ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 18 settembre 2016

Un amore eternamente fedele

IO NON TI DIMENTICHERO' MAI

 Anche se una madre si scordasse di suo figlio io non ti dimenticherò mai. Anche l’amore di Dio ha un limite "il nostro". Dio ci ama tutti d’un amore immenso ma non può far sì che chi rifiuta il Suo amore non ne paghi le conseguenze 
di F. Lamendola  

  


Non si può capire sino in fiondo il senso, il valore e la portata dell’amore di Dio verso l’uomo, se non facendo un confronto con l’amore umano, il solo che noi conosciamo (o crediamo di conoscere), che noi frequentiamo (anche troppo), del quale ci riempiamo continuamente la bocca, e, insomma, dal quale siamo letteralmente ossessionati.
Nell’amore umano, la massima manifestazione, e, in un certo senso, la prova della sua sincerità, della sua intensità e della sua “serietà”, sembra consistere nella durata, o  meglio, nella promessa della durata: Ti amerò per sempre, diciamo, e questa audace, appassionata affermazione ha l’effetto di convincere, soprattutto colui che la pronuncia, che si tratta di un sentimento vero, autentico, forte e assolutamente credibile.

Ti amerò sempre: come suonano dolci, ai nostri orecchi, queste parole! Tanto più dolci, quanto più la nostra personale esperienza ci ha resi edotti della improbabilità di un simile sentimento: sono cose che si dicono, ma chi le ha sperimentate? Pure, ci piacerebbe crederle vere; ci piacerebbe appunto perché sappiamo che, se anche fossero sincere, ben difficilmente si tradurrebbero in qualcosa di reale. Dopotutto, non costa nulla essere sinceri, se si è abituati a fare della sincerità una virtù subordinata al fattore tempo, al “qui e ora”. E, di fatto, molte persone – non ce ne vogliano le signore e soprattutto le femministe, ma questa è una caratteristica psicologica tipicamente, anche se non esclusivamente, femminile – sono perfettamente abituate a dirsi e a sentirsi sincere, con la riserva mentale che la loro sincerità è vale “in situazione”, ossia finché esse si sentono in quel certo stato d’animo, finché loro vivono quel momento, più o meno “magico”, più o meno “unico” e “irripetibile”. In altre parole: non c’è niente di male, per quel genere di persone, sbilanciarsi a fare le affermazioni, e perfino le promesse, più impegnative e categoriche, con la riserva mentale, magari anche soltanto inconscia, che quella tale affermazione e quella tale promessa sono vere e credibili, ma solo fino a tanto che loro sono calate in quella parte, sono immedesimate in quel sentimento. Nemmeno il peggiore gesuitismo avrebbe saputo escogitare un trucco psicologico più subdolo, quasi infernale; ma, per quella categoria di persone, barare al gioco è addirittura una seconda natura, per cui non hanno alcuno scrupolo, né, almeno in apparenza, il minimo rimorso, a giocare contemporaneamente su due tavoli: quello dell’assoluto per ciò che riguarda le promesse, e quello del relativo quanto al fatto di mantenerle. Perciò, per costoro, una frase come: Ti amerò per sempre, significa, semplicemente, che esse ci credono finché ci credono; ma quando smetteranno di crederci, non si sentiranno più minimamente impegnate a rispettarla. E il bello è che si sentono sinceri e respingerebbero con sdegno l’insinuazione di scarsa sincerità o, peggio, di subdola astuzia e di doppia morale: risponderebbero che, quando dicevano quella frase, ci credevano, eccome; e che non è colpa loro se, poi, le circostanze sono cambiate (guarda caso, sono sempre le circostanze a cambiare, non la loro promessa di fedeltà), se l’altro è cambiato (idem come sopra), e insomma se son venute meno le condizioni che rendevano vincolante quella tale promessa. Dunque, non è stata leggerezza, non è stata mancanza di sincerità, non è stato tradimento, il loro, se hanno smesso di amare, se hanno lasciato la persona amata, se sono – più o meno disinvoltamente – volate ed approdate ad altri lidi e ad altri amori; la colpa, se proprio di colpa si vuol parlare (ma in fondo, perché metterla su un piano così antipatico? perché non prendere la vita con un po’ di leggerezza?), è dell’altro, o, addirittura, del mondo intero: ma colpa loro, questo no davvero.
Eppure, come suonano bene queste parole: Ti amo e ti amerò per tutta la vita! Come fa piacere sentirsele dire, e come fa sentire romantico anche colui che le dice. Poi, però, la persona amata si ammala, cade in depressione, o ingrassa, o imbruttisce, o invecchia, o, semplicemente, ci si stanca di lei, si vuol passare a un altro amore, ed ecco che quelle parole sono già dimenticate, addirittura rimosse; e chi se le ricorda più? Chi mai si sente legato a una promessa fatta in un momento di passione, e specialmente allorché voleva raggiungere lo scopo del corteggiamento, ossia poter raggiungere il piacere mediante l’abbandono di ogni resistenza da parte dell’altro, della offerta fisica di sé, da parte dell’altro? Del resto, infinita è la capacità degli esseri umani di fabbricarsi delle scusanti e delle giustificazioni adatte ad ogni situazione, a posteriori: quando abbiamo promesso il nostro amore, l’altro era giovane e bello; l’altro era sano e sorridente; l’altro aveva tutte e due le gambe, o tutti e due gli occhi: non era malato, non era invalido, non era invecchiato, non aveva alcun difetto; non è colpa di nessuno, se, poi, le cose son cambiate, e quel corpo così attraente lo è diventato sempre meno, e se quell’incantevole sorriso è stato deturpato dalle rughe, dai denti malandati e dal sopraggiungere dei capelli bianchi. Chiaro, no?
