ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

domenica 6 novembre 2016

Autoflagellazioni a senso unico

GESU'E RUOLO "FRATELLI MAGGIORI"

    Ma quante contorsioni per attenuare il ruolo dei fratelli maggiori nella morte di Gesù. Il dialogo con le altre religioni va costruito sulla base della verità, del rispetto reciproco e non con le autoflagellazioni a senso unico 
di Francesco Lamendola  




La morte di Gesù Cristo è stata voluta dai giudei (non tutti, evidentemente); ma questa è una di quelle verità che non si possono più dire, nel clima di dittatura culturale e morale imposto da un malinteso ecumenismo nato con il Concilio Vaticano II e cresciuto a dismisura negli anni successivi, fino a toccare il diapason sotto l’attuale pontificato di Francesco. Pur di non offendere i mostri “fratelli maggiori”, come ebbe a definirli Giovanni Paolo II, bisogna tacere o addirittura stravolgere la storia e le stesse Scritture: perché basta leggere i Vangeli per rendersi conto che la decisione di far morire Gesù nacque negli ambienti del Sinedrio di Gerusalemme, e che i romani furono solo gli esecutori materiali di una sentenza già scritta.
I racconti evangelici, se vogliamo prenderli sul serio, non lasciano spazio ad ipotesi alternative: Ponzio Pilato, il procuratore della Giudea, fece di tutto per evitare la condanna di Cristo, che definì “un innocente” e del cui sangue disse di non volersi macchiare; le provò tutte, compresa l’offerta di far liberare un prigioniero a richiesta del popolo, ma la folla pretese la liberazione di Barabba. Pilato esclamò a un certo punto: Ma che ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte (Luca, 23, 22). Alla fine, però, cedette, allorché si vide apertamente minacciato sotto il profilo politico: i capi dei sacerdoti gli dissero chiaro e tondo che, se non avesse condannato Gesù, che aveva voluto farsi re dei Giudei, ciò significava che non era amico di Cesare; il che, tradotto in parole più chiare, significava che lo avrebbero denunciato a Roma presso l’imperatore Tiberio, e avrebbero messo in dubbio la sua lealtà e fedeltà allo Stato romano. Solo a quel punto, e assai a malincuore, Pilato cedette e consegnò loro Gesù, perché fosse crocifisso.
Questo è scritto nel Nuovo Testamento; ed altro ancora, sempre sulla stessa linea. Per esempio, negli Atti degli Apostoli, san Pietro, nel discorso tenuto agli abitanti di Gerusalemme dopo l’Ascensione, disse testualmente (2, 22-24; 2, 36):
Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso operò fra di voi per opera sua, come voi ben sapete -, dopo che, secondo il prestabilito disegno, e la prescienza di Dio, fu consegnato a voi, voi l’avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l’avete ucciso. Ma Dio lo ha resuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. […]
Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!
San Pietro, dunque, non dice: quel Gesù che i romani, su vostra istigazione, hanno crocifisso; ma dice: quel Gesù che voi avete crocifisso: non certo per negare il fatto, evidente e testimoniato da centinaia di persone, che erano stati i romani ad eseguire materialmente la sentenza, ma per evidenziare che i veri responsabili dei quella morte erano stati i giudei, i quali era come se avessero eseguito la sentenza di propria mano (voi l‘avete ucciso, inchiodandolo sulla croce per mezzo di uomini empi).
Eppure, nemmeno queste parole, così chiare, così inequivocabili, sono bastate a quei cattolici progressisti e buonisti, i quali, intendendo il dialogo con le altre religioni come un calare le braghe, autoaccusarsi di tutte le colpe possibili per il passato, domandare perdono incondizionatamente a tutti quanti, e, come se non bastasse, rimuovere dal patrimonio spirituale e culturale dei cattolici tutto ciò che può fare ombra ai non cattolici, si sono dati da fare in ogni modo per “scagionare” i Giudei , quanto più possibile – perché farlo del tutto sarebbe davvero arduo – e per rovesciare la responsabilità maggiore sui romani.
Prendiamo, quale esempio di questo filone che, a buon diritto, si potrebbe chiamare “revisionista” della cultura cattolica, la monografia di don Chino Biscontin Le ultime ore di Gesù, dove, dietro l’impostazione rigorosamente erudita e quasi specialistica, si vede continuamente lo sforzo di arrampicarsi sugli specchi, forzando al massimo i fatti per tirar fuori da essi ciò che piace alle testi degli “innocentisti”. L’obiettivo dichiarato è scagionare il giudaismo da qualunque addebito.
