ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 10 settembre 2016

Dio ci sta passando al vaglio.

 
Passati al vaglio


Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me (Gv 14, 6).

Aiutare un indù ad essere un indù migliore significa aiutarlo ad assoggettarsi di più ai demòni che adora e all’iniquo sistema sociale creato dalla sua religione, che ha provocato e mantiene condizioni di miseria spaventosa, che non basta alleviare senza risalire alle sue cause. Aiutare un musulmano ad essere un musulmano migliore significa aiutarlo a sottomettersi ancor più ad una divinità lontana e inaccessibile, la cui “misericordia” arbitraria assomiglia piuttosto al capriccio di un tiranno e tiene i suoi fedeli prigionieri di un fatalismo irrazionale e proni ad autorità oppressive che non lasciano nemmeno pensare in modo autonomo. Aiutare un buddista ad essere un buddista migliore significa incoraggiarlo a pratiche alienanti che aprono la porta dell’anima a forze oscure che erroneamente ritiene benefiche. Aiutare un cattolico ad essere un cattolico migliore significa aiutarlo a conformare il proprio cuore e la propria vita a Cristo mediante la preghiera, la lotta contro il peccato e la pratica delle virtù, informate e coronate dalla carità.

Come si vede chiaramente, non è certo la stessa cosa; tra le religioni false (perché elaborate dagli uomini) e l’unica vera (perché rivelata da Dio) la differenza è abissale, tanto che i rispettivi esiti sono diametralmente opposti. Se un cristiano è violento, non lo è certo perché il Vangelo gli insegni questo, con buona pace di chi sostiene che in ciò non si distingue da un musulmano: egli commette un peccato che, se grave, lo esclude dalla vita di grazia. Se un adepto di altre religioni, invece, è violento, iracondo, perverso, sleale, ingiusto o impudico, lo è anche perché il suo culto idolatrico a questo lo autorizza e incoraggia. Cambierà pur qualcosa, nella vita delle persone, tra l’adorare il vero Dio e il render culto agli spiriti immondi… e non vengano a ripeterci ancora la storia dei semi del Verbo, che possono essere eventualmente rintracciati in quegli elementi culturali che sono frutto della retta ragione, non in dottrine religiose ad essa contrarie e zeppe di errori.

Se san Giustino, a metà del II secolo, ricorse ai miti pagani per difendere e spiegare la fede cristiana, lo fece per adattarsi all’uditorio andando incontro alla sua mentalità, mostrandone al tempo stesso l’inadeguatezza e fornendo argomenti alla superiorità del nuovo culto. A differenza dei protestanti, del resto, noi crediamo che il peccato originale non ha tolto all’uomo il lume della ragione, pur offuscandone l’intelletto; per questo la teologia cattolica ha assunto e valorizzato quanto di vero era presente nella filosofia dell’antichità, senza la quale non avremmo né la patristica né la scolastica. La cultura greco-romana, in ogni caso, è stata preparata dalla Provvidenza a servire alla riflessione cristiana sulla verità rivelata; le culture asiatiche ne sono invece generalmente lontanissime, salvo per quegli elementi di saggezza naturale che sono eventualmente frutto, appunto, di un retto uso del raziocinio (che nella condizione decaduta dell’uomo non è certo la regola).

Questo sano realismo ha permesso alla Chiesa, nei secoli passati, di liberare interi popoli dalla cappa tenebrosa dell’errore e dall’opprimente schiavitù di sistemi socio-religiosi disumani, finché nelle facoltà teologiche, sotto la spinta di dichiarazioni conciliari prive di qualsiasi valore dottrinale, non si è cominciato ad esaltare i “valori” dei culti non cristiani, svalutando l’opera evangelizzatrice come indebita aggressione delle altre culture e propagazione coloniale di una visione occidentale, quasi la verità cattolica fosse appannaggio di una parte del mondo e non avesse invece prodotto, ovunque si fosse diffusa, mirabili sintesi di fede e cultura. È comunque risaputo che quei testi esiziali uscirono da teste non certo ortodosse e, in alcuni casi, nemmeno cristiane.