Soprattutto, non ci si sente obbligati a rispettare un giuramento di fedeltà, se l’altro, con una azione volontaria, muta il suo atteggiamento nei nostri confronti. Se incomincia ad amarci di meno; se incomincia ad apparirci diverso da come lo avevamo conosciuto (ma è davvero colpa sua? non siano stati noi ad essere troppo precipitosi?); se fa qualcosa che ci dispiace, che ci disinganna, che ci delude, ecco che cogliamo l’occasione per sciogliere noi stessi da qualunque impegno, da qualsiasi promessa; e ci giustifichiamo dicendo che non noi, ma lui (o le) ha mancati verso di noi. Come se qualcuno ci avesse obbligati, quella volta, a promettere; e come se una promessa totale, assoluta, fosse legata alla costanza della controparte. Sarebbe come se noi giurassimo di regalare una certa somma ad un parente, a un amico; ma poi, avendo egli mostrato un lato del suo carattere che non è stato di nostro gradimento, fossimo in diritto di rimangiarci la promessa, e di non dargli più che spontaneamente avevamo giurato di dargli. Nessuno ci aveva impegnati a promettere; ma, una volta che la promessa è stata fatta, essa è stata fatta, e nulla e nessuno la potrebbero far scomparire, la potrebbero cancellare. Factum infectum fieri nequit, diceva il buon vecchio Plauto: il trascorrere di un fatto non me rimuove le conseguenze.
Gli esseri umani sanno tutto questo: lo sanno, e non lo trovano neanche troppo strano; lo sanno, e lo accettano, come parte della umana natura, quasi non osano chiamarla “debolezza”; lo sanno e se ne fanno una ragione, non s’indignano, non si rimproverano, non si sentono colpevoli di nulla. Tutt’al più, riservano all’altro la loro indignazione: è l’altro che ha mancato alla promessa, è l’altro che li ha ingannati, è l’altro che si è approfittato di loro, della loro buona fede, della loro ingenuità; ma, quanto a se stessi, è chiaro che nessuna promessa di amore eterno è davvero vincolante, son cose che si dicono, non bisogna poi prenderle troppo sul serio, troppo alla lettera; sono modi di dire, dopotutto. E chi non ha capito questo, chi non lo sa, chi se ne meraviglia, vuol dire che non sa stare al mondo, che non ha compreso come vanno le cose della vita; che è rimasto un grande bambino, un grande ingenuo, un grande immaturo. Ecco: la vera maturità è sapere che le promesse valgono solo “in situazione”, e non un minuto più del necessario: vale a dire, non un minuto oltre il raggiungimento dello scopo, da parte di colui che le ha pronunciate.
Eppure, proprio perché sanno di essere così poco affidabili, così poco credibili, così poco seri, gli esseri umani portano nel cuore la nostalgia di una promessa, e specialmente di una promessa di amore eterno, che sia realmente affidabile, credibile, seria; di una promessa in cui si possa credere, nella quale ci si possa immergere, nella quale ci si possa riposare, consolare, stare saldi e non aver paura più di niente e di nessuno: né del trascorrere del tempo, che si porta via anche i più sacri giuramenti, né del sopraggiungere di un rivale fortunato, che si porta via la persona che ci aveva giurato amore eterno. È una nostalgia della quale noi tutto portiamo un riflesso, in qualche piega della nostra anima, ma della quale quasi un po’ ci vergognano: sentiamo che è la nostalgia per qualcosa che, quaggiù, non esiste, che non troveremo mai, neanche se la cercassimo per tutta la vita, e che faremmo bene a prenderne atto e a metterci una pietra sopra.
Eppure, quella nostalgia ha la cattiva abitudine di riemerge di continuo; anche se la affrontiamo con argomenti razionali, anche se ne dimostriamo a noi stessi l’inconsistenza, la scarsa o nulla credibilità; anche se, facendo appello alla nostra personale esperienza, diretta o indiretta, passiamo in rassegna i mille casi in cui si è dimostrata deludente, mentre non riusciamo a scovarne neppure uno che la confermi e la convalidi, essa, ostinata, seducente, ma quasi importuna, risorge. Non c’è modo di scacciarla, di mandarla via definitivamente. Allontanata, ritorna; smentita, riaffiora; sbugiardata, riappare.
Ciò significa una cosa sola: che quella fedeltà, quell’amore totale e incondizionato, che superano il tempo e lo spazio, da qualche parte esistono, e che noi lo sappiamo. Sappiamo, però, sia per esperienza che per ragionamento, che non esistono nella dimensione del mondo che ci circondata, del mondo così com’è. Ne consegue che essa deve per forza esistere non in questa dimensione, ossia in quella del relativo, ma nell’altra: in quella dell’eterno. Essa deve esistere in Dio; essa, anzi, è l’essenza di Dio: un  amore fedele oltre qualsiasi barriera, oltre qualsiasi ostacolo. Sì: Dio è amore; ma non è un amore paragonabile all’amore umano; è un  amore eternamente fedele.
Leggiamo nello stupendo capitolo 49 del Libro di Isaia:

