ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 7 settembre 2016

"Ad extra" non nimis "Ad intra" °

Ecumenici fuori casa. Ma dentro sono botte


Grandi sorrisi con Costantinopoli e Mosca. Mano pesante invece con le oasi bizantine in Occidente. I casi emblematici delle diocesi italo-albanesi e del monastero di Grottaferrata

ROMA, 6 settembre 2016 – "Ad extra" l'ecumenismo è sempre più sulla cresta dell'onda, forte dei gesti di riguardo del papa per le Chiese orientali, da Costantinopoli a Mosca.

Ma dentro casa l'ecumenismo latita. Un colpo dopo l'altro, la congregazione vaticana per le Chiese orientali non fa che dissipare quel che resta di importanti diocesi e istituzioni di rito cattolico bizantino, invece che rafforzare la loro identità.

Governa la congregazione il cardinale argentino Leonardo Sandri, cresciuto in segreteria di Stato e coadiuvato dal gesuita Cyril Vasil, segretario, e dal domenicano Lorenzo Lorusso, sottosegretario, entrambi canonisti e appartenenti a due ordini religiosi che di orientale non hanno nulla.

E gli effetti si vedono.

Questo sito ha già dato ampiamente notizia dello schiaffo inflitto da Roma alla Chiesa ortodossa greca lo scorso inverno, con la nomina ad esarca apostolico di Atene di Manuel Nin, catalano, monaco benedettino, dunque un latino in abiti bizantini, già rettore del Pontificio Collegio Greco di Roma, cioè di quella che agli occhi dei greci è pur sempre l’esecrata istituzione fondata nel 1577 per preparare i missionari cattolici da inviare nell'Ellade a convertire gli ortodossi:

> Notizie dal fronte orientale. A Creta il concilio panortodosso, mentre ad Atene…

E tre mesi prima c'era stata la nomina a presidente della commissione speciale per la liturgia presso la congregazione per le Chiese orientali di un liturgista che sui riti d'Oriente non ha mai avuto alcuna competenza: Piero Marini, già grande cerimoniere di Giovanni Paolo II e discepolo di quell'Annibale Bugnini che tutti ritengono – a favore o contro – il vero artefice delle riforme liturgiche postconciliari della Chiesa latina:

> Piero Marini, prefetto mancato, si veste all'orientale

Se davvero il compito della commissione è di preservare i riti orientali da indebite "latinizzazioni", riesce infatti difficile immaginare un Marini impegnato a convincere maroniti, siri, caldei e malabaresi ad abbandonare la celebrazione della messa “versus populum”, da loro abusivamente copiata dal "novus ordo" del rito romano, e a tornare alla loro originaria celebrazione verso Oriente.

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Ma ora su questo fronte e nella stessa direzione c'è in arrivo molto di più.

Nei mesi scorsi il nunzio apostolico in Italia Adriano Bernardini ha trasmesso ai vescovi interessati una lettera della congregazione per le Chiese orientali mirata a sondare la fattibilità dell'erezione di una Chiesa metropolitana "sui iuris" che raccolga tutti i fedeli di rito bizantino residenti in Italia: ucraini, rumeni, italo-albanesi, ecc.

Il piano prevede l’estensione della giurisdizione della diocesi di Piana degli Albanesi ai fedeli bizantini di tutta la Sicilia; della diocesi di Lungro degli Albanesi ai fedeli bizantini di tutta l’Italia meridionale peninsulare; e del monastero di Grottaferrata (vedi foto) ai fedeli bizantini dell’Italia centrosettentrionale.

Si darebbe vita così a una sorta di “Chiesa cattolica dei bizantini in Italia” unificata, che metterebbe assieme fedeli di Chiese con tradizioni proprie, con calendari differenti, chi gregoriano e chi giuliano, e persino con riti diversi, essendovi nell'eparchia di Piana degli Albanesi anche preti e parrocchie di rito latino.

