ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 20 ottobre 2016

Esiste un solo Vangelo, quello basato sulla Grazia di Cristo

GESU', IL VANGELO E IL MONDO

    Gesù Cristo ha dato se stesso per i nostri peccati per sottrarci a questo mondo perverso. Il concetto di tentazione e peccato non è stato affatto un'invenzione della teologia della paura ma fanno parte del linguaggio del divino Maestro 
di F.Lamendola  
  

Da un certo periodo di tempo, specialmente dopo il Concilio Vaticano II - ma non prima, per quasi duemila anni! - la Chiesa ha smesso di parlare del mondo come della realtà che si oppone al Vangelo di Gesù: una realtà segnata dalla ferita del Peccato originale e bisognosa della redenzione di Cristo, senza la quale non vi sarebbe speranza di salvezza per nessuna delle sue creature; una realtà che, quantunque non malvagia in sé, anzi, buona in origine, perché uscita dalla sapiente mano creatrice di Dio, è poi decaduta e si trova attualmente sotto il dominio del Diavolo, chiamato in più punti del Nuovo Testamento “il signore di questo mondo di tenebra”.
Da qualche anno, da due o tre decenni almeno, la musica, nella cultura cattolica, e perfino in certe espressioni del sacro Magistero, sembra essere cambiata: del “mondo” non si parla più, e non si parla affatto, in questi termini; al contrario, sembra quasi che il mondo sia divenuto un prolungamento diretto di Dio stesso, e che, perciò, in questo sottinteso panteismo, non vi sia posto per il male, se non in forme marginali e, a livello complessivo, irrilevanti: come delle piccole imperfezioni in un quadro stupendo. Contemporaneamente, si è quasi smesso di parlar del peccato, e, quindi, della assoluta necessità della Redenzione, come pure della sua totale gratuità; si è praticamente smesso di parlare di uno dei due dogmi basilari, sui quali si regge tutto l’edificio della Rivelazione: il mistero dell’Incarnazione (l’altro, è quello della unità e trinità di Dio). Sembra quasi che il Verbo si sia incarnato perché non aveva nulla di meglio da fare, oppure per confermare gli uomini di essere già sulla buona strada; sembra quasi che Egli sia venuto come un maestro di saggezza, come un Socrate o come un Buddha, e non come Dio fattosi uomo, per assumere su di sé tutto il male del mondo, compresa la morte, e per vincerlo, riscattando le sue creature da ogni forma di schiavitù. Implicitamente, per questa via, si finirà per non parlare più della divinità di Cristo; per metterla fra parentesi; per suggerire, ora qui, ora là - ma con molta prudenza, oh!, con molta, moltissima astuzia e capacità di pazientare – che sì, in fondo, Cristo non era proprio Dio, che lo era in senso metaforico, che era il Figlio dell’uomo, così come lo siamo tutti: insomma, il vecchio arianesimo tornerà a far capolino, con l’avallo della cultura profana dominante, materialista e scientista, secondo la quale un profeta umano è ancora accettabile, ma un Messia divino, no, proprio no. E i cattolici progressisti e neomodernisti ci tengono molto, moltissimo, a non sfigurare agli occhi della cultura laica, essendo anzi il loro obiettivo finale proprio quello di celebrare le nozze perfette fra cattolicesimo e civiltà moderna, beninteso alle condizioni di quest’ultima, e quindi accettandone tutti i dogmi, i pregiudizi, i diktat e i ricatti.