Le virtù dei pagani – si diceva nell’età patristica – sono splendidi vizi, cioè vizi che risplendono con l’apparenza delle virtù. La compassione buddista, a torto ritenuta così vicina alla carità cristiana, in realtà non ha nulla a che vedere con essa. L’uomo decaduto non può realizzare realmente il bene se non nel nome di Cristo e sotto l’azione della grazia, cioè solo in seguito alla giustificazione. Un non cristiano può certo compiere azioni materialmente buone, ma non azioni meritevoli in vista della sua salvezza. Perché un atto umano abbia valore davanti a Dio è necessario che esso sia mosso dalla carità soprannaturale, che in via ordinaria è presente soltanto nell’anima del battezzato in stato di grazia e di cui, eccezionalmente, un rivolo può scorrere in chi, pur avendo una coscienza retta, crede in una falsa dottrina filosofica o religiosa per errore invincibile (e quindi senza sua colpa). Nella compassione di un buddista, quindi, c’è normalmente solo uno sforzo umano di autoperfezionamento nel quale, alle condizioni sopraddette, può rintracciarsi in via eccezionale un germe di carità, che per svilupparsi pienamente ha però bisogno della conversione alla vera fede.

Può viceversa capitare che un cattolico, ponendo ostacolo alla grazia, smetta inconsapevolmente di esercitare la carità teologale e finisca con l’imitare la compassione del buddista. Il risultato visibile sembrerà ai più immutato, ma il movente interiore – e quindi la qualità morale delle azioni – sarà inevitabilmente tutt’altro, come si può arguire (senza per questo pretendere di giudicare la coscienza) dall’esterno, cioè da evidenti omissioni o da scelte errate. Il così funesto ostacolo alla grazia può essere posto dallo stato di peccato mortale o da erronee convinzioni in materia di fede. Escluso il primo caso, bisogna indagare il secondo. Proprio su questo punto, purtroppo, tanti cattolici odierni, anche additati come santi, risultano coinvolti; senza una retta fede, però, non è possibile esercitare la carità e nutrire una fondata speranza, salva l’eccezione sopra enunciata per i non-cristiani. Ma l’errore invincibile è ammissibile in un cattolico, specie se professo?

I trattati di teologia spirituale, sulla base dell’esperienza di tanti mistici, concordano nel ritenere la notte dello spirito una fase transitoria, che ha di solito termine in un arco di tempo ragionevole e sfocia nell’unione trasformante. Una prova del genere che duri cinquant’anni è un fatto rarissimo, che può eventualmente esser disposto da Dio come continuato martirio bianco di un’anima chiamata allo stato di vittima. Con tutta la cautela e il rispetto necessario, possiamo tuttavia domandarci: che succede se, dietro l’apparenza di una notte spirituale, si celano tenebre provocate da un cedimento all’incredulità? Condizioni di vita impossibili, cui si sommano una terribile prova interiore e lo spettacolo quotidiano di una miseria rivoltante, potrebbero condurre un’anima estremamente sensibile alla resa, specie se la coscienza è attanagliata da un senso di impotenza riguardo al dovere di portare gli uomini a Cristo. Un cattivo suggerimento accolto perché scambiato per ispirazione dello Spirito Santo… ed è fatta: il nemico ha vinto senza darlo a vedere.

Ma perché il Signore permetterebbe tale tragica illusione in qualcuno che lo ami sinceramente e lo serva in modo eroico? Egli può dunque lasciare che questa persona, a un dato momento, sostituisca inavvertitamente il Dio vivente con un’idea della sua mente? E può lasciare che milioni di fedeli la considerino santa e la prendano a modello? Ci sono fatti che avvengono nell’intimo della coscienza individuale e che Dio solo conosce; ma se un cattolico, in quel santuario inaccessibile, acconsente a un’ipotesi che sa contraria alla dottrina definita della Chiesa, le conseguenze saranno evidenti e inevitabilmente disastrose. Torniamo tuttavia a domandarci: perché il Signore lo permette? Forse il motivo è analogo a quello per cui ha lasciato che un Papa baciasse il Corano o presiedesse liturgie sincretistiche, pur essendo per altri versi un gigante. D’altra parte, questo è ciò che vogliono il mondo e la gente. È un dolore immenso, ma necessario: Dio ci sta passando al vaglio.