ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

giovedì 24 novembre 2016

Esse conoscono la sua voce

NON E' LA VOCE DEL PASTORE

 Il sacerdote deve essere la guida per gli altri: se la guida si confessa dubbiosa cosa succederà? Lui è responsabile della loro sicurezza, si è assunto la missione di condurli illesi verso il porto della fede nella pace del Signore 
di F. Lamendola  

Il buon pastore conosce le sue pecorelle, ed esse conoscono la sua voce, dice Gesù parlando non solo di se stesso, ma anche dei suoi apostoli e di quanti, nel suo nome, si faranno carico della sua raccomandazione: Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo. Vi è qualcosa, dunque, nella voce del pastore, nel suo tono, nei suoi modi, per cui le pecore lo riconoscono e vanno con fiducia verso di lui, e così egli le raccoglie e le conduce nell’ovile, dove saranno al sicuro nelle ore buie della notte, fino a quando il giorno ritornerà, ed esse usciranno di nuovo a pascolare, incontro alla luce del sole. Ma che cosa, esattamente? Niente in particolare, ma, nell’insieme, quasi tutto: quella dolcezza, quella bontà, quella familiarità, che permettono alle pecore di riconoscerlo, e che non vi sono nei falsi pastori, per cui esse si guardano bene dall’ascoltare la voce di costoro e dal seguirli. Il buon pastore ispira fiducia: non perché lusinga le pecore, non perché fa tutto ciò che esse vorrebbero, ma perché si pone verso di esse con quel misto di autorevolezza e di autentica dedizione, che rende credibile il suo richiamo. Egli è pronto a dare la vita per loro, ed esse lo sentono. Tale era l’atteggiamento che assumevano i buoni, vecchi parroci di una volta nei confronti dei loro parrocchiani, quando ancora non si era diffusa la follia modernista per cui i laici ne sanno una più del prete, e per cui il prete deve venire incontro ai loro desideri, magari negoziando i valori non negoziabili, smettendo di parlare della croce, del sacrificio e del peccato, ma parlando solo di misericordia, bontà e perdono.
Non che tutti i parroci fossero santi, però si ponevano l’obiettivo di esserlo. La gente li stimava o, almeno, li rispettava, perché si sforzavano di fare, meglio che potevano, le veci del buon pastore: guidare, indirizzare, incoraggiare, sostenere, confortare, illuminare. E, più importante di tutto il resto, dare il buon esempio: con l’abnegazione, lo spirito di sacrificio, la tensione verso la santità. Se avevano dei dubbi di fede, dei momenti di crisi spirituale, li tenevano per sé, e, semmai, andavano a consigliarsi e a cercare sostegno e conforto, a loro volta, presso qualche parroco più anziano, o direttamente dal vescovo. Non dichiaravano i loro dubbi ai loro parrocchiani: ciò avrebbe dato scandalo, seminando turbamento e confusione. Il sacerdote deve essere la guida per gli altri: se la guida si confessa dubbiosa, cosa succederà? Lui è responsabile, in un certo senso, della loro sicurezza; si è assunto la missione di condurli, illesi e sicuri, verso il porto della fede, nella pace del Signore. Come potrebbe dichiarare a tutti, a voce alta, di non credere più nella sua missione, nei sacramenti, o di dubitare? Sarebbe come se una guida alpina, nel bel mezzo della traversata di un canalone, a quattromila metri d’altezza, si voltasse verso coloro che si sono affidati a lui e che ripongono in lui ogni fiducia e ogni speranza di salvezza, per confessare di non saper andare avanti, di non ricordare più come si fa a piantare i chiodi nella parete, a  riconoscere le pietre sicure cui afferrarsi.Non c’è bisogno di essere degli eroi o dei geni per capire al volo che una cosa del genere è semplicemente inconcepibile; che non va fatta, per nessuna ragione al mondo.