In fondo, quel che si vuole far passare è l’dea che, così come l’uomo non è bisognoso di una Redenzione che venga da Dio, perché può fare tutto da solo, allo stesso modo il mondo non è una realtà negativa, contrapposta al Vangelo, ma una realtà bella e gioiosa in se stessa, ingiustamente denigrata dalla “vecchia” teologia, imbevuta di pessimismo e d’incorreggibile tetraggine, e tutta basata su una pedagogia della paura: i diavoli, l’Inferno, la dannazione eterna… Insomma, roba da Medio Evo e indegna di quella meravigliosa età di progresso, dominata dalla ragione umana, in cui abbiamo avuto la fortuna di essere chiamati a vivere. E allora, per mostrarsi all’altezza di una così grande fortuna, il minimo che possano fare i cattolici è di smetterla di rattristare gli uomini con le vecchie geremiadi sul peccato, sull’espiazione e sulla necessità della Redenzione, ma unirsi al coro dei laudatori e degli araldi di questo meraviglioso progresso, che sta portando a delle forme sempre più spettacolari di dominio dell’uomo sulla natura: dalla clonazione, alla fecondazione eterologa, alla modifica genetica degli organismi viventi, senza più freni, né limiti, né complessi, né vecchi e superati tabù superstiziosi, retaggio di una religione oscurantista, buona, forse, per i nostri antenati rozzi e ignoranti, ma non certo adatta a noi, cittadini del terzo millennio, giustamente fieri della nostra scienza e della nostra tecnologia, e più che mai proiettati in avanti, verso il futuro, per costruire un mondo sempre più conforme alle nostre convinzioni: materialiste, edoniste, razionaliste, relativiste e, in ultima analisi, scettiche. Scettiche su tutto, e specialmente su Dio, tranne su una cosa: la ferma pretesa di auto-glorificazione dell’uomo stesso.
Ebbene: tutto questo è un sovvertimento, un autentico capovolgimento, della Buona Novella di Gesù. La Buona Novella, il Vangelo, non consiste nell’approvazione entusiastica del “modo”, tutto il contrario; consiste nel richiamo dell’uomo verso Dio, nella lotta contro la schiavitù del peccato, e, di conseguenza, nella emancipazione dalla sudditanza alla logica del “mondo”. Per questo Satana viene chiamato “il principe del mondo”: perché la logica del mondo è basata sull’avidità, sulla superbia, sulla lussuria, su tutti gli aspetti più turpi e sugli istinti più bestiali e primitivi che albergano nell’anima umana. Gesù Cristo è venuto a mostrare la strada per vincere simili debolezze, simili pulsioni, che chiama, giustamente, “tentazioni”: pregate e vegliate per non cadere in tentazione, raccomanda ai suoi discepoli fino all’ultimo, nell’Orto degli ulivi, la notte in cui sta per essere tradito e consegnato ai suoi nemici, che lo metteranno in croce. Il concetto di tentazione e di peccato non è stato affatto una “invenzione” della teologia della paura, come l’ha chiamata, improvvidamente, un sacerdote piuttosto importante, visto che predicava gli esercizi spirituali in Vaticano; ma fanno parte del linguaggio abituale del divino Maestro, che non si stancava di mettere gli uomini in guardia contro le insidie del Maligno.
Gesù stesso, nel corso dell’Ultima Cena, aveva detto ai suoi discepoli (Vangelo di Giovanni, 15, 18-23; 16, 9-11):

