ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 20 settembre 2016

Ciascuno sentiva parlare la propria lingua

LA LINGUA DI MARCO D'AVIANO

 In che lingua predicava padre Marco d’Aviano, visto che lo capivano genti diverse? Forse il segreto del famoso frate cappuccino era, semplicemente, il segreto stesso del Vangelo: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete 
di Francesco Lamendola  


Del frate cappuccino Marco d’Aviano (1631-1699), famoso predicatore oltre che religioso in fama di grande santità, del quale ci siano già altre volte occupati, si raccontavano, lui ancor vivo, cose straordinarie: non solo di guarigioni miracolose ed altri prodigi, ma anche che egli, che pure non conosceva se non l’italiano e il latino, riuscisse a farsi capire dalle folle di tutta Europa, che accorrevano commosse ad ascoltare le sue prediche, e specialmente in Germania e nei Paesi Bassi spagnoli, durante i suoi viaggi missionari, i quali avevano lo scopo di  rinsaldare gli uomini nella fede e di metterli in guardia contro il pericolo ottomano, che batteva alle porte di Vienna (fu lui, infatti, il principale artefice diplomatico della Lega Santa, che inflisse all’esercito turco la decisiva sconfitta del Kahlenberg del settembre 1683).
Qual era il segreto di padre Marco?
I suoi contemporanei rilevavano la stranezza, per non dire l’eccezionalità, del fatto, la sua natura inspiegabile; mentre gli storici moderni sono piuttosto inclini a spiegarlo con il fatto che il cappuccino predicava in un misto di italiano, latino e tedesco (un poverissimo tedesco, visto che egli non conosceva quasi per nulla quella lingua), che, in qualche modo, era comprensibile agli uditori. Già: in qualche modo. Facile dirlo: ma la realtà concreta, è un’altra cosa. Oltretutto, stiamo parlando di folle strabocchevoli, di centinaia e perfino di migliaia di persone, che gremivano le chiese e perfino le piazze, non bastando le chiese a contenerle tutte. Padre Marco aveva, a volte, un interprete: benissimo; ma ciò è sufficiente a spiegare tutto? Come facevano, quelle migliaia di persone, a udire la sua voce, oltre alla difficoltà della traduzione e della comprensione? Si può presumere che solo i più vicini potessero udirla: chi ha un minimo di pratica con le conferenze, sa che, nel caso di un guasto all’impianto acustico, un oratore dei nostri giorni non riuscirebbe a farsi sentire da un uditorio di cento persone; figuriamoci una folla di due, tremila, all’aperto, quando gli amplificatori e i microfoni erano oggetti ancora inimmaginabili. E poi, nei Paesi Bassi spagnoli, si parlava francese e, in parte, fiammingo; e anche lì le folle che vennero a udire il cappuccino furono enormi, strabocchevoli. Anche loro potevano usufruire dell’opera degli interpreti simultanei? E come poteva, la voce di quell’uomo esile, dalla salute cagionevole, rimbombare tutto all’intorno, e toccare gli orecchi e il cuore degli ascoltatori più lontani?
Ha scritto lo storico austriaco Erich Feigl (1931-2007) nel suo libro Mezzaluna e Croce. Marco d’Aviano e la salvezza d’Europa (titolo originale: Halbmond und Kreuz : Marco d'Aviano und die Rettung Europas,Wien, Amalthea Verlag, 1993; traduzione italiana di Neri de Carlo, Ponte della Priula, Treviso, Comitato Imprenditori Veneti, 2001, pp. 80-81):

