ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

sabato 15 ottobre 2016

Il prossimo cardinale di Jorge

DOVE SONO FINITI GLI ERETICI ?

    Che fine hanno fatto gli eretici e le eresie nel mondo moderno? Quello che va dicendo il vescovo Bonny sul matrimonio omosessuale si configura come un'eresia in seno alla Chiesa cattolica perché dunque non viene condannata
                                                                              di Francesco Lamendola  

Il vescovo di Anversa, Johan Bonny, discepolo di Walter Kasper, da tempo dichiara la sua intenzione di far sì che la Chiesa cattolica si decida a riconoscere l’amore omosessuale ed il relativo “matrimonio”. Per lui, non solo bisognerebbe che la Chiesa sconfessasse l’enciclica di Paolo VI Humanae vitae, riconoscendo apertamente che essa fu un errore e che non riflette il Magistero cattolico, ma dovrebbe prendere apertamente posizione a favore delle coppie omosessuali, troppo a lungo discriminate e meritevoli di vedersi riconosciuto lo stesso statuto morale e la stessa dignità che già hanno nell’ambito della legislazione statale. Nello stesso tempo, Bonny afferma che anche i divorziati e i rispostati dovrebbero venire riammessi a pieno titolo nella vita della comunità cristiana. Queste cose le dice sia in alcune interviste rilasciate alla stampa del suo Paese, sia in un libro, appena uscito nelle librerie, sostenendo che la Chiesa dovrebbe attuare un rito diverso, ma equivalente al matrimonio, per tutte le coppie che si amano, indipendentemente dal sesso di coloro che le formano, purché il loro legame presenti caratteri di stabilità, prendendo a modello la legislazione civile.
Il fatto che a simili opinioni venga data la massima pubblicità a mezzo stampa, invece di seguire, eventualmente, la via discreta degli incontri sinodali e delle commissioni specificamente predisposte in sede diocesana per proporre delle strategie riguardo ai problemi concernenti l’etica sessuale dei credenti; e, inoltre, il fatto che un vescovo cattolico contraddica frontalmente l’insegnamento secolare del Magistero ecclesiastico, per proporre, senza mezzi termini, un suo completo e brusco rovesciamento, basato, oltretutto, non su riflessioni ispirate alla Scrittura e alla Tradizione, ma unicamente in base alla constatazione che esistono delle situazioni de facto sempre più numerose e sempre più difformi dal Magistero stesso (per cui quest’ultimo, invece di “arroccarsi” sulle proprie posizioni, dovrebbe “aprirsi” e mettersi in sintonia con le idee e le pratiche oggi prevalenti, o, comunque, ormai largamente diffuse fra i cattolici), tutto ciò la dice lunga sulle intenzioni e sulla eventuale buona fede di questo ennesimo pastore progressista e neomodernista. Ciò a cui egli mira, come i suoi simili, è imporre alla Chiesa, che lo ha eletto pastore del suo gregge, un punto di vista soggettivo e unilaterale su una questione in cui la posizione della Chiesa stessa è, ed è sempre stata, ben netta e definita, rovesciandola addirittura.
Questo è solo un esempio, riguardante una questione specifica; potremmo farne altri venti o trenta; potremmo farne addirittura a centinaia, perché, negli ultimi anni, ogni vescovo e ogni sacerdote si sentono autorizzati non solo a professare, ma anche a diffondere, e con la più ampia pubblicità possibile, le loro personali opinioni sui temi più disparati, senza minimamente curarsi se siano conformi alla dottrina cattolica, così come è formulata nel Catechismo: vedi quel don Armando Trevisiol che, a Mestre, diffonde in un giornaletto di 5.000 copie il suo “sì” ai preti sposati e alle donne sacerdote. Senza contare che, dal famoso Catechismo olandese del 1966, le singole Conferenze episcopali possono anche prendersi il lusso di dare alle stampe un “loro” catechismo, incurante del Magistero e senza domandare la preventiva approvazione del Papa, allo scopo preciso di esercitare una pressione per modificare, nel senso da loro desiderato, la dottrina stessa. Per fortuna, non tutti i vescovi e i sacerdoti si lasciano tentare da questa nuova tendenza; però essa esiste, e il numero di quanti lo fanno cresce continuamente, come se la Chiesa fosse diventata una repubblica assembleare, nella quale il Magistero viene deciso e modificato attraverso la prassi di forzare continuamente i contenuti pastorali, e, in ultima analisi, anche quelli dottrinali, nel senso desiderato dalla sempre più potente fazione modernista, che, specialmente sotto l’attuale pontificato, si sta prendendo una vera e propria rivincita storica sulla scomunica di Pio X del 1907, riproponendo, in forma ancor più esasperata ed estremista, tutte le principali tesi dei vari Loisy, Tyrell, Buonaiuti, Laberthonnière.