Questa unificazione non la vuole nessuno. Gli ucraini aspirano a una giurisdizione propria, come in Germania, in Inghilterra e in Francia, e gli italo-albanesi non ne vogliono sapere di vedere annullata la loro identità. Discendono dall’emigrazione arrivata in Italia dall'Albania nel XV secolo e nella maggior parte dei luoghi in cui abitano la lingua della loro vita quotidiana e della liturgia è l’albanese, tutelata dalla legge nazionale sulle minoranze linguistiche. Ma sono in minor numero degli ucraini di recente immigrazione in Italia e temono che i loro futuri vescovi, nominati dal papa in forza dei canoni 155 e 168 del codice delle Chiese orientali, saranno appunto ucraini e non più italo-albanesi.

Curiosamente, però, proprio il vescovo che papa Francesco ha insediato nel 2015 nella diocesi di Piana degli Albanesi, Giorgio Gallaro, è un attivo fautore della metamorfosi.

Siciliano, canonista, già di rito latino prima di emigrare temporaneamente in America, Gallaro non parla l'albanese, non ama il greco e cerca di imporre l'uso dell'italiano. Incurante delle prescrizioni liturgiche, va a celebrare anche nelle chiese latine dell’eparchia, indossando paramenti latini. Ha decurtato le solenni liturgie bizantine della settimana santa, per lui forse troppo prolisse, ma alle quali la popolazione è molto attaccata. Sta man mano allontanando dalla cittadina capoluogo dell'eparchia i preti di rito greco, alcuni sposati e con prole, rimpiazzandoli con preti latini. Anche alla Martorana di Palermo, su cui ha giurisdizione, ha interrotto la storica sequenza dei "papàs" italo-albanesi.

Contro di lui va crescendo una comprensibile protesta. Il consiglio presbiterale dell'eparchia e il collegio dei consultori si sono dimessi quasi in blocco.

E un convegno laico e popolare è in programma a Piana degli Albanesi nella seconda metà di settembre, in difesa delle lingue greca ed albanese nella liturgia e nelle istituzioni pubbliche, a cominciare dalla scuola.

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Quanto all'abbazia di Grottaferrata, il suo futuro è ancora più problematico.

Dopo le dimissioni accolte il 4 novembre 2013 dell’ultimo archimandrita, il monaco basiliano Emiliano Fabbricatore, papa Francesco ha diviso le cariche, nominando egumeno, cioè superiore del monastero, il benedettino belga Michel Van Parys, già abate di Chevetogne, e affidando la giurisdizione diocesana a Marcello Semeraro, vescovo di Albano, stretto collaboratore del papa in quanto segretario del consiglio dei nove cardinali per la riforma della curia romana e il governo della Chiesa universale. 

In quell’occasione il quotidiano cattolico francese "La Croix" rivelò che a imporre le dimissioni dell'archimandrita era stata la Santa Sede, a motivo delle lamentele per il "frequente viavai notturno" nell'abbazia. Roma avrebbe inoltre accertato l'invalidità delle ordinazioni sacerdotali di alcuni monaci:

> Démission de l'abbé exarchal de Grottaferrata

Poi all'improvviso, il 30 maggio 2016, un comunicato congiunto a firma di Semeraro e Van Parys ha annunciato la nomina del vescovo di Albano a delegato pontificio dell'ordine basiliano d'Italia e ad amministratore apostolico del monastero, e la cessazione delle funzioni di Van Parys:

> Comunicato

In sostanza si è trattato di un commissariamento in piena regola di una comunità monastica ridotta a pochi elementi anziani e di questo passo destinata progressivamente a cambiare natura, "in forme attualmente allo studio della Santa Sede".

Ma chi il vescovo di Albano ha poi nominato come suo referente riguardo alla vita del monastero? L’archimandrita emerito Emiliano Fabbricatore, cioè proprio colui sotto cui ci furono le dubbie ordinazioni al sacerdozio e il "frequente viavai notturno" denunciato da "La Croix".

Grottaferrata non è un monastero qualsiasi. È stato fondato nel 1004, mezzo secolo prima dello scisma del 1054 tra Oriente e Occidente, da san Nilo da Rossano, sul terreno di un’antica villa romana concesso ai monaci dal feudatario del luogo, Gregorio I dei Conti di Tuscolo.