Eppure papa Francesco l’ha fatta, la fa. E non a tu per tu, in disparte, con una persona di fiducia, ma pubblicamente, davanti a migliaia e migliaia di persone venute lì, a Roma, da ogni parte d’Italia e del mondo, nella capitale del cristianesimo, per trovare nel pastore la guida, il sostegno, il conforto ai loro eventuali dubbi di fede. Così facendo, ha tradito la sua missione di pastore, ha seminato sconcerto e accresciuto crisi di fede, il tutto mentre seguita a non rispondere ai dubbi dei quattro cardinali sulla esortazione apostolica Amoris laetitia, espressi ormai due mesi fa. Due pesi e due misure: lui può confessare al mondo i suoi dubbi; gli altri non possono dubitare delle sue parole. Se ne evince che la sua voce non è la voce del pastore, e le pecore non la riconoscono. E non è certo solo questa la ragione per cui le pecorelle non riconoscono la voce del loro pastore, né riconoscono, nelle sue parole, la voce di Gesù Cristo e del Vangelo. Da quando è stato eletto, Francesco ha dato vita ad un crescendo continuo di atteggiamenti e prese di posizione che hanno seminato, e continuano a seminare, dubbi, perplessità, frustrazione, amarezza, nel suo gregge, o meglio, nel gregge che gli è stato affidato dal Signore, e che non è suo, anche se a volte sembra comportarsi come se lo fosse. Ne vogliano evidenziare una decina, ma sarebbero molti di più.
1. Fin dal suo insediamento, ha voluto presentarsi non come il papa, ma solo come il vescovo di Roma, quasi a minimizzare il suo ruolo di capo della Chiesa cattolica; poi, però, ha incominciato ad agire con un autoritarismo quale pochissimi papi hanno mostrato nell’ultimo secolo: sia colpendo chi non si allineava alla sua volontà, come i francescani dell’Immacolata, addirittura commissariati e pubblicamene umiliati, sia mettendo degli uomini di sua fiducia nelle posizioni chiave della Curia, sia ignorando le obiezioni o i dubbi di chi non è interamente persuaso di certe sue indicazioni pastorali, come i quattro cardinali che avevano domandato chiarimenti sullaAmoris laetitia.
2. Ha voluto accentuare la sua posizione di non “concorrente” con le altre religioni, fino a garantire di non essere interessato al proselitismo (come nel viaggio in Georgia), e fino ad affermare che in tutte le religioni vi è una nocciolo di verità che consente di arrivare a Dio: il che equivale a negare che il cristianesimo sia il solo tramite alla verità divina, secondo le precise parole di Gesù Cristo: Io sono la via, la verità e la vita; e ancora: Andate a battezzare e a predicare il Vangelo: chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo, ma chi non crede sarà condannato.
3. Ha dimostrato apprezzamento, stima, familiarità ed amicizia verso persone come Eugenio Scalfari, Marco Pannella ed Emma Bonino: Scalfari è il capo riconosciuto del “partito” massonico, anticlericale, anticattolico e gnostico; Pannella è stato il principe di tutte le battaglie radicali per i “diritti civili”: divorzio, aborto, eutanasia, unioni civili, matrimoni omosessuali, libera droga; la Bonino, fin da giovane, si faceva fotografare mentre insegnava alle ragazze ad abortire mediante l’inserimento di una pompa per bicicletta nella vagina. Con Scalfari si incontra regolarmente, si fa intervistare in tutta libertà (cioè senza microfoni) e si vanta delle sue “aperture”.
