ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

martedì 15 novembre 2016

Da porta santa a porta Inferi?

Santuario di Fatima invita i pellegrini a attraversare "portico Giubileo", in occasione del centenario delle apparizioni


porta speciale sarà aperto 27 novembre dal vescovo Antonio Marto


Fatima 14 novembre 2016 (Ecclesia) - Il Santuario di Fatima segnerà il centenario delle Apparizioni con l'apertura il 27 novembre, un portico Giubileo in cima alla sala di preghiera di quel luogo di culto.
Sul suo sito web, il Santuario spiega che l'obiettivo è quello di fornire i motivi "di un elemento visivo che può celebrare il centenario di Fatima" e ricordare al tempo stesso la "arco, nel 1917, ha segnato il luogo delle apparizioni e sotto che sono stati fotografati Francisco, Giacinta e Lucia ".
La cerimonia di apertura cavalletto avrà luogo il 27 novembre, dalle ore 11:00, una Messa presieduta dal Vescovo di Leiria-Fatima, Mons Antonio Marto.
Il "viaggio del pellegrino", proposto dal Santuario di Fatima, in occasione del centenario delle apparizioni della Madonna (Maggio 2017) "assume un percorso che include passando per il portico Giubileo; preghiera del rosario nella Cappella delle Apparizioni; e la preghiera da Papa Francesco accanto alle tombe dei pastori ".
Anche la preghiera per la pace, nella Cappella dei Santi? Ssimo Sacramento e la preghiera giubilare Consagrac? A? O ".
Il portico Giubileo è un opera dell'architetto Joan Delgado ed è fatto per la scala del Santuario di Preghiera Area.
I pellegrini possono anche trovare telai di questo tipo, più piccoli, da segnalare "tutte le voci" il luogo di culto della Cova da Iria, e il pellegrino cammino giubilare, tradotto in sette lingue.
JCP

SOFFERENZA E SOCIETA' MODERNA

    Il peggiore traviamento della civiltà moderna è aver misconosciuto il valore della sofferenza. Ciò che distingue la civiltà dalla barbarie è lo sviluppo armonioso di ciò che è autenticamente umano che promuove la vita 
di Francesco Lamendola  