La domanda che sorge spontanea è la seguente: che fine hanno fatto gli eretici e le eresie, nel mondo moderno? Quello che va dicendo il vescovo Johan Bonny, ad esempio, si configura, sì o no, come una eresia in seno alla Chiesa cattolica, aggravata dallo scandalo dato ai fedeli e dal disprezzo mostrato nei confronti del Magistero, unitamente alla pretesa arrogante di poterlo modificare a piacimento, secondo gli indirizzi e le tendenze prevalenti nella società contemporanea? A noi sembra che sia così, secondo ogni evidenza e secondo il puro e semplice buon senso. Se eretica è una dottrina che contraddice, in modo esplicito o implicito, la verità soprannaturale presente nella Rivelazione, che la Chiesa ha solo il compito di tramandare e preservare, e giammai il potere di modificare a propria discrezione, allora le affermazioni del vescovo di Anversa si pongono come oggettivamente eretiche. Perché, dunque, non vengono condannate, o, per lo meno, costui non viene ammonito? Come mai, a partire dal Concilio Vaticano II, a subire le censure ecclesiastiche sono solo quanti si pongono a difesa della Tradizione – che, come è noto, è, insieme alla Scrittura, il pilastro su cui si regge la divina Rivelazione, e non una “tradizione” puramente umana, con la lettera minuscola, soggetta al mutare dei tempi? Come mai monsignor Lefebvre venne invitato a ravvedersi e poi scomunicato, pur non avendo preteso d’introdurre alcuna novità dogmatica o pastorale, mentre i numerosi pastori alla Bonny sono lasciati liberi di diffondere dottrine erronee e tali da causare turbamento e confusione tra le pecorelle del gregge che era stato loro affidato perché lo proteggessero e lo custodissero nella verità eterna del Vangelo?
Il problema, crediamo, risiede, ancora e sempre, nel Concilio Vaticano II, e, ancor più, nella interpretazione parziale e tendenziosa che è stata data ai suoi documenti, e soprattutto nella prassi molto, troppo libera, che, da allora, si è instaurata, a livello di base, nelle singole diocesi e nelle singole parrocchie, e anche nelle Conferenze episcopali: una prassi tendenzialmente anarchica, irrispettosa della Tradizione e animata dalla orgogliosa convinzione che, se un determinato cambiamento è ispirato alle ideologie progressiste, esso ha il diritto di “passare” e di ottenere, alla fine, un riconoscimento dall’alto; e che qualunque forma di pressione è giustificata e legittima, anzi, è perfettamente naturale e conforme allo scopo, cioè attuare, essi dicono, la piena comunione dei fedeli e l’amore di Dio nei loro confronti: quasi che la Chiesa, da centinaia di anni, facesse più o meno il contrario. Tale, del resto, è l’atteggiamento dei progressisti in qualunque ambito agiscano, compreso quello profano: poiché si identificano nel “progresso”, elevato al rango di bene assoluto (senza rendersi conto che anche quello di progresso è un concetto storico, e dunque non solo relativo e perciò opinabile, ma anche continuamente soggetto ad invecchiare), si sentono autorizzati a guardare dall’alto in basso, con compatimento misto a disprezzo, i difensori della tradizione, e, chi sa perché, a sentirsi moralmente migliori e intellettualmente più onesti, se non altro perché più vicini al “sentire comune”, e dunque interpreti più autentici della verità.
A monte di questa forma mentis vi è uno spirito d’irrequietezza, d’indisciplina, di agitazione; una smania di novità e di cambiamenti; una totale assenza di umiltà e di prudenza e una immensa carica di superbia intellettuale, accompagnata a uno sfrenato protagonismo, sfociante, spesso, in un vero e proprio narcisismo, come se a costoro fosse impossibile svolgere la loro vocazione in silenzio, nell’ombra, come umili operai della vigna, ma ciascuno di loro, al contrario, si sentisse chiamato a rivoluzionare tutto, a illuminare le menti sprofondate nell’ignoranza (come direbbe Galilei: a rifare i cervelli), a rivitalizzare la Chiesa per mezzo della “autentica” interpretazione del Magistero, la quale, guarda caso, è balenata nelle loro menti, dopo che, per due millenni, era stata malcompresa e male applicata dalla Chiesa stessa; e come se la Chiesa fosse solo la comunità attuale dei fedeli, insomma una cosa puramente umana, e non comprendesse anche la Chiesa purgante e la Chies trionfante, né fosse sorretta e ispirata dall’azione soprannaturale dello Spirito Santo.
