ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

lunedì 10 ottobre 2016

Perché è ragionevole credere che Gesù fosse Dio?

RAGIONEVOLEZZA DEL VANGELO

Se il cristianesimo fosse ragionevole nel senso che la ragione sia obbligata a riconoscere la verità del Vangelo allora la fede non sarebbe più fede e il cristianesimo non sarebbe più una religione ma una filosofia anzi una scienza 
di F. Lamendola  



Il cristiano crede al Vangelo. Ci crede, cioè crede che quanto vi è scritto sia vero: non in senso metaforico e simbolico, non in senso allegorico e figurato, ma in un senso concreto e assolutamente reale. Di conseguenza, crede in Dio e crede in Gesù, il Verbo incarnato nel seno di Maria, vissuto, morto e risorto per amore degli uomini, poi tornato in Cielo; crede alla Spirito Santo; crede che nell’Eucarestia vi è il Corpo e il Sangue di Cristo; crede che vi sarà la risurrezione dei morti, nonché il Giudizio, individuale e universale, e che i beati andranno in Paradiso, i dannati scenderanno all’Inferno. Per il cristiano, il Vangelo non è una raccolta d’insegnamenti morali: è la storia della vita di Gesù, della sua nascita soprannaturale e della sua morte soprannaturale; vita che era stata annunciata dai profeti lungo tutta la storia della salvezza, così come è scritto in quella parte della Bibbia nota come l’Antico Testamento.
Il cristiano, dunque, non crede, genericamente, in Dio, in un Dio qualunque; non è un deista, e tanto meno un panteista; non crede che la natura sia sempre esistita, ma pensa che Dio abbia tratto dal nulla tutte le cose, e che l’universo, come ha avuto un inizio, avrà anche una fine.
Crede, inoltre, che al di sopra del mondo della natura vi sia una dimensione soprannaturale, nella quale si svolge la vita dell’anima; crede che esistano gli Angeli, creature benefiche e puramente spirituali, amiche di Dio e suoi messaggeri, che proteggono l’uomo, lo aiutano, lo ispirano al bene; crede che vi sia la Comunione dei santi, cioè una comunità virtuosa di tutti i cristiani, quelli ancor vivi e quelli che si trovano nell’Aldilà. Crede che Maria Vergine sia la potente e misericordiosa mediatrice fra gi uomini e Dio, e che anche i santi siano mediatori e intercessori, e che la preghiera ad essi rivolta sia valida ed efficace; e crede, infine, che vi sia il Diavolo, che va in giro, come leone ruggente, in cerca di anime da divorare (Prima lettera di Pietro, 5, 8).
Il cristiano, il cattolico, può anche non credere alle apparizioni e alla rivelazioni mariane, perfino a quelle riconosciute come soprannaturali dalla Chiesa: nessuno di tali eventi costituisce un dogma, ma solo un invito alla fede. In compenso, egli crede che Gesù è stato realmente Dio e realmente uomo; che ha realmente sofferto sulla croce, e realmente è morto; che è risorto al terzo giorno, non per finta, non in apparenza, ma realmente, vale a dire con tutto il corpo, sebbene con un corpo trasfigurato e glorificato, immortale (e non come il corpo di Lazzaro, destinato alla malattia, alla vecchiaia e alla morte, come qualsiasi altro corpo umano); e crede che, così facendo, Gesù abbia preparato la strada della vita eterna anche per coloro che credono in Lui. Il cristiano crede anche che lo Spirito Santo è presente nella storia e accompagna la vita dei credenti; che agisce in essi, per mezzo della Grazia, operata specialmente dai Sacramenti; e che, con il suo aiuto, essi diventano capaci di qualunque cosa, anche di affrontare il martirio con coraggio per la loro fede, laddove, nella loro condizione ordinaria, non sarebbero forti, né coraggiosi.
Per quanto riguarda la vita di Gesù, il cristiano, credendo alla veracità del Vangelo, crede anche a tutto ciò che vi è  narrato, riguardo ad essa. Crede ai miracoli; crede alle guarigioni miracolose e agli esorcismi vittoriosi; crede alla moltiplicazione dei pani e dei pesci; crede alla pesca miracolosa; crede che Gesù abbia camminato sulle acque, e che abbia placato la tempesta sul lago con un cenno della mano. Ammette che, forse, alcuni episodi sono stati narrati in maniera soggettiva, secondo la mentalità del tempo, ma non dubita che essi, sostanzialmente, siano veritieri e attendibili, e specialmente i più impressionanti, quelli che più contrastano con la mentalità moderna, impregnata di scientismo: la resurrezione della figlia di Giairo, del figlio della vedova di Nain e quella dell’amico Lazzaro; ma soprattutto la resurrezione, incomparabilmente diversa da queste, di Gesù stesso, dopo essere effettivamente morto sulla croce, come aveva constatato il centurione, vibrandogli nel costato il colpo di lancia.
