ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 6 settembre 2016

L'undicesimo comandamento

DEL GIUDIZIO E DEL GIUDICARE

I progressisti e i buonisti di professione specialmente se cattolici hanno istituto silenziosamente e discretamente com’è loro costume l’undicesimo comandamento: Non giudicare. Gesù, invece, giudicava: giudicava eccome 
di Francesco Lamendola  



I progressisti e i buonisti di professione, specialmente se cattolici, hanno istituto, silenziosamente e discretamente, com’è loro costume, l’undicesimo comandamento: Non giudicare. E, come sempre, l’hanno scimmiottato da una lettura buonista del Vangelo: Nessuno ti ha giudicato, donna?, chiede Gesù all’adultera che stava per essere lapidata. Nessuno, signore, risponde lei. E lui: Nemmeno io ti giudico. Va’, e d’ora in poi non peccare più. La lettura buonista consiste nell’isolare e assolutizzare la prima parte dell’ultima frase del Maestro:Nemmeno io ti giudico; vai (pure); e nel togliere tranquillamente la seconda parte, che conferisce un senso non solo al discorso nella sua interezza, ma a tutto ciò che Egli ha sempre insegnato durante la Sua missione fra gli uomini, dal primo all’ultimo giorno: … e d’ora in avanti, non peccare più.
Se si toglie questa parte, cade tutto il resto; cade la morale; cade il Vangelo. Ecco, di ciò accusiamo i teologi modernisti e i preti buonisti: di voler scientemente, deliberatamente, cambiare il significato del Vangelo; e di avere l’arroganza di farlo sotto gli occhi di tutti, scopertamente, come se i cattolici fossero tanti scemi che non vedono e non capiscono nulla, e come se qualunque persona di media intelligenza, purché intellettualmente onesta, credente o non credente, non fosse in grado di rendersi perfettamente conto dell’inganno, della mistificazione, della apostasia impliciti in questo disegno, e trarne le dovute conclusioni.