Scrive, dunque, don Chino Biscontin nel suo libro (Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 2004): Gesù fu ucciso per ordine del magistrato romano, il prefetto Ponzio Pilato, e da mani romane (p. 55).
Questa è la classica mezza verità: si dice una parte della verità e si tace quella parte che non fa comodo: ma qualsiasi mezza verità non è che una menzogna. Sarebbe un po’ come asserire che Hiroshima fu distrutta da due piloti americani, tacendo che essi non fecero altro che eseguire ordini superiori, che partivano dal presidente Truman.
L’idea che ci fu una condanna capitale formale [durante il processo a casa di Anna] non rientra nella linea di probabilità (?) che qui stiamo seguendo. Il che spinge a ritenere che il sommo sacerdote decise di consegnare Gesù a Pilato anche perché in tal modo si evitava una tale condanna e le procedure per giungere ad essa: tuttavia consegnare Gesù al prefetto romano, con l’accusa, come vedremo, di appartenere ad una qualche forma di resistenza antiromana, insomma con la segnalazione di reato, era una forma indiretta di condanna. Né il sommo sacerdote poteva ignorare che così facendo esponeva Gesù al pericolo diretto e altamente probabile di venire giustiziato, come in effetti avvenne. (p. 61)
Caifa non poteva ignorare? È un modo assai eufemistico per dire che Caifa voleva la condanna a morte di Gesù. Come possiamo affermarlo? Ma perché sta scritto chiaro e tondo nei Vangeli; sin dall’inizio, egli si presentò a Pilato chiedendo la condanna a morte di Gesù, senza neanche specificare quale fosse il capo d’imputazione. Tanto è vero che Pilato, incredulo, domandò cosa avesse fatto Gesù, e gli fu risposto: Se non fosse colpevole, non te l’avremmo consegnato.
Una domanda: don Chino Biscontin ha letto i Vangeli? Oppure, in alternativa, un’altra domanda: crede alla loro verità e attendibilità? Oppure, come facevano e fanno i modernisti, ritiene che i Vangeli non siano parola ispirata da Dio, ma parola puramente umana, e quindi, magari, sospettabile di presentare i fatto in una luce falsa?
Dalle considerazioni sin qui condotte risulta che una qualche e non lieve responsabilità per la morte di Gesù ricade, dunque, sul sommo sacerdote, e sul gruppo di notabili che assieme a lui presero questa decisione. (p. 61)
Una qualche e non lieve responsabilità: che linguaggio meravigliosamente gesuitico! Una qualche e non lieve: un autentico capolavoro di equilibrismo, anzi, di funambolismo verbale: una responsabilità grande, ma non troppo; anzi, semmai piccola; ma non troppo piccola: insomma, una responsabilità così, così. Adelante, Pedro, con juicio. Ma il processo notturno, fu legale? Sì; no; forse. Ma perché, dunque, non una responsabilità piena ed intera? E qui, giù con le circostanze attenuanti: prima fra tutte, che i capi del Sinedrio temevano una ritorsione romana, se dal gruppo di Gesù fosse partita una qualche sedizione nazionalista (ma c’è una sola parola, un solo gesto, nella vita di Gesù, che dia adito al minimo spiraglio per una simile ipotesi?). Inoltre, essi dovevano rispondere alla “provocazione” rappresentata dalla pretesa messianica di Gesù, pubblicamente esercitata, specie con il gesto clamoroso della cacciata dei mercanti dal Tempio. Sì, l’Autore usa proprio questa curiosa, stravagante espressione: Gesù li aveva provocati. E a un certo punto dice:
Gli studiosi sono d’accordo sul fatto che i Vangeli mostrano una evidente tendenza a minimizzare il ruolo e le responsabilità del prefetto romano (pp. 73-74).
Ma di quali studiosi stiamo parlando? Non ne viene citato neanche uno. Piuttosto, emerge quel che dicevamo a proposito del modernismo: i Vangeli sono letti e soppesati con diffidenza, con sospetto: sono troppo filo-romani e troppo anti-giudei (strano, visto che almeno tre di essi, su quattro, si rivolgono sostanzialmente a un pubblico giudaico). Ma allora non possiamo prendere per verità divinamente ispirata quel che dicono i Vangeli? Buono a sapersi: vi sono preti cattolici che, come i protestanti, ritengono di potere e di dover liberamente interpretare le Scritture, e, se non vi trovano quel che essi vorrebbero, non esitano ad accusarle di aver distorto i fatti. E allora di chi deve fidarsi, un cattolico, se non del Vangelo? Ovvia risposta: dei teologi e biblisti progressisti. Il Vangelo secondo Tizio, Caio e Sempronio; e non più secondo Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Quelli erano altri tempi; ora è arrivata la modernità e, con essa, le meraviglia della Chiesa post-conciliare.