Situato a una ventina di chilometri da Roma, sulle pendici dei Colli Albani, è l'ultimo dei numerosi monasteri bizantini che esistevano in Italia fino alla metà del secolo XI. Ha resistito ai frequenti tentativi di latinizzazione e continua a essere un simbolo ecumenico di indubbio valore.

Ma con l'avvento della “Chiesa cattolica dei bizantini in Italia” unificata, questa sua identità verrebbe definitivamente compromessa.

Resta un mistero come una realtà orientale così significativa, nel cuore della Chiesa romana, sia stata lasciata decadere a tal punto, senza che nulla fosse fatto per salvarla.
di Sandro Magister

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351368

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Un regalo da Oriente. Che cosa mi sta insegnando un monaco ortodosso

    Per una circostanza che ritengo altamente provvidenziale in questi giorni mi è stato messo a disposizione l’insegnamento di un monaco ortodosso che mi sta fornendo una serie di osservazioni sulla vita di preghiera e di fede. È un’esperienza bellissima, sorprendente e stimolante, sotto diversi aspetti.
Ammetto di aver sempre avuto un debole per la spiritualità orientale, per molteplici motivi. Forse perché sono ambrosiano e dunque figlio di quell’Ambrogio che è santo anche per le Chiese d’Oriente e ha permesso di conservare nel rito che porta il suo nome influssi provenienti dall’universo bizantino. Forse perché gli orientali non hanno perso per strada, o l’hanno persa meno di noi cattolici, quella dimensione contemplativa che mi sembra così importante e che noi cristiani occidentali rischiamo spesso di considerare invece un po’ secondaria rispetto a quella operativa. Forse perché i riti orientali sono impregnati di una sacralità e di un senso del mistero (e di conseguenza di una bellezza) che fra i cattolici sono andati stemperandosi.
Sia come sia, sto vivendo questa opportunità di confrontarmi con un religioso ortodosso come un autentico dono del Cielo. Ed ecco che cosa mi ha colpito di più, finora.
Prima di tutto il fatto che, per loro, la divina liturgia (la nostra santa messa) è davvero azione sacra, per cui non va presa alla leggera, come semplice rappresentazione. Lì, in quel momento, non si mette in scena qualcosa, non va in onda qualcosa, non si fa una rievocazione, ma si celebra un mistero, la cui sacralità è massima. Ecco perché non è opportuno che alla divina liturgia prenda parte chi ha un altro credo.  Non è un’esclusione: è rispetto del mistero sacro in atto.  Certo, nessun uomo è in grado di vedere nel cuore di un altro uomo, per cui non ci sono, né potrebbero esserci, divieti. Il punto riguarda la considerazione che si ha per la liturgia.
È evidente che qui siamo dinnanzi a un’idea di sacro che da noi si è largamente persa o quanto meno appannata. Da noi la messa più che mistero sacro è diventata assemblea e incontro, e la chiesa, più che luogo reso sacro dalla presenza reale di Cristo e dal mistero eucaristico che lì si rinnova realmente, è diventata appunto il luogo dell’assemblea e dell’incontro. Ecco perché sentirmi dire che la divina liturgia merita il rispetto che si attribuisce alle cose più sacre mi ha lasciato dapprima stupito ma in un secondo tempo ammirato. Rispetto vuol dire anche cura dei dettagli. Vuol dire preservare quello spazio e quel tempo dalle brutture tipiche del mondo: la superficialità, il lasciar correre, il protagonismo, la maleducazione.
Sento già l’obiezione: ma questo è formalismo e, alla fine, fondamentalismo. Non lo so. A me sembra coerenza. Mi sembra giusta considerazione per il sacro e il mistero. Ma da noi è così difficile parlare di sacro e di mistero. Da noi, per esempio, nella liturgia tutto deve essere mostrato, spiegato, illustrato, compreso, digerito. Ma che cos’è l’azione liturgica senza mistero? A che cosa si riduce il sacro se tutto lo sforzo è didascalico? Il sacro non è in larga parte indicibile?