Ascoltatemi, o isole,
udite attentamente, nazioni lontane;
il Signore dal seno materno mi ha chiamato,
fio dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome.
Ha reso la mia bocca come spada affilata,
mi ha nascosto all’ombra della sua mano,
mi ha reso freccia appuntita,
mi ha riposto nella sua faretra.
Mi ha detto: “Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria”.
Io ho risposto: “Invano ho faticato,
per nulla e invano ho consumato le mie forze.
Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore,
la mia ricompensa presso il mio Dio”.
Ora disse il Signore
Che mi ha plasmato suo servo dal seno materno:
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele,
- poiché ero stato stimato dal Signore
E Dio era stato la mia forza –
Mi disse: “È troppo poco che tu sia mio servo
Per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti di Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra”.
Dice il Signore,
il redentore di Israele, il suo Santo,
a colui la cui vita è disprezzata, al reietto delle nazioni:
al servo dei potenti:
“I re vedranno e si alzeranno in piedi,
i principi vedranno e si prostreranno,
a causa del Signore che è fedele,
a causa del Santo di Israele che ti ha scelto”.
Dice il Signore:
“Al tempo della misericordia ti ho ascoltato,
nel giorno della salvezza ti ho aiutato.
Ti ho formato e posto
Come alleanza per il popolo, per far risorgere il paese,
per farti rioccupare l’eredità devastata,
per dire ai prigionieri: Uscite,
e a quanti sono nelle tenebre: Venite fuori.
Essi pascoleranno lungo tutte le strade,
e su ogni altura troveranno pascoli.
Non soffriranno né fame né sete
e non li colpirà né l’arsura né il sole,
poiché colui che pietà di loro li guiderà,
li condurrà alle sorgenti di acqua.
Io trasformerò i monti in strade
E le mie vie saranno elevate.
Ecco, questi vengono da lontano,
ed ecco, quelli vengono da mezzogiorno
e da occidente
e quelli dalla regione di Sinim”.
Giubilate, o cieli; rallegrati, o terra,
gridate di gioia, o monti,
perché il Signore consola il suo popolo
e ha pietà dei suoi misteri.
Sion ha detto: “Il Signore mi ha abbandonato,
il Signore mi ha dimenticato”.
Si dimentica forse una donna del suo bambino,
così da non commuoversi per il figlio del suo seno?
Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse,
io invece non ti dimenticherò mai.
Ecco, ti ho disegnato sulle palme delle mie mani,
le tue mura sono sempre davanti a me.
I tuoi costruttori accorrono,
i tuoi distruttori e i tuoi devasti ori si allontanano da te.
Alza gli occhi intorno e guarda:
Tutti costoro si radunano, vengono da te.
“Com’è vero che io vivo – oracolo del Signore –
Ti vestirai di tutti loro come di ornamento,
te ne ornerai come una sposa”.
Poiché le tue rovine e le tue devastazioni
e il tuo paese desolato
saranno oggi tropo angusti per i tuoi abitanti
benché siano lontani i tuoi divoratori.
Di nuovo ti diranno agli orecchi
I figli di cui fosti privata:
“Questo spazio è per me troppo angusto;
scostati, ché mi possa adagiare”.
Tu penserai:
“Chi mi ha generato costoro?
Io ero priva di figli e sterile;
questi chi li ha allevati?
Ecco, ero rimasta sola
E costoro dove erano?”.
Così dice il  Signore Dio:
“Ecco, io farò cenno con la mano ai popoli,
per le nazioni isserò il mio vessillo.
Riporteranno i tuoi figli in braccio,
le tue figlie saran portate sulle spalle.
I re saranno i tuoi tutori,
le loro principesse tue nutrici.
Con la faccia a terra essi si prostreranno
Davanti a te,
baceranno la polvere dei tuoi piedi;
allora tu saprai che io sono il Signore
e che non saranno delusi quanti sperano in me”.
Si può forse strappare la preda al forte?
Oppure può un prigioniero sfuggire al tiranno?
Eppure dice il Signore:
“Anche il prigioniero sarà strappato al forte,
la preda sfuggirà al tiranno.
Io avverserò i tuoi avversari;
io salverò i tuoi figli.
Farò magiare le loro stesse carni ai tuoi oppressori,
si ubriacheranno del proprio sangue come di mostro.
Allora ogni uomo saprà
Che io sono il Signore, tuo salvatore,
io il tuo redentore e il Forte di Giacobbe”.