Se il mondo vi odia, pensate che prima di voi ha odiato me. Se voi apparteneste al mondo, il mondo vi amerebbe come suoi. Invece voi non appartenete al mondo, perché io vi ho scelti e vi ho strappati al potere del mondo. Perciò il mondo vi odia., Ricordatevi quel che vi ho detto: un servo non è più importante del suo padrone. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno messo in pratica la mia parola, metteranno in pratica anche la vostra. Vi tratteranno così per causa mia, perché non conoscono il Padre che mi ha mandato. Se io non fossi venuto in mezzo a loro a insegnare, non avrebbero colpa. Ora invece non hanno alcuna scusa per il loro peccato. Chi odia me odia anche il Padre mio. […]
Il peccato del mondo è questo: che non hanno creduto in me. La giustizia sta dalla mia parte, perché torno al Padre e on mi vedrete più. Il giudizio consiste in questo: che Satana, il dominatore di questo mondo, è già stato giudicato.

Anche negli altri testi del Nuovo Testamento, sia nelle Lettere, sia, ancor più, nel Libro dell’Apocalisse, il “mondo” viene contrapposto al Regno di Dio, al Vangelo e alla missione di Gesù Cristo; ma anche nell’Antico Testamento vi sono dei passi che delineano, in una maniera molto esplicita, una analoga contrapposizione. Per esempio, nel Libro di Geremia si parla della Gerusalemme celeste che verrà a sostituire la Gerusalemme terrena, soggetta alle offese dei nemici e alla umana fragilità dei suoi stessi abitanti, incapaci di perseverare fedelmente, con le loro sole forze, nella alleanza con Dio. E nel Libro di Isaia, con parole altamente commoventi, il profeta annunzia la nuova Gerusalemme, che, dopo molte tribolazioni, Dio farà sorgere in luogo della vecchia, risanando le sue ferite e avvolgendola di splendore incomparabile: Anche se i monti si spostassero e i colli vacillassero, non si allontanerebbe da te il mio affetto, né vacillerebbe la mia alleanza di pace, dice il Signore che ti usa misericordia (54, 10). Al presente, però, quando parla della generazione attuale, anche il mite Isaia assume un tono estremamente severo e pronunzia oracoli tremendi contro gli uomini, accusati d’infedeltà e ingratitudine nei confronti del Signore e della santa alleanza con Lui.
Quanto a san Paolo, ecco cosa dice nella Lettera ai Galati (1, 1-11):

Io, Paolo, Apostolo non da parte di uomini, né per mezzo di un uomo, ma per mezzo di Cristo Gesù e di Dio Padre che lo ha risuscitato da morte, invio i miei saluti, assieme a tutti i fratelli che sono con me, alle comunità della Galazia. Grazia e pace a voi da Dio Padre e dal Signore nostro Gesù Cristo, che ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci a questo mondo perverso, secondo la volontà del nostro Dio e Padre, al quale sia gloria nei tempi dei tempi. Amen.
Mi meraviglio che così presto, da Colui che vi ha chiamati mediante la grazia di Cristo, voi passiate a un altro vangelo. Che poi non c’è un altro vangelo; ci sono però alcuni che vi turbano e vogliono stravolgere il Vangelo di Cristo. Sia anatema a chiunque vi annunci un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato; anche se fossimo noi stessi o un Angelo dal Cielo! Come abbiamo detto prima, lo ripeto di nuovo anche adesso se qualcuno vi annunzia un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!
Infatti, è forse il consenso degli uomini che vado cercando, o quello di Dio?  Cerco fosse di piacere agli uomini? Se cercassi ancora di piacere agli uomini, non sarei servitore di Cristo!
Vi dichiaro, fratelli, che il Vangelo da me annunziato non è di origine umana, perché io stesso non l’ho ricevuto né l’ho imparato da un uomo, ma l’ho ricevuto per rivelazione di Gesù Cristo.

Dunque, esiste un solo Vangelo, quello basato sulla Grazia di Cristo: qualunque altro vangelo non è quello autentico, non è il Vangelo di Gesù. Per cui sorge la domanda: è ancora il Vangelo di Gesù, quello di cui parlano certi teologi modernisti e che predicano certi sacerdoti progressisti? È ancora il Vangelo, quel vangelo in cui si parla poco o nulla del peccato, del giudizio, del premio e del castigo; e in cui, di conseguenza, si parla anche poco o nulla della Grazia, quasi che gli uomini, pur dicendosi cristiani, possano far tutto da sé, riscattarsi dal male con le loro forze, redimersi da soli? Ed è ancora il Vangelo di Gesù quello in cui si sostiene che Dio vuole la “felicità” per tutti gli uomini (ma in senso estremamente terreno) e, quindi, non riprova nessuno, non condanna nessuno, non vuole che alcuno sia costretto a reprimere il proprio bisogno di felicità, anche se, per farlo, si deve calpestare la legge di Dio e la stessa legge morale naturale? Che cosa significa dire che Dio benedice l’amore, sempre e comunque, compreso il cosiddetto matrimonio omosessuale? È ancora il Vangelo di Gesù, questo? Eppure, ci sono sedicenti cristiani che lo affermano, e ci sono preti e vescovi traviati, che lo confermano. E sempre san Paolo, nella Seconda lettera ai Corinzi (4, 1-7):