Il cristianesimo, peraltro, non è solo un sistema di morale; è molto di più: è una religione, o meglio, è la sola religione che proclami con tanta franchezza il rapporto filiale tra Dio e gli uomini, spinto fino ai vertici di mistero abissale dell’Incarnazione, della Passione e della Resurrezione. Sta di fatto che anch’esso, come tutte le religioni, si regge su un proprio sistema di etica; sistema che, nel suo nocciolo essenziale, si può ridurre a un solo comandamento: Ama Dio sopra ogni cosa, e il prossimo come te stesso. Il comandamento essenziale, dunque, è l’amore; ne deriva che il rifiuto dell’amore, il pervertimento dell’amore, il rivolgere tutto l’amore verso le cose invece che verso l’Autore delle cose, ossia l’amare disordinatamente, rappresentano il rifiuto e la negazione di quel comandamento, cioè rappresentano il peccato.
I teologi modernisti e i preti (nonché i vescovi e i cardinali) buonisti, tuttavia, da qualche tempo in qua - diciamo pure dal Concilio Vaticano II - non amano più parlare del peccato; se proprio ci sono costretti, preferiscono parlare di “errori”, di “infedeltà” all’amore di Dio: ma l’errore, di per sé, è una cosa puramente umana e non tocca la sfera della vita soprannaturale, come invece lo fa il peccato; mentre l’infedeltà all’amore di Dio è una espressione vaga, generica, che scioglie la gravità del peccato in una soluzione più che gradevole al palato, essendo ad alta concentrazione zuccherina. Ecco: il cristianesimo ch’essi vorrebbero instaurare, è un cristianesimo zuccheroso e melenso, un cristianesimo alla Zeffirelli, fatto di tinte sfumate, di toni sommessi, di melodie accattivanti, di ritornelli che rassicurano e tranquillizzano come ninne-nane; un cristianesimo alla camomilla, buono come terapia per i caratteri isterici o malinconici, che poco si discosta dalle infinte sette e credenze di marca New Age, tutte pervase di cosmiche armonie e tutte amabilmente disseminate e profumate di fiorellini nei prati verdi.
Gesù, invece, giudicava: giudicava eccome. Giudicava gli scribi e i farisei ipocriti; giudicava i seminatori di scandali; giudicava i ricchi egoisti; giudicava i profanatori del tempio; giudicava i servi infedeli, le vergini stolte, i vignaioli omicidi, i lupi travestiti da agnelli, i pastori che non si curano delle pecore, i formalisti che puliscono l’orlo della tazza e bevono tutte le sozzure che essa contiene. Eccome se giudicava: giudicava i peccati, e anche i peccatori. Per l’adultera, ha fatto un’eccezione: voleva salvarle la vita e, nello stesso tempo, instradarla sulla via della redenzione. Ma non ha mai predicato una morale lassista, non ha mai chiuso un occhio davanti al peccato, o finto di non vedere il male. Al contrario, è stato di un rigore estremo: Se il tuo occhio ti dà scandalo, cavatelo e gettalo via; se il tuo piede di dà scandalo, taglialo e gettalo via: è meglio per te entrare orbo e zoppo nel regno dei cieli, che andare nella Geenna con entrambi gli occhi e con entrambi i piedi. Più chiaro di così…
Del resto, che cosa significa: Non bisogna giudicare? Da che cosa nasce una espressione come: Chi sono io per giudicare? Siamo sicuri che non nasca da finta modestia, cioè, al contrario di quel che sembrerebbe, da un ego sconfinato, debordante, ansioso di apparireinfinitamente misericordioso agli occhi di tutti? Se non vogliamo essere ipocriti, emettere giudizi è una cosa che facciamo tutti i giorni; e guai se non la facessimo: la vita diverrebbe impossibile, diverrebbe un manicomio e un inferno quotidiano. Quando diciamo che la pastasciutta è troppo cotta, o troppo poco; che è troppo salata, o troppo poco; che colui che l’ha preparata è stato bravo, oppure no, ebbene, emettiamo altrettanti giudizi. Anche dire che, per fare una certa azione, è troppo presto o troppo tardi; che, per compiere quell’altra, ci vuole più tempo o meno tempo, e che è più impegnativa o meno di quell’altra, che essa richiede più costanza oppure la stessa; ogni volta che diciamo o anche solo pensiamo queste frasi, noi formuliamo dei giudizi. Se andiamo a bere un bicchiere di vino al bar tal dei tali, invece che in quell’altro, perché l’oste ci è più simpatico, o perché c’è un pergolato fresco per sedere all’ombra, o perché è più comodo e più vicino a casa nostra, noi formuliamo dei giudizi. Tutte le scelte della vita, piccole e grandi, da quella del barbiere da cui andare, o del vestito da indossare, o degli amici con i quali accompagnarsi, o della donna o dell’uomo con cui si vorrebbe vivere, ogni volta noi formuliamo dei giudizi, facciamo dei confronti, istituiamo dei paragoni, valutiamo in termini di più e meno, di meglio e peggio, di bene e male.
Pertanto, non ha senso dire che non bisogna giudicare, e che noi non abbiamo l’autorità per farlo. Certo che l’abbiamo, quand’anche fossimo i più umili esseri umani sulla faccia della terra, quelli posti nel gradino più basso della scala sociale. Possiamo e dobbiamogiudicare. E lo facciamo, eccome se lo facciamo. Quale padre, quale madre non dicono ai loro figli: Questa cosa che stai facendo, è sbagliata; non fare così, ma colà; smettila di comportarti in questo modo, ripensaci, ravvediti? E, se per caso non lo fanno, sono dei pessimi genitori: i quali, per incoscienza o per viltà, hanno deciso di abdicare alle loro responsabilità di genitori. Perché diciamo a nostro figlio, o a un amico, di non fare quella tale cosa, se non perché l’abbiamo giudicata, e abbiamo visto che essa è male, e che possono derivarne cattive conseguenze? Solo il naturalismo integrale pensa che le cose siano tutte buone in qualunque circostanza; per la maggior parte, invece, esse sono buone o cattive in relazione a noi: ed è appunto lì che non solo possiamo, ma dobbiamo giudicare. La medicina che fa bene al malato, farebbe male a colui che è sano; e un peso da sollevare, che costituisce un utile esercizio per l’atleta che si sta allenando, spezzerebbe la schiena di colui che non è preparato. Opinare diversamente, significa non accettare il ruolo che la vita ci ha assegnato: operare delle scelte e assumerci le responsabilità che ne derivano.