L’autore di questa pagina non avrebbe potuto scegliere espressioni più convincenti, più efficaci nel loro realismo, e, nello stesso tempo, più toccanti, più commoventi: Anche se una madre potesse dimenticarsi del figlio delle sue viscere, io, di te, non mi dimenticherò mai!Così dice Dio ad Israele; ma è chiaro che Israele, qui, non è soltanto il popolo eletto, ma è figura del credente, di quel credente che si fida della promessa di Dio, così come Abramo si è fidato, in maniera assoluta, e senza alcun dubbio o ripensamento, della promessa da Lui ricevuta; perfino quando gli ha chiesto in sacrificio il sospiratissimo figlio Isacco, nato quando ormai sia lui che la moglie Sara erano vecchi e senza più speranza di avere una discendenza.
L’amore umano delude, l’amore di Dio, no: questo è il senso complessivo del discorso del Libro di Isaia; dell’amore umano non ci si può mai fidare interamente, neppure dell’amore più grande e, apparentemente, più sincero; ma dell’amore di Dio, delle Sue promesse, sì, sempre, per tutta l’eternità. Gli uomini si possono dimenticare dei loro giuramenti, ma Dio non si dimenticherà mai dei Suoi; non smetterà mai di amare gli uomini, i destinatari della sua promessa, i figli e gli eredi della sua Parola d’amore. Per essi ha mandato i profeti; per essi ha mandato il Suo Figlio Unigenito; per essi ha mandato lo Spirito Santo, a rinnovare costantemente il miracolo della sua presenza attraverso le generazioni, con amore incancellabile, con fedeltà indefettibile.
Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!, supplica Gesù, il Figlio di Dio, mentre già lo stanno inchiodando alla croce. Si potrebbe mai immaginare una prova più sublime della fedeltà indissolubile della promessa d’amore che Dio ha rivolto ai Suoi figli? Se Egli è stato capace di perdonar loro questo, che cosa non potrebbe perdonare ancora? Quale torto non potrebbe dimenticare? Quale offesa non potrebbe rimettere?
Eppure, anche l’amore di Dio ha un limite: il nostro. Dio ci ama tutti d’un amore immenso; ma non può far sì che chi rifiuta il Suo amore, non ne paghi le conseguenze. Con rammarico, Egli ci lascia andare per la strada che liberamente abbiamo deciso di percorrere, anche se è quella sbagliata. L’infedeltà, in quel caso, non è sua, ma nostra. Che altro potrebbe fare per noi, oltre a quello che fa?