È Dio che ha avuto misericordia di noi e ci ha affidato questo compito: perciò non ci scoraggiamo. Rifiutiamo ogni azione segreta e disonesta, non ci comportiamo con malizia e non falsifichiamo la parola di Dio. Anzi, facciamo chiaramente conoscere la verità, e così presentiamo noi stessi di fronte al giudizio di tutti gli uomini e dinanzi a Dio.
Se poi la nostra predicazione è oscura, essa è oscura per quelli che sono sulla via della perdizione.: Satana, il dio di questo mondo, acceca le loro menti perché non risplenda per loro la luce gloriosa dell’annunzio di Cristo, immagine di Dio, e così essi non credono. Infatti noi non esaltiamo noi stessi: annunziamo che Gesù Cristo è il Signore. Noi siamo soltanto vostri servi a causa di Gesù. E Dio che ha detto: “Risplenda la luce nelle tenebre”, ha fatto risplendere in noi la luce per farci riconoscere la gloria di Dio riflessa sul volto di Cristo.
Noi portiamo noi stessi questo tesoro come vasi di terra, perché sia chiaro che questa straordinaria potenza viene da Dio e non da noi.

Se la luce del Vangelo deve risplendere nelle tenebre, ciò significa che il mondo è nelle tenebre. O si parte da questo assunto, oppure si è fuori della Rivelazione, fuori del cristianesimo. Se il mondo non fosse nelle tenebre, ma fosse già nella luce, non vi sarebbe stato alcun bisogno della Incarnazione; e, in tal caso, il cristianesimo si ridurrebbe a una serie di precetti morali, di pie raccomandazioni, di esortazioni generiche al bene. Ma non è così. Gesù è venuto a dire che chi vuol seguirlo deve prendere la propria croce; e che sarà perseguitato, così come è stato perseguitato Lui...

«Gesù Cristo ha dato se stesso per i nostri peccati, per sottrarci a questo mondo perverso»

di Francesco Lamendola
http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9894:gesu-il-vangelo-e-il-mondo&catid=70:chiesa-cattolica&Itemid=96


SENZA LA GRAZIA L'UOMO E' MORTO

    La Grazia senza la quale l’uomo è come morto, è la vita di Dio in lui. Dice Gesù è come l’innesto dei tralci nella vite. La svolta antropologica e la pretesa dell’uomo di vivere nel peccato che Dio stesso sarebbe ansioso di approvare 

di F. Lamendola  



Ave o Maria, piena di grazia… Di solito si pensa alla Grazia come a un dono di Dio; non è sempre ben chiaro, però, di che tipo di dono si tratti. Anche se adopera continuamente questa parola, ad esempio nel recitare le sue preghiere, il cristiano, sovente, ha una certa confusione in testa, riguardo al suo autentico significato; figuriamoci il non cristiano. E questo la dice lunga sull’ignoranza che caratterizza ormai il credente, sempre più spesso, riguardo alle cose della sua fede; sulla decadenza dell’insegnamento della religione cattolica, tanto nei corsi parrocchiali di catechismo, quanto nell’ora settimanale prevista nella scuola pubblica; sulla insipienza e sul velleitarismo di una teologia, come quella odierna, che si sbizzarrisce nella ricerca di sempre nuovi significati nelle Scritture – beninteso, di segno sempre più progressista e modernista – mentre tralascia di diffondere e approfondire i concetti basilari della Rivelazione, divenuti pressoché sconosciuti ed estranei alla massa dei fedeli, un po’ come quel nuovo ricco che ostenta vestiti all’ultima moda e orologi costosi, ma trascura le nozioni più elementari della pulizia e dell’igiene personale.