È possibile, dunque, sostenere che credere, non in un Dio generico, ma nel Dio del Vangelo, nel Dio predicato da Gesù, e che era Gesù stesso, sia una cosa perfettamente ragionevole? I filosofi del secolo della Ragione, il XVII, hanno molto insistito su questo punto: Leibniz, Pascal, Locke, hanno sostenuto, da diversi punti di vista e con differenti presupposti, che il cristianesimo è una religione ragionevole; e la stessa cosa hanno sostenuto anche i free thinkers, i liberi pensatori, a cominciare da John Toland, avanguardia del pensiero scettico, irreligioso e ateistico, che non osava ancora rivelarsi apertamente in quanto tale, ma che, nel corso del XIX secolo, avrebbe finalmente gettato la maschera, proclamando che se è ragionevole credere in Dio, non lo è, però, credere in un Dio che si fa uomo, muore e risorge per gli uomini. E infatti hanno parlato di miti, hanno tirato in ballo il mito di Iside e Osiride, e si son scordati, nel calore della discussione, che il Vangelo è una testimonianza storica di un fatto storico, scritto a pochissima distanza dai fatti narrati e testimoniato solennemente proprio da coloro che vi presero parte, che vi assistettero e che si proposero di tramandare la vita di Gesù e la fede in Gesù, morto e risorto. I particolari della narrazione evangelica sono storici, non mitici: il dettaglio del sudario di Gesù, piegato in disparte, dopo che i discepoli furono entrati nel sepolcro vuoto; la stessa discrepanza fra i Vangeli su chi fosse il primo a vedere Gesù risorto, e su quanti Angeli stessero ai lati della pietra smossa, attestano che il Vangelo non è il frutto di un disegno studiato a tavolino per giustificare la morte di Gesù, ma la testimonianza, talora imprecisa nei particolari, ma proprio perché autentica, di chi vide e volle riferire.
Ebbene: è ragionevole, credere a tutte queste cose? Certo non potremmo prendere il criterio di verità del Vangelo per un criterio universale: se un amico venisse a dirci di aver visto morire e risorgere una terza persona, non gli crederemmo, e, quasi certamente, avremmo ragione di non credergli. Ma allora, perché è ragionevole credere alla divinità di Gesù, al mistero abissale della sua nascita, alla sua morte e resurrezione, alla sua ascensione al Cielo, alla destra del Padre, e alla successiva discesa dello Spirito Santo? Perché è ragionevole credere che Gesù fosse Dio? E perché hanno sbagliato, hanno peccato, hanno commesso un delitto gravissimo, i Giudei, quando, per decisione dl Sinedrio, non avendolo riconosciuto come il Figlio di Dio, lo hanno fatto arrestare, lo hanno processato, poi lo hanno consegnato a Ponzio Pilato, affinché venisse giustiziato come un malfattore e un sacrilego, non avendo essi il potere di metterlo a morte? E noi, se ci fossimo trovati lì; se avessimo visto e udito Gesù, avremmo creduto in quello che diceva, e avremmo creduto che diceva e faceva quelle cose per l’autorità che gli era stata conferita dal Padre suo? Da che cosa lo avremmo capito? Ce lo avrebbe detto la ragione, oppure ce lo avrebbe rivelato, semmai, un altro senso, un’altra facoltà, una forma diversa e superiore di ragione rispetto a quella ordinaria che adoperiamo nella vita d’ogni giorno?
Ecco: qui sta il punto. La fede nel Vangelo non è, di per sé, contraria alla ragione, ma non è neppure perfettamente secondo ragione: questo è certo. Non c’è niente, nel Vangelo, che la ragione non possa accettare (a meno d’identificare la ragione con l’esercizio della scienza moderna, materialista e meccanicista, e perciò pregiudizialmente contraria al soprannaturale); ma non c’è niente, d’altra parte, che lo costringa a credere. Se così fosse; se il cristianesimo fosse ragionevole, nel senso che la ragione sia obbligata a riconoscere la verità del Vangelo, allora la fede non sarebbe più fede, e il cristianesimo non sarebbe più una religione, ma una filosofia, anzi, una scienza. Evidentemente, noi non disponiamo di una ragione univoca e rigida, quella scientifica (esprit de géometrie): siamo in possesso di uno strumento molto più duttile, capace di ampliare enormemente la sua sfera di percezione e comprensione del reale (esprit de finesse), solo che – il più delle volte – non lo sappiamo, oppure ce ne scordiamo. Tendiamo a identificare la Ragione con il Logos, che è la Ragione calcolante, fondata sul principio d’identità e sulla successione di causa ed effetto; ma essa non è tutto. C’è un’altra ragione in noi, che riusciamo a vedere, o a intuire, per così dire, proprio quando la ragione ordinaria si ferma, perplessa, e non sa procedere oltre: proprio come intuiamo, nel buio, che vi è qualcosa davanti a noi, anche se non lo vediamo, perché la luce della luna è interrotta, e, nell’oscurità, vi è una macchia ancora più scura, della cui esistenza siamo assolutamente certi, anche se non siamo in grado di dire praticamente nulla su di essa. Allo stesso modo, sappiamo che deve esserci il vento, anche se non lo vediamo, soltanto perché udiamo stormire le foglie.
