ACTA APOSTATICAE SEDIS : come, cambiando un po' qua e un po' la, si può cambiare tutto...

mercoledì 16 novembre 2016

La grande tristezza che incombe sull’uomo è di non poter essere santo.

BLOY ULTIME NOTIZIE L'APOCALISSE

 Se vuoi sapere le ultime notizie leggi san Paolo e l'Apocalisse. Già Søren Kierkegaard aveva messo in guardia contro lo strapotere della stampa tendenziosa tipica della società moderna. Léon Bloy la nostra coscienza critica 
di Francesco Lamendola  



Quando apparve nelle librerie, nel 1887, il romanzo Le Désespéré (Il disperato), il nome di Léon Bloy venne catapultato nel mondo letterario francese con la forza d’un proiettile: lo scrittore, ancora sconosciuto al grande pubblico, che era venuto, povero diciottenne, nella capitale francese in cerca di fortuna, dalla natia Aquitania, dov’era nato nel 1846, si scagliava con ira furibonda contro i miti della cultura dominante: il progresso, il razionalismo, il positivismo, le macchine. Non era più un ragazzo; aveva già passato i quarant’anni: e per più di venti aveva vagato per le strade del mondo, cercando affannosamente una verità in cui credere, e per la quale vivere e morire. 
Inizialmente ateo e anticlericale, si era convertito per opera dell’eccentrico scrittore Barbey d’Aurevilly, e, da quel momento, aveva posto la sua indole focosa e appassionata al servizio del Vangelo e della Chiesa cattolica. Mentre in Francia furoreggiavano i romanzi di Émile Zola e i naturalisti dettavano legge, e mentre i decadentisti “rispondevano” con le loro evasioni negli stati alterati di coscienza e nello “regolamento” di tutti i sensi, secondo la lezione di Rimbaud, Léon Bloy, questo sconosciuto, fiero e solutario, “caldo”, irruente come tutti i Francesi del Sud, eppur lucido nell’analisi della modernità secolarizzata e nella sua denuncia dell’accecamento spirituale cui essa stava conducendo gli uomini, decise d’indossare l’armatura dei cavalieri antichi e di scagliarsi, novello don Chisciotte, contro tutti i filistei, gli opportunisti, gl’ipocriti, i conformisti, i compiaciuti e boriosi esponenti della cultura positivista e progressista, nonché contro i superuomini da strapazzo del nuovo verbo nietzschiano: solo contro tutti, se necessario, senza contare gli avversari, secondo il vecchio adagio: molti nemici, molto onoreVisse pertanto da isolato: già il suo atto d’ingresso nel mondo letterario, il romanzo del 1887, gli aveva fatto chiudere in faccia tutte le porte dei salotti buoni, tutte le possibili amicizie con l’ambiente della critica e dell’editoria che contano; in quel momento storico, il suo risoluto schierarsi a difesa della Chiesa era l’equivalente di un suicidio letterario.
Ma Léon Bloy, lui, se ne infischiava. Avvolto dall’affetto della moglie, Jeanne Molbeck, per amore della quale aveva rinunciato al proposito di farsi monaco benedettino e di andare a vivere nella trappa, e delle due figlie da lei avute, e isolato nella sua casetta seminascosta sulla collina di Montmartre, dietro la Basilica del Sacro Cuore, eppure circondato dalla profonda stima e dalla devozione di pochi, fedeli amici, fra i quali l’olandese Pieter van der Meer, che da lui ricevette la spinta alla conversione, egli fu, e continuò ad essere, un personaggio scomodo, proprio per quel piglio, per quella intransigenza battagliera che lo portavano a disprezzare qualsiasi compromesso e a procedere dritto per la sua strada, come un rullo compressore. Non era un tipo facile, né un uomo che si sforzasse di piacere: quel che aveva da dire, lo diceva con molta chiarezza, fino ad essere ruvido. Gli stessi cattolici di tendenza progressista e modernista lo avevano in scarsa simpatia: Bloy prendeva così sul serio il cristianesimo, da viverlo con la mentalità di un cattolico medievale; eppure i pochi che lo conoscevano bene, e che godevano della sua familiarità, lo vedevano sotto una luce completamente diversa: al posto dell’intellettuale scontroso e un po’ fondamentalista, essi conoscevano l’amico dolce e premuroso, il padre e il marito devoto, il credente sincero e impetuoso, e lo scrittore che aveva messo la sua penna al servizio d’una grande causa, senza riserve mentali e senza alcun calcolo. Insomma, un uomo d’altri tempi, o piuttosto un uomo senza tempo; uno che viveva alla fine del XIX secolo e al principio del XX (morirà durante la Prima guerra mondiale, il 3 novembre 1917, dopo una lunga e dolorosa malattia) con lo sguardo rivolto talmente avanti e talmente in alto, da non vedere più, letteralmente, gli eventi contingenti; uno che non leggeva i giornali, né si affannava per seguire le cose del mondo, ma era già proiettato con una gran parte di se stesso nella dimensione dell’Assoluto e dell’Eterno, dove le cose che quaggiù sembrano grandi diventano, invece, piccole: così piccole e insignificanti, che vien da domandarsi come mai gli uomini diano ad esse così tanta importanza, pur sapendo che sono effimere e caduche, e che nessuna di esse potrebbe appagare la sete di certezze che arde nell’anima umana.
Per sapere com’era il vero Léon Bloy, bisogna andare oltre la superficie delle molte polemiche che lo videro al centro, ed ascoltare quei pochi intimi che lo conobbero davvero e che godettero della sua amicizia e della sua penetrante conversazione: mai banale, mai oziosa, ma sempre rivolta a scavare fino all’essenza delle cose. Lo scrittore olandese Pieter van der Meer Walcheren (Utrecht, 1880-Breda, 1970), poi fattosi monaco, ci ha lasciato questo intenso, commosso ricordo del grande scrittore francese e della sua vita modesta e ritirata, ma fervida di lavoro e calda di affetti (da: P. van der Meer,Uomini e Dio; titolo originale. Mensen en God, Utrecht, 1949; traduzione dall'olandese di  Carlo M. Richelmy, Alba, Edizioni Paoline, 1975, pp. 186-188):