C’è poco da fare: il cristiano medio, al presente, è povero, poverissimo: povero di cultura e di formazione religiosa; povero di conoscenze di base e degli stessi pre-requisiti delle conoscenze, come l’umiltà intellettuale, la fiducia e l’obbedienza nei confronti del Magistero ecclesiastico, la confidenza in Dio e la disponibilità a lasciarsi guidare, orientare, dirigere da Lui, mediante la capacità di vedere e valutare ogni cosa non secondo un criterio puramente umano, cioè secondo un principio di convenienza immediata e di comprensione esclusivamente razionale, ma secondo la misura dell’amore divino e la docilità nell’abbandonarsi ad esso. E di questo dobbiamo ringraziare, fra le altre cose, uno spirito “umano, troppo umano”, come direbbe il buon vecchio Nietzsche, che è penetrato da tempo nel cuore della Chiesa stessa e che ha sospinto non solo i laici, ma, prima ancora e quasi più di loro, i sacerdoti e i vescovi stessi, da tempo – ma non tutti, per fortuna – ad inseguire posizioni sempre più avanzate, sempre più audaci, sempre più innovative, quasi che l’insegnamento finora impartito sia tutto da buttare, e quasi che il cristianesimo consista nel correre perennemente dietro, con la lingua penzoloni, a un non meglio specificato “progresso” e alla marcia incessante della modernità, invece che nel contrapporre alla civiltà moderna, impregnata radicalmente di materialismo, edonismo e relativismo, i valori perenni della Rivelazione, basati sulla roccia incrollabile della Scrittura e della Tradizione.
In base a questa scellerata “teologia”, non di rado accompagnata da aggettivi che ne tradiscono la radice tutta umana e l’intenzionalità tutta progressista e niente affatto “cristiana” senz’altra specificazione – per esempio, la cosiddetta “teologia della liberazione” – bisogna che un cristiano si liberi dai “complessi” del passato, in particolare dal timore del giudizio di Dio e dalla paura dell’Inferno: perché, si sa, Dio è anzitutto misericordia; che la smetta di giudicare non solo il peccatore, ma anche il peccato, sempre per il medesimo principio, ovviamente frainteso e capovolto, quasi che Gesù sia venuto nel mondo per approvarlo e benedirlo così com’esso è, e non già per redimerlo, esortandolo alla conversione; e che si concentri nella vita di quaggiù, nella dimensione terrena, specialmente nell’azione sociale, onde raddrizzare le storture dell’economia, della politica, eccetera, non importa se trascurando gravemente la dimensione spirituale, dimenticando il valore della preghiera, e non tenendo in alcun conto le parole stesse del divino Maestro, che raccomanda di non anteporre l’agire alla contemplazione: Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una sola cosa c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta (Luca, 10, 41-42).
Dunque: la Grazia. Possiamo definirla non come un generico “dono” di Dio all’uomo, ma come il dono specifico e totale di farlo partecipe della sua stessa vita, della vita divina, rendendolo così suo figlio adottivo, nel senso più pieno della parola; ed essa può manifestarsi in due forme, come Grazia santificante, donata agli uomini principalmente attraverso l’azione dei sacramenti, e come Grazia attuale, che si esprime come un intervento straordinario diretto all’uomo – ad esempio, come avvenne nella rivelazione di Gesù Cristo a Saulo di Tarso, il futuro san Paolo, sulla via di Damasco - per suscitarne la conversione e per disporlo ad accogliere la Grazia santificante.
Scriveva Cleto Patelli nel suo corso di religione per la Scuola media (e in quei manuali, concepiti prima dalla enorme confusione  e del vero e proprio relativismo introdotti da un certo qual “spirito conciliare” a partire dalla fine degli anni ’60 del Novecento, ancora fedeli alla sacra Tradizione e immuni da tendenze neomoderniste, si trova una dottrina teologica più chiara e veritiera, per quanto semplice ed essenziale, di quella contenuta in certe astruse e “troppo umane” opere teologiche degli anni successivi), a proposito della Grazia (in: La Scala di Giacobbe, Torino, Società Editrice Internazionale, 1966, vol. II, La Grazia, pp. 2-4):

