vita, nella Francia imbevuta del razionalismo dei Lumi e del laicismo di Stato, giunse a proporre una nuova religione ateistica, la religione positiva, ad esaltazione delle conoscenze scientifiche.
Convinto della linearità della storia e conquistato all’ideologia del progresso materiale, divise la storia umana in tre stadi successivi: lo stadio teologico, infanzia dell’umanità, in cui predominavano feticci, esseri soprannaturali, gli elementi primordiali cui si attribuiva un’anima, sino al politeismo e, quindi al monoteismo. Poi sopravvenne lo stadio metafisico, in cui la conoscenza era ancora prigioniera di concetti astratti (la natura, come in Spinoza), la credenza in un Dio geometra (Cartesio) la stessa ragione, la materia (d’Holbach), l’idea dell’orologiaio o dell’architetto dell’Universo cara a Voltaire ed alla neonata massoneria. Infine l’uomo perviene allo stadio “positivo”, definito stato virile della nostra intelligenza, ragione finalizzata alla prassi, in cui regna l’impero dei sensi e l’idea di macchina. E’ chiaro il debito con gli elementi più estremi dell’Illuminismo delle generazioni precedenti, da Condillac all’uomo-macchina del medico La Mettrie, ed è altrettanto chiara l’ispirazione che poté trarne Marx.

La Cristianità arretra

Siamo reduci da due secoli e mezzo almeno di ottimismo scientifico, razionalismo, e di attacchi sempre più netti, sempre più totali allo spirito, alle religioni rivelate, a Dio stesso, passando per la fase del deismo settecentesco, ossia dell’idea di un architetto universale che, forse, ha creato il mondo per poi abbandonarlo a se stesso. L’obiettivo privilegiato fu sempre la Chiesa cattolica, “l’infame” da schiacciare, secondo Voltaire, l’unica entità, insieme con i suoi fedeli, alla quale non applicare i nuovi principi della tolleranza diffusi da John Locke in Inghilterra. Missione compiuta, ci sarebbe da dire, verificando lo stato deplorevole in cui versa non solo la fede, ma innanzitutto la dottrina, la teologia e la struttura del cattolicesimo.
Quanto al protestantesimo, è stato un ottimo compagno di strada delle nuove idee per alcuni secoli, poi, ridotto ad un involucro vuoto e privo di presa popolare, è stato abbandonato al suo destino. Paradossalmente, Martin Lutero è oggi rivalutato dal dissanguato cattolicesimo vaticano contro cui il monaco tedesco insorse e protestò, sino all’incredibile annunciata presenza del vescovo di quella Roma peccaminosa e diabolica, mercante di indulgenze, alle celebrazioni per i cinquecento anni dalle 95 Tesi appese nel 1517 sul portone della cattedrale di Wittenberg, requisitoria spietata e violentissima contro la cattolicità.  Neanche gli eretici sono più tali…  
Nietzsche, di estrazione luterana, scrisse di poter credere solo ad un Dio che danza, i teologi odierni si lambiccano il cervello tra paroloni comprensibili solo nella strettissima cerchia degli iniziati (altro paradosso di una cristianità che tutto fu fuorché astratta speculazione intellettualistica) o scorciatoie come quelle del di Karl Rahner sul cristianesimo inconsapevole. Per essere salvato da un Dio, tuttavia, il nostro universo culturale deve smascherare fino in fondo imposture, ascendenze e derivazioni del male presente, per scegliere con decisione una strada nuova, che dovrà essere indicata dalla cultura, e poi percorsa dalla comunità e da una politica che smetta di essere amministrazione o registrazione giuridica dei fatti economici e civili. Una pista è quella indicata da Eric Voegelin, un modello culturale potrebbe essere l’ultimo gigante cristiano del pensiero, Soren Kierkegaard. 


Roberto Pecchioli


In redazione il 29 Agosto 2016


SOLO (UN) DIO CI PUO’ SALVARE

di Roberto Pecchioli

Allegato pdf parte prima e seconda