L’impressione che P. Marco deve aver fatto sul popolo e sul suo vescovo Pietro Filippo [durante il viaggio missionario del 1680] può essere compresa ricordando che il buon prelato si rivolse al Guardiano del Convento dei Cappuccini di Bamberg con la preghiera di poter ottenere un saio già indossato da P. Marco, affinché diventasse un giorno la sua veste funebre.
Si deve essere grati al vescovo Pietro Filippo anche per un altro motivo. Egli mise a disposizione di P. Marco un interprete per tutta la durata del viaggio.  Costui non dovette aiutarlo soltanto come traduttore e precursore nelle mille situazioni e difficoltà della sua trasferta missionaria. Egli dovette anche, come d’altronde centinaia di migliaia di contemporanei che erano stati testimoni delle prediche di P. Marco, cercare di farsi un’idea del mistero di quest’uomo. In definitiva egli veniva capito parola per parola durante una comparsa “in una chiesa, in un luogo di riunione o su una libera piazza, dove a malapena tre o quattro persone erano in grado di comprenderlo. Tutti afferravano però il senso della predica, compresi coloro che non potevano udire nulla perché erano troppo distanti oppure perché erano sordi o perfino ciechi e sordi.
Questo riservato accompagnatore, che le testimonianze del tempo come molto simpatico, si chiamava Giovanni Federico Karg. Egli era canonico presso la corte vescovile di Bamberg e scrisse un libretto sulle sue esperienze e sulle prediche di P. Marco. Il lungo titolo dell’opera è il seguente: “Fede cristiana o taumaturgica in Dio, ovvero breve esposizione dell’insegnamento e delle opere del devoto P. Marco d’Aviano, dell’Ordine dei Cappuccini, eccetera, integrata  da una spiegazione teologica circa la natura, caratteristica e verità dei miracoli – dedotta dalla parola di Dio e dei Santissimi Padri, specialmente del santo dottore della Chiesa Agostino – e da una eroica, taumaturgica fede in Dio. Stampato a Monaco nel 1681”.
La particolarità del “libretto dei miracoli” del canonico Karg consiste nel fatto che i Cappuccini di Mestre ne hanno una versione italiana (doc. 55) nel loro archivio provinciale.  Non si tratta dunque di una traduzione, ma di uno scritto contestuale, per così dire, dello stesso signor canonico Karg, grazie al quale i posteri dispongono  dell’unica predica spontanea di P. Marco scritta  nella lingua originale. È così senz’altro possibile, anche se il lettore non  capisce una sola parola d’italiano, avere un’impressione o farsi un’idea della forza spirituale di quest’uomo.
“Non mi intendete, figliuoli”, esordisce P. Marco come se ognuno sapesse comunque di non capire nulla.
“Io non so parlare tedesco confido però nel Signore  ch’egli toccherà i vostri cuori interiormente,  Gl’ammaestrerà, Gl’infiammerà e spezzeragli!”.
In realtà così infiammava i cuori: manifestamente con una suggestione che potrebbe riguardare la parapsicologia. “Confidate, dunque, dilettissimi, in Dio: gridate al vostro benefico Padre: Io credo, io credo. Fortificate, Signore, la mia fede.  Datemi una sincera confidenza in Voi. Aumentate  la nostra fede, Signore!  Credete in Dio…”. Luoghi comuni?
“Dimendate, e vi sarà dato;cercate, e troverete, e vi sarà aperto”. Sono anche questi dei luoghi comuni?
Il canonico Karg prende nota espressamente in lingua tedesca delle frasi che P. Marco  rivolgeva alla folla, probabilmente con cadenza  e pronuncia assurde. Erano frasi come: “Credo fermamente in mio Dio”, alle quali il popolo rispondeva: “Credo, credo”. La folla recitava poi il Padre Nostro  e l’Ave Maria prima della benedizione  e successivamente si alzavano i paralitici, udivano i sordi, vedevano i ciechi…

E non basta. Oltre al prodigio delle lingue, alle molte guarigioni straordinarie (fra le altre, quella del duca Carlo V di Lorena, comandante dell’esercito imperiale di Leopoldo I), i contemporanei rimasero particolarmente colpiti da ciò che avvenne a Neuburg, nel corso dello stesso viaggio missionario cui si riferisce il testo sopra citato: migliaia di persone videro gli occhi di una immagine della Madonna, durante una delle prediche del cappuccino, volgersi in direzione di Padre Marco, il 9 ottobre del 1680.
Il libro degli Atti degli Apostoli (2, 1-13) narra come gli Apostoli, dopo aver ricevuto lo Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, ebbero il dono delle lingue e incominciarono a predicare a una folla di Ebrei provenienti da ogni parte del mondo, riuscendo a farsi comprendere da tutti:

Mentre il giorno di Pentecoste stava per finire, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi erano tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito Santo dava loro il potere d’esprimersi.
Si trovavamo allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé per lo stupore dicevano: “Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, del’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunciare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio.”. Tutti erano stupiti e perplessi, chiedendosi l’un l’altro. “Che significa questo?”. Altri invece li deridevano e dicevano: “Si sono ubriacati di mosto”.