Gesù alla Samaritana parla di un dono di Dio, dono eccezionale, che è capace di portare l’uomo fino alle altezze di Dio: questo dono è la grazia.
Dio, creando l’uomo, l’aveva ornato di attributi che lo facevano signor del creato: oltre ad un’anima spirituale, gli aveva dato il dono del’immortalità, il dono della scienza infusa, il dono dell’equilibrio delle passioni.
Ma il massimo dono che Dio aveva atto all’uomo era la grazia santificante, per cui l’uomo viene innalzato alla dignità di figlio adottivo di Dio, fratello di Gesù Cristo e può meritare di andare a godere della visione di Dio nel Paradiso.
Che cos’è la grazia?
Leggiamo cosa dice Gesù: “Io sono la vera vite, e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, Egli lo recide; ed ogni tralcio, che porta frutto, lo rimonda, affinché ne porti ancora di più. Voi siete già mondi a motivo della parola, che vi ho detta. Rimanete in me ed io in voi. Siccome il tralcio da sé non può portare frutto, se non rimane congiunto con la vite, così nemmeno voi, se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, ed io in lui, produce molto frutto; perché senza di me, voi non potete far nulla.
Chi poi in me non rimane, è gettato via come il tralcio e si dissecca, e lo raccolgono, e lo buttano nel fuoco, dove brucia” (Giovanni, 15, 1-6).
I tralci innestati nel tronco della vite, vivono della vita del tronco. Gli uomini, inseriti in Gesù con la grazia, vivono della sua vita divina.
La Grazia è la vita di Dio in noi.
Ci insegna san Pietro: “Per tale mezzo (la grazia) diveniste partecipi della divina natura (2 Pietro, 1, 4); per cui possiamo chiamare l’uomo in grazia: Figlio di Dio. Non figlio della sostanza del Padre, bensì Figlio adottivo, ma sempre figlio. Avete ricevuto lo spirito di adozione filiale, per il quale esclamiamo: “Abba! O Padre” (Romani, 8, 15), afferma san Paolo; senza che perdiamo nulla della nostra natura umana.
L’innesto, applicato sul tronco selvatico, gli comunica una forza di natura nuova, che lo fende idoneo a produrre frutti, che prima era incapace di dare; ma non gli toglie nulla della sua natura: resta l’albero di prima.
“Tu – insegna san Paolo ai Gentili convertiti – sei stato troncato dall’olivastro, al quale per natura appartenevi, e, contrariamente alla tua natura, sei stato innestato sopra un olivo domestico” (Romani, 11, 24).
Osserviamo una lampada elettrica. Dentro vi è un filo sottile, che appena si vede. Se però, girando l’interruttore, attraverso quel filamento facciamo passare la corrente elettrica, essa subito irraggia una luce smagliante. Una forza misteriosa ha penetrato quel filo nella sua sostanza, e lo ha reso incandescente e luminoso; ma il filamento che si è acceso rimane sempre per sua natura un filamento opaco e quasi invisibile. Così anche l’uomo, investito dalla grazia, rimane sempre uomo, essere ragionevole composto di anima e di corpo; ma la sua natura, compenetrata dalla grazia, si eleva dall’ordine naturale all’ordine sopranaturale. E si trasforma in abitazione di Dio.
Afferma Gesù: “Se uno mi ama, osserverà le mie parole, e il Padre lo amerà, e noi verremo a lui, e in lui faremo dimora” (Giovanni, 14, 23).
La Grazia è la dimora stabile, è la presenza duratura di Dio nell’anima umana, diventata sua abitazione, suo tempio. “Non sapete che voi siete tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio dimora in voi?” (Romani, 3, 16).