Sento già l’altra obiezione: ma questi sono discorsi preconciliari! Non lo so. A me sembra che da questo fratello d’Oriente mi stia arrivando una lezione salutare, sulla quale sto meditando seriamente.
In secondo luogo mi ha colpito il costante riferimento al giudizio del Signore. In una spiritualità come la nostra, ormai dominata dall’idea di misericordia come vaga consolazione, sentir parlare di nuovo del giudizio divino, e dunque del timor di Dio, è qualcosa che fa pensare. Da noi certe espressioni sono andate quasi perdute, perché la nostra spiritualità è impregnata di sentimentalismo: la fede come una terapia a scopo riabilitativo, il rito come un’esperienza emotiva, la preghiera, quando c’è, come esercizio utile al benessere psicofisico. Per cui l’idea di giudizio, così scomoda perché può anche inquietare e, sì, spaventare, è meglio emarginarla, offuscarla, lasciarla un po’ sullo sfondo, come il residuo di un passato dal quale ci si è finalmente liberati. E invece questo monaco ortodosso l’ha costantemente al centro della sua vita spirituale: tutto si fa in un certo modo, tutto si vive in un certo modo, tutto si pensa e si dice in un  certo modo perché si è giudicati già ora e perché saremo giudicati in via insindacabile e definitiva nell’aldilà. È spaventoso? Non lo so. A me sembra che sia grandioso. Che renda l’uomo grande e importante.
In terzo luogo mi ha colpito la richiesta di non restare sempre fanciulli nella fede. E anche qui il contrasto con la nostra spiritualità è forte. Da noi man mano che si è persa la dimensione del giudizio si è parallelamente incrementata quella della giustificazione, intesa come scusante, come discolpa, come difesa. Per ogni comportamento non in linea con la dottrina, morale o di altro tipo, ecco la scappatoia, ecco il tentativo di comprendere e, appunto, giustificare. Proprio come si fa (ma non si dovrebbe esagerare nemmeno con loro) quando si tratta con i bambini piccoli. Anzi, la dottrina stessa è piegata a questo fine: è bene che sia più flessibile, così da non impensierire nessuno, così da non turbare i nostri equilibri tanto fragili. Ma nella vita di fede non si può restare sempre piccoli nel senso di non sviluppati, di inconsapevoli, di incoscienti. Occorre crescere, proprio come nella vita fisica e affettiva. E per crescere ci vuole l’impegno, ci vuole lo studio, ci vuole l’applicazione, ci vuole la volontà. Altrimenti si resta fermi al sentimentalismo, altrimenti ci si costruisce una fede vaga, a propria misura.
E qui vengo all’ultimo punto: Dio come fine e misura, Gesù come via per la salvezza. Il monaco dice: concentra tutta la tua attenzione sul sacro nome di Cristo, perché è Lui la strada che porta a Dio e alla salvezza. Quindi ripeti spesso: Signore, abbi pietà di me, peccatore. Anche qui la misericordia divina è ben presente, ma non come gentile concessione che raggiunge, a pioggia, un po’ tutti, come elargizione vaga, benevola e comprensiva, bensì come dono, per la precisione dono di salvezza (il più grande, il più decisivo), per chi invoca pietà in quanto si riconosce peccatore! Il monaco suggerisce di esclamarlo a voce alta: Signore, Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore. Ripeterlo non farà mai male.
In poche parole, mi sto confrontando con una spiritualità al cui centro c’è Dio, non l’uomo. E c’è l’anima, non lo stato psicofisico. Giusto? Sbagliato? Ognuno può fare le proprie valutazioni.
Per quanto mi riguarda, è come riscoprire un tesoro rimasto a lungo velato, in un angolo. Sapevo della sua esistenza, sapevo che da qualche parte qualcuno l’aveva conservato. Ed ecco che ora, attraverso una via d’Oriente, inaspettatamente e immeritatamente, con semplicità e umiltà, ricevo una parola che mi aiuta a svelarlo. Un miracolo. Nel senso etimologico del termine: qualcosa di cui  meravigliarsi. E quindi qualcosa per cui ringraziare.
Aldo Maria Valli

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