È ancora Pascal a chiarire molto bene il concetto di come la ragione possa e debba, in certe circostanze, sospendere le proprie norme abituali e decidere di sottomettersi a qualcosa che è più grande di lei, che essa non comprende, ma di cui intuisce la verità e la necessità.La ragione non si sottometterebbe mai se non giudicasse che ci sono casi in cui si deve sottomettere (Pensieri, 270). E dire che la ragione decide di sottomettersi, equivale a riconoscere che questo qualcosa, a cui si sottomette, le è superiore, perché l’inferiore si sottomette al superiore e non viceversa. Dunque, la fede non è inferiore alla ragione, e non è neppure contraria alla ragione; essa è superiore alla ragione, perché la illumina con un principio di cui quella è priva, e senza il quale non riuscirebbe mai ad appagare il proprio bisogno di verità assoluta.
D’altra parte, qui non stiamo parlando di una religione qualsiasi, né di una generica fede in Dio: stiamo parlando della fede nel Vangelo, e, perciò, nel Dio del Vangelo: nel Dio che si fa uomo per amore degli uomini, vive con loro, soffre con loro, muore e risorge per loro. Ed ecco quel che osserva Pascal in proposito: Perché una religione sia vera, è necessario che abbia conosciuto la grandezza e la miseria, e le cause dell’una e dell’altra. Chi, tranne la religione cristiana, l’ha conosciuta? (Pensieri, 433). L’uomo, infatti, avverte in se stesso una costante privazione, una insufficienza, una fragilità; e, nello stesso tempo, un bisogno prepotente, essenziale, di verità, di stabilità, di assoluto. Sente che gli sfugge il significato ultimo del suo esistere; è afferrato e lacerato da desideri contrastanti; vuole e non vuole, cerca e non trova: si rende conto di essere un mistero e un problema per se stesso. Ebbene, la soluzione a questo  problema non è nell’uomo, ma in Dio; e precisamente in un Dio che si è fatto uomo per condividere la conflittualità, la fragilità, la lacerazione dell’uomo rispetto a se medesimo, e per indicargli la via del loro superamento. Il cristianesimo gli spiega da che cosa dipende la sua intima insoddisfazione di sé, la sua scontentezza di quello che è, di ciò che riesce a fare, del bene che non riesce a portare a termine, della verità che sempre gli sfugge, e che non riesce ad afferrare, mediante la dottrina del Peccato originale. In altre parole, l’uomo, al presente, non è come dovrebbe essere; è imperfetto, rispetto alla sua vera natura: imperfetto, ma un tempo era perfetto, perché, se così non fosse, allora egli non potrebbe avvertire la propria imperfezione.
L’uomo, dunque, è un essere paradossale: in lui coesistono la grandezza e la miseria; e il cristianesimo è l’unica risposta a questo paradosso, perché gli annuncia un Dio che lo conosce così bene, da farsi carico della sua miseria e da spronarlo verso la sua grandezza, fornendogli i mezzi adatti a perseguire una simile impresa, che è, poi, la via della santità. Su questa via, la ragione può fungere da accompagnamento, da sostegno, da conferma, ma a patto di non pretendere di porsi come un valore assoluto e autosufficiente: perché, così come l’uomo, chiuso in se stesso, è un problema privo di soluzione, e, dunque, la più solitaria e infelice di tutte le creature, così la ragione orgogliosa e chiusa in se stessa non è capace di aiutare nemmeno se stessa, figuriamoci se potrebbe essere d’aiuto all’uomo, nella sua ricerca del vero. In questo senso, e solo in questo senso, si può parlare di una “ragionevolezza” del cristianesimo: cioè nel senso che la ragione trova in esso quelle risposte che, da sé, non riesce a procurarsi, perché eccedono le sue possibilità e la sua stessa natura. Viceversa, non si può dire che il cristianesimo sia “ragionevole” in senso puramente umano, perché, in senso umano, il cristianesimo sta oltre la ragione e sopra di essa.
Il cuore ha le sue ragioni, dice Pascal, che la ragione non conosce (Pensieri, 146): e in questo breve, lampeggiante aforisma vi è tutta a grandezza di un filosofo che non disprezza affatto la ragione, anzi, le costruisce un autentico monumento; ma proprio perché la stima e l’ammira, ne vede anche la natura ed i limiti, e sa inchinarsi davanti a quei limiti, come indizio dell’esistenza di qualcosa che è superiore alla ragione, e che il cuore intuisce, mentre la ragione non sa spiegarlo, così come non sa spiegare, da se stessa, nemmeno la propria inquietudine. Certo, dal punto di vista morale, la fede è, poi, come osserva – con altrettanta verità – Søren Kierkegaard – un paradosso, perché dice all’uomo di prendere la sua croce e di seguire Gesù, mentre l’istinto dell’uomo sarebbe la ricerca del piacere, o, almeno, quello di sottrarsi alla sofferenza. Invece il cristianesimo chiede proprio la disponibilità alla sofferenza: però con la promessa di saperla trasformare in qualcosa d’altro, e cioè nella pace: Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do, non come la dà il mondo


In che senso è ragionevole credere al Vangelo?

di Francesco Lamendola