Abbiamo sostenuto, più e più volte, in maniera insistente, che la modernità è una malattia; che la modernità è radicalmente anticristiana; che la modernità è il male. Vogliamo ora condurre una riflessione su quello che, a nostro avviso, è il peggiore traviamento e la colpa più grave della civiltà moderna: il totale misconoscimento del valore della sofferenza.
Ciò che distingue la civiltà dalla barbarie è lo sviluppo armonioso e benevolo di ciò che è autenticamente umano, di ciò che promuove la vita e allarga gli orizzonti della speranza. Ebbene, la sofferenza è parte integrante della vita, parte essenziale e non casuale, non accidentale: pertanto, una civiltà degna di questo nome deve trovare per essa una risposta soddisfacente, deve inscriverla in un orizzonte di senso, valorizzarla e porla al servizio dell’umano.
La civiltà moderna non ha imboccato questa strada. Da un lato, ha preteso di sconfiggerla, di negarla, di aggredirla, e, armata di presunzione scientista, ha bandito una crociata contro di essa; dall’altro, resasi infine conto della vanità, anzi, della grottesca assurdità di una simile crociata, ha deciso d’ignorarla o di rimuoverla, insieme – se necessario - alla vita stessa. L’aborto e l’eutanasia sono le due facce di una stessa medaglia: piuttosto che accollarsi una gravidanza indesiderata, con i sacrifici e le incertezze che ciò comporta, si uccide il nascituro; piuttosto che sopportare pazientemente la sofferenza di una malattia terminale, si sopprime il malato, sottraendo alla morte, con l’anticiparla, il tributo che le è dovuto secondo natura.
La civiltà moderna, che ha estromesso Dio e fa perno sull’uomo, non ha, tuttavia, una concezione esatta dell’uomo stesso: le sue basi sono costruite sulla sabbia. Essa non vede l’uomo come realmente è – una creatura, innanzitutto; e, inoltre, un essere fragile, fallibile e mortale; si ostina a vederlo come vorrebbe che fosse: non creatura, ma padrone di se stesso, e quindi anche della vita e della morte; un semidio narcisista e insaziabile, proteso al soddisfacimento di tutte le sue brame, comprese quelle intellettuali, senza senso del limite e senza senso del mistero. Pertanto, la civiltà moderna ha voluto trovare un “colpevole” esterno per la sofferenza umana: ora la malattia, che può essere sconfitta con le arti della scienza; ora l’ingiustizia sociale, che può essere rimossa con un differente ordine politico ed economico. Tuttavia, né i progressi della scienza e della medicina, né le innumerevoli ideologie e le sanguinose rivoluzioni che hanno contraddistinto il cammino convulso della modernità, sono riusciti ad intaccare lo zoccolo duro della sofferenza: ne hanno solo lievemente modificato l’aspetto, ma non l’hanno sostanzialmente ridotta, e tanto meno fatta sparire. Alle malattie che sono state debellate, sono subentrate delle malattie nuove: la durata della vita media si è alzata solo in apparenza, mediante l’abbattimento della mortalità infantile; ma la mortalità degli adulti è, nel complesso, aumentata. Sul piano sociale, alle vecchie ingiustizie, in parte scomparse, ne sono subentrare delle nuove: non c’è più la servitù della gleba, certo, e neppure la tirannide autocratica (almeno in Occidente), però ci sono la servitù della catena di montaggio e una nuova forma di democrazia totalitaria che fa quasi rimpiangere i regimi assolutisti (i quali, almeno, si presentano per quel che sono e si possono combattere a viso aperto). Ma la sofferenza è rimasta, sia nelle forme del dolore fisico, sia in quelle dell’abbandono, del degrado e della miseria morale. Ci sono persone che muoiono così sole, che il loro cadavere viene scoperto solo quando, da sotto la porta dell’appartamento, comincia a filtrare il tanfo di decomposizione. Quanta solitudine, quanta sofferenza morale dietro tutto questo. No, la civiltà moderna non ha condotto a buon fine la sua battaglia contro la sofferenza, anche se ha trovato il modo di anestetizzare i sintomi.
A quel punto, la civiltà moderna ha deciso di volgere la testa dall’altra parte e di non pensarci più: si soffre, si muore, ma non lo si deve dire in giro: sarebbe una cattiva pubblicità per il migliore dei mondi possibili, quello costruito dall’uomo per se stesso, presuntuosamente e orgogliosamente, quasi in sfida a Dio. È sempre la vecchia storia della torre di Babele, che torna e ritorna: corsi e ricorsi, direbbe il buon Giambattista Vico (che, comunque, non è affatto il padre dello storicismo, come vorrebbe la critica moderna, perché non ha mai preteso di spiegare la storia solo con la storia stessa). L’importante, dunque, è soffrire e morire in silenzio: magari in qualche stanza di ospedale, perché in casa si dà fastidio ai sani e ai giovani, che hanno ancora tanto da godere.