Chi sono io per giudicare?, dunque, è una frase senza senso, che nasce da buonismo deleterio e da demagogia faziosa. Per il solo fatto di essere creature umane, per il solo fatto di essere al mondo, noi abbiamo tutto il diritto e tutto il dovere di giudicare. Certo, dobbiamo evitare i giudizi gratuiti e sbrigativi; dobbiamo astenerci dai giudizi maligni e distruttivi: il nostro scopo deve essere sempre propositivo, deve sempre tendere al bene. Tendere al bene, però – ribadiamo il concetto, e, se occorre, lo faremo sino alla noia - non equivale a negare che esista il male. Il male esiste, che ci piaccia o no; che piaccia o no ai tanti, ai troppi, agli eterni nipotini di Jean-Jacques Rousseau. E non solo esiste, ma è una cosa estremamente seria: da come noi ci poniamo di fronte ad esso, ne va del nostro destino, sia in questa vita, che nell’altra.
E tuttavia, si dirà, giudicare se la pastasciutta è salata è un atto essenzialmente diverso dal giudicare se  una certa azione è moralmente buona o cattiva. Rispondiamo che no, che non è essenzialmente diverso: sempre se non vogliamo nasconderci dietro l’ipocrisia. Giudicare è giudicare, c’è poco da fare: vuol dire affermare il valore di una cosa. Certo, parliamo sempre – in quanto esseri umani - di un valore relativo, e non assoluto. Giudicare che la puntura di una zanzara è male, e munirsi di un insetticida per prevenirla, è emettere un giudizio relativo, perché è chiaro che, per la zanzara, l’atto di pungere le sue vittime è una funzione necessaria a mantenersi in vita.
L’uomo, però, è una creatura anfibia: sprofondata nella dimensione del relativo, del materiale, del contingente, è rivolta con lo sguardo verso l’assoluto, il necessario, l’eterno. Pertanto noi siamo costretti a giudicare nell’ambito del relativo, ma dobbiamo farlo tenendo sempre un occhio rivolto all’assoluto: o così, almeno, dovremmo fare. Ogni volta che ce ne scordiamo, dobbiamo pagarne il prezzo: ed è un prezzo salato. Ciò avviene quando scambiamo le cose futili per quelle essenziali, le cose contingenti per quelle eterne; quando adoriamo le creature e ci dimentichiamo del Creatore. Lo facciamo spesso, e questa è la ragione per cui, generalmente parlando, siamo così infelici. Non fermiamoci alle apparenze: dietro tutto l’edonismo, il giovanilismo, il narcisismo e il salutismo oggi imperanti e imperversanti, ci sono strati e strati di sofferenza, di profonda infelicità. Solo che, il più delle volte, non sappiamo riconoscerne la vera causa, non ne vediamo l’origine; non di rado siamo diventati così analfabeti di noi stessi, da non capire neppure che siamo infelici. A tal punto siamo sprofondati nella più crassa, nella più inverosimile ignoranza riguardo a noi stessi, mentre sappiamo molto bene quali siano le tinte più adatte da abbinare quando ci vestiamo, e conosciamo a memoria i nomi dei partecipanti a qualche reality show, nelle cui vicende c’immedesimiamo come se fossero la cosa più importante al mondo.
E adesso, vediamo di capre perché sembra esistere un consenso così diffuso nella rivolta contro il giudizio e il giudicare. Fino a qualche decennio fa, non era così: le persone giudicavano; soprattutto i genitori, i vecchi, gli insegnanti, i preti, per non parlare dei giudici di professione, quelli dei tribunali: tutti costoro esercitavano senza imbarazzo e senza complessi  la facoltà giudicante; anzi, lo ritenevano un loro dovere ben preciso. Ma poi sono venuti i pedagogisti moderni, gli psicologi moderni, gli antropologi moderni, i sociologi moderni, e hanno incominciato dapprima a sussurrare, poi a dire a voce alta, infine a gridare dai tetti, in maniera sempre più insistente ed aggressiva: Oh, ma che brutta cosa è il giudicare! È un atto di autoritarismo, di fascismo, d’intolleranza! È una cosa incivile, insopportabile, indegna! Basta, per carità: al mondo si è giudicato anche troppo; è venuto il tempo di accogliere la vita senza giudicarla, di osservarla spassionatamente, con animo aperto, benevolo, comprensivo! E così i genitori hanno smesso di rimproverare i figli quando li vedono sbagliare; i nonni hanno girato la testa dall’altra parte, davanti ai nipoti che si comportano male (o, peggio, li premiamo sommergendoli di regali, sempre più costosi e sempre più immeritati); le maestre hanno smesso di far notare agli alunni l’entrata in ritardo, i compiti mal fatti, la scrittura trasandata; i preti hanno smesso di parlare del peccato, di ammonire i peccatori, di metterli in guardia contro le inevitabili conseguenze del male; perfino i giudici, anzi, soprattutto i giudici, si sono ribellati all’idea e alla pratica del giudizio. Siamo arrivati all’assurdo che un ladro, colto in flagranza di reato, è stato immediatamente rimesso in libertà dal magistrato, perché, essendo stato arrestato subito dopo il fatto, non aveva ancora potuto “entrare nel godimento del bene trafugato” (una bicicletta del valore di alcune migliaia di euro): ed è cronaca di tutti i giorni. Il mestiere di molti magistrati è diventato quello di scarcerare, o di rilasciare senza neanche un giorno di prigione, i delinquenti che si sono macchiati di violenza, di percosse, di furto, di spaccio di droga, di esercizio della prostituzione, e che le forze dell’ordine hanno bloccato ed arrestato con fatica e con pericolo quotidiani. Specialmente se si tratta di stranieri, poi, pardon, di clandestini, padron di nuovo, di migranti, anzi, di profughi: perché, poverini, essendo dei “disperati” in fuga da guerra e fame (anche se provengono al 95% da Paesi in cui non vi sono né guerre, né particolari calamità naturali): come si fa ad infierire contro costoro? No, giammai: in nome del buonismo e del cattoprogressismo, bisogna chiudere un occhio, e magari tutti e due, anche davanti agli atti di delinquenza più plateali e più gratuiti, come quelli commessi impunemente da sedicenti profughi ancora in attesa di sapere se verrà accolta la loro domanda di asilo, e ospitati presso i centri di accoglienza. Profughi in attesa di riconoscimento di giorno, spacciatori e rapinatori alla sera.
Come si viene fuori da questo vicolo cieco? Innanzitutto, riconoscendo il problema per quello che è: un ricatto morale e una crisi di valori. Se si accetta il ricatto, se si scivola nel relativismo, tutto diviene lecito; e giudicare, ossia denunciare il male, si trasforma in un atto di esecrabile arroganza...


Del giudizio e del giudicare

di Francesco Lamendola