Il prototipo di questo nuovo tipo di sacerdote è quel don Lorenzo Milani che i suoi ammiratori, e i cattolici progressisti in generale, non nominano mai senza ammantarlo di un alone di riverenza quasi mistico, dando per cosa ovvia e scontata che egli sia stato un grandissimo e benemerito “innovatore” nella Chiesa cattolica e  che, nella penosa controversia che lo oppose al suo diretto superiore, l’arcivescovo (poi cardinale) Florit, tutte le ragioni fossero dalla sua parte, e tutti i torti dall’altra; e le cui idee pedagogiche tuttora infervorano una legione di professori universitari e liceali cattoprogressisti, quasi che nessun pedagogista più geniale e più autenticamente evangelico fosse mai uscito dalle file della Chiesa cattolica italiana. Al suo cospetto, un pedagogista vero e integralmente conforme al Magistero cattolico, come san Giovanni Bosco, scompare addirittura; nelle scuole e nelle università si parla di lui dieci volte di meno di quanto non si faccia per don Milani; e si passa tranquillamente sopra il fatto che don Bosco fu sempre, in tutto e per tutto, obbediente alla sua Chiesa, anche quando subì ingiuste critiche e persecuzioni; mentre le pretese “persecuzioni” di cui fu oggetto don Milani nacquero dalla giusta preoccupazione dei suoi superiori (compreso Giovanni XXIII, che lo definiva, in privato, un “povero pazzerello che starebbe bene in manicomio”: ma questo non lo riferiscono mai, i signori progressisti) di porre un freno al protagonismo smodato, alla presunzione e allo spirito di rancore sociale che sono evidenti nell’opera e nelle idee di costui, nelle quali invano si cercherebbe quello spirito di umiltà e di mitezza che si dovrebbero comunque ravvisare in un sacerdote che ha pronunciato anche il voto di obbedienza. Dopo essersi recato a visitarlo nella sua malattia, così Florit annotava nel suo diario, in data 22 marzo 1966: È stata una conversazione concitata di oltre un’ora. Momenti angosciosi. È un dialettico affetto da mania di persecuzione. Non preoccupazione di santità fondata sull’umiltà, ma pseudo-santità puntata verso la canonizzazione di se stesso. Egocentrismo pazzo; tipo orgoglioso e squilibrato. Da parte sua, don Milani, ormai morente, in un biglietto fatto recapitare alla sua seguace Adele Corradi, testualmente diceva: Cara Adele, non ho nulla contro il Vescovo, non è colpa sua se è indemoniato…Qualcuno s’immagina san Giovanni Bosco (oppure, in un altro ambito, san Pio da Pietrelcina, che pure subì vere persecuzioni) parlare così dei suoi superiori, e sia pure dei suoi detrattori? Del resto, la tendenza a vedere lo zampino del Demonio nell’azione dei difensori della Tradizione è tuttora ben viva tra le file dei progressisti. Il teologo Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose e ormai ascoltatissimo in alto loco e seguitissimo dai media, anche se non è affatto un prete e nemmeno un consacrato, ha di recente messo in guardia contro l’azione del Maligno che si manifesterà come spirito di resistenza contro le “riforme” di papa Francesco. Strano; finché esisteva l’Inquisizione, i progressisti si atteggiavano a vittime e negavano alla Chiesa il diritto di vedere nelle loro idee il fumo di Satana; ora che si sentono forti, tornano a parlare del Diavolo – proprio loro, che del Diavolo non parlano mai, anzi, che sono soliti negare persino l’esistenza dell’Inferno – e attribuiscono una influenza diabolica a quanti non sono d’accordo con la loro opera di auto-demolizione della Chiesa, spacciata per rinnovamento. Perché il problema, in ultima analisi, è proprio questo: vi sono delle forze oscure e potenti, fuori e dentro la Chiesa – dentro, soprattutto – che la vogliono distruggere, ma senza averne l’aria: che vogliono condurla verso una strisciante apostasia dalla fede, e portarla a contraddire i punti fondamentali della dottrina; che vogliono seminare fra i fedeli perplessità e scetticismo, fino a disgustarli e allontanarli, in modo da sostituire un’ottica relativista alle certezze perenni del Vangelo.
Una Chiesa in cui non vi è più, di fatto, una autorità preposta a sanzionare gli errori e le deviazioni dottrinali, è una Chiesa che legalizza preventivamente ogni forma di apostasia. Una Chiesa che sconfessa il proselitismo, come di recente ha fatto papa Francesco durante un viaggio pastorale in Georgia, e come, prima di lui, aveva fatto Giovanni Paolo II, a proposito dei “fratelli maggiori” Giudei, per la cui conversione non si deve più pregare, poiché ciò sarebbe una grave mancanza di rispetto, è una chiesa che si toglie l’ossigeno con le proprie mani e si avvia alla consunzione. Una cosa dovrebbe essere chiara, anche al più sprovveduto, purché in buona fede: queste posizioni non sono in linea con la Rivelazione. Gesù non disse ai suoi discepoli: Non parlate del Vangelo ai Giudei, per non urtare la loro suscettibilità, ma disse: Andare predicate il Vangelo sino agli estremi confini della terra: chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato; e san Paolo non scrisse, nelle sue lettere apostoliche, di tollerare gli erronei insegnamenti e le interpretazioni soggettive del Vangelo, ma disse che il Vangelo è uno solo, quello di Gesù Cristo, e che nessuna mano d’uomo lo può modificare. Una Chiesa non può sopravvivere se tollera al suo interno l’anarchia pastorale e teologica, e se concede a chiunque di dire la sua a nome della “vera” interpretazione della Rivelazione. La Chiesa cattolica, quanto alla sua componente umana, non fa eccezione. Se Gesù non le avesse promesso la sua divina assistenza, ci sarebbe ormai da disperare...
Dove sono finiti gli eretici?
di
Francesco Lamendola