La Grazia, dunque, è l’innesto della vita divina sul tronco della nostra condizione umana, che ci proietta verso le altezze del soprannaturale e ci fa partecipi della stessa vita di Dio, realizzando, così, pienamente, la nostra umanità, secondo la bellissima ed efficacissima similitudine, fatta da Gesù stesso, della vite e dei tralci. Questo dovrebbe essere ben chiaro al cristiano: che la vita umana, senza la Grazia, regredisce al livello della vita animale, anzi, bestiale: perché l’animale vive senza colpa la propria inconsapevolezza, mentre l’uomo che ignora sia la natura che il valore della Grazia, e che tralascia di cercarla con tutte le sue forze, abdica al proprio statuto ontologico di creatura razionale dotata di un’anima spirituale, e si riduce al livello dei bruti.
Ne consegue che l’uomo, per realizzarsi autenticamente in quanto uomo, per attuare sino in fondo la propria umanità, deve andare oltre se stesso: egli non può accontentarsi di una vita vegetativa o di una vita animale; deve puntare a realizzare, nella forma più consapevole e mettendo a frutto i propri talenti spirituali, la vocazione cui è stato chiamato fin da prima di essere concepito, anzi, fin da prima della creazione del mondo: perché ciascuna creatura è stata presente, nella mente di Dio, sin dall’eternità, quando ancora il mondo non esisteva allo stato materiale, ciascuna con la propria speciale missione e ciascuna dotata di una specifica dignità.
I teologi (o i sedicenti teologi) progressisti e modernisti, i quali parlano e blaterano incessantemente del “diritto” dell’uomo alla felicità, e sproloquiano sul fatto che Dio desidera la nostra felicità, non sanno, letteralmente, quel che stanno dicendo: a nessuna creatura, e tanto meno all’uomo, la creatura ragionevole su tutte le altre, e la più simile a Lui, Dio si è mai sognato di promettere la felicità, secondo il concetto che gli uomini hanno di essa; perché le Sue vie non sono le nostre vie, i Suoi disegni non sono i nostri disegni. Ciò che Dio chiede all’uomo – e lo sappiamo dall’esempio di Gesù Cristo, nonché dalle sue parabole e dalle sue raccomandazioni – è di aprirsi all’azione della Grazia, di lasciarsi riempire da Lui, di lasciarsi condurre da Lui verso la piena realizzazione di se stesso, che è altra cosa, per non dire opposta, alla “realizzazione” dell’uomo di cui parlano psicologi e filosofi in chiave puramente laica ed umana, e, purtroppo, sempre più spesso, anche sedicenti teologi cattolici, e perfino vescovi e sacerdoti.
La pessima dottrina, secondo cui Dio desidera per l’uomo nient’altro che la sua “felicità”, nasce dalla pretesa – veramente satanica – di giustificare davanti a Dio ciò che non viene da Dio, ossia la pretesa dell’uomo di vivere nel peccato, spacciando il peccato per una condizione “naturale”, che Dio stesso – suprema blasfemia – sarebbe pronto e ansioso di approvare, appunto perché non desidererebbe che la nostra umana felicità. Secondo questo falso insegnamento, Dio sarebbe pronto ad approvare tutto quel che l’uomo fa e brama, solo perché ciò, in base a un criterio esclusivamente umano, lo renderebbe “felice”: Ma come potrà mai l’uomo essere felice, se volta le spalle alla vita divina e si rotola nel fango di una condizione umana chiusa in se stessa e compiaciuta di se stessa, quasi che Dio non sia altro che un sollecito notaio, chiamato ad avallare e a legalizzare tutto ciò che il suo cliente desidera, comprese le più evidenti violazioni dell’ordine divino? Ci vengono in mente, a questo proposito, le scellerate esternazioni di certi teologi e di certi vescovi e preti, i quali non cessano di dare scandalo ai fedeli, predicando una dottrina relativista e un’etica possibilista, tutta incentrata sull’uomo – la chiamano, infatti, “svolta antropologica”, e se ne vantano, mentre dovrebbero, semmai, vergognarsene. Un esempio per tutti: il vescovo di Anversa, Johan Bonny, che benedice le nozze gay. Se questa è la “svolta antropologica”, ha un inconfondibile sentore di zolfo...

La Grazia, senza la quale l’uomo è come morto, 
è la vita di Dio in lui

di Francesco Lamendola

Nessun commento:

Posta un commento