Un pomeriggio d'autunno del 1909 [Matthias: l'Autore parla in terza persona, adoperando questo pseudonimo], aveva attraversato questo medesimo luogo per recarsi, per la prima volta, a casa dio Léon Bloy. Léon occupava, dietro il Sacro Cuore, un alloggio nascosto in un vecchio giardino. Lo abitava con la moglie e le due figlie. In seguito, dopo che Mattias aveva preso l'abitudine di vedere quasi tutti i giorni il vecchio cristiano diventato poi suo padrino, essi s'incontravano sovente in questo luogo. Vi era un'osteria del tempo andato, molto simpatica. Quell'osteria esisteva ancora; lì'insegna dipinta sulla vetrina portava, in lettere di un gotico leggermente fantastico: "Chez la Mère Catherine". Matthias e Bloy vi compravano le sigarette e chiacchieravano prendendo l'aperitivo. In questo ambiente senza lusso, su un tavolo macchiato di cerchi umidi e biancastri, tenevano conversazioni stupende.
Matthias ascoltava. Léon parlava adagio; le sue parole erano lente, ma gagliarde. Talvolta diceva cose strane, e Matthias non le avrebbe mai più scordate: si trattava dell'inferno e della misteriosa Terza Persona della Santa Trinità. Parlava anche di Grignon de Montfort, di la Salette, degli apostoli degli ultimi tempi. Esponeva la sua grandiosa concezione di Maria Madre di Dio e Madre degli uomini. E la sua viva parola svegliava, in chi lo ascoltava, la coscienza di una presenza: la presenza di un mondo invisibile che abbraccia le cose visibili e le compenetra. Un altro giorno Bloy gli aveva raccontato, in uno stile molto alto e colorito, una sua avventura con un giovane giornalista venuto ad intervistarlo per conto di un grande quotidiano di Parigi. Dopo un certo numero di domande abbastanza sciocche, l'articolista aveva chiesto a Bloy quale fosse il giornale che egli leggeva, "così come fanno tutti per tenersi al corrente delle novità".
A queste parole Bloy era scattato e, fissando coi suoi occhi penetranti il giornalista sbalordito, aveva detto: "Scrivi, giovanotto, ed esigo che queste mie parole siano letteralmente riprodotte nel tuo giornale. Primo: Léon Bloy non è "tutti". Secondo: Non legge mai i giornali. Terzo: quando desidera sapere le ultime notizie, legge S. Paolo e l'Apocalisse". ma al giovane giornalista, che ignorava da quale tipo l'avesse mandato il suo redattore capo,  Léon Bloy aveva donato in ricordo due suoi libri: "La femme pauvre" e "Le Sang du Pauvre" ["La donna povera" e "il sangue del povero"]. Otto giorni dopo il giornalista era ritornato, e questa volta come ammiratore entusiasta.
Gli amici che andavano a visitare Bloy formavano un gruppo di anime belle,  di poeti e di meravigliosi sognatori. Poiché, malgrado la solitudine in cui viveva, Bloy aveva amici come solo un cristiano può averne. avevano questo in comune: prendevano il cristianesimo sul serio. A casa di Bloy e al caffè "Chez la Mère Catherine"  Matthias aveva incontrato l'eminente  geologo e membro dell'Istituto Pierre Termier.  Talvolta egli veniva accompagnato dalla figlia maggiore, una ragazza di vent'anni che aveva scoperto i libri di Bloy e li aveva fatti leggere al padre. Tale lettura era stata una rivelazione per il sapiente che non cessò più in seguito di considerare il povero cavaliere di Dio e della Chiesa come un maestro, come lo scrittore cattolico per eccellenza. 
Ogni tanto, nella piccola osteria compariva anche, alla tavola di Bloy, la smilza figura di un vecchio signore dritto come una I: un autentico signore. Mentre la democratizzazione aveva invaso ogni cosa, questo gentiluomo conservava i costumi di duecento anni prima. Era poverissimo…