A volte l’importanza di una cosa emerge dal silenzio in cui è tenuta: quando non si parla mai di una cosa, ciò significa che non è considerata per nulla, oppure che rappresenta una autentica ossessione, e gli uomini reagiscono fingendo d’ignorarla. Nella civiltà moderna si cerca di non parlare mai della morte, se non quando vi si è proprio costretti, e meno ancora della sofferenza: essa, infatti, rappresenta una sfida permanente, una domanda senza risposta. Che senso ha la sofferenza, in un mondo che l’uomo pretende di aver interamente sotto controllo, o che vorrebbe avere interamente sotto controllo? Essa gli sfugge, non si lascia catturare, non si lascia vincere: il suo pungiglione continua ad essere velenoso, e gli uomini continuano a soffrire, fisicamente e moralmente, nonostante tutte le promesse della scienza e della tecnica, nonostante le magnifiche predizioni di un Logos strumentale e calcolante che pretende di avere la soluzione per ogni genere di problema. Nulla è cambiato, sotto la superficie, dai tempi di Omero o della Bibbia, anzi, dai tempi dell’uomo preistorico, che dipingeva le grotte di Altamira e di Lascaux. Intollerabile! Di qui la parola d’ordine: non parliamone troppo, giriamo lo sguardo da un’altra parte.
Il fatto è che la sofferenza non rappresenta affatto un problema, bensì un mistero. I problemi si possono risolvere, se non oggi, domani; il mistero, no: il mistero si accetta, perché trascende le possibilità umane, anche solo la possibilità d’essere compreso. Un mistero, se viene penetrato dalla ragione umana, non è più tale. Il vero mistero permane, è perenne, esprime una verità eterna: una verità che ci interroga, ma che non si lascia interrogare. Davanti ad essa dobbiamo farci piccoli e umili; dobbiamo metterci in ginocchio e fare silenzio; dobbiamo assumere l’atteggiamento di chi non sa nulla, non comprende nulla, non può fare nulla. Solo allora, forse, qualche cosa capiremo. Ma non la capiremo per via razionale: no, la capiremo per un’altra via, che non è ir-razionale, ma sovra-razionale. In un altro modo da come comprende le cose la ragione; e, tuttavia, in un modo non meno efficace, non meno penetrante, anzi, assai più chiaro e persuasivo. Il mistero ha a che fare con il sacro, con il divino; il mistero, in ultima analisi, è Dio. E noi, davanti a Dio, siamo solo piccole creature balbettanti, specie quando gonfiamo il petto e crediamo di essere qualcosa; ma diventiamo creature nobili e preziose, quando abbandoniamo il nostro orgoglio e ci rendiamo docili strumenti nella mani di Dio, arrendendoci al fuoco del Suo amore.
Del resto, basta che guardiamo a come si regolavano i nostri nonni. Davanti alla sofferenza, pregavano e chiedevano l’aiuto di Dio; poi, se si rendevano conto che non esisteva rimedio, offrivano a Lui il loro soffrire, certi che Egli sa raccogliere ogni lacrima e che sa trasformare il male in bene. Per loro, la sofferenza aveva un profondo significato: non era un errore della natura, né un frutto del caso. Addirittura, essi pensavano che Dio manda la sofferenza a coloro che ama in modo particolare: è un modo per provarli, per rafforzarli, per perfezionarli e avvicinarli a Sé. Nella sua saggia pedagogia, Dio sa che gli uomini, finché stanno bene e sono sazi e appagati, non fanno niente per perfezionarsi, ma impigriscono nell’ozio morale. Hanno bisogno di una sferza. Però la prova non è mai superiore alle forze di colui che la riceve: chi è provato, nello stesso tempo riceve da Dio l’aiuto straordinario per sostenere la prova. Gli uomini non devono portare la croce da soli: prima di loro e insieme a loro, Egli la porta e ne regge il peso principale.
Ecco: questa è l’idea fondamentale, che, con la secolarizzazione, è andata gradualmente smarrita: che la sofferenza non è inutile, che è preziosa; che è un segno della predilezione divina; e che, se accettata e offerta in espiazione del male, contribuisce a ristabilire l’equilibrio cosmico, turbato dal peccato, e si risolve in una benedizione per l’umanità. I grandi mistici, che sanno bene queste cose, desiderano la sofferenza e la vivono come un privilegio; se essa non arriva da sé, se la infliggono, mediante digiuni, rinunce, mortificazioni fisiche e morali. E che essa sia gradita a Dio, lo prova il miracolo delle stimmate, che si è verificato nella vita di alcuni grandissimi santi, come un “sigillo” (dice Dante), cioè un attestato che Dio li ha ritenuto degni di rivivere, nella loro carne, le sofferenze di Cristo, facendoli simili a Sé. Anche san Paolo portava in se stesso un segno misterioso impressogli da Dio: un tormento nel corpo, che per tre volte chiese gli fosse tolto, e che infine accettò, appunto come uno strumento necessario della sua edificazione morale. Senza la sofferenza, infatti, che cosa sarebbe l’uomo, che cosa imparerebbe? Non monterebbe forse in superbia, non perderebbe il senso delle proporzioni, finendo per credersi un piccolo dio egli stesso? È la sofferenza che insegna agli uomini il valore dell’umiltà; è essa che ricorda loro quanto sono fragili, quanto sono imperfetti, e quanto bisognosi del costante soccorso di Dio.