Ma chi era Pilato? Non erto colui che cercò, in ogni modo, di evitare la condanna di Gesù, come dicono i Vangeli. No: don Chino Biscontin ne sa più dei Vangeli; è meglio infornato dei testimoni oculari del fatto. Ecco il ritratto che fa di Pilato:… quest’uomo sprezzante e testardo, opportunista e codardo, all’occorrenza duro e crudele (p. 77). Inutile dire che, parlando di Anna, di Caifa e degli altri pezzi grossi del Sinedrio, il Nostro non adopera per niente simili espressioni. Né sprezzanti, né testardi, né opportunisti, né codardi, e nemmeno crudeli. Al massimo, degli uomini un po’ troppo presi dagli ingranaggi della politica, dagli affari materiali del Tempio, e dalla legittima preoccupazione di evitare una rappresaglia romana. Se non proprio anime belle, per lo meno brava gente in perfetta buona fede – o quasi.
Ed ecco il pistolotto finale politically correct, che scaglia l’anatema contro ogni lettura in chiave antigiudaica della Passione di Cristo:
Accusare tutti gi appartenenti alla religione giudaica di allora del0’uccisione, storicamente è totalmente infondato; aver continuato a mantenere viva questa accusa nei secoli e rivolgerla persino contro le generazioni giudaiche successive è una grave colpa storica di cui la tradizione cristiana si è macchiata. Prendere coscienza che, in tal modo, è stata generata un’infezione antisemitica endemica che non è ancor del tutto debellata e che può avere nuovi sussulti di virulenza e impegnarsi per estirparla è un dovere di giustizia. Dell’uccisione di Gesù fu responsabile, nelle forme e nei liniti sopra tracciati, certamente anche Caifa ed un gruppo di notabili suoi consiglieri […]. Accusare costoro, tuttavia, di “deicidio”, e cioè di consapevole e volontaria eliminazione di un individui che nella sua identità profonda era il figlio eterno di Dio e dunque egli stesso Dio, è del tutto fuori luogo (p. 66).
Questo brano di prosa, che, letto frettolosamente, potrebbe sembrare ineccepibile per equanimità e ponderatezza, è, invece, un altro classico esempio di mezza verità. Vi si parla di una colpa grave, deliberatamente alimentata dai cristiani nei confronti degli ebrei; di una responsabilità nell’aver generato l’infezione antisemita. Oltre al fatto di confondere – lui sì, deliberatamente – l’antigiudaismo religioso con l’antisemitismo biologico, che sono due cose totalmente diverse e che solo chi è in mala fede può mettere in diretta relazione, resta il fatto che, qui, l’Autore punta il dito contro i cristiani, come se essi soli avessero delle responsabilità storiche nei confronti dei Giudei; ma non spende neanche mezza parola per le responsabilità storiche dei giudei nei confronti dei cristiani, e non solo per la morte in croce di Gesù. Dalla lapidazione di santo Stefano in poi, tutta la storia delle relazioni fra le due religioni è contrassegnata dal continuo tentativo dei giudei di volgere contro i Cristiani prima la repressione degli imperatori romani, poi quella dei Persiani in lotta contro l’Impero Bizantino; quando pure non presero le armi essi stessi per massacrare migliaia di cristiani, come avvenne in Palestina e in Egitto verso il 640. Il fatto che, poi, specialmente in Europa, i giudei, essendo una piccola minoranza in un continente cristiano, non ebbero più la possibilità di lottare contro di essi ad armi pari, non toglie che il rancore e l’inimicizia furono alimentati, per secoli, non solo dai cristiani contro di loro, ma anche da essi contro i cristiani. C’è bisogno di ricordare quelle preghiere del Talmud, che ogni buon giudeo recitava ogni giorno, grondanti maledizioni contro i cristiani, nonché l’incitamento a operare contro di essi, senza il minino scrupolo, ogni sorta di malizia, visto che si trattava d’infedeli?
Queste riflessioni non hanno certo lo scopo di rinfocolare antiche animosità e incomprensioni, o di riaprire vecchie piaghe fra cristiani e giudei, ma soltanto di ricordare ai cristiani che non devono esagerare con i sensi di colpa; e che il dialogo con le altre religioni va costruito sulla base della verità e del rispetto reciproco, e non con le autoflagellazioni a senso unico, negatrici della verità… 

Ma quante contorsioni per attenuare il ruolo dei “fratelli maggiori” nella morte di Gesù

di Francesco Lamendola

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