Già Søren Kierkegaard aveva messo in guardia contro lo strapotere, se non la vera e propria tirannia, delle “gazzette”, cioè della stampa tendenziosa, e bassamente scandalistica, tipica della società moderna; Bloy, che vive mentre sta facendo irruzione ovunque il nuovo modello della società di massa, critica in maniera radicale la pseudo informazione della stampa, e rifiuta la lettura del quotidiano, come pratica giornaliera della persona “seria” e che vuol essere “informata” di quel che avviene nel mondo, in nome di una “informazione” ben più alta della persona, che non attiene alla sfera del quotidiano, ma a quella dell’eterno, e che trova nei libri del Nuovo Testamento la miniera cui è possibile attingere tutto ciò che serve per una vita buona.
Vi sono persone, probabilmente la maggioranza, nelle quali i falsi idoli del pensare moderno, del vedere il mondo con gli occhi della civiltà moderna, hanno raggiunto un’importanza tale, che non potrebbero neanche immaginare come si possa affrontare una nuova giornata, senza prima essersi immersi nella lettura del quotidiano, o senza aver ascoltato più che diligentemente, perfino devotamente, il telegiornale o il radiogiornale: le stesse persone che, quasi certamente, non si curano affatto d’iniziare la giornata senza aver rivolto un solo pensiero a Dio, senza aver recitato un Padre nostro o un’Ave Maria, pur essendo, magari, formalmente cattoliche. Léon Bloy rovescia una tale prospettiva e ci ricorda che è assurdo, oltre che irreligioso, dare più importanza alla cronaca che alle cose eterne, e preoccuparsi più di quel che riempie le colonne delle gazzette, che di quanto c’è scritto nelle Sacre Scritture. Egli, romanziere di primo piano – dopo Il disperato, scrisse Il cavaliere della morte, nel 1891, La salvezza dai Giudei, nel 1892, Esegesi dei luoghi comuni, fra il 1902 e il 191, Il sangue del povero, nel 1909; L’anima di Napoleone, nel 1912,Costantinopoli e Bisanzio, nel 1917; oltre alle raccolte di racconti Sudore e sangue, del 1893, e Storie sgradevoli, del 1894 – ci ricorda che è cosa vana perdersi all’inseguimento delle parole, se ci si scorda del valore essenziale  e permanente della Parola: l’unica che conta.
È tipico, del resto, della civiltà moderna - che si potrebbe definire, più giustamente, una contro-civiltà, la cui “cittadinanza” comporta una vera e propria contro-iniziazione – confondere il piano del contingente con quello dell’Eterno, e dare la priorità al primo invece che al secondo; il tipico cittadino moderno è colui che non trova il tempo, né vede il motivo, per dedicare un minuto del suo tempo alla lettura e alla meditazione della Bibbia, ma che avrebbe la sensazione di aver commesso un vero e proprio peccato di omissione se tralasciasse d’informarsi su quale partito politico ha vinto l’ultimo sondaggio d’opinione, e quale indice hanno raggiunto le quotazioni di borsa. Ma Léon Bloy, no: egli è la nostra coscienza critica, il severo maestro che ci riconduce all’essenziale. La vita, per lui – come dovrebbe essere per ogni autentico cristiano – è il campo di battaglia tra le forze del bene e quelle del male; tra la giustizia e l’ingiustizia; tra la verità e l’errore: ecco perché la sua concezione è così drammatica, e, per certi aspetti, pessimistica, e perché il senso del peccato vi occupa uno spazio così notevole. Come i grandi moralisti del passato, per Bloy non ci sono mezze misure fra la malvagità e lo sforzo di essere santi: a lui si deve il bellissimo aforisma secondo il quale la grande tristezza che incombe sull’uomo è di non poter essere santo. Chi ha visto la luce, non può rassegnarsi a vivere nel fango della palude. Bloy è un puro: non sopporta di veder le anime rotolarsi nel fango; ed è severo, ma buono, come un padre premuroso o come un fratello maggiore: vorrebbe trarre fuori da quel fango più anime possibile, e condurle a contemplar le stelle. Egli è un contemporaneo ideale di Dante, o di sant’Agostino, o degli antichi profeti biblici. Lo sguardo rivolto costantemente a Dio, Bloy se ne va per la sua strada, incurante di quel che gli altri possono dire o fare alle sue spalle: ha messo in preventivo l’incomprensione, il disprezzo, l’ostilità della cultura dominante. È l’esatta antitesi dell’intellettuale alla moda, progressista e apparentemente anticonformista (ma, in realtà, assai più conformista di coloro che prende a bersaglio, e che sceglie con cura per non correre rischi): non vuol piacere agli uomini, ma a Dio soltanto.
Che lezione ci viene da questo gigante solitario; da quest’uomo puro e spigoloso, insofferente della mediocrità, intransigente nella sua fame e sete di assoluto. Il suo sguardo penetrante ci trapassa, ci incute rispetto e quasi c’intimidisce: vi possiamo misurare tutta la nostra tiepidezza, tutta la nostra fiacchezza, tutta la nostra piccineria. È un’anima grande, che vorrebbe i suoi lettori simili a sé…