Quest’ultimo particolare, cioè il fatto che molti, ma non tutti, udivano gli Apostoli parlare nella propria lingua, mentre alcuni, increduli, li deridevano e li denigravano, oltre a richiamare una analoga circostanza riferita dai contemporanei circa i viaggi missionari e le prediche di padre Marco d’Aviano (nel suo caso, si trattava di alcuni gruppi di luterani arrabbiati), che potrebbe sembrare un elemento di forte criticità per la spiegazione soprannaturale della capacità di farsi capire nelle diverse lingue di provenienza dell’uditorio, è invece, a ben guardare, tutto sommato, un elemento a favore. Infatti, se mancasse la testimonianza relativa a questi pochi increduli, il racconto delle prediche miracolose di padre Marco, come anche quello degli Atti degli Apostoli, potrebbe sembrare un’opera di pura e semplice propaganda, priva di ogni credibilità storica e totalmente sottomessa a criteri agiografici; mentre proprio quelle eccezioni alla regola, fedelmente e onestamente riferite, smentiscono una simile interpretazione. Quale opera di propaganda riferirebbe anche delle circostanze che sembrano smentire ciò che essa si ripromette di sostenere? Da un punto di vista epistemologico, si tratta del famoso principio di falsificazione, cui Karl Popper conferiva tanta importanza allorché, ad esempio, sottoponeva a una dura critica la psicanalisi freudiana: dire che una cosa non è “falsificabile” equivale a dire che, di essa, non si può affermare né la verità, né la falsità, per cui diviene impossibile formulare su di essa un giudizio di merito. Sugli episodi relativi alle prediche di padre Marco, invece, si può dire che, mentre alcuni non credevano al loro carattere soprannaturale, o non lo riscontravano, altri, e cioè una schiacciante maggioranza, erano di opposto avviso, e lo testimoniavano con estremo entusiasmo.
Abbiamo visto che un vescovo tedesco volle addirittura “prenotarsi” un saio del frate cappuccino, uno qualsiasi, per poterlo indossare quale abito funebre, quando fosse venuto il suo tempo: si potrebbe avere una più clamorosa conferma del prestigioso e della autorevolezza di cui padre Marco godeva, nonché della fama dei suoi poteri taumaturgici? Oltre, naturalmente, alla intima e delicata amicizia instauratosi, fin dal primo incontro, con l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo, che ebbe sempre per lui una riverenza filiale, una fiducia illimitata e una stima senza riserve, al punto di farne il suo principale confidente per tutte le questioni che lo riguardavano, sia di ordine privato e familiare, sia di ordine politico, sociale e perfino militare. Stima, confidenza e amicizia che contrastano vivamente – anche in questo caso - con la freddezza e la malcelata ostilità di Luigi XIV, il Re Sole, che non ebbe mai occasione d’incontrare il cappuccino friulano, ma che fece del suo meglio per ostacolarne l’opera di predicatore, al punto da ordinare o consentire il suo arresto, come un malfattore, mentre egli percorreva le strade di Francia, diretto a Parigi, e non per sua privata iniziativa, ma su richiesta esplicita e quanto mai calorosa Maria Anna di Baviera, principessa ereditaria di Francia. Certo, il Re Sole aveva le sue ragioni politiche: era in segreta alleanza con il sultano turco Mehmed IV e a tutto era interessato, fuorché ad aderire all’alleanza dei principi cristiani per salvare Vienna dal suo probabile destino.
Forse, per spiegare il fatto che padre Marco d’Aviano riuscisse a farsi udire dalle folle numerosissime che accorrevano ad ascoltarlo, le spiegazioni puramente naturalistiche sono insufficienti. Forse il suo segreto era, semplicemente, il segreto stesso del Vangelo: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete. Egli aveva una fede immensa, semplice, profonda: una fede capace di smuovere le montagne. Le folle che lo ascoltavano percepivano in primo luogo quella fede: vedevano un uomo di Dio interamente fiducioso nel suo Signore, assolutamente certo che Egli avrebbe esaudito ciò che domandava non per sé, ma per tutte quelle anime desiderose di ricevere il conforto della divina parola. Ecco perché non gli servivano interpreti, né amplificatori elettronici…


In che lingua predicava padre Marco d’Aviano, visto che lo capivano genti diverse?

di Francesco Lamendola

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