4. Pur di non apparire “clericale”, mortifica il suo ruolo di capo della religione cattolica davanti alle altre religioni e davanti agli atei; si accomiata con un “buonasera”, invece che con un “Sia lodato Gesù Cristo”, o con un “Vi benedica Dio, Padre onnipotente” dalla folla dei credenti venuta a salutarlo; ha permesso agli islamici di entrare nelle chiese cattoliche durante la Messa e di pregare il loro Dio, nella loro lingua, e questo dopo che due islamici avevano sgozzato un prete cattolico in chiesa, durante la celebrazione della Messa, in Francia, e mentre milioni di cattolici e di altri cristiani sono perseguitati a morte o costretti alla fuga in vaste regioni dell’Africa e dell’Asia, appunto dalla ferocia musulmana. Circa la Siria, si è spinto a parteggiare per le fazioni anti-Assad, benché si tratti principalmente di fanatici islamisti e anticristiani: come ha fatto un altro gesuita, padre Paolo Dall’Oglio, che poi è stato rapito e, probabilmente, ucciso, proprio da coloro a fianco dei quali aveva deciso di schierarsi, alquanto rumorosamente.
5. Ha sostanzialmente riabilitato la teologia della liberazione, ufficialmente condannata da Giovanni Paolo II nella conferenza di Puebla del 1979, davanti all’intero episcopato latino-americano; così come ha sostanzialmente riabilitato il modernismo, ufficialmente e solennemente condannato da Pio X, mediante scomunica, con l’enciclica Pascendi Dominici gregis, del 1907. Contestualmente, ha ripreso, rimproverato, insultato e dileggiato i cattolici da lui definiti “rigidi”, cioè conservatori, accusandoli di essere dei malati, o degli ipocriti dalla doppia personalità, e, in ogni caso, degli infelici, che non hanno compreso nulla del Vangelo.
6. Si è scagliato con estrema veemenza contro certe forme di religiosità popolare, equiparando veggenti e cartomanti sotto il comune appellativo di “delinquenti”, e sbeffeggiando, con evidente riferimento a Medjugorje, quei cattolici che aspettano, a ore fisse, la “letterina della Madonna”.
7. Ha ripetutamente sostenuto, in particolare con la Amoris laetitia e con la Misericordia et misera, che “Dio perdona tutto”, non soffermandosi, però, con altrettanta fermezza, sulla assoluta necessità del pentimento e dichiarando che nessuno, quindi neanche la Chiesa, deve frapporsi fra l’uomo e la misericordia di Dio; dando così l’impressione che la Chiesa, come per i protestanti, non sia poi così necessaria al progetto di salvezza divino.
8. È andato in Svezia a commemorare i cinquecento anni della cosiddetta riforma protestante, celebrando una messa insieme al vescovo luterano di Stoccolma: come se ci fosse qualcosa da celebrare, e come se si fosse trattato di una riforma e non di una rivoluzione anticattolica, mirante alla distruzione della Chiesa e alla spoliazione brigantesca dei suoi beni materiali. Inoltre, ha sostenuto che sia la Chiesa cattolica, sia le chiese protestanti, sono come “rami secchi”, da quel 1517 in cui Lutero affisse sue 95 tesi sul portone della chiesa di Wittenberg: prendendosi, così, la libertà inaudita di sconfessare il Concilio di Trento e ciò che la Chiesa cattolica è stata per 500 anni, fino ad oggi, ciò che ha insegnato e ciò che la distingue dal protestantesimo: la dottrina del libero arbitrio; la dottrina del sacerdozio distinto dal laicato; la dottrina della salvezza mediante la fede e le opere, e non con la sola fede; la dottrina delle indulgenze; la dottrina relativa ai sette sacramenti (e non cinque) e quella della presenza reale del Corpo e del Sangue di Cristo nella Eucarestia, contro l’affermazione del valore simbolico della Cena; il culto di Maria Vergine, degli angeli e dei santi; la suprema autorità del vescovo di Roma su tutta la Chiesa universale. È come se egli avesse tirato un colpo di spugna su tutto ciò; e non si dica che questa è una interpretazione esagerata: altrimenti, che senso avrebbe avuto paragonare la Chiesa cattolica, dopo lo scisma di Lutero, a un ramo secco?