Se vuoi sapere le ultime notizie, leggi san Paolo e l'Apocalisse…

di Francesco Lamendola
http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=10189:ultime-notizie-lapocalisse&catid=96:filosofia&Itemid=124


SANTA VERONICA GIULIANI, IN UN FILM-DOCUMENTARIO LA VITA DI «UN GIGANTE DI SANTITÀ»

Santa Veronica Giuliani, in un film-documentario la vita di «un gigante di santità»



Dopo un inspiegabile oblio, in suo onore, all’improvviso – quasi come un segno celeste per i nostri tempi – nascono nuove associazioni di fedeli, vengono scritti nuovi libri, innalzati santuari, girati film. Sembra proprio che sia scoccata l’ora di santa Veronica Giuliani (1660-1727), «il più sublime e necessario soggetto di studio che si sia prodotto dopo il Vangelo» (così Benjamin Dausse, membro corrispondente dell’Accademia francese delle Scienze), tanto che – e questa volta a parlare è papa Leone XIII – «nessuna creatura umana, tranne la Madre di Dio, fu ornata più di lei di doni soprannaturali».
Fenomeni mistici unici (e un Diario dettato dalla Vergine)
Il Papa della Rerum Novarum non sbagliava. Quanto ad esperienze mistiche questa santa sconosciuta ai più che però Pio IX definì «non una santa, ma un gigante di santità» – la cui missione incentrata sull’espiazione, come profetizzato dal cardinal Palazzini, «deve ancora cominciare nella Chiesa» – nel panorama agiografico sembra non avere pari con nessuno. Impossibile elencare tutti i fenomeni mistici da lei vissuti. Impossibile nonché problematico, se non fossero certificati da scritti, testimonianze, bolli notarili, autopsie. Oltre ad essere l’unica cappuccina stimmatizzata della storia; oltre a ricevere misticamente l’incoronazione di spine (causa di gonfiori alla testa che i medici con le loro cure non facevano che aggravare); oltre ad aver bevuto il calice del Getsemani (talmente amaro che tutto ciò che la circondava diventava fiele: cibo, acqua, finanche l’aria, arrivando anche lei a piangere lacrime di sangue); oltre a veder appoggiata sulla sua spalla la pesantissima croce del Calvario fino a che l’osso ne resterà incavato (lo attesterà l’autopsia); oltre a ricevere flagellazioni (da mani invisibili, fino a far scorrere sangue per terra davanti agli occhi delle monache); oltre a dialogare fin da bambina con Maria e Gesù; oltre a questo e a molto altro, Veronica visitò il Paradiso, il Purgatorio e sette volte l’Inferno, che descrisse in maniera dettagliatissima e spaventosa. Lo fece per ubbidienza al suo padre spirituale.
Come per pura ubbidienza scrisse il suo incredibile Diario, Il poema dell’amore e del dolore, un tesoro nascosto di 22 mila pagine diventato in questi ultimi anni prezioso oggetto di studio per i teologi di tutto il mondo (e di cui ultimamente si susseguono ristampe e traduzioni). Uno specialissimo Diario – «tra le pagine più belle ed elevate della letteratura mistica» scriveva Bargellini – durato 34 anni, di cui gli ultimi sette dettati direttamente dalla Vergine.
Chi è questa santa sconosciuta?
Ma chi è Veronica Giuliani? Chi è quest’incredibile e semisconosciuta mistica tutta votata a Dio? Chi è questa “maestra della dottrina dell’espiazione”, come la additò nel 1981 quel cardinal Palazzini (preside della Pontificia Università Lateranense nominato da Giovanni Paolo II prefetto per la Congregazione delle cause dei santi) nell’atto di proporre ufficialmente per Veronica Giuliani il titolo di Dottore della Chiesa? Più recentemente sarà l’episcopato dell’Italia centrale (insieme all’ordine dei frati cappuccini) a indirizzare un appello al Santo Padre affinché la santa venga proclamata Dottore della Chiesa.
Orsola Giuliani nasce a Mercatello sul Metauro, paesino poco distante da Urbino, il 27 dicembre 1660. È la più piccola tra cinque sorelle, quattro diventeranno suore. Come il padre, neanche il vescovo vuole che Orsola (questo il suo vero nome) entri in convento: è troppo giovane e troppo bella, meglio darla in sposa ad un rampollo della nobiltà locale. Le lacrime della fanciulla, però, fanno sì che il vescovo accetti la sua consacrazione dandole il nome (provvidenziale) di Veronica. Colei che per gli agiografi sarà la “Veronica” della Via Crucis scelse per sé il più povero convento delle cappuccine della zona, quello di Città di Castello, vicino a Perugia.
A seguito di quelle stimmate che la santa non poté nascondere, le umiliazioni sopportate dopo che il Sant’Uffizio prese su di sé il caso furono durissime: per cinquanta giorni fu rinchiusa nell’infermeria in totale isolamento. Su tutto vinsero la sua grande obbedienza e umiltà. Vinse l’espiazione, l’eroico anelito all’immolazione nel desiderio di convertire tutti. «Crocifiggete me! Io mi offro perché i peccatori mi inchiodino al Vostro posto!», così andava ripetendo Veronica al “suo” Gesù. Non è un caso se la maggior parte delle sue esperienze intime hanno come indiscusso protagonista il suo cuore: incendi, bussi, impeti, ferite, dardi, chiodi.
Incredibile è il fenomeno della sostituzione del «cuore ferito» (il suo) per il «cuore amoroso» (del Signore), un gioco mistico che riempirà molte volte le pagine più vivaci del suo Diario. Altre volte Veronica nel suo petto custodisce letteralmente due cuori: il suo e quello di Gesù. Il primo batte normalmente, il secondo le solleva le costole, tanto che in convento le consorelle, anche da lontano, ne sentono il battito. Vedono Veronica bruciare per l’effetto del fuoco di questo “secondo cuore” e per refrigerio corrono ad immergerle le mani nell’acqua, che.. inizia subito a bollire.
Chiaro che all’uomo iper-razionalista di oggi i fenomeni mistici descritti nel Diario possono apparire autentiche follie. Peccato però che il vescovo di Città di Castello, appena prima dei funerali, prima di procedere all’autopsia, avesse convocato davanti alla santa le figure più rappresentative della città. Se ne conservano ancora i nomi: il governatore Torregiani, il pittore Angelucci, il medico Bordiga, il chirurgo Gentili, il cancelliere Fabbri, il notaio e molti confessori. Nel momento di estrarre il cuore i presenti videro in esso riprodotti i segni puntuali descritti anni addietro da Veronica nel suo Diario. Esattamente come da sua descrizione videro che sul cuore di Veronica era “stampato” tutto: la Croce, la corona di spine, la lancia e la canna legate insieme, l’iscrizione, i martelli, i chiodi, lo stendardo di Cristo Re, le due fiamme simboleggianti l’amore di Dio e l’amore del prossimo, le sette spade dell’Addolorata, e le iniziali del Nome di Gesù e di Maria.
Alla morte della santa, preannunciate anni prima al suo confessore, le ultime parole di Veronica furono: «L’Amore si è fatto trovare! Questa è la causa del mio patire. Ditelo a tutte, ditelo a tutte!».
Il film che converte il suo regista
La vicenda terrena di Veronica Giuliani, insieme ai “pesanti” risvolti teologici offerti dal suo esplosivo Diario (Maria si presenta alla santa come “Corredentrice” e “Mediatrice di tutte le grazie”, cioè i due possibili dogmi mariani che la Chiesa in questi anni sta approfondendo), è ora finalmente narrata in un docu-film: Il risveglio di un gigante. Vita di Santa Veronica Giuliani (qui il trailer).
Il regista è il vimercatese Giovanni Ziberna, che a Gorizia ha fondato la Sine Sole Cinema, casa di produzione cinematografica, e che, cresciuto alla scuola di Ermanno Olmi, ha lavorato con maestri del cinema come Abbas Kiarostami e Ken Loach. La sua vicenda personale (e quella di sua moglie, Valeria Baldan, co-regista del film) è piuttosto singolare: ateo e non battezzato deve la sua conversione proprio alle vicende legate alle riprese del film sulla santa: incontri e “coincidenze” eccezionali che hanno totalmente stravolto la sua vita ma che Giovanni Ziberna racconta con pudore (qui una rara intervista del regista ai microfoni di Radio Kolbe).
Il risveglio di un gigante uscirà in anteprima mondiale, a dicembre, in diverse sale italiane, per poi approdare in Libano, paese che aspetta con impazienza la proiezione. Perché una “prima” internazionale proprio in Libano? Perché la storia del film e del suo regista si intreccia con un frate libanese, fra Emanuel, presidente dell’associazione “Amici di Santa Veronica” in Libano, e che lì ha contribuito a far sorgere un “rumoroso” Santuario intitolato alla santa marchigiana.
«Aspetto questa chiesa da quasi 300 anni»
Ed è proprio il santuario con annesso convento (che il vescovo locale, monsignor Kamil Zeidan, chiama “il santuario miracoloso” per i continui segni che ne hanno accompagnato la costruzione completata il 9 luglio 2016) a costituire la parte più incredibile di questa intricatissima vicenda celeste. Se è vero infatti che il Santuario, per via dei lasciti di chi ha ricevuto grazie e guarigioni, è stato costruito a tempo di record (10 mesi!), ciò che per lungo tempo ha ritardato la partenza dei lavori era stato trovare il luogo giusto su cui costruirlo. Interi monasteri avevano pregato per questo.
La vicenda legata alla scelta del terreno, nel centro del Libano (a Ksaibe, villaggio a 700 metri di altitudine) sarebbe degna, da sola, di un racconto nel racconto. La protagonista di questo tassello del “mosaico Veronica” è Maria Jean Nacouzi, giovane universitaria di 21 anni, appassionata di canto lirico, cattolica, improvvisamente colpita da un cancro. Scelta dal Cielo come “vittima” per la conversione dei giovani, il 6 gennaio 2009 (15 mesi prima della sua morte, avvenuta il Venerdì Santo del 2010) le apparvero, insieme, Gesù e Maria, indicandole in visione un appezzamento di terra (di proprietà di suo nonno, particolare che Maria ignorava del tutto). «Aspetto questa chiesa da quasi 300 anni». Così le confidò la Vergine, ed esattamente questo la giovane cantante riportò alla madre, poco prima di morire abbracciata al crocifisso. La tomba di Maria Nacouzi, meta di moltissimi giovani, sorge oggi ben in vista di fianco al santuario, la cui inaugurazione ha visto la presenza record di oltre 11 mila fedeli.
Il 9 luglio 2016, festa di santa Veronica Giuliani, le tv libanesi hanno trasmesso in tutto il mondo la Messa inaugurale da un santuario che da allora vive di pellegrinaggi affollatissimi: le cronache locali registrano la presenza di quasi mille pellegrini al giorno, che diventano cinquemila la domenica. I fedeli della santa (in continuo aumento per un sorprendente effetto contagio) sono convinti che siamo solo all’inizio del risveglio del “gigante Veronica” per il mondo di oggi. Il suo tempo sembra essere arrivato.