Le creature sofferenti, al tempo dei nostri nonni, avevamo una qualche consapevolezza del loro ruolo privilegiato, preziosissimo. Marthe Robin, inchiodata a letto, o Teresa Neumann, immersa nella sofferenza, furono due mistiche che si sostentarono, per buona parte delle loro vite, con il solo Pane eucaristico: entrambe vissero le loro sofferenze come una speciale grazia di Dio, e furono strumento di conforto e di edificazione per migliaia di persone. Poi è arrivata la civiltà moderna, e, in nome dell’efficienza, della salute, della giovinezza, ha svalutato la sofferenza e ha insegnato alle persone a ribellarsi contro di essa. Oggi la sofferenza non è più accolta come una occasione di perfezionamento e di avvicinamento a Dio, ma si tenta in ogni modo di cacciarla, o d’ignorarla, o di negarla: in nome di un democraticismo male inteso, si pretende di abolire la differenza fra salute e malattia, quasi che ammettere l’esistenza della malattia, o della disabilità, o della debolezza, o dell’impotenza, fosse una accettazione dell’ingiustizia, della discriminazione. Lo sappiamo bene: questo è un discorso molto difficile da fare, e che si presta molto ad essere frainteso; pure, bisogna farlo: il pericolo è che, dietro la pretesa di malati e disabili di essere come gli altri, di fare come gli altri, e persino di gareggiare alle Olimpiadi, si celi un rifiuto radicale di ciò che è specifico, e prezioso, nella loro condizione: un certo grado di sofferenza, e, soprattutto, di accettazione della sofferenza, con quello che essa comporta in termini di rinuncia e sacrificio. Il fatto che un giovane senza gambe voglia gareggiare, in una apposita competizione sportiva, fornito di protesi metalliche, può essere letto, da una parte, come uno slancio di vitalità, di coraggio, di amore per la vita, ma, dall’altro, anche come un rifiuto della realtà, come una pretesa di negare la propria condizione e di trarre da essa quei benefici spirituali di cui è potenzialmente portatrice. E il rifiuto e la negazione partono già dal linguaggio: il fatto che non si dica più: cieco, sordo, paralitico, ma che si adoperino perifrasi cervellotiche e, a volte, un po’ grottesche, indica proprio la pretesa di far sparire la cosa, solo perché ci si rifiuta di chiamarla con il suo nome. Ma perché un cieco dovrebbe sentirsi offeso di essere chiamato con questo nome? Non ci risulta che Gesù, per una malintesa delicatezza, chiamasse i ciechi non vedenti, o i paralitici, diversamente abili; nient’affatto: li chiamava col loro nome; e, nello stesso tempo, mostrava per essi un affetto e una tenerezza del tutto speciali.
Se incominciamo a pensare che la sofferenza non sia una benedizione, ma una maledizione, allora, presto o tardi, dobbiamo arrivare alla conclusione che, per coloro che soffrono, esistono due sole possibilità: o aiutarli a guarire, o aiutarli a sparire, ad esempio mediante l’eutanasia, o una qualche altra forma di suicidio assistito. La vita, secondo la mentalità moderna, ha valore solo se rivestita di condizioni ottimali: già la vecchiaia, che pure è un processo naturale, viene considerata con diffidenza, con sospetto, persino con disgusto, e perciò rifiutata. I vecchi si travestono da giovani, si sottopongono a interventi chirurgici, si vestono e si truccano da liceali, per camuffarsi e mimetizzarsi in mezzo ai giovani. E già da questo si capisce che la civiltà moderna è antiumana: non ammette e non perdona il naturale svolgimento di ciò che è umano, di ciò che deve fare il suo corso. Si preoccupa del benessere (apparente) dei corpi, ma non dedica che qualche fugace pensiero alle cose spirituali. L’anima, per essa, è solo un vocabolo antiquato: ora c’è la psiche, e ci sono i rimedi contro le malattie psichiche. La civiltà moderna non sospetta nemmeno che le cosiddette malattie psichiche sono, sovente, il segnale di un malessere assai più profondo: di una malattia dell’anima. Se l’anima è malata, tutto l’organismo è malato, anche il corpo. Davvero siamo diventati così barbari, da non arrivare più a comprendere delle verità tanto semplici ed evidenti?...

Il peggiore traviamento della civiltà moderna è aver misconosciuto il valore della sofferenza

di

Francesco Lamendola