9. Sul divorzio, sulle unioni di fatto e su quelle omosessuali, sull’aborto, ha espresso concetti difformi dalla dottrina e della pastorale cattolica, come sin qui è stata tramandata ed insegnata dal sacro Magistero; in particolare, togliendo ai soli vescovi l’autorità di assolvere dal peccato di procurato aborto e da quello di rottura del sacramento matrimoniale, per passare ad una nuova convivenza, e affidandola a qualunque sacerdote, ha mostrato di non ritenere poi così gravi simili peccati, pur riaffermandolo a parole; peraltro, nel caso dell’aborto, si tratta di omicidio, anche se lui non ha voluti adoperare questa parola. Sul peccato dei sodomiti, definito nel Catechismo di san Pio X uno dei quattro peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio (ma lui ha preferito adoperare la parola beffarda che gli stessi movimento omosessualisti hanno coniato: gay, che significa allegro), ha testualmente affermato: Chi sono io per giudicare? In compenso, si è permesso di giudicare, eccome, uomini politici a lui non graditi: dal presidente americano Trump, che aveva definito “non cristiano”, all’ex sindaco di Roma, Marino, del quale aveva detto, con palese assenza di carità cristiana: “lui, che si professa cattolico,” e “io non l’ho invitato”.
10. Ha fatto costantemente confusione, forse voluta, fra il Magistero, cioè le dichiarazioni e i documenti ufficiali, inerenti alla sua funzione, e le interviste, le chiacchierate, le omelie “private”, che hanno lo stesso valore delle omelie di qualsiasi altro sacerdote: facendo sì che i cattolici non capiscono più cosa sia da ritenersi verità cattolica e cosa sia, invece, semplice opinione personale, non del papa, ma del vescovo Bergoglio (e vale la pena di notare che, quando era vescovo di Buenos Aires, esprimeva idee e teneva atteggiamenti completamente diversi, specie riguardo alla sedicente teologia della liberazione; per non parlare della storiaccia dei due preti che lui stesso avrebbe fatto arrestare dalla polizia argentina, e che vennero poi torturati dal regime militare).
A difesa di Bergoglio, qualcuno dei suoi ammiratori ha voluto tirare in ballo la parabola del padre misericordioso, meglio nota come quella del figlio prodigo, e paragonare i cattolici “conservatori” (definizione comunque tendenziosa e sbagliata, perché non sono conservatori, ma semplicemente cattolici) al figlio maggiore, che si rifiutava di entrare in casa perché era geloso dei festeggiamenti voluti dal padre per il suo fratello che si era perduto, ed era poi tornato in famiglia. Naturalmente è un paragone scorretto, perché presuppone in partenza il torto di quei cattolici, anzi, li bolla fin dall’inizio con il marchio dell’invidia, e riduce il loro dissenso sulle iniziative di papa Francesco a meschina animosità personale. Tuttavia, per amore di discussione, facciamo finta che quel paragone sia, se non valido, almeno plausibile; in tal caso domandiamo ai difensori a spada tratta di papa Francesco: come si comportò il padre misericordioso, nella parabola di Gesù? Andò fuori, per parlare con il figlio maggiore, e gli si rivolse con dolcezza e affetto, spiegandogli che tutto ciò che era suo, era sempre stato anche di lui, ma che adesso era giusto festeggiare il fratello ritrovato, che aveva rischiato di perdersi per sempre. Ma quando mai papa Francesco si è rivolto con affetto e dolcezza ai cattolici del “dissenso? Ha sempre usato il pulpito e i microfoni per polemizzare con loro, per rimproverali, per umiliarli davanti a tutti. E questo sarebbe il comportamento del padre misericordioso? Questo sarebbe il modo di agire del buon pastore? Fare il buonista con tutti, perdonare tutti, offrire ramoscelli d’ulivo a chiunque, e poi mostrare fastidio e disprezzo per i suoi?


Ma non è la voce del buon pastore